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Ralph Gibson il “dio delle piccole cose”

Durante una conversazione, ti butta lì frasi come “Henri mi disse che” o “Dorothea voleva che”. E sta parlando di Henri Cartier-Bresson e Dorothea Lange, che conosceva molto bene. E non è che lasci cadere i nomi per vantarsi di amicizie famose, è semplicemente un veterano che riflette sulle lezioni che ha appreso e sui geni che ha incontrato nel corso di una straordinaria carriera che non mostra segni di cedimento.
Ralph Gibson è uno dei più celebrati fotografi americani. Anche se è spesso classificato come “fotografo artistico” nelle sue squisite opere non c’è nulla di oscuro o elitario. Ralph si concentra su frammenti e dettagli e questo processo ruota più sulla percezione che sulla narrazione di una grande storia, una personalità o un evento. Potremmo considerarlo un “dio delle piccole cose”, ma uno che approccia queste piccole cose con estrema serietà, alimentata dalla passione di una vita per la filosofia, la storia dell’arte e la critica artistica. Solo di recente convertito alle versioni digitali delle sue amate fotocamere Leica, Ralph ripercorre per noi il suo lungo viaggio creativo parlandoci dallo studio in cui lavora a New York.
“Quando mi arruolai in marina, a diciassette anni, nel 1956, fui sottoposto a una batteria di test, che superai molto bene. Mi inviarono alla scuola di fotografia, ma inizialmente venni respinto. L’ufficiale incaricato accettò di riprendermi, a condizione che pulissi le latrine per sei settimane. Erano le latrine di seicento ragazzi. La scuola era dura, ma era la prima volta che decidevo di fare qualcosa, di essere qualcosa. Mi ricordo che una notte, nel mezzo di un temporale, mi misi a urlare che sarei diventato un fotografo!”

Ralph Gibson: con Dorothea Lange e Robert Frank

Dopo il congedo dalla marina, Ralph tornò nella natia Los Angeles, per poi trasferirsi di nuovo
per studiare al San Francisco Art Institute. “Un amico mi aveva invitato a un ballo in maschera lì al college. Dopo la festa decisi di iscrivermi”, riassume. “Ora, tenete presente che era il 1960, era l’epoca d’oro della fotografia documentaristica: la rivista LIFE, The Americans di Robert Frank e così via.
Tolti Ansel Adams ed Edward Weston, la fotografia sociale era considerata la forma più elevata dell’arte.
Io ero abbastanza sicuro dal punto di vista tecnico, così quando Dorothea Lange contattò il mio tutor chiedendo un assistente di talento, le fui raccomandato io.
La Farm Security Administration, per cui Dorothea aveva lavorato negli anni della Depressione, aveva trattato piuttosto male i suoi negativi, così ebbi l’opportunità di lavorare sulle sue famosissime immagini. Un giorno chiesi a Dorothea qualche notizia su una particolare immagine di una donna con profonde occhiaie nere, in piedi contro un muro. Mi raccontò che si trattava di una ragazza con un ritardo mentale, presa in giro e abusata, e mentre me ne parlava i suoi occhi si riempirono di lacrime. Compresi in quel momento come la fotografia avesse ancora un notevole impatto emotivo su di lei, anche dopo così tanti anni”. Nel 1967 Ralph conobbe il secondo grande fotografo di cui sarebbe stato assistente, Robert Frank. “Incontrai Frank all’apice della carriera e mi invitò ad aiutarlo con i suoi negativi. Frank e Dorothea Lange mi insegnarono una lezione importantissima: fare qualunque sforzo per essere unico e non copiare.
Certo, ho le mie influenze, come tutti i fotografi, ma non le si vede nei miei lavori. In realtà, ho molte,
molte influenze – pittura, architettura, teoria della critica, filosofia, Schoenberg e la lista potrebbe continuare.
Ma la mia posizione è valida solo nei termini del mio impegno personale, del mio studio costante, della mia ‘formation perpetuelle’ come direbbero i francesi. Sto ancora soprattutto imparando”.
“La domanda più importante per me è: posso continuare a crescere? È facile finire incasellati e sono ben conscio della ‘maledizione delle prime opere’. Non sei niente senza tutto il corpo di lavori che ti hanno portato all’attenzione. Le persone assoceranno sempre Robert Frank a The Americans, o Dorothea Lange ai suoi scatti della Depressione”.

