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Gli scatti più celebri di Henri Cartier-Bresson raccolti in un video

Gli scatti più celebri di Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908–L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è considerato da tutti il padre del fotogiornalismo. Soprannominato “l’occhio del secolo”, i suoi scatti hanno fatto la storia e sono conosciuti in tutto il mondo.

Andiamo a riscoprire gli scatti più celebri in questa video-raccolta, con il sottofondo musicale di una grandissima cantautrice francese, Edith Piaf.

Il libro di Fotografia perfetto? Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson, il libro di fotografia

Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908–L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è considerato da tutti il padre del fotogiornalismo. Soprannominato “l’occhio del secolo”, i suoi scatti hanno fatto la storia e sono conosciuti in tutto il mondo.

Come scriveva Arthur Miller, drammaturgo e scrittore statunitense, “C’era un sacco di sfarzo in America negli anni Sessanta e Settanta, ma chiaramente Cartier-Bresson cercava di metterselo alle spalle per arrivare alla sostanza della società americana. E dal momento che la sua è fondamentalmente una visione tragica, ha reagito con maggiore sensibilità a ciò che in America ha visto come correlato al suo decadimento, al suo dolore”. Sottolinea anche Maurizio Vanni: “Cartier-Bresson posa il suo sguardo sulla società dei consumi per eccellenza e sul suo mondo effimero frapponendo la sua arte senza tempo, durevole e solida, alla fragilità e fugacità di una comunità che ha smarrito il senso vero dell’esistenza. La rincorsa di un modello di vita utopico, votato all’eccesso, al sogno, alla grandezza, alla rottura delle convenzioni, alla tecnologia risulta essere più vicino alla fiction che alla realtà, che si manifesta così in tutta la sua banalità, disperazione e crudezza”.

 

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Alla GAM di Palermo la mostra di Henri Cartier-Bresson

FRANCE. Paris. Place de l'Europe. Gare Saint Lazare. 1932.
Henri Cartier-Bresson. Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d’Arte Moderna di Palermo.

Concluse le tappe di Monza, Genova e San Gimignano, i 133 scatti dell’Occhio del secolo sono ospiti alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo. La mostra è stata progettata dallo stesso autore con il supporto di Robert Delpire, il suo editore di fiducia recentemente scomparso.


MEXICO. Mexico City. Prostituées. Calle Cuauhtemoctzin. 1934.

Una lunga e piacevole passeggiata tra molti Paesi europei, Asia, USA, Messico e Francia alla costante ricerca del celebre istante decisivo che ha fatto del fotografo francese una celebrità in tutto il mondo. Si tratta di una grande retrospettiva che pone in primo piano il Cartier-Bresson fotografo, come suggerisce il titolo. In mostra sono proposti alcuni ritratti di grandi artisti e intellettuali dell’epoca come Truman Capote, Ezra Pound e i coniugi Curie, il celebre scatto alla Gare St. Lazare, la serie sulle prostitute messicane e sui funerali di Gandhi.

Fotografie per tutti i gusti che offrono allo spettatore una visione completa della produzione di Cartier-Bresson, sottolineandone la capacità innata di essere sempre al posto giusto nel momento giusto.


Galleria d’Arte Moderna, Via Sant’Anna, 21 – 90133 Palermo

Orari: martedì-domenica ore 9.30-18.30

Tel: 091.84.31.605. E-mail: info@gampalermo.it Web: www.gampalermo.it

Fino al 25 febbraio 2018

Magnum Photos festeggia i 70 anni a Torino, Brescia e Cremona

L’Avana, Cuba, 1963 @ René Burri

Da 70 anni le immagini della Magnum Photos hanno contribuito a creare la percezione della cronaca e della storia del mondo. La leggenda narra che nei primi mesi del 1947, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger si diedero appuntamento sul terrazzo del Museum of Modern Art di New York per fondare quella che sarebbe diventata la più autorevole agenzia fotografica del mondo. L’anniversario viene  con tre mostre in altrettante città: Torino, Cremona e Brescia.

