Tag archive

giovani talenti

Francesca Catastini. Il gioco visionario dell’autorappresentazione

di Michela Frontino


Sensibile alle suggestioni di analogie visive e concettuali, l’autrice fa dell’ambiguità del linguaggio fotografico il centro della sua ricerca. Nella sua ispirazione l’autoritratto, la messa in scena, la contaminazione dei generi e delle fonti iconografiche (dai testi d’archivio alle fotografie private) producono nuovi stimoli visivi, mettendo a dura prova l’identità dei soggetti rappresentati. Ecco allora che, nelle serie di questa giovane artista, la diretta corrispondenza tra forma e contenuto lascia il passo al visionario che, con sottile ironia, incoraggia il dubbio sul significato della fotografia. I temi su cui basa la sua ricerca spaziano dalla memoria all’infanzia, dall’immagine come “gabbia sociale” alla vita di coppia, dalla scienza all’iconografia storica.


001
Good Breeding, 2009

In ogni serie fotografica che realizzi la tua presenza fisica è una costante stilistica e di contenuto. Come hai maturato la scelta di divenire soggetto delle tue immagini?
«Innanzitutto ti ringrazio per aver usato l’aggettivo fisico, mi piace molto, perché oltre a fare
riferimento al corpo umano, mi fa venire in mente la fisica come scienza dei fenomeni naturali.
Direi che utilizzo la mia presenza come vera e propria materia. Non si tratta di autoritratti tout-court. Mi vedo piuttosto come oggetto della ricerca in cui la mia figura svolge un ruolo funzionale».


002


The Modern Spirit is Vivisective ha vinto il primo premio del ViennaPhotoBookAward 2016 ed è stato pubblicato nel mese di ottobre dalla casa editrice Anzenberger.


003
The Modern Spirit is Vivisective, The Audience, 2014


In Good Breeding sviluppi il tema della memoria attraverso la messa in scena e gli interventi grafici sulle immagini. Come interagiscono tra loro questi strumenti espressivi?
«Operando con la fotografia è piuttosto naturale affrontare questioni legate alla memoria. Ma quello che mi interessava particolarmente in Good Breeding era sottolineare come la fotografia potesse attraversare diverse temporalità, in quanto il soggetto rappresentato, pur calato in situazioni che richiamano l’infanzia, è palesemente adulto. Mi piace molto lavorare mettendo in dialogo diversi linguaggi e strumenti espressivi. Per esempio, ho deciso di sviluppare il progetto creando una sorta di album di figurine, le cui immagini hanno una parte mancante, di forma circolare, posizionata sempre al centro. In questo modo ho realizzato una sorta di esercizio sul guardare in cui lo spettatore è libero di riportare l’immagine al suo completo, attaccando il pezzo mancante, di optare per la versione non completa o di sperimentare nuove combinazioni di pezzi in maniera casuale».


004


In Happy Together, metti in scena te stessa nel racconto ironico e grottesco della vita di coppia. Potresti spiegare l’evoluzione di questo progetto?
«Il progetto è nato nel 2010. È stato allora che mi sono interessata alle dinamiche della coppia e agli stereotipi legati alla sua rappresentazione. Avevo già iniziato ad approfondire il genere del ritratto corale con Happiness, un lavoro sulla famiglia in cui ho indagato il rapporto tra il soggetto e la macchina fotografica, e tra i soggetti stessi di fronte alla camera. Reduce da quella esperienza, l’idea di utilizzare me stessa e il mio compagno come soggetti per Happy Together è venuta in maniera spontanea. Nei miei lavori, non metto mai in posa. Generalmente cerco di ricreare nello spazio della rappresentazione una sorta di sintonia delle pose, in cui ciascun soggetto osserva l’altro e cerca di inserirsi in maniera armonica, sentendo la responsabilità di rappresentare se stesso, sia come individuo che come parte di un gruppo. Il risultato più interessante è una certa assonanza delle pose».


