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Mountains by Magnum Photographers: la montagna fotografata dai fotografi Magnum

Zermatt, Switzerland, 1950 Robert Capa © International center Of Photography / Magnum Photos

Mountains by Magnum Photographers: la montagna vista, vissuta e fotografata dai fotografi dell’Agenzia Magnum Photos, l’agenzia di fotogiornalismo fondata nel 1947 da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger, che riunisce oggi i migliori fotografi del mondo. La mostra Mountains by Magnum Photographers, frutto di una co-produzione tra Forte di Bard e Magnum Photos Paris, presenta al Forte di Bard, dal 17 luglio 2019 al 6 gennaio 2020, un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso cronologico che raccoglie oltre 130 immagini esposte in una prospettiva di sviluppo storico della rappresentazione dell’ambiente montano, declinata in base ai diversi temi affrontati da ciascun autore. Dai pionieri della fotografia di montagna, come Werner Bischof – alpinista lui stesso – a Robert Capa, George Rodger, passando per Inge Morath, Herbert List per arrivare ai nostri giorni con Ferdinando Scianna, Martin Parr, Steve McCurry.

Mountains by Magnum Photographers

Prima dell’avvento della fotografia le montagne erano già un motivo iconografico in pittura, dove erano rappresentate da rocce o massi fino al Rinascimento, quando divennero uno sfondo maestoso che contribuì all’idea prevalente della natura. Le montagne erano state tradizionalmente viste come le sedi di potere mistico e sovrumano, qualcosa di pericoloso e inaccessibile agli umani da poter essere osservato solo da lontano.Durante il XIX secolo, con lo sviluppo dell’alpinismo, i fotografi hanno iniziato a fornire emozioni vertiginose grazie ai primi documenti sulla conquista delle vette fino ad allora inesplorate. Le fotografie non erano solo semplici prove del successo di un’ascensione – erano anche un modo per viaggiare attraverso le immagini. Le prime spedizioni fotografiche sulle Alpi iniziarono negli anni Cinquanta del XIX secolo e furono vere prodezze di sforzo fisico: i fotografi alpinisti erano aiutati da portatori che trasportavano la loro attrezzatura ingombrante e delicata. Le loro immagini stupirono il pubblico che non aveva mai visto le cime delle montagne da così vicino e con così tanti dettagli. Le foto mostravano un mondo nuovo, inesplorato e ancora intatto, promettendo viaggi in territori vergini che evocavano le origini del mondo. Fin dalla nascita della fotografia, quindi, il paesaggio di montagna è stato un soggetto che ha affascinato i fotografi.
Queste immagini non sono solo una testimonianza dell’ammirazione che l’uomo ha per le alte vette, ma mettono in risalto anche la venerazione e il timore che l’uomo, da secoli, ha per le montagne. Da 180 anni, i fotografi che hanno eletto le montagne a soggetto privilegiato del loro lavoro ne esplorano le forme e le trame da ogni angolazione. Artisti passati e presenti hanno reso omaggio alla loro immensità, variando i punti di vista e cercando talvolta di amplificarne la natura spettacolare.

Mountains by Magnum Photographers: i fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana

I fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana. Nelle loro fotografie le montagne sono osservate, sfruttate e attraversate. Vediamo persone che trascorrono tutta la loro vita ad alta quota, ma anche persone di passaggio che cercano una guida spirituale, il piacere, un rifugio dalla guerra o semplice sopravvivenza. L’esposizione al Forte di Bard è un viaggio attraverso gli archivi Magnum, un’esplorazione fotografica di come gli uomini hanno fatto proprie le montagne, che in questi scatti hanno poco in comune con quelle che vediamo nelle cartoline. Il tema della montagna, inoltre, permette di avere un’idea dei viaggi dei fotografi Magnum attraverso tutti i continenti e fa comprendere meglio che cosa di volta in volta cattura la loro attenzione.
La mostra comprende inoltre una sezione dedicata a un importante progetto su commissione dedicato al territorio della Valle d’Aosta, firmato da Paolo Pellegrin, fotografo di fama internazionale e, tra altri prestigiosissimi riconoscimenti, vincitore di dieci World Press Photo Award, frutto di uno shooting realizzato nella primavera 2019.
Per realizzare le immagini presenti in mostra Pellegrin ha dovuto recarsi più e più volte, alla ricerca di quelle luci che lui, amante del bianco e nero, predilige. Sono le luci filtrate dalle nubi sfilacciate dal vento, i violenti controluce sulla superficie della neve, le buie increspature dei crepacci, le scure torri delle creste rocciose, gli arabeschi disegnati sulla superficie dei laghi ghiacciati.