Torino, Camera – Centro Italiano per la Fotografia, festeggia la ricorrenza con la mostra L’Italia di Magnum. Da Cartier-Bresson a Pellegrin in esposizione dal 2 marzo al 21 maggio 2017, a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Arianna Visani.
 Venti sono gli autori (tra cui Robert Capa, David Seymour, Elliott Erwitt, Herbert List, Ferdinando Scianna, Martin Parr) chiamati a raccontare eventi grandi e piccoli, personaggi e luoghi dell’Italia dal dopoguerra a oggi.
Al Museo del Violino di Cremona, a cura di Marco Minuz, i 70 anni di Magnum danno vita a “Life – Magnum. Il fotogiornalismo che ha fatto la storia” dal 4 Marzo all’11 Giugno 2017. In mostra fotografie di Eve Arnold, Werner Bischof, Bruno Barbey, Cornell Capa, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Ernst Haas, Philippe Halsman, Inge Morath, Dennis Stock. La mostra, per la prima volta, analizza il racconto fra celebri reportage realizzati dai membri di Magnum Photos e il settimanale illustrato americano dove vennero pubblicati.
A Brescia, infine, dal 7 marzo, prenderà il via la prima edizione di Brescia Photo Festival 2017 dove Magnum sarà raccontata da ben tre mostre: Magnum First, al Santa Giulia e sino al 3 settembre, ripropone, per la prima in Italia, le 83 stampe vintage in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Ernst Haas, Robert Capa e Erich Lessing. Sempre a Santa Giulia ci sarà anche Magnum – La première fois con i servizi che hanno reso celebri 20 grandissimi fotografi Magnum, tramite proiezioni e stampe originali. Inoltre, nella sede della Camera di Commercio di Brescia, sarà possibile ammirare per la prima volte le proiezioni di Brescia Photos, tre reportage su Brescia ed il suo territorio realizzati nel 2003 da tre reporter Magnum: Harry Gruyaert, Alex Majoli e Chris Steele-Perkins.

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Ralph Gibson il “dio delle piccole cose”

Ralph-Gibson-Bikini-and-Breast Durante una conversazione, ti butta lì frasi come “Henri mi disse che” o “Dorothea voleva che”. E sta parlando di Henri Cartier-Bresson e Dorothea Lange, che conosceva molto bene. E non è che lasci cadere i nomi per vantarsi di amicizie famose, è semplicemente un veterano che riflette sulle lezioni che ha appreso e sui geni che ha incontrato nel corso di una straordinaria carriera che non mostra segni di cedimento.
Ralph Gibson è uno dei più celebrati fotografi americani. Anche se è spesso classificato come “fotografo artistico” nelle sue squisite opere non c’è nulla di oscuro o elitario. Ralph si concentra su frammenti e dettagli e questo processo ruota più sulla percezione che sulla narrazione di una grande storia, una personalità o un evento.Ralph Gibson-02
Potremmo considerarlo un “dio delle piccole cose”, ma uno che approccia queste piccole cose con estrema serietà, alimentata dalla passione di una vita per la filosofia, la storia dell’arte e la critica artistica. Solo di recente convertito alle versioni digitali delle sue amate fotocamere Leica, Ralph ripercorre per noi il suo lungo viaggio creativo parlandoci dallo studio in cui lavora a New York.
“Quando mi arruolai in marina, a diciassette anni, nel 1956, fui sottoposto a una batteria di test, che superai molto bene. Mi inviarono alla scuola di fotografia, ma inizialmente venni respinto. L’ufficiale incaricato accettò di riprendermi, a condizione che pulissi le latrine per sei settimane. Erano le latrine di seicento ragazzi. La scuola era dura, ma era la prima volta che decidevo di fare qualcosa, di essere qualcosa. Mi ricordo che una notte, nel mezzo di un temporale, mi misi a urlare che sarei diventato un fotografo!”Ralph Gibson-apertura