Ralph Gibson: trovare il proprio percorso

Sarebbe comprensibile se l’influenza di Lange e Frank avessero spinto Ralph a diventare a sua volta un fotografo documentario, ma lui ha scelto una strada diversa. “Dorothea usava lo strumento della fotografia per mostrare la vita dei lavoratori migranti. Aveva un messaggio molto chiaro. Anche Frank sapeva molto bene cosa voleva dire degli Stati Uniti ai tempi di The Americans. Io decisi che volevo usare la fotografia per ‘monumentalizzare’ le forme e i frammenti meno significativi.
Ero più interessato al modo in cui la mia percezione diventava soggetto delle mie fotografie. Di conseguenza i soggetti non sono mai stati un problema per me, trovo ispirazione ovunque.
Non ho mai dovuto attendere un grande evento prima di scattare una fotografia”. Ralph è imperturbabile anche nei confronti della risposta critica ricevuta dai suoi molti libri e mostre. “Ho pubblicato una quarantina di libri e, per quanto sia molto grato per la risposta delle persone, io scatto queste foto per me”.

Prendere Confidenza con il digitale
L’esplorazione di come percepisce il soggetto e del modo in cui gli osservatori potranno mettere a confronto la loro percezione con la sua, è il tema costante della carriera di Ralph. È riluttante a parlare di immagini preferite: “Sono più interessato a come un’immagine possa annunciare e avviare un successivo progetto e, comunque, la fotografia preferita è sempre la prossima”, ma ammette un certo affetto per il suo ritratto di un prete. A prima vista sembra un semplice ritratto tagliato, ma un esame più attento rivela la struttura rigida e geometrica, fondata sulle diagonali, tipica delle immagini di Ralph.
“Sono molto legato anche a un’immagine molto più recente di una bicicletta accanto alla botola
di un tombino. Mi ricordo che l’ho scattata dopo aver ricevuto la digitale Leica M Monochrom.
Avevo giusto appena parlato con il mio analista e avevo detto che proprio non riuscivo a lavorare con le fotocamere digitali, ma questa immagine mi ha riempito di orgoglio, entusiasmo e speranza. È forte quanto qualsiasi altra abbia mai realizzato”.
Ralph è tuttora affascinato dalla fotografia in bianco e nero e dal modo in cui crea quella che lui definisce ‘un’astrazione della realtà’: “In bianco e nero interagisci in realtà con tre elementi: il bianco, il nero e l’assenza del colore”. Nel 2007, Ralph ha dichiarato che doveva ancora vedere un capolavoro prodotto da una fotocamera digitale.
Cosa pensa della tecnologia oggi? “Le fotocamere digitali di oggi sono molto diverse da quelle del 2007”, osserva. “Oggi la fotografia è ovunque. Negli anni ‘20, László Moholy-Nagy scrisse che l’illetterato del futuro sarebbe stata la persona ignorante nell’uso della fotocamera oltre che della penna.
Nel terzo Millennio non c’è nessuno che non sappia come scattare una foto! Ottengo ottimi risultati con Leica o Canon. A pellicola o in digitale, io sono sempre in cerca della verità fotografica e dei modi in cui l’atto percettivo in sé diventa soggetto stesso della fotografia”.

 

 

