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Closer – Dentro il reportage: festival diffuso di fotografia sociale

Born in Italy © Carmen Sigillo

Closer – Dentro il reportage

Tre giorni di mostre, incontri, workshop per offrire spazi di visibilità a giovani fotografi e nuovi talenti, con occasioni di incontro, discussione e formazione. Inaugura venerdì 8 marzo a Bologna la terza edizione di Closer – Dentro il Reportage: un festival diffuso dedicato alla fotografia sociale organizzato dalle associazioni Witness Journal e Terzo Tropico in collaborazione con Arci Bologna e con il sostegno del Comune di Bologna e dell’Azienda Usl.

Closer – Dentro il reportage: programma

Il festival si apre l’8 marzo alle ore 18.30 negli spazi di QR Photogallery, in via Sant’Isaia 90, con l’inaugurazione della mostra dedicata ai cinque lavori selezionati attraverso una call internazionale a cui hanno risposto 79 autori per un totale di 93 reportage candidati.
I lavori selezionati sono molto diversi tra loro e abbracciano le condizioni critiche di luoghi vicini e lontani. Filippo Massellani con “La grande paura” ha percorso un viaggio nel Paese spaventato e rabbioso che è diventato l’Italia, mentre Alessandro Cinque con “Espinar Terra Spezzata” racconta la povertà, l’inquinamento e la malnutrizione che hanno colpito le zone di estrazione mineraria del Perù colonizzate dalle multinazionali. Carmela Sigillo con “Born in Italy” descrive l’esperienza di uno sport negato da leggi anacronistiche. Siamo in Italia e alcuni ragazzi nati qui, ma figli di stranieri, non possono più giocare a Basket. Dal campo da gioco alle loro vite, il passo è stato breve.
Silvia Landi invece con “Globesity” viaggia in Messico, Brasile, Sud Africa e Italia e si fa portavoce di una crisi epocale, anzi di una vera e propria epidemia che oggi fa più vittime della denutrizione, l’obesità. Infine, Gianluca Uda osserva il Kenya e con “Ferite” documenta le condizioni delle baraccopoli di Nairobi, un inferno di calore, povertà e malattie.

Closer – Dentro il reportage: retrospettiva dedicata al lavoro di Francesco Cito

Il festival ospita inoltre la mostra “Afghanistan”, una retrospettiva dedicata al lavoro di Francesco Cito, fotoreporter partenopeo, vincitore di due World Press Photo e di numerosi altri riconoscimenti internazionali. Le immagini in mostra ripercorrono la guerra afghano-sovietica che Cito ha documentato durante un viaggio di 1200 km a piedi insieme ai mujaheddin afgani.
Una terza mostra è dedicata al centesimo numero della rivista Witness Journal che celebra un decennio di attività editoriale dedicata all’informazione e alla divulgazione fotogiornalistica attraverso storie provenienti da tutto il mondo.
Entrambe le mostre sono ospitate presso Senape Vivaio Urbano in via Santa Croce 10.
Numerosi i momenti di confronto, a partire dall’incontro con l’autore Francesco Cito sabato 9 marzo alle 18.30, presso gli spazi di QR Photogallery.
Domenica 10 marzo è in programma una sessione di lettura portfolio a cura del Festival di Fotografia Etica con Alberto Prina e Aldo Mendichi.

Closer – Dentro il reportage: workshop di fotografia

Infine, anche quest’anno trovano ampio spazio i workshop organizzati da Witness Journal, con diversi percorsi di conoscenza e di approfondimento sulla fotografia.
9-10 marzo: “Dall’idea alla foto” workshop dedicato alla costruzione di un reportage con il grande fotogiornalista Francesco Cito. L’analisi del percorso per la messa in opera di una storia, il metodo del racconto, il significato della foto, il messaggio da trasmettere. “Una buona foto – spiega Cito – nasce nella testa, anche quando è del tutto casuale e improvvisa, come durante un reportage, dove non sempre si è consapevoli di cosa può apparire svoltando l’angolo”.
9 marzo: “Fotogiornalismo e nuovi media” workshop a cura dei tre fotografi Federico Bernini, Giulio Di Meo, Amedeo Novelli. Il corso esplora il mondo e la storia del fotogiornalismo, le sue regole, le sue leggi, il codice etico, l’affermarsi ormai definitivo dei media online e i cambiamenti che lo stanno attraversando.
10 marzo: workshop dedicato ai più piccoli (bambini dai 7 ai 10 anni) in collaborazione con i designer di Atto. Il workshop, della durata di 1h30, è orientato alla costruzione di un’immagine di copertina utilizzando un kit composto di piccoli oggetti per sperimentare e comporre con le immagini.