Con Dorothea Lange e Robert Frank
Dopo il congedo dalla marina, Ralph tornò nella natia Los Angeles, per poi trasferirsi di nuovo
per studiare al San Francisco Art Institute. “Un amico mi aveva invitato a un ballo in maschera lì al college. Dopo la festa decisi di iscrivermi”, riassume. “Ora, tenete presente che era il 1960, era l’epoca d’oro della fotografia documentaristica: la rivista LIFE, The Americans di Robert Frank e così via.
Tolti Ansel Adams ed Edward Weston, la fotografia sociale era considerata la forma più elevata dell’arte.
Io ero abbastanza sicuro dal punto di vista tecnico, così quando Dorothea Lange contattò il mio tutor chiedendo un assistente di talento, le fui raccomandato io.
La Farm Security Administration, per cui Dorothea aveva lavorato negli anni della Depressione, aveva trattato piuttosto male i suoi negativi, così ebbi l’opportunità di lavorare sulle sue famosissime immagini.
Un giorno chiesi a Dorothea qualche notizia su una particolare immagine di una donna con profonde occhiaie nere, in piedi contro un muro. Mi raccontò che si trattava di una ragazza con un ritardo mentale, presa in giro e abusata, e mentre me ne parlava i suoi occhi si riempirono di lacrime. Compresi in quel momento come la fotografia avesse ancora un notevole impatto emotivo su di lei, anche dopo così tanti anni”.Ralph-gibson-lou-reed

Nel 1967 Ralph conobbe il secondo grande fotografo di cui sarebbe stato assistente, Robert Frank. “Incontrai Frank all’apice della carriera e mi invitò ad aiutarlo con i suoi negativi. Frank e Dorothea Lange mi insegnarono una lezione importantissima: fare qualunque sforzo per essere unico e non copiare.
Certo, ho le mie influenze, come tutti i fotografi, ma non le si vede nei miei lavori. In realtà, ho molte,
molte influenze – pittura, architettura, teoria della critica, filosofia, Schoenberg e la lista potrebbe continuare.
Ma la mia posizione è valida solo nei termini del mio impegno personale, del mio studio costante, della mia ‘formation perpetuelle’ come direbbero i francesi. Sto ancora soprattutto imparando”.
“La domanda più importante per me è: posso continuare a crescere? È facile finire incasellati e sono ben conscio della ‘maledizione delle prime opere’. Non sei niente senza tutto il corpo di lavori che ti hanno portato all’attenzione. Le persone assoceranno sempre Robert Frank a The Americans, o Dorothea Lange ai suoi scatti della Depressione”.

Trovare il proprio percorso
Sarebbe comprensibile se l’influenza di Lange e Frank avessero spinto Ralph a diventare a sua volta un fotografo documentario, ma lui ha scelto una strada diversa. “Dorothea usava lo strumento della fotografia per mostrare la vita dei lavoratori migranti. Aveva un messaggio molto chiaro. Anche Frank sapeva molto bene cosa voleva dire degli Stati Uniti ai tempi di The Americans. Io decisi che volevo usare la fotografia per ‘monumentalizzare’ le forme e i frammenti meno significativiRalph Gibson-personal
Ero più interessato al modo in cui la mia percezione diventava soggetto delle mie fotografie. Di conseguenza i soggetti non sono mai stati un problema per me, trovo ispirazione ovunque.
Non ho mai dovuto attendere un grande evento prima di scattare una fotografia”. Ralph è imperturbabile anche nei confronti della risposta critica ricevuta dai suoi molti libri e mostre. “Ho pubblicato una quarantina di libri e, per quanto sia molto grato per la risposta delle persone, io scatto queste foto per me”.

Prendere Confidenza con il digitale
L’esplorazione di come percepisce il soggetto e del modo in cui gli osservatori potranno mettere a confronto la loro percezione con la sua, è il tema costante della carriera di Ralph. È riluttante a parlare di immagini preferite: “Sono più interessato a come un’immagine possa annunciare e avviare un successivo progetto e, comunque, la fotografia preferita è sempre la prossima”, ma ammette un certo affetto per il suo ritratto di un prete. A prima vista sembra un semplice ritratto tagliato, ma un esame più attento rivela la struttura rigida e geometrica, fondata sulle diagonali, tipica delle immagini di Ralph.Ralph-gibson-Bicycle
“Sono molto legato anche a un’immagine molto più recente di una bicicletta accanto alla botola
di un tombino. Mi ricordo che l’ho scattata dopo aver ricevuto la digitale Leica M Monochrom.
Avevo giusto appena parlato con il mio analista e avevo detto che proprio non riuscivo a lavorare con le fotocamere digitali, ma questa immagine mi ha riempito di orgoglio, entusiasmo e speranza. È forte quanto qualsiasi altra abbia mai realizzato”.
Ralph è tuttora affascinato dalla fotografia in bianco e nero e dal modo in cui crea quella che lui definisce ‘un’astrazione della realtà’: “In bianco e nero interagisci in realtà con tre elementi: il bianco, il nero e l’assenza del colore”. Nel 2007, Ralph ha dichiarato che doveva ancora vedere un capolavoro prodotto da una fotocamera digitale.
Cosa pensa della tecnologia oggi? “Le fotocamere digitali di oggi sono molto diverse da quelle del 2007”, osserva. “Oggi la fotografia è ovunque. Negli anni ‘20, László Moholy-Nagy scrisse che l’illetterato del futuro sarebbe stata la persona ignorante nell’uso della fotocamera oltre che della penna.
Nel terzo Millennio non c’è nessuno che non sappia come scattare una foto! Ottengo ottimi risultati con Leica o Canon. A pellicola o in digitale, io sono sempre in cerca della verità fotografica e dei modi in cui l’atto percettivo in sé diventa soggetto stesso della fotografia”.Ralph Gibson