Henri Cartier-Bresson: il fotografo che si occupa dell’uomo

Salerno, Italy, 1933 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Pioniere del foto-giornalismo, teorico dell’istante decisivo in fotografia, Henri Cartier-Bresson ha contribuito a far crescere la notorietà di quest’arte contagiando con la sua bellezza un pubblico sempre più vasto. Per molti è stato il più grande. Per tutti rimane un maestro e il creatore di uno stile asciutto, capace di grande sintesi espressiva. Definito “l’occhio del secolo”, ha saputo cambiare la maniera di osservare la realtà e di pensare la fotografia.
«Osservo, osservo, osservo. Sono uno che comprende attraverso gli occhi» scriveva nel 1963. Per tutta la vita, l’immagine è stata il suo linguaggio privilegiato. Seppur abituato a prendere molti appunti durante i suoi reportage, nel complesso ha scritto poco sulla sua pratica. A venirci incontro sono le molte interviste che ha rilasciato nel corso degli anni. Un vero tesoro di pensieri per comprendere l’uomo, l’autore, e il sentimento riguardo all’azione fotografica. Al critico francese Daniel Masclet – era il 1951 – ebbe a dire, riguardo alla fotografia, che «è un mezzo di espressione, al pari della musica e della poesia. È il mio mezzo di espressione, e per me anche un mestiere. Ma al di là di questo, è il mezzo che ci consente, attraverso le immagini, di portare testimonianza». E proseguiva: «Noi reporter non ci attacchiamo tanto alla prova estetica fine a se stessa: qualità, toni, ricchezza, materia, ecc., quanto al fatto che dall’immagine, prima di qualsiasi criterio estetico, emerga la vita». Alla domanda su qual è il soggetto più importante, rispose: «L’uomo. L’uomo e la sua vita, così breve, così fragile, così minacciata.

Henri Cartier-Bresson il fotografo che si occupa dell’uomo

Grandi artisti come il mio amico [Edward] Weston, o come Paul Strand o [Ansel] Adams, che hanno un enorme talento, si dedicano soprattutto all’elemento naturale, geologico, il paesaggio, i monumenti. Io, invece, mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo. I paesaggi sono eterni, io vado di fretta. Certo, ciò non vuol dire che separo in maniera arbitraria l’essere umano dal suo ambiente, che lo strappo dal suo habitat: sono un reporter e non un ritrattista di studio. Ma l’esterno (o “l’interno”) in cui quest’uomo, il mio soggetto, vive e agisce mi serve solo, diciamo così, come scenario significativo. Mi servo di questo scenario per collocarvi i miei attori, per dar loro risalto, trattarli con il rispetto che meritano. E il mio modo di agire è basato su questo rispetto, che è anche un rispetto della realtà: non fare rumore, evitare qualsiasi ostentazione personale, essere, per quanto mi riesce, invisibile, evitare di “predisporre” o “mettere in scena”, limitarsi a esserci, avvicinarsi pian piano, a passo felpato, per non smuovere le acque». Alla domanda «Dunque, niente flash?», ecco cosa dichiarò: «Ah, sì, questo è fondamentale. Non è quella l’illuminazione della vita. Non lo uso mai, non ho la minima voglia di usarlo. Atteniamoci al reale, atteniamoci all’autentico! L’autenticità è senza dubbio la più grande virtù della fotografia». Convinto che non debba dimostrare una tesi, in quanto non asservita alla propaganda, la fotografia rimane una ricchezza per riconoscere una scintilla di verità del mondo, una storia raccontata tramite un dettaglio. Quello che più contava per lui, in definitiva, è lo sguardo che arricchisce lo spirito e che interroga la realtà.

Mountains by Magnum Photographers: la montagna fotografata dai fotografi Magnum

Zermatt, Switzerland, 1950 Robert Capa © International center Of Photography / Magnum Photos

Mountains by Magnum Photographers: la montagna vista, vissuta e fotografata dai fotografi dell’Agenzia Magnum Photos, l’agenzia di fotogiornalismo fondata nel 1947 da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger, che riunisce oggi i migliori fotografi del mondo. La mostra Mountains by Magnum Photographers, frutto di una co-produzione tra Forte di Bard e Magnum Photos Paris, presenta al Forte di Bard, dal 17 luglio 2019 al 6 gennaio 2020, un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso cronologico che raccoglie oltre 130 immagini esposte in una prospettiva di sviluppo storico della rappresentazione dell’ambiente montano, declinata in base ai diversi temi affrontati da ciascun autore. Dai pionieri della fotografia di montagna, come Werner Bischof – alpinista lui stesso – a Robert Capa, George Rodger, passando per Inge Morath, Herbert List per arrivare ai nostri giorni con Ferdinando Scianna, Martin Parr, Steve McCurry.