Per iscrizioni e informazioni relative ai workshop e alla lettura portfolio potete scrivere a formazione@witnessjournal.com
Per altre informazioni sul programma: info@witnessjournal.com

Dall’8 al 10 marzo mostre, incontri e workshop per giovani fotografi e nuovi talenti
negli spazi di QR Photogallery e in altri luoghi di Bologna

Francesco Cito: viaggio al centro dell’uomo

In marcia con i guerriglieri mujaheddin a sud di Sà Idan durante la ritirata dell’esercito sovietico dopo nove anni di occupazione, Afghanistan, 1989

Francesco Cito

«Cosa vuoi fare da grande?» gli chiese un avventore del locale in cui lavorava di sera come cameriere, a Londra. «Il fotografo», gli rispose. E quello «Sai scattare? Fammi vedere le tue foto». Quel personaggio curioso si rivelò essere Clive Graham Ranger, direttore della rivista di musica «Radio Guide mag» che, dopo aver visto i suoi scatti, gli propose di lavorare per lui. Era la prima opportunità che riceveva in quel campo. Nella capitale britannica era arrivato nel 1972 per studiare fotografia, ma la scuola che aveva scelto era troppo costosa. Così fa pratica da autodidatta scattando in giro per la città. Con questo ingaggio, però, le cose prendono un’altra piega. Mentre affina la tecnica riprendendo i concerti, impara a conoscere il sistema dell’editoria britannica. In testa ha ancora le fotografie di viaggio di Walter Bonatti che aveva visto da bambino su «Epoca» e che tanto lo avevano affascinato. Così lascia la musica per avventurarsi nel reportage, la sua vera vocazione. Comincia alcune collaborazioni come freelance. Per il «Sunday Times» realizza un coraggioso reportage sui contrabbandieri di sigarette nei porti di Napoli. Lo stesso giornale pubblica un suo servizio sulla mattanza dei tonni in Sicilia, dedicandogli la copertina, e il reportage sull’invasione sovietica in Afghanistan, dov’era entrato clandestinamente insieme ai guerriglieri afghani. Le foto dei contrabbandieri gli aprono molte porte; un reportage sulla camorra del 1982 sbarca negli Stati Uniti e per «Epoca» segue la guerra civile libanese. Due anni dopo va per la prima volta in Palestina, un territorio che non ha mai smesso di seguire. «Volevo capire le radici profonde del terrorismo palestinese e vedere con i miei occhi la situazione nei territori occupati», spiega.

Francesco Cito e il progetto su Terry Schiavo

Le immagini di quella terra, come pure quelle del Libano, della Bosnia e dell’Afghanistan, appaiono per molti anni sui principali periodici italiani e stranieri. Eppure i riconoscimenti più prestigiosi arrivano per progetti meno impegnati, come quello sul Palio di Siena, iniziato nel 1980, premiato al World Press Photo nel 1996, e il reportage sui matrimoni napoletani, vincitore nell’edizione 1995 dello stesso concorso. Intanto torna in Italia, a Milano, e lavora a lungo sulla mafia e sulla camorra. All’inizio degli anni Novanta inizia un progetto sul coma. Per un periodo lo sospende. Poi, con il caso di Terry Schiavo, lo riprende. Com’era accaduto per il lavoro sulla mafia, il tema del coma non trova spazio sulla stampa. Nonostante l’editoria gli chieda di affrontare anche altri argomenti, lui non tradisce il fine che lo ha spinto verso la fotografia: indagare nell’animo umano. Un bisogno personale, prima ancora che professionale, che lo spinge a entrare nel vivo dei fatti e a raccontarli con un linguaggio diretto e asciutto, scevro da ogni forma di compiacimento.