Ralph Gibson

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Henri Cartier-Bresson alla Villa Reale di Monza dal 20 ottobre

140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra alla Villa Reale di Monza dal 20 ottobre, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo,  per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.  
Quando scatta l’immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita alla Villa Reale di Monza, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. È incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. “Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” affermava.


© Henri Cartier-Bresson, Fondation Pierre Gianadda-Coll. Sam Szafran | Henri Cartier-Bresson, Derrière la gare Saint-Lazare, Paris, 1932
© Henri Cartier-Bresson, Fondation Pierre Gianadda-Coll. Sam Szafran | Henri Cartier-Bresson, Derrière la gare Saint-Lazare, Paris, 1932

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.


Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.
“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.
Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.
Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.


“Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale”.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.
Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.


Per parlare di Henri Cartier-Bresson – afferma Denis Curti, curator per la Villa Reale –  è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio:  nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra “postuma”, credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell’esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert CapaGeorge RodgerDavid Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos.Insomma, Cartier – Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.
A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico membro italiano ha scritto: Magnum continua a sopravvivere secondo l’utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.


La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo è una selezione curata in origine dall’amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione conla Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2000 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti.
Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.
La mostra, curata da Denis Curti per la Villa Reale, è promossa dal Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e da Nuova Villa Reale di Monza in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi e organizzata da Civita Mostre con il supporto di Cultura Domani.


Dal 20 ottobre al 26 febbraio 2017

Villa Reale di Monza

 

The Mind’s Eye – Henri Cartier-Bresson

di Alessandro Curti


L’occhio del secolo arriva a Napoli, al Palazzo delle Arti. Un’ottima occasione per rivivere e ammirare i capolavori di uno dei più grandi fotografi della storia; dal surrealismo alla guerra Fredda, dalla guerra Civile Spagnola al secondo grande conflitto Mondiale, Henri Cartier-Bresson è sempre stato presente con la sua macchina fotografica, documentando gli eventi più importanti della storia recente con lucidità e consapevolezza. In mostra 54 opere tra le più significative della storia professionale de padre di Magnum.hcb

Info:
Indirizzo: PAN – Palazzo delle Arti di Napoli – Via dei mille 60, Napoli
Ingresso: 5€
Tel: 08.17.95.86.04
E-mail: pan@comune.napoli.it
Web: www.palazzoartinapoli.net

fino al 28 luglio

Henri Cartier-Bresson a Biella

La Fondazione Pierre Gianadda e la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella stanno organizzando una grande mostra dedicata al fantastico Henri Cartier-Bresson. Dopo l’esposizione di Milano, il fotografo di Chanteloup-en-Brie arriva in Piemonte, nello spettacolare scenario medievale di Palazzo Gromo Losa (Biella).

Verrà presentata la collezione Sam, Lilette e Sébastien Szafran, da sabato 19 marzo a domenica 15 maggio 2016.

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226 stampe ai sali d’argento in bianco e nero ci accompagneranno in un viaggio alla scoperta di uno dei più grandi maestri della fotografia, il pioniere del fotogiornalismo conosciuto con il soprannome di occhio del secolo.

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Derrière la gare Saint-Lazare, Paris, 1932. © Henri Cartier-Bresson, Fondation Pierre Gianadda-Coll. Sam Szafran

 

Info su www.fondazionecrbiella.it

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