Mountains by Magnum Photographers

Prima dell’avvento della fotografia le montagne erano già un motivo iconografico in pittura, dove erano rappresentate da rocce o massi fino al Rinascimento, quando divennero uno sfondo maestoso che contribuì all’idea prevalente della natura. Le montagne erano state tradizionalmente viste come le sedi di potere mistico e sovrumano, qualcosa di pericoloso e inaccessibile agli umani da poter essere osservato solo da lontano.Durante il XIX secolo, con lo sviluppo dell’alpinismo, i fotografi hanno iniziato a fornire emozioni vertiginose grazie ai primi documenti sulla conquista delle vette fino ad allora inesplorate. Le fotografie non erano solo semplici prove del successo di un’ascensione – erano anche un modo per viaggiare attraverso le immagini. Le prime spedizioni fotografiche sulle Alpi iniziarono negli anni Cinquanta del XIX secolo e furono vere prodezze di sforzo fisico: i fotografi alpinisti erano aiutati da portatori che trasportavano la loro attrezzatura ingombrante e delicata. Le loro immagini stupirono il pubblico che non aveva mai visto le cime delle montagne da così vicino e con così tanti dettagli. Le foto mostravano un mondo nuovo, inesplorato e ancora intatto, promettendo viaggi in territori vergini che evocavano le origini del mondo. Fin dalla nascita della fotografia, quindi, il paesaggio di montagna è stato un soggetto che ha affascinato i fotografi.
Queste immagini non sono solo una testimonianza dell’ammirazione che l’uomo ha per le alte vette, ma mettono in risalto anche la venerazione e il timore che l’uomo, da secoli, ha per le montagne. Da 180 anni, i fotografi che hanno eletto le montagne a soggetto privilegiato del loro lavoro ne esplorano le forme e le trame da ogni angolazione. Artisti passati e presenti hanno reso omaggio alla loro immensità, variando i punti di vista e cercando talvolta di amplificarne la natura spettacolare.

Mountains by Magnum Photographers: i fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana

I fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana. Nelle loro fotografie le montagne sono osservate, sfruttate e attraversate. Vediamo persone che trascorrono tutta la loro vita ad alta quota, ma anche persone di passaggio che cercano una guida spirituale, il piacere, un rifugio dalla guerra o semplice sopravvivenza. L’esposizione al Forte di Bard è un viaggio attraverso gli archivi Magnum, un’esplorazione fotografica di come gli uomini hanno fatto proprie le montagne, che in questi scatti hanno poco in comune con quelle che vediamo nelle cartoline. Il tema della montagna, inoltre, permette di avere un’idea dei viaggi dei fotografi Magnum attraverso tutti i continenti e fa comprendere meglio che cosa di volta in volta cattura la loro attenzione.
La mostra comprende inoltre una sezione dedicata a un importante progetto su commissione dedicato al territorio della Valle d’Aosta, firmato da Paolo Pellegrin, fotografo di fama internazionale e, tra altri prestigiosissimi riconoscimenti, vincitore di dieci World Press Photo Award, frutto di uno shooting realizzato nella primavera 2019.
Per realizzare le immagini presenti in mostra Pellegrin ha dovuto recarsi più e più volte, alla ricerca di quelle luci che lui, amante del bianco e nero, predilige. Sono le luci filtrate dalle nubi sfilacciate dal vento, i violenti controluce sulla superficie della neve, le buie increspature dei crepacci, le scure torri delle creste rocciose, gli arabeschi disegnati sulla superficie dei laghi ghiacciati.

La mostra è accompagnata da un volume edito da Prestel Publishing/Random House, New York.

Mountains by Magnum Photographers
Forte di Bard.
Fino al 6 gennaio 2020
A cura di 
Andrea Holzherr, Annalisa Cittera
Partner 
Regione autonoma Valle d’Aosta, Compagnia San Paolo, Fondazione Crt
Media Partner, 
RMC Radio Monte Carlo

Associazione Forte di Bard
T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | www.fortedibard.it

 

La vita e le opere di Henri Cartier-Bresson in un video

Un video sulla vita e sulle opere di Henri Cartier-Bresson, considerato da tutti il padre del fotogiornalismo. Soprannominato “l’occhio del secolo”, i suoi scatti hanno fatto la storia e sono conosciuti in tutto il mondo