Immagine in evidenza

In marcia con i guerriglieri mujaheddin a sud di Sà Idan durante la ritirata dell’esercito sovietico dopo nove anni di occupazione, Afghanistan, 1989

Fujifilm accanto alla fotografia d’autore alla prima edizione del Grofest

Fujifilm e la fotografia d’autore alla prima edizione del Grofest

FUJIFILM Italia non perde occasioni per supportare la cultura dell’immagine e la fotografia, così dal 15 al 28 luglio sarà a Grosseto, in qualità di sponsor tecnico, per sostenere la prima edizione del Grofest, festival di fotografia diretto da Gian Paolo Barbieri Nel suggestivo e imponente Cassero Senese, fortificazione lungo le Mura di Grosseto, si animerà il Grofest, che per due settimane presenta workshop, letture portfolio, proiezioni, mostre, eventi collaterali – concerti e performance artistiche – con docenti e fotografi di fama internazionale.

Grofest programma

Si potrà lavorare accanto a professionisti del calibro di Settimio Benedusi, Francesco Cito, Maurizio Galimberti, o partecipare a lezioni sulla fotografia con Valerio Bispuri, Silvia Lelli, Paolo Castiglioni, Stefano De Luigi o per migliorare la propria tecnica e lo stile si potrà far visionare un proprio progetto iscrivendosi alle letture portfolio curate da Maurizio RebuzziniIn questo contesto ricco di spunti, testimonianze e fotografia, Fujifilm ha deciso di essere presente anche con contenuti in linea con il festival, ossia un seminario tecnico sulle tecnologie e sulla post produzione e un seminario culturale relativo alla realizzazione di progetti fotografici a lungo termine.

A Grofest gli appuntamenti con Fujifilm

Il primo appuntamento è in collaborazione con Profoto ed Estron di Firenze.
Dal titolo “Presentazione e test FUJIFILM E PROFOTO”, è fissato per sabato 21 luglio, ore 17 – 19, presso la Sala Conferenza del Cassero.
L’ evento sarà ricco di spunti sulle tecniche di utilizzo del medio formato Fujifilm, con possibilità di testare la gamma GFX e i B1X e gli A1 di Profoto, e approfondire acquisizione e postproduzione con l’Adobe Guru Gianluca Catzeddu.

festivalfotografiagrosseto.it/21-luglio-presentazione-fuji-estron

Il secondo incontro firmato Fujifilm vedrà protagonista il fotografo di reportage Alessandro Penso, vincitore del World Press Photo, che spiegherà come realizzazione un progetto a lungo termine: come raccontare una storia, la fase di studio, la finalizzazione e l’utilizzo del reportage.

Il seminario dal titolo “Realizzare un long term project”, si terrà martedì 24 luglio alle ore 21:30 presso lo Spazio eventi – Cassero Senese.

festivalfotografiagrosseto.it/martedi-24-luglio-fuji-grofest

Il Grofest, e il supporto di Fujifilm Italia, è tra le iniziative che nascono per soddisfare l’intensa richiesta di cultura dell’immagine che c’è oggi in Italia.

Speciale IL FOTOGRAFO: i Grandi Maestri del Bianco & Nero

È finalmente uscito lo speciale de IL FOTOGRAFO sui grandi maestri del BIANCO & NERO!
Ansel Adams, Nino Migliori, G. Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Francesco Cito, Gian Paolo Barbieri e molti altri ti aspettano in edicola.

Ecco in anteprima la copertina, un volume assolutamente da non perdere!

Puoi anche acquistare lo speciale on-line cliccando su questo link.

FRANCESCO CITO A “IL CAFFE’ DEI MALEDETTI FOTOGRAFI”. DOMENICA 24 LUGLIO/LABottega PIETRASANTA

IL CAFFE’ DEI MALEDETTI FOTOGRAFI

DOMENICA 24 LUGLIO: INTERVISTA PUBBLICA A FRANCESCO CITO

Passione, sintesi e rigore nelle immagini in bianco e nero del grande fotogiornalista

A LABottega di MARINA DI PIETRASANTA


Francesco_Cito locandinaDefinito da Ferdinando Scianna “forse uno dei migliori fotogiornalisti italiani” per istinto, passione, forza di sintesi e rigore visivo delle immagini, Francesco Cito è il prossimo protagonista delle interviste pubbliche della rassegna Il CAFFE DEI MALEDETTI FOTOGRAFI organizzata da LABottega, spazio per la fotografia e dal magazine on line MALEDETTI FOTOGRAFI.

