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Ettore Mo: i ricordi di un inviato speciale in compagnia di Luigi Baldelli

Burkina Faso © Luigi Baldelli

Il suo nome appartiene a quella ristretta cerchia di reporter di guerra considerati tra i più prestigiosi e singolari del giornalismo italiano. Colleghi e amici gli riconoscono, oltre all’interminabile desiderio di raccontare le storie degli uomini, due grandi doti: l’ironia e il coraggio. Da vent’anni forma con Luigi Baldelli una coppia indissolubile. Uno, giornalista di penna, l’altro, giornalista con la macchina fotografica. A ben vedere, essi rimangono gli ultimi rappresentanti di una tradizione giornalistica che anteponeva l’efficacia di una valida narrazione testuale e visiva alle logiche del marketing e alle soluzioni in economia.

«Sguattero e cameriere a Parigi e Stoccolma, barista nelle Isole della Manica, bibliotecario ad Amburgo, insegnante di francese (senza titoli, naturalmente) a Madrid, infermiere in un ospedale per incurabili a Londra e infine steward in prima classe su una nave della marina mercantile britannica». Queste le parole di Ettore Mo, storico corrispondente di guerra del Corriere della Sera, nel ricordare gli esordi lavorativi. Nel 1962 è l’inizio della carriera giornalistica. Amante dell’avventura e deciso a raccontare il mondo, intervisterà capi di stato e guerriglieri, i Beatles e gli ultimi della Terra. A Il Fotografo, il decano dei giornalisti italiani rivela il sodalizio professionale con il fotografo Luigi Baldelli.

«Ci incontrammo per caso a Sarajevo nel maggio del 1995. Io ero già un vecchietto di oltre sessant’anni e vantavo un’anzianità aziendale di circa trent’anni al Corriere della Sera, da topolino di redazione a Milano a inviato speciale (ma già coi capelli tutti bianchi) in prima linea sui fronti di guerra. Quella sera, mentre facevo uno spuntino in un bar di periferia della capitale bosniaca dove il giornale mi aveva spedito per seguire la guerra nei Balcani, mi trovai di fronte il giovane fotoreporter Luigi Baldelli (30 anni di meno) che si era già imposto a settimanali e riviste internazionali con servizi dal Medio Oriente, Africa ed ex URSS. Sono bastate poche parole, scaturite con l’aroma di un buon vino locale, per accordarci sui termini di una nuova, intensa collaborazione che dura tutt’ora. Per rispetto dell’età, il ragazzo continua a chiamarmi “zio”, senza però mai arrivare al “nonno” nel timore, forse, di scatenare la mia reazione. Su una cosa però eravamo pienamente d’accordo: per raccontare una vicenda occorreva andare sul posto. I pezzi anonimi costruiti sulle agenzie (anche se documentatissimi) non avrebbero mai potuto offrire la sensazione o la schiettezza della testimonianza diretta. Allo stesso tempo non potrei giurare che siamo riusciti nell’impresa. Però sul posto ci siamo sempre andati, perché per raccontare una storia ci siamo sempre detti che bisogna “usmare”, ossia annusare. E questa voglia di vedere, raccontare, sentire gli odori, ci ha portato dall’Afghanistan al Sud America, dall’Africa all’Asia, dalla Siberia al Messico. Ovunque ci fosse stata una storia da raccontare.

 

Bolivia 1998 © Luigi Baldelli
Bolivia 1998 © Luigi Baldelli

 

Bolivia 1998 © Luigi Baldelli
Bolivia 1998 © Luigi Baldelli

 

Di Giovanni Pelloso e Ettore Mo

Prima dei droni i fotografi del cielo erano i piccioni

Prima dei droni esistevano i fotografi del cielo: erano i piccioni

Il Signor Julius Neubronner, fotografo e inventore tedesco, prima dell’avvento dei droni, progettò un sistema per fare foto aeree, agganciando una macchina fotografica al petto dei piccioni.