 

«Mer de sable»: il film dedicato alla giovinezza di Henri Cartier-Bresson

Mer de Sable è il titolo del film biografico sulla vita del grande fotografo Henri Cartier-Bresson, diretto dal regista e fotografo Malea: la Ballandi Arts, casa di produzione leader italiana nella creazione di programmi televisivi, ha  infatti acquistato i diritti per la realizzazione di  questo progetto unico con la collaborazione di Rai Cinema.
Il biopic  mostrerà come il grande fotografo sia stato in grado di segnare la storia della fotografia.
Il film, le cui riprese sono previste per il 2020,  si concentrerà sull’incontro tra il giovane Cartier-Bresson  e la coppia di intellettuali americani, Henry e Cresse Crosby che lo aiutano ad avvicinarsi all’arte della fotografia. E’ proprio grazie ai coniugi Crosby che il fotografo imparerà a indagare il suo io più profondo; viaggio all’interno di sé stesso che gli permetterà di diventare uno dei fotografi più importanti del Novecento.

 

 

 

MAGNUM’S FIRST: la prima mostra di Magnum

Erich Lessing, Belvedere Gardens, Vienna, Austria, 1954; © Erich Lessing/Magnum Photos

MAGNUM’S FIRST. La mostra presenta 83 stampe vintage in bianco e nero di otto maestri del Novecento: Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Werner Bischof, Inge Morath, Erich Lessing, Marc Riboud, Jean Marquis, Ernst Haas.
Al Museo Diocesano Carlo Maria Martini, fino  al 6 ottobre 2019, è in programma la mostra che celebra Magnum Photos, una delle agenzie fotografiche più importanti del Novecento, attraverso 83 opere vintage in bianco e nero dei suoi maggiori esponenti, da Henri Cartier-Bresson a Marc Riboud, da Inge Morath a Jean Marquis, da Werner Bischof a Ernst Haas, da Robert Capa a Erich Lessing. L’esposizione, curata da Andrea Holzherr, Global Exhibitions Manager di Magnum Photos, in collaborazione con Magnum, col patrocinio del Comune di Milano e il sostegno di Rinascente, dal titolo Magnum’s first. La prima mostra di Magnum riveste un grande significato storico. La rassegna, infatti, ripercorre la prima mostra del gruppo Magnum – intitolata Gesicht der Zeit (Il volto del tempo) – tenuta tra il 1955 e il 1956 in cinque città austriache. Curiosamente, tutto il corpus di immagini venne dimenticato in una cantina di Innsbruck e ritrovato cinquant’anni dopo, nel 2006, ancora chiuso nelle sue casse.
“Ciò che trovammo nelle casse – afferma la curatrice Andrea Holzherr – era, a dir poco, sorprendente: una serie di vecchi pannelli di legno su cui erano montate delle fotografie molto sporche. Perciò, il mio primo contatto con la vecchia mostra somigliava più alla scoperta di una mummia che a quella di un tesoro. I materiali erano in pessime condizioni: le foto erano ricoperte di polvere, sporco e muffa, e avevano perfino un odore di stantio!”. “La mostra – prosegue Andrea Holzherr – è un rompicapo, un mistero, e rimane la prima mostra in assoluto di foto Magnum di cui si abbia notizia! La sua esistenza è la prova che, sin dall’inizio, la Magnum era diversa dalle altre agenzie fotografiche. Dagli esordi, con il programma di mostre ed eventi, la Magnum difendeva sia il valore della foto come documento”.