L’appuntamento è per domenica 24 luglio (alle ore 18,30) nel bel giardino del locale di Marina di Pietrasanta dove il giornalista Enrico Ratto intervisterà il grande fotografo italiano.
Quasi impossibile, in poche righe, sintetizzare oltre 40 anni di carriera, di scatti, di progetti, di mostre e di premi del fotografo napoletano. “Immaginate la mappa delle guerre e del dolore dagli anni Ottanta in avanti (dall’Afghanistan al Libano, ai territori della Palestina, dal Kosovo alla Bosnia all’Arabia post invasione del Kuwait, da Beirut a Sarajevo, dalle trincee estreme alle città ugualmente estreme) – scrive il giornalista Carlo
Verdelli – : immaginate la mappa e lo ritroverete, lo troverete sempre, un puntino con una specie di giubbotto verde militare addosso, a muoversi tra macerie, morti e sopravvissuti con l’invisibilità di un angelo”……… Al netto della tecnica e della filosofia estetica, il lavoro di Cito si muove su tre coordinate: fatica, vicinanza, rispetto. Per raccontare una storia, quale che sia, devi entrarci dentro. E per entrarci dentro, non basta bussare a caso. Bisogna avere la pazienza di girarci intorno, trovare la chiave giusta che quasi mai è la prima che ti capita a tiro, stancarsi le gambe e gli occhi e la testa a furia di muoversi, vedere, osservare, provare a capire”

Francesco Cito, fotoreporter di guerra, è anche grande documentarista di cronaca, di costume e di fatti rilevanti della società contemporanea. Molti dei suoi reportage sono dedicati alla mafia, alla camorra e al contrabbando di sigarette a Napoli, ma anche al racconto – ad esempio – di una Sardegna fuori dagli itinerari
turistici e al Palio di Siena che, nel 1996, gli ha permesso di conquistare il primo premio per il World Press Photo.

Note biografiche
Francesco Cito è nato a Napoli nel 1949. Nel 1972 si trasferisce a Londra nel 1972 per dedicarsi alla
fotografia. Nella capitale britannica, si adatta ai più svariati lavorai: da lavapiatti a facchino da Harrod’s. Nel 1975, il primo lavoro come fotografo. Viene assunto da un settimanale di musica pop – rock (Radio Guide
mag.). Gira l’Inghilterra, fotografa concerti e artisti. La svolta professionale avviene grazie alla sua attività free lance con la collaborazione al The Sunday Times mag e la famosa copertina del reportage “La Mattanza” Nel 1980, è uno dei primi fotoreporter a raggiungere clandestinamente l’Afghanistan occupato con l’invasione dell’Armata Rossa. Francesco Cito è stato ed è presente su molti fronti caldi in Medio Oriente e in particolar modo in Palestina, dove ha dedicato lavori alle condizioni del popolo palestinese all’interno dei territori occupati della West Bank (Cisgiordania) ed ha seguito tutte le fasi della prima “Intifada” 1987 – 1993 e la seconda 2000 – 2005 fino ad oggi alla costruzione del “Muro di Israele”. Nel 1990, è in Arabia Saudita nella prima “Gulf War” a seguito del primo contingente di Marines americani dopo l’invasione irachena del Kuwait.
Seguirà tutto il processo dell’operazione “Desert Storm” e la liberazione del Kuwait 27 – 28 febbraio 1991.
Negli anni 90 segue le varie fasi dei conflitti balcanici. Moltissimi i premi, tra cui si citano il primo premio al World Press Photo 1996 per il Palio di Siena e il World Press Photo 1995 che gli conferisce il terzo premio Day in the Life per il "Neapolitan Wedding story “. Moltissime anche le esposizioni in Italia e all’estero fino al 2015 dove è stato protagonista di Seravezza Fotografia.


Maggiori informazioni su: www.labottegalab.com
Dove: LABottega, Viale Apua 188, Marina di Pietrasanta (Lucca)
Quando: domenica 24 luglio ore 18,30
Ingresso gratuito
Info: www.labottegalab.com – info@labottegalab.com – tel.058422502 / mobile: 3496063597

Il caffè dei Maledetti Fotografi: il programma degli incontri a Pietrasanta

IL CAFFE’ DEI MALEDETTI FOTOGRAFI
MAGGIO – SETTEMBRE A LABottega DI PIETRASANTA TORNANO GLI APPUNTAMENTI CON I GRANDI PROTAGONISTI DELLA FOTOGRAFIA
Ackerman, Curti, Benedusi, Cito, Galimberti e Raimondi: sei interviste pubbliche condotte dal giornalista Enrico Ratto, fondatore del magazine on line partner della galleria di Pietrasanta.maledetti2016_flyer