Happy Together è stato esposto alla London Art Fair nel gennaio del 2016


005
The Modern Spirit is Vivisective, Monkey, 2014

The Modern Spirit is Vivisective è il tuo ultimo lavoro, come hai portato avanti la tua ricerca visiva?
«Questo lavoro riguarda la storia dello studio dell’anatomia a partire dal fenomeno delle dissezioni pubbliche che, dal Rinascimento fino al primo Illuminismo, si svolgevano pressoché annualmente presso le principali città universitarie italiane ed europee, all’interno di teatri anatomici, e coinvolgevano non solo studenti, professori e dignitari della città, ma anche un pubblico pagante. Prendendo spunto da questi temi, il progetto vuole essere una riflessione più ampia sui metodi di conoscenza e su come quest’ultima, soprattutto per noi occidentali, debba spesso passare attraverso la vista. Infine, volevo indagare il rapporto tra ciò che è visibile e ciò che comunemente è precluso agli occhi.

ritratto-catastini


Cresciuta in una famiglia con un forte background scientifico, Francesca Catastini ha sviluppato un precoce interesse per l’etologia e la medicina, parallelamente alla passione per l’immagine. Il suo lavoro d’artista si caratterizza per la commistione di diversi materiali fotografici. La sua ricerca artistica ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti e il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre sia in Italia che all’estero, tra cui ViennaPhotoBookAward 2016, Feminine Masculine a cura di Federica Chiocchetti (London Art Fair, 2016), Photobookshow, The Finnish Museum of Photography (Helsinki, 2012), Domestic, Espacio Cultural Caja Madrid (Barcellona, 2010). La sua prima personale, Good Breeding, a cura di Claudio Composti e Denis Curti, è stata inaugurata a Milano nel 2011 presso la MC2 Gallery. Vive e lavora in Toscana.

La fotografia sociale di Nicolò Degiorgis

From the series "Peak", 2014 © Nicolò Degiorgis

di Alice Caracciolo


La simbiosi perfetta tra contenitore e contenuto nei libri fotografici


From the series "Peak", 2014 © Nicolò Degiorgis
From the series “Peak”, 2014 © Nicolò Degiorgis

Nicolò Degiorgis ha studiato lingue e istituzioni economiche e giuridiche dell’Asia Orientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia e ha perfezionato gli studi a Pechino presso la Capital Normal University. Nicolò è un fotografo documentarista, specializzato in progetti di ricerca a lungo termine. Molti dei suoi lavori nascono con lo scopo di diventare dei libri, che Nicolò pubblica con la sua casa editrice Rorhof. La sua ricerca si concentra prevalentemente su fenomeni di emarginazione sociale; è interessato a raccontare come le minoranze etniche possano creare un ambiente sostenibile per se stesse all’interno di contesti più ampi.


From the series "Peak", 2014 © Nicolò Degiorgis
From the series “Peak”, 2014 © Nicolò Degiorgis

La maggior parte dei tuoi lavori sono concepiti e si sviluppano per confluire in un photobook. Non a caso hai fondato, insieme a Eleonora Matteazzi, la casa editrice indipendente Rorhof. Come mai hai scelto di utilizzare prevalentemente questa modalità per rendere fruibili i tuoi progetti di ricerca?
Fin da piccolo sono stato profondamente affascinato dal libro, sia come contenitore che come oggetto. A differenza della mostra, il libro mi permette di mantenere il controllo su gran parte degli aspetti che lo caratterizzano, soprattutto formali e narrativi, anche se al tempo stesso mi fa perdere il controllo sul percorso che avrà una volta pubblicato.


From the book "Hidden Islam", 2014 © Nicolò Degiorgis
From the book “Hidden Islam”, 2014 © Nicolò Degiorgis

Come vedi il settore del self-publishing oggi? Quali direzioni credi stia prendendo questo fenomeno in Italia e in Europa?
Il self-publishing sembra trovarsi in un periodo molto fertile sia dal punto di vista creativo che commerciale. Molte sono le fiere di editoria indipendente nate recentemente in tutto il mondo, non solo in relazione al mondo della fotografia, ma anche della grafica e dell’arte. Inoltre, molti stimoli provenienti dal mondo dell’editoria indipendente sono poi adottati e riprodotti da case editrici più mainstream. In generale, credo che l’aspetto più interessante del self-publishing sia legato agli sviluppi che si creano all’interno del mondo della fotografia.


From the book "La Laguna di Venezia", 2014 © Nicolò Degiorgis
From the book “La Laguna di Venezia”, 2014 © Nicolò Degiorgis

Nelle tue pubblicazioni ogni elemento è curato nei minimi dettagli per dare origine a un’opera a se stante, un vero e proprio libro d’artista, lontanissimo dall’idea del libro-catalogo tradizionale. Come nasce il tuo lavoro di designer? In che modo cerchi di legare estetica e grafica al contenuto del libro?
Da sempre mi sono interessato al mondo del design, in particolare a quello legato all’editoria. Ho un’esperienza lavorativa molto diversificata e mi è capitato, in più occasioni, di lavorare come grafico, per un’agenzia di comunicazione a Hong Kong. Producendo principalmente libri fotografici, tendo a prediligere una grafica sobria utilizzando quasi esclusivamente lo stesso formato per tutte le pubblicazioni, lo stesso carattere e spesso anche le stesse carte. Ciò mi permette di concentrarmi sugli aspetti concettuali creando una simbiosi tra contenuto e forma.