La mostra è accompagnata da un volume edito da Prestel Publishing/Random House, New York.

Mountains by Magnum Photographers
Forte di Bard.
Fino al 6 gennaio 2020
A cura di 
Andrea Holzherr, Annalisa Cittera
Partner 
Regione autonoma Valle d’Aosta, Compagnia San Paolo, Fondazione Crt
Media Partner, 
RMC Radio Monte Carlo

Associazione Forte di Bard
T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | www.fortedibard.it

 

Henri Cartier-Bresson in Cina. Il nuovo libro de “L’occhio del secolo”

E’ finalmente disponibile il nuovo libro edito da ContrastoHenri Cartier-Bresson in Cina. E’ questo il titolo di questo nuovo volume di 288 pagine, di cui 130 fotografie in bianco e nero del fondatore della Magnum Photos. Il volume è curato da Michel Frizot e Ying-lung Su ed esce in contemporanea con la mostra alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi. ( Per vedere il video sulle opere e la vita di Henri Cartier Bresso clicca qui)
Henri Cartier-Bresson, dopo aver fondato la Magnum Photos da appena diciotto mesi, parte per Pechino per realizzare un reportage, commissionato dalla rivista americana Life, sulla caduta del governo del Kuomintang e la conseguenziale fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Il fotografo si vede costretto a lasciare la città dopo soli dieci giorni; da lì si sposta a Shanghai e assiste al “Gold Rush” (da cui deriva il suo scatto più famoso della folla accalcata all’ingresso delle banche): decide così di trattenersi per altri 10 mesi, al fine di seguire il flusso degli eventi. Cartier-Bresson rimane folgorato dalla civiltà cinese, dalla cultura e dalla tradizione (si convertirà al buddismo) ed è anche per questo che decide di ritornarci dieci anni dopo.

Henri Cartier-Bresson: “L’occhio del secolo”

Henri Cartier-Bresson in Cina ci permette di rilevare un modus operandi preciso del fotogiornalista, che documenta gli avvenimenti politici, appunta sensazioni e stati d’animo, scrive lettere ai genitori e mantiene i contatti con le più importanti riviste mondiali, collegando tutto puntualmente alle immagini. Grazie al suo sguardo profondo e partecipe, all’attenzione verso il “fattore umano”, al senso di responsabilità per il ruolo del fotografo-testimone, le immagini della Cina sono straordinarie, perfette nella loro sintesi tra poesia e documentazione e confermano la grandezza dell’autore – vero “occhio del secolo” della fotografia del Novecento.

Fonte contrastobooks.com

Inge Morath, uno scatto inedito in mostra a Roma

Mostra Inge Morath

Fino al 19 gennaio 2020, il Museo di Roma in Trastevere ospita Inge Morath. La Vita. La fotografia, la prima retrospettiva italiana della Morath, la prima fotoreporter donna entrata a far parte della Magnum Photos, una delle più importanti agenzie fotografiche al mondo.

Viaggiatrice instancabile, poliglotta, donna dai poliedrici interessi e di profonda cultura, Morath nasce a Graz, in Austria, nel 1923. Non teme barriere culturali, linguistiche o geografiche: la sua conoscenza di diverse lingue straniere le permetteva di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto con la gente.
I rapporti lavorativi con personalità quali Ernst Haas, Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, contribuiscono a chiarire l’evoluzione professionale della Morath e il personale stile fotografico nutrito degli ideali umanistici successivi alla Seconda Guerra Mondiale, ma anche della