IMG_5472 copia 2Grandi nomi della fotografia italiana e internazionale per la nuova stagione de Il CAFFE’ DEI MALEDETTI FOTOGRAFI in programma a partire dal prossimo mese di maggio fino al mese di settembre.
Promossa e organizzata dal magazine on line Maledetti Fotografi e da LABottega, la rassegna propone un ciclo di interviste pubbliche a sei grandi personalità del panorama fotografico contemporaneo: Michael Ackerman, Denis Curti, Settimio Benedusi, Francesco Cito, Maurizio Galimberti e Efrem Raimondi.
La formula è quella che ha riscosso un notevole successo di pubblico già la scorsa stagione. Il giardino de LABottega –  spazio multifunzionale dedicato alla fotografia diventato negli anni un punto di riferimento in Versilia – si apre per diventare un luogo ideale dove i fotografi si raccontano nel corso di interviste pubbliche condotte dal giornalista Enrico Ratto, fondatore della rivista Maledetti fotografi, cui richiama il titolo della rassegna. Il magazine on line vanta una community di oltre ventimila persone e pubblica, in esclusiva per l’Italia, la serie di interviste ai fotografi classici realizzate da Frank Horvat, tra queste le conversazioni con Helmut Newton, Don McCullin, Sarah Moon, Mario Giacomelli._MG_2560 copia 2
I fotografi protagonisti degli appuntamenti:

Denis Curti – domenica 26 giugno critico e curatore, direttore del mensile Il Fotografo (Gruppo Sprea Editore) è direttore artistico de La Casa dei Tre Oci di Venezia. È fondatore di Still, spazio milanese dedicato alla fotografia. _MG_2569 copia 2

Settimio Benedusi – domenica 10 luglio tra i più noti ed eclettici fotografi italiani. Molto giovane si è trasferito da Imperia a Milano per inseguire il suo sogno. Dopo 30 anni di carriera, la missione è compiuta: collaborazioni con grandi maison di moda, servizi per importanti testate nazionali e internazionali, ritratti di personaggi famosi di ogni genere, da Giorgio Armani alla cantante Giorgia, dal velista Giovanni Soldini all’imprenditore Richard Branson._MG_2615 copia 2
Francesco Cito –  domenica 7 agosto  definito da  Ferdinando Scianna “forse uno dei migliori fotogiornalisti italiani” per istinto, passione e forza di sintesi e rigore visivo delle immagini. Nato a Napoli vive e lavora a Milano. La sua carriera ha inizio nel 1972 a Londra, dove inizia a dedicarsi alla fotografia e collabora per il Sunday Time Magazine, Dall’invasione sovietica del 1980 in Afghanistan in poi non è mancato nei luoghi caldi (Libano, Plaestina, di nuovo Afghnistan, Guerra del Golfo) e Napoli con servizi sulla camorra. Le sue immagini sono apparse su Il Venerdì di Repubblica, Sette, Corriere della Sera, Epoca, Specchio supplemento della Stampa, Sunday Time Magazine, Observer Magazine, Stern, Bunte, Zeit Magazine, F**aro Magazine, Paris Match, Life, etc_MG_2621 copia 2
Maurizio Galimberti – domenica 21 agosto vive e lavora a Milano. Ha avviato la collaborazione con Polaroid Italia nel 1991 diventandone ben presto il testimonial ufficiale e che ha come risultato il volume POLAROID PRO ART pubblicato nel 1995, vero oggetto di culto per gli appassionati di pellicola polaroid di tipo integrale. Continua la sua ricerca con Polaroid e reinventa la tecnica del “Mosaico Fotografico” che inizialmente adatta ai ritratti. E’ del 2013 il progetto PAESAGGIO ITALIA/ITALYSCAPES, la prima mostra antologica dedicata alla ricerca sul paesaggio. E’ stato inoltre visiting professor alla Domus Academy, alla facoltà di Industrial Design alla Universita’ Bicocca di Milano e, all’Istituto Italiano di fotografia di Milano. Le sue opere fanno parte delle più importanti collezioni di fotografia. Presenterà il libro “Portraitis / Ritratti”, a cura di Benedetta Donato, edito da Silvana Editoriale._MG_2621 copia 2
Efrem Raimondi – domenica 4 settembre comincia a fotografare nel 1980 con un reportage sull’Irpinia terremotata, ma è nel 1983 che inizia le prime collaborazioni con importanti riviste. È principalmente un ritrattista, ma con frequenti incursioni nel design. Ha lavorato con riviste italiane e internazionali, realizzato monografie e campagne pubblicitarie. Diverse le mostre personali e le collettive.Alcune delle sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private.13147466_1046167905418442_5244258189560872624_o