L’intento del fotografo, però, inizialmente non era quello di effettuare fotografie aeree, quanto piuttosto quello di monitorare la rotta dei suoi piccioni: e difatti Neubronner, spediva farmaci servendosi di piccioni ben addestrati. Uno di questi, tuttavia, durante una lunga traversata si smarrì e tornò a casa solamente un mese dopo.

Nasce così nel chimico tedesco l’idea di equipaggiare i volatili con delle macchine fotografiche per poter tenere sotto controllo il loro volo e la rotta seguita: stava realizzando, senza saperlo, il primo drone in forma vivente.
L’invenzione del tutto figlia del caso, ebbe un notevole successo: la sua piccola macchina automatica “da piccione” fu brevettata nel 1907 e venne impiegata soprattutto in ambito investigativo e militare durante la Prima guerra mondiale in quanto i piccioni garantivano una discrezione maggiore rispetto alle macchine fotografiche.

La guerra del Pacifico: da Pearl Harbor alla bomba atomica

Iwo Jima, 23 febbraio 1945, foto di Joe Rosenthal, courtesy U.S. Marine Corps.
INAUGURAZIONE APERTA AL PUBBLICO
 
SABATO 30 APRILE 2016 DALLE 15.00 ALLE 19.30
C/O LA CASA DI VETRO DI VIA LUISA SANFELICE 3 A MILANO
 
HISTORY & PHOTOGRAPHY 2016
LA STORIA RACCONTATA DALLA FOTOGRAFIA
 
IN ESPOSIZIONE FINO AL 25 GIUGNO 2016
NELL’AMBITO DI PHOTOFESTIVAL 2016

In anteprima per l’Italia, inserita in Photofestival 2016, prodotta da Eff&Ci – Facciamo Cose e curata da Alessandro Luigi Perna per il progetto History & Photography, inaugura il 30 aprile 2016 dalle 15.00 alle 19.30 (ingresso libero) la mostra fotografica “La Guerra del Pacifico. Da Pearl Harbor alla Bomba Atomica”. L’esposizione si compone di 54 riproduzioni digitali da negativi e stampe realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale sul fronte del Pacifico e conservate negli archivi storici statali americani di US Navy, US Marine Corps e US National Archives (NARA). La mostra racconta dall’attacco giapponese di sorpresa a Pearl Harbor alla successiva discesa in campo degli americani in estremo oriente e in particolare si concentra su alcune delle più famose battaglie navali e terrestri passate alla storia – Ivo Jima, Guadalcanal, Okinawa, Midway, etc. A chiudere la mostra le bombe atomiche sganciate sul Giappone che hanno costretto il paese del Sol Levante alla resa. Alcune delle immagini esposte sono molto conosciute, delle vere e proprie icone dello scontro che ha visto da una parte i giapponesi e dall’altra gli alleati, altre sono rimaste per decenni negli archivi, viste soprattutto dagli addetti ai lavori e solo adesso mostrate al grande pubblico italiano. A produrle erano fotografi spesso sconosciuti, al seguito delle forze armate americane, che rischiavano la vita con i loro commilitoni pur di raccontare tutta la drammaticità degli scontri in prima linea durante gli sbarchi sulle isole o gli attacchi suicidi giapponesi alle portaerei di cui erano testimoni. Infine alcune delle immagini mostrate sono invece tratte dagli archivi giapponesi sequestrati dagli alleati.
HISTORY & PHOTOGRAPHY – La fotografia ritrae e racconta la realtà ormai da quasi due secoli. È partendo da questo presupposto che nasce History & Photography, un progetto che si pone 2 obiettivi principali. Il primo è quello di realizzare e promuovere esposizioni e foto proiezioni (in particolare per le scuole ma anche per il grande pubblico) che raccontino la storia contemporanea con la fotografia (e la storia della fotografia), esaltando sia la funzione narrativa e documentale delle immagini che il loro valore estetico. Il secondo è quello di valorizzare e rendere fruibili al grande pubblico i tantissimi archivi fotografici storici spesso sconosciuti o frequentati solo dagli addetti ai lavori, sia italiani che stranieri, sia di fotografi che di enti pubblici e privati.