MAGNUM’S FIRST: la prima mostra di Magnum: percorso espositivo

Il percorso espositivo, che presenta otto servizi fotogiornalistici, corredati da una sezione introduttiva, ruota attorno alle diciotto fotografie in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, sugli ultimi giorni e il funerale del Mahatma Gandhi, che facevano parte del servizio pubblicato dalla rivista Life nel febbraio 1948. Allontanandosi volutamente da quel genere di reportage di guerra che lo aveva reso famoso, ecco tre immagini di Robert Capa, che documentano un gruppo di popolani che danza a una festa basca, a Biarritz, nel sud della Francia nel 1951. Queste fotografie, pubblicate postume, avevano lo scopo di sottolineare il ritorno alla pace in una regione divenuta sinonimo di barbarie, al tempo della Guerra civile spagnola. La mostra prosegue con le foto di scena di Ernst Haas, scattate sul set del kolossal hollywoodiano La regina delle Piramidi del 1955, allestito nelle cave di pietra di Assuan, dove caldo, tempeste di sabbia e il Ramadan fecero dell’impresa una vera e propria tortura per le quattromila comparse, quasi tutte musulmane. A queste, fanno seguito le sette fotografie di Werner Bischof, raccolte durante il suo viaggio intorno al mondo nei primi anni cinquanta. Immagini come il bambino che suona il flauto in Perù, o il prete shintoista nel cortile del tempio in Giappone, sono piene di delicate sfumature, pregevoli sia per la composizione che per le tonalità di bianco e nero. Unica donna del gruppo, Inge Morath propone una serie di dieci fotografie, realizzate a Londra, per un articolo pubblicato sulla rivista Holiday nel 1953, tra cui il ritratto di Lady Nash, il suo scatto più famoso. Altro grande contributo di fotogiornalismo è quello di Jean Marquis, autore poco conosciuto fuori dai confini della Francia, probabilmente membro della Magnum fino al 1957. Le sue fotografie furono scattate durante un viaggio che fece con la moglie in Ungheria, nel maggio 1954, e che furono pubblicate nel novembre dello stesso anno sul New York Times Magazine.
Erich Lessing ha documentato l’occupazione nazista di Vienna, la sua città, da cui trapelano serenità e anche, in certo modo, buonumore, in luoghi simbolo della capitale austriaca come il giardino del Belvedere, il Prater, il Rathauspark. Chiude idealmente l’esposizione, le opere giovanili di Marc Riboud, che risalgono al 1951, prima del suo ingresso nella Magnum, e documentano la vita nei villaggi dalmati, tra Vrlika, Spalato e Dubrovnik. Emblematica la foto finale di questa serie, ovvero un grande ritratto del presidente jugoslavo Tito mentre viene riportata al suo posto alla fine di un congresso.

MAGNUM’S FIRST. La prima mostra di Magnum
Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (ingresso da piazza Sant’Eustorgio 3)
Fino al 6 ottobre 2019

 

Henri Cartier Bresson: Images à la Sauvette. Il “libro sacro” dei primi vent’anni di attività del fotografo

Non un libro di fotografia, ma quasi un sinonimo di quello che per me è la fotografia, come folgorazione, sintesi di pensiero, forma ed emozione. Semplicità perfetta, perfezione semplice. È il Libro. Un oggetto in cui tutto concorre a esprimere attraverso la forma libro una visione del mondo. Ogni volta che lo riapro è con la stessa trepidazione, lo stesso stupore della scoperta». Questa appassionata citazione di Ferdinando Scianna esprime tutto l’impatto che Images à la Sauvette  ha avuto e continua ad avere, per generazioni di fotografi, come libro sacro  che raccoglie i primi vent’anni di attività di Henri Cartier- Bresson, educato allo spirito di geometria della sezione aurea da André Lhote e all’immaginario surrealista da André Breton; infine approdato al reportage, che con la fondazione della Magnum nel 1947, ne segnò un rinnovamento creativo. Images à la Sauvette : fotografie prese all’improvviso, di nascosto; venne tradotto dall’editore americano in The decisive moment , dall’esergo del Cardinale de Retz: «il n’y a rien en ce monde que n’ait un moment decisif », e riportato nel mondo della fotografia come mitico istante decisivo. Una malintesa filosofia della visione che condizionò a lungo un modo di fotografare, volendo «in una precisa organizzazione plastica delle forme, mettere sulla stessa linea di mira, nello stesso istante, la mente, gli occhi e il cuore», secondo una famosa citazione dell’occhio del secolo, che rifiutò sempre un’interpretazione riduttiva e stereotipata di questa maniera, che irrigidiva le potenzialità creative della fotografia nelle strettoie dell’istante decisivo e irripetibile. Piuttosto credeva nell’intuito e nella spontaneità di chi sa vedere e scegliere, nel caos del mondo, il momento magico dell’incidente poetico ed estetico svelato nell’ossimoro surrealista di Esplosivo fisso , che ben esprime la sospesa tensione visiva delle sue immagini e nella filosofia zen del Tiro fotografico . Insomma un modo di vedere e di vivere perché: io osservo, osservo, osservo, è con gli occhi che capisco.