Maggiori informazioni su: www.labottegalab.com e su www.maledettifotografi.it
Dove: LABottega, Viale Apua 188, Marina di Pietrasanta (Lucca)
Orari: maggio, giugno e settembre alle ore 18 – luglio e agosto alle ore 18,30
Info: www.labottegalab.com  – info@labottegalab.com –  tel.058422502 / mobile: 3496063597

Francesco Cito: La forza del reportage

Ecco l’ntervista di Giovanni Pelloso – su IL FOTOGRAFO 279 – a Francesco Cito, uno dei più grandi fotografi di reportage della nostra storia.

Ha preso in mano la prima macchina fotografica a ventidue anni. Era una Nikon F2 con un 24 mm. Da allora non ha più abbandonato il suo compito: raccontare l’uomo. Si riconosce parte della vecchia scuola, quella delle linee ben definite. «Il mosso non è detto che sia da eliminare – racconta –, però poi la gente lo deve capire.
Mi ricordo che una volta, a Panorama, mi chiesero delle foto sul Palio. Ho pensato a un panning per dare
tutta la dinamicità della scena. Mi raccontarono che il direttore era infuriato vedendo tutto quel mosso. Gli ho fatto sapere che la stessa foto l’aveva pubblicata Life».


La fotografia cos’è per te? Una passione, un’avventura?
«Direi che sono entrambe le cose. È stata e rimane tutt’oggi una passione. È anche un’avventura. Da bambino mi ero innamorato dei lavori di Walter Bonatti pubblicati sulle pagine di Epoca – a casa arriva oltre al Corriere dei Piccoli –. Per me, il reporter rappresentava la figura dell’avventuriero, sempre in giro per il mondo, alla scoperta di luoghi lontani e sconosciuti. Pensavo, allora, che l’avventura fosse possibile solo attraverso una macchina fotografica. E fantasticando sui mondi da esplorare, sulle mie avventure, ipotizzavo di essere un fotografo».


Il tuo primo reportage?
«A Londra, quando, finito il lavoro per pagarmi l’affitto, cercavo di fotografare la vita di allora. Era il 1975 e ci fu un fatto di cronaca al ristorante Spaghetti House in Knightsbridge. Una rapina si trasformò, con l’arrivo della polizia, in un assedio durato cinque giorni. Molti ostaggi erano camerieri italiani. Mi intrufolai lì, in mezzo, tra i cronisti. Feci degli scatti durante la liberazione.
La mattina dopo andai a fotografare i detenuti durante il trasferimento in tribunale. Le stampe di quel lavoro me le chiese, tempo dopo, la produzione del film che Giulio Paradisi avrebbe girato proprio su quei fatti di cronaca – uno degli attori coinvolti era Nino Manfredi –. Servivano per ricostruire parte delle scene. Non mi furono mai pagate né restituite. Tra i primi lavori, mi dedicai a documentare gli esordi del movimento punk alla fine degli anni Settanta. Erano antagonisti degli skin heads e il loro punto di ritrovo, solitamente il sabato, era la strada più famosa di quegli anni, King’s Road a Chelsea».


 


Sei stato tra i primi fotografi a entrare in Afghanistan, come ci riuscisti?
«Nel 1980, dopo l’invasione sovietica, entrai clandestino attraverso il Pakistan. In India incontrai dei politici afghani fuoriusciti che stavano a New Delhi. Attraverso loro, arrivato a Peshawar, mi misi in contatto con un gruppo di liberazione dell’Afghanistan. Mi aiutarono e poco dopo insieme a dei guerriglieri mujahideen entrai
clandestinamente. Rimasi con loro tre mesi e attraversammo il Paese camminando per 1.200 chilometri».


Com’è stato l’impatto con la guerra?
«All’inizio, molto difficile. Il rischio era alto per tante ragioni. L’incomprensione della lingua, per esempio, complicava non poco la mia giornata. Poi, pian piano mi sono abituato e ho cominciato a vedere le cose e a vivere quotidianamente un’esperienza che ripeterei anche domani per ciò che mi ha dato».