From the artist book "Odd Days", 2010 © Nicolò Degiorgis
From the artist book “Odd Days”, 2010 © Nicolò Degiorgis

Una curiosità. Ci sono dei progetti personali ai quali stai lavorando, lontani da un approccio documentaristico? Ti va di parlarmene?
Ho appena presentato in una galleria d’arte contemporanea di Berlino un lavoro risalente a tre anni fa che non ha nulla a che fare con la fotografia. Si tratta di una sorta di poesia d’amore composta da trenta versi e da un’installazione che la accompagna. Mi capita abbastanza spesso di spaziare e creare lavori molto diversi tra loro. Ritengo che sia importante conoscere le varie tecniche, ma non bisogna mai dimenticarsi che vanno utilizzate come strumenti e non solamente fini a se stesse.
In questo momento ho ripreso in mano il mio archivio personale di Hidden Islam, composto da articoli, interviste e video, insegno fotografia artistica all’Università di Bolzano e all’interno del carcere e curo, insieme ad altri, la galleria Foto Forum.


«Quando lavoravo a Hong Kong, i miei capi volevano portarmi al karaoke ogni sera per imbonirmi. Io non avevo tanta voglia e quindi ho iniziato a dire che dovevo fotografare le fabbriche. Così è nato il mio primo servizio». Nicolò Degiorgis


From the artist book "Green Days", 2011 © Nicolò Degiorgis
From the artist book “Green Days”, 2011 © Nicolò Degiorgis

Quanto pensi si discostino, e in che modo, i tuoi progetti iniziali da quelli più recenti? Mi riferisco, per esempio, a Camera Cubica o a Case fiammanti su cielo alpestre. Qual è stato il percorso che ti ha portato a rivolgere le tue ricerche verso linguaggi differenti?  
Entrambi i progetti sono nati come lavori commissionati e sviluppati in un dato contesto con precise esigenze. Perciò capisco che possano sembrare distanti dalla mia ricerca nel campo editoriale, le cui fasi di progettazione e di realizzazione si estendono spesso su periodi molto più lunghi. Personalmente continuo a sperimentare molto a livello formale. Se da ciò, poi, nascerà una ricerca artistica coerente è una cosa che si potrà valutare solo col tempo.


www.nicolodegiorgis.com

Carlo A. Giardina, in arte Finnano Fenno, e il suo progetto che lega fotografia, grafica e automobili

Davidbowie © FinnanoFenno

Andiamo a scoprire l’evoluzione artistica di un giovane artista siciliano trapiantato a Milano, che sta riscuotendo grande successo con un progetto che lega fotografia, grafica e automobili.

Dancalifinny © FinnanoFenno
Dancalifinny © FinnanoFenno

Sul numero 277 de IL FOTOGRAFO abbiamo sviluppato una riflessione sull’importanza dei social network per gli artisti, parlando in particolare di Instagram e delle sue infinite potenzialità.
Proprio grazie allo studio dell’applicazione dedicata alla fotografia, abbiamo scoperto il profilo di un artista siracusano, in arte Finnanofenno, che ha colto in pieno le potenzialità della rete ed è riuscito a ottenere in pochi mesi oltre 42 mila seguaci all’interno della community.
Il successo sui social si è presto trasformato in opportunità professionali e collaborazioni con grandi aziende; siamo andati ad approfondire i meccanismi che hanno portato Carlo Giardina a questo straordinario exploit.

Davidbowie © FinnanoFenno
Davidbowie © FinnanoFenno

Quando ti sei iscritto Instagram e come è iniziata la tua avventura?
Il mio profilo è nato due anni e mezzo fa quasi per gioco, quando mi sono registrato scegliendo un nickname buffo e divertente, utilizzato da un comico durante le sue imitazioni di Tiziano Ferro.
In quel periodo avevo appena scaricato un’app per iPhone che permetteva di disegnare sfondi personalizzabili e colorati sulle fotografie, che ho iniziato a utilizzare dopo aver fotografato un’automobile.
Qualche minuto dopo, ho caricato l’immagine su Instagram e ho iniziato a usare l’hashtag #finnycar, che oggi è diventato il mio segno di riconoscimento.