IL CURATORE – Alessandro Luigi Perna (www.alessandroluigiperna.com) è un giornalista e un consulente che dedica molta della sua attività professionale alla fotografia storica e contemporanea. È specializzato nella valorizzazione e promozione di archivi di fotografi, agenzie, case editrici, musei, aziende. In curriculum ha alcuni volumi fotografici e decine di mostre realizzate con enti pubblici e privati. È stato co-ideatore e co-curatore delle prime tre edizioni di Memorandum – Festival della Fotografia Storica di Torino e Biella, curatore della sezione fotografica del festival Urbana di Biella e ideatore, curatore e co-produttore di All you need is photography! Unlimited Edition Photo Festival di Milano. Da qualche anno con il progetto History & Photography, realizzato in partnership con Eff&Ci – Facciamo Cose, racconta la storia della fotografia e del mondo contemporaneo sia al grande pubblico che ai ragazzi delle scuole con mostre e foto-proiezioni.
EFF&CI – FACCIAMO COSE – EFF&CI – Facciamo Cose (www.effeci.facciamocose.com) fornisce servizi a chi opera nella cultura e nel sociale come enti pubblici e associazioni e propone agli artisti dal semplice supporto alle loro esigenze espositive fino alla progettazione, cura, allestimento, esposizione e promozione delle loro mostre. Nel corso di questi anni ha organizzato presso la Casa di Vetro di Milano diverse esposizioni, dalle personali di pittura e scultura alle collettive di acquarello e pittura a olio. Nell’ambito del progetto History & Photography ha prodotto svariate mostre di fotografia storica.
LA CASA DI VETRO – La Casa di Vetro (www.lacasadivetro.com ) è nello stesso tempo un luogo, un concept e un’associazione culturale che ha come obiettivo fare cultura e conoscenza nella trasparenza. Contribuiscono o hanno contribuito alla ricchezza d’esperienze della Casa di Vetro società, associazioni e istituzioni: La Casa della Carità, Risfor, Assoetica e l’AIF – Associazione Italiana Formatori, S.I.Co. Lombardia, Donnesenzaguscio, il Piccolo Teatro, CNA, Fondazione A. Petrov, Affaritaliani.it, etc. A La Casa di Vetro sono stati presentati libri, è stato dimostrato perché “Per le donne il lavoro è un’arte”, sono state vissute storie d’adozione e realizzati incontri sul tema della qabbalah, sono stati fatti reading e seminari, è stata incontrata la figlia più giovane di Gregory Bateson, è stata raccontata l’epopea del Bosone di Higgs e la storia dell’Albero della Vita, si è parlato di Giorgio Gaber, è stato intervistato Gherardo Colombo, etc.
SISTEMA EDUZIONE – Sistema Eduzione, sponsor tecnico della mostra per la cui realizzazione concede i propri spazi, non è solo una scuola di formazione ma un vero e proprio insieme di opportunità di aggiornamento. Le lezioni della scuola sono infatti affiancate dalle proposte de La Casa di Vetro: incontri culturali di vario genere, mostre, seminari, presentazioni di modelli e esperienze innovative. Collabora nella stessa sede con EFF&Ci – Facciamo Cose, Assoetica, AIF, e molte altre associazioni culturali e sociali. Proprietaria della scuola è Maria Cristina Koch, epistemologa, psicoterapeuta, saggista che opera a Milano nell’ambito della relazione umana da più di quarant’anni con un’attenzione particolare ai diversi registri della comunicazione e al loro intrecciarsi.

INGRESSO GRATUITO
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