Henri Cartier Bresson: Images à la Sauvette

Cartier-Bresson stesso scrisse l’introduzione e il suo stampatore di fiducia Pierre Gassman, stampò le fotografie. La tipografia dei Fratelli Draeger ne effettuò la riproduzione in raffinata  héliogravure, che si distingue per una resa tonale a cui forse non siamo più abituati, senza aree totalmente bianche, così come profondamente nere, accusata a torto, di essere grigia e poco contrastata, mentre ad uno sguardo attento appare ricca di dettagli e sfumature. Walker Evans parlò infatti di «qualità tipografica da togliere il fiato» e William Eggleston di «eccellente qualità tonale». L’impaginato rispetta le proporzioni del formato Leica 24x36mm in un essenziale layout a comporre, con un lieve margine bianco, le fotografie: 19 a doppia pagina orizzontale, 28 a singola pagina verticale, 13 verticali con 2 orizzontali a fronte e due pagine con 4 orizzontali. Le prime sessanta pagine raccolgono le 63 immagini surrealiste degli anni Trenta, le altre 68 pagine raccontano l’esperienza del reportage. La suddivisione rappresenta due aspetti, comunque non esaustivi, della complessa personalità di Cartier-Bresson e della sua visione della fotografia come duro piacere: sintesi tra immaginario dal vero e antropologia visiva, da cui traspare sempre la lezione dell’impegno politico e civile – nel 1985 regalerà una mostra di 28 fotografie della Lucania, scattate nel 1951 e nel 1972, alla fondazione Rocco Scotellaro di Tricarico in ricordo del poeta contadino e omaggio all’amico Rocco Mazzarone medico dei cafoni, che lo avevano accompagnato –, che insieme allo spirito di eleganza e geometria, rendono la sua fotografia affascinante e vitale. La «Bibbia della fotografia», come la definì Robert Capa, non è particolarmente rara, ma come seminale fotolibro icona è molto ricercato e spunta prezzi tra 1.300 e 1.500 euro.

Gli scatti più celebri di Henri Cartier-Bresson raccolti in un video

Gli scatti più celebri di Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908–L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è considerato da tutti il padre del fotogiornalismo. Soprannominato “l’occhio del secolo”, i suoi scatti hanno fatto la storia e sono conosciuti in tutto il mondo.

Andiamo a riscoprire gli scatti più celebri in questa video-raccolta, con il sottofondo musicale di una grandissima cantautrice francese, Edith Piaf.

Il libro di Fotografia perfetto? Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson, il libro di fotografia

Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908–L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è considerato da tutti il padre del fotogiornalismo. Soprannominato “l’occhio del secolo”, i suoi scatti hanno fatto la storia e sono conosciuti in tutto il mondo.

Come scriveva Arthur Miller, drammaturgo e scrittore statunitense, “C’era un sacco di sfarzo in America negli anni Sessanta e Settanta, ma chiaramente Cartier-Bresson cercava di metterselo alle spalle per arrivare alla sostanza della società americana. E dal momento che la sua è fondamentalmente una visione tragica, ha reagito con maggiore sensibilità a ciò che in America ha visto come correlato al suo decadimento, al suo dolore”. Sottolinea anche Maurizio Vanni: “Cartier-Bresson posa il suo sguardo sulla società dei consumi per eccellenza e sul suo mondo effimero frapponendo la sua arte senza tempo, durevole e solida, alla fragilità e fugacità di una comunità che ha smarrito il senso vero dell’esistenza. La rincorsa di un modello di vita utopico, votato all’eccesso, al sogno, alla grandezza, alla rottura delle convenzioni, alla tecnologia risulta essere più vicino alla fiction che alla realtà, che si manifesta così in tutta la sua banalità, disperazione e crudezza”.