Finnysiracusa © FinnanoFenno
Finnysiracusa © FinnanoFenno

Il successo è arrivato subito?
Non proprio. Ho dovuto aspettare qualche tempo perché i miei lavori piacevano, ma il numero dei fan cresceva lentamente. Poi d’improvviso sono stato contattato direttamente da Instagram Italia, che ha notato le mie produzioni e ha chiesto di intervistarmi, re-postando sul suo profilo una delle mie fotografie. Da quel momento ho capito che qualcosa era cambiato, specialmente quando i miei fan, nel giro di un giorno, sono passati da 5 mila a 35 mila.
Con l’esposizione mediatica e la visibilità garantita, sono iniziate ad arrivare le prime proposte lavorative, in particolare quelle di case automobilistiche che volevano pubblicizzare il loro prodotto con le mie grafiche.

manDARINI © FinnanoFenno
manDARINI © FinnanoFenno

Pensi che senza il repost di Instagram avresti avuto lo stesso successo?
In tutta sincerità, credo proprio di sì. L’azione di Instagram Italia ha solo accelerato un percorso che stava crescendo autonomamente, perché questo progetto ha la forza di essere facilmente riconoscibile ed è abbastanza unico nel suo genere.
Da una parte posso dire di essere stato fortunato, dall’altra sono convinto di aver fatto la cosa giusta al momento giusto, utilizzando un linguaggio chiaro, diretto e ben funzionante.pattern2polizia

Il tuo percorso di studi è legato alla fotografia? E chi sono i tuoi riferimenti nel settore?
Ho iniziato a studiare giurisprudenza, ma senza la passione necessaria per andare fino in fondo. Così, ho deciso di spostarmi sull’advertising pubblicitario e adesso mi concentro sul mondo delle comunicazioni, perché amo il mondo dei media e riesco a coniugarlo perfettamente con la mia passione per l’arte. Il mio rapporto con la fotografia è fatto di grande curiosità e ricerca, elementi che ho sviluppato negli ultimi due anni quando ho iniziato a conoscere questo mondo che, sotto molti aspetti, è ancora troppo sottovalutato. Le mie fonti di ispirazione sono Keith Haring e Malika Favre, anche se ho una grande ammirazione per David LaChapelle e il suo stile grottesco, irriverente, colorato e appariscente.

Pallecar © FinnanoFenno
Pallecar © FinnanoFenno

Cosa diresti a un giovane creativo che cerca di sviluppare un suo progetto artistico?
Penso che una delle chiavi del successo sia essere in grado di mettere in pratica tutto ciò che ci viene in mente, senza la paura di pregiudizi e mantenendo una certa uniformità stilistica. Inoltre è necessario studiare, informarsi, essere curiosi: bisogna saper creare un mix di passione, lavoro, genuinità e tanta perseveranza.
Per restare a galla in un mondo che cambia rapidamente e spesso si affida a effimeri influencers, si devono gettare delle basi solide per sostenere la propria carriera ed è fondamentale condividere emozioni. La fretta di arrivare da qualche parte senza aver fatto un po’ di gavetta è controproducente e porta in maniera inevitabile a alla classica caduta dalle stelle alle stalle.

cuoriAno © FinnanoFenno
cuoriAno © FinnanoFenno

Qual è il valore della fotografia di oggi?
Il caos creato dall’accumularsi quotidiano di immagini inutili e fotografie banali ha creato una situazione particolare, in cui solo chi è davvero bravo a sviluppare una propria idea riesce ad avere un seguito. Ormai è impossibile prescindere dalle abilità comunicative, perché senza una buona capacità di relazioni social e sociali non si riesce ad andare molto lontano.
Detto questo, penso che una volta ottenuto il successo si debba essere abili a diversificare il proprio lavoro, perché il mercato è saturo di personaggi che si propongono come star del momento, salvo poi sparire nel dimenticatoio nel giro di qualche mese. Personalmente, sto sviluppando tanti altri progetti non legati al mondo della fotografia. È fondamentale ampliare le proprie vedute e non bisogna mai chiudersi nel fondamentalismo artistico.

Francesco Ridolfi: Room 322

di Alessandro Curti

Anna Contro


Una stanza d’albergo asettica, tante storie che entrano ed escono dalla porta mantenendosi anonime: scopriamo il progetto del giovane fotografo bolognese.