È vero che alcune tue foto sono nell’archivio del Pentagono?
«Sì, perché il lavoro sull’Afghanistan lo vendetti, tra gli altri, a Life.
E loro inviarono delle immagini al Pentagono per avere conferma che, nelle foto da me realizzate, i soggetti fossero effettivamente i primi soldati russi morti in battaglia dopo la Seconda guerra mondiale».


Se un ragazzo avesse il desiderio di fare il reporter, cosa gli diresti?
«È da tempo, ormai, che non incoraggio più nessuno a intraprendere questa professione. In Italia e all’estero la situazione è la stessa.
Lavorano in pochi. Con le redazioni non si collabora più, se non per cifre ridicole. Ormai le rare volte che ti propongono un lavoro da realizzare, fosse anche una storia di copertina, la prima cosa che ti dicono è che non possono pagarti, se non cifre irrisorie, spese comprese.
A un mio caro amico che vive a Parigi, membro della defunta agenzia SIPA Press, le foto di archivio, gli vengono pagate 98 centesimi l’una. Alfred, un bravissimo fotoreporter sempre in prima linea, tra l’altro ferito gravemente in Cecenia, rapito per due mesi in Libano, ferito al Cairo durante la primavera araba, mi ha mostrato il suo rendiconto mensile di centocinquantotto euro».


 

Il mondo ha ancora bisogno di fotografi? Di qualcuno che racconti quello che accade?
«Il mondo ha bisogno di chi fa informazione e sono in tanti che vorrebbero farla seriamente. Purtroppo, sono i giornali che hanno smesso di farla. La mia foto del marine seduto sul divano con alle spalle i ritratti dei tre regnanti sauditi, i Saud, la scattai venticinque anni fa durante la prima guerra del Golfo. Bastava quella per
raccontare l’intera vicenda: gli Stati Uniti furono chiamati a salvaguardare gli interessi dell’Arabia Saudita, ancora oggi l’alleato privilegiato, nonostante sia il maggior sponsor delle organizzazioni islamiche
integraliste e non rispetti i diritti umani. È un’immagine chiara, immediata, risolutiva. Non fu mai pubblicata, se non dopo anni, per la copertina di un mensile dedicato alla guerra. Oggi sono convinto che vi sia l’intenzione di non mettere le persone nella condizione di avere un pensiero critico. La stessa fine è stata riservata al mio progetto sul coma – nemmeno quello l’hanno mai voluto pubblicare.

Di fronte a un fatto sociale che può capitare a chiunque, alla necessità di far capire il peso di questa condizione e ciò che accade nella vita di una famiglia che, fino poche ore prima, viveva serenamente, tutto rimane bloccato perché, quando lo mostro alle redazioni, mi dicono che è un tema triste. Oggi, il giornale non fa più informazione, ma principalmente vende spazi pubblicitari. Io, azienda che acquisto la pagina di
un giornale, non ho nessun interesse a veder accostata l’immagine della mia bottiglia di champagne alla foto di un bambino che muore in Africa. È l’inserzionista che decide».


Quali sono le regole di un buon fotoreporter?
«Prima di tutto l’umiltà. Bisogna essere umili e capire quali sono le esigenze delle persone che incontri. Poi, bisogna aver chiaro che si è dei giornalisti con al collo la macchina fotografica. Molti l’hanno dimenticato, smettendo di raccontare. Realizzano, invece, delle belle fotografie nel tentativo di vincere dei premi. Con la conseguenza che si lavora per i premi e non per i lettori».


È vero che hai vinto due World Press Photo e non avresti voluto vincerli?
«Sì. Partecipai due volte. Nel 1994 l’Observer Magazine mi pubblicò il lavoro sulla Palestina dicendomi che era il miglior reportage che avevano visto negli ultimi dieci anni. Mi dissero di mandarlo al concorso – io non sapevo nemmeno come fare –. Presa visione del regolamento, insieme a quello, inviai anche il lavoro sui matrimoni napoletani.
Mi diedero il premio per i matrimoni e non per la Palestina. L’anno successivo, avevo pubblicato altri due lavori più ampi sulla Palestina.
Mandai quello pubblicato dal magazine della Frankfurter Allgemeine e il reportage sul Palio di Siena. Manco a dirlo, premiarono il Palio.
Ma come, avevo le foto degli agenti dell’intelligence per gli affari interni di Israele, lo Shin Bet, che arrestavano dei palestinesi. Cosa che nessuno aveva mai fatto. Da quella volta non concorsi più».

 

 

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