 

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Alla GAM di Palermo la mostra di Henri Cartier-Bresson

FRANCE. Paris. Place de l'Europe. Gare Saint Lazare. 1932.
Henri Cartier-Bresson. Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d’Arte Moderna di Palermo.

Concluse le tappe di Monza, Genova e San Gimignano, i 133 scatti dell’Occhio del secolo sono ospiti alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo. La mostra è stata progettata dallo stesso autore con il supporto di Robert Delpire, il suo editore di fiducia recentemente scomparso.


MEXICO. Mexico City. Prostituées. Calle Cuauhtemoctzin. 1934.

Una lunga e piacevole passeggiata tra molti Paesi europei, Asia, USA, Messico e Francia alla costante ricerca del celebre istante decisivo che ha fatto del fotografo francese una celebrità in tutto il mondo. Si tratta di una grande retrospettiva che pone in primo piano il Cartier-Bresson fotografo, come suggerisce il titolo. In mostra sono proposti alcuni ritratti di grandi artisti e intellettuali dell’epoca come Truman Capote, Ezra Pound e i coniugi Curie, il celebre scatto alla Gare St. Lazare, la serie sulle prostitute messicane e sui funerali di Gandhi.

Fotografie per tutti i gusti che offrono allo spettatore una visione completa della produzione di Cartier-Bresson, sottolineandone la capacità innata di essere sempre al posto giusto nel momento giusto.


Galleria d’Arte Moderna, Via Sant’Anna, 21 – 90133 Palermo

Orari: martedì-domenica ore 9.30-18.30

Tel: 091.84.31.605. E-mail: info@gampalermo.it Web: www.gampalermo.it

Fino al 25 febbraio 2018

Magnum Photos festeggia i 70 anni a Torino, Brescia e Cremona

L’Avana, Cuba, 1963 @ René Burri

Da 70 anni le immagini della Magnum Photos hanno contribuito a creare la percezione della cronaca e della storia del mondo. La leggenda narra che nei primi mesi del 1947, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger si diedero appuntamento sul terrazzo del Museum of Modern Art di New York per fondare quella che sarebbe diventata la più autorevole agenzia fotografica del mondo. L’anniversario viene  con tre mostre in altrettante città: Torino, Cremona e Brescia.

Torino, Camera – Centro Italiano per la Fotografia, festeggia la ricorrenza con la mostra L’Italia di Magnum. Da Cartier-Bresson a Pellegrin in esposizione dal 2 marzo al 21 maggio 2017, a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Arianna Visani.
 Venti sono gli autori (tra cui Robert Capa, David Seymour, Elliott Erwitt, Herbert List, Ferdinando Scianna, Martin Parr) chiamati a raccontare eventi grandi e piccoli, personaggi e luoghi dell’Italia dal dopoguerra a oggi.
Al Museo del Violino di Cremona, a cura di Marco Minuz, i 70 anni di Magnum danno vita a “Life – Magnum. Il fotogiornalismo che ha fatto la storia” dal 4 Marzo all’11 Giugno 2017. In mostra fotografie di Eve Arnold, Werner Bischof, Bruno Barbey, Cornell Capa, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Ernst Haas, Philippe Halsman, Inge Morath, Dennis Stock. La mostra, per la prima volta, analizza il racconto fra celebri reportage realizzati dai membri di Magnum Photos e il settimanale illustrato americano dove vennero pubblicati.
A Brescia, infine, dal 7 marzo, prenderà il via la prima edizione di Brescia Photo Festival 2017 dove Magnum sarà raccontata da ben tre mostre: Magnum First, al Santa Giulia e sino al 3 settembre, ripropone, per la prima in Italia, le 83 stampe vintage in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Ernst Haas, Robert Capa e Erich Lessing. Sempre a Santa Giulia ci sarà anche Magnum – La première fois con i servizi che hanno reso celebri 20 grandissimi fotografi Magnum, tramite proiezioni e stampe originali. Inoltre, nella sede della Camera di Commercio di Brescia, sarà possibile ammirare per la prima volte le proiezioni di Brescia Photos, tre reportage su Brescia ed il suo territorio realizzati nel 2003 da tre reporter Magnum: Harry Gruyaert, Alex Majoli e Chris Steele-Perkins.

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