Intraprendente ritrattista e personaggio di grande sensibilità, Francesco Ridolfi si avvicina al mondo della fotografia per una consapevole casualità. Dopo un percorso di studi lontano dalla fotografia, si accorge che da semplice compagno di viaggio l’affezionato hobby poteva diventare qualcosa di più. A oggi, con otto anni di esperienza professionale alle spalle, l’autore è un fotografo attivo sia in ambito commerciale che in ambito artistico e i suoi lavori vantano riconoscimenti e pubblicazioni in ambito nazionale e internazionale. Ha scelto come forma espressiva principale il ritratto perché «nessun soggetto mi seduce come il volto umano. E credo non ci sia niente di più affascinante che creare un contatto con i tuoi modelli: in quel momento le soggettività in gioco sono due e il fruitore è più libero di interpretare e di farsi coinvolgere».

 
Parliamo del tuo progetto. Come nasce Room 322?
«Tutto ha inizio due anni fa a Bruxelles, dove ho abitato per alcuni mesi. Prima dell’esperienza belga, non mi era mai capitato prima di avere in camera una vasca da bagno ed è così che ho scoperto un nuovo rito quotidiano, fino ad allora sconosciuto. Mi sono ritrovato a scegliere con cura quel momento in cui poter dedicare del tempo solo a me stesso, e per me era una novità. Grazie al contesto intimo e privato, i problemi vengono lasciati momentaneamente fuori dalla porta: si ha la mente sgombra da preoccupazioni, emergono dall’acqua sensazioni, emozioni, sentimenti e ricordi che siamo soliti non considerare. La nostra immaginazione sembra scandita dal ticchettio delle gocce nell’acqua. Si percepisce il silenzio e questo, insieme all’aria densa di umidità, favorisce l’isolamento. Cade ogni maschera e siamo nudi di fronte a noi stessi, sia spiritualmente che fisicamente. È da queste sensazioni che nasce il mio progetto fotografico. Volevo ottenere delle fotografie che restituissero queste emozioni allo spettatore e per farlo ho scelto la stanza di un albergo».

Perché proprio una stanza d’albergo?
«L’albergo ha per me il fascino del non-luogo. Si incontrano tante storie, cambiamenti continui e intrecci. Ogni cliente ha il suo vissuto personale che condivide tra quelle pareti sterili. La camera l’abbiamo ricreata in studio per avere maggiori libertà di scatto e per riuscire ad ottenere le luci  necessarie per ricreare quell’estetica algida, fredda e distaccata. Così come me l’ero immaginata, in totale contrapposizione con l’umanità espressa dai soggetti. Ho scelto il numero 322 perché fa riferimento al numero civico della casa dove sono cresciuto a Bologna».

Come hai selezionato i soggetti da inserire nella vasca da bagno?
«Ho scelto di collaborare con attori e modelli. Non c’è veridicità o spontaneità, ma la volontà cosciente di voler costruire una storia da raccontare. I miei personaggi sono stati scelti con cura perché era necessario che la loro fisicità intervenisse nella storia tanto quanto l’ambientazione e la scelta delle luci. La fotografia che ne risulta non racconta un’unica storia, deve ricreare un involucro per ospitare le storie dello spettatore, evocando riflessioni e chiavi di lettura diverse. Per astrarre i miei modelli e ricreare quella malinconia negli sguardi, necessaria per l’empatia con lo spettatore, alle volte mi sono servito di un sottofondo musicale, lasciando scorrere l’azione in modo da ottenere senza troppi sforzi il giusto equilibrio».

Perché in alcuni casi hai deciso di inserire due personaggi?
«Il bagno è il luogo dell’intimità per eccellenza; quando al suo interno si è in due cade il velo della privacy e i lati più nascosti di noi sono per una volta mostrati anche all’altro. Questo crea una forte e sincera confidenza capace di darmi nuove sensazioni e nuovi spunti».

Hai iniziato quasi da autodidatta, creandoti una professione e mettendoti in gioco. Cosa pensi della professione di fotografo al giorno d’oggi?
«Sono ottimista. Credo fermamente che la ricerca della qualità, quando ci sono talento e carattere, sia la strada da percorrere. Indubbiamente chi comincia oggi deve scontrarsi con un mare in tempesta: è tutto molto complicato, la concorrenza è spietata e il rischio di fallimento è dietro l’angolo. Consapevoli di questo, bisogna insistere per trovare la propria strada con coraggio, passione e tanta dedizione. Un consiglio che mi sento di dare è quello di crearsi una fitta rete di contatti e mantenere buone relazioni all’interno dell’ambiente, perché spesso sono necessarie per ottenere dei risultati professionali».

0 0,00
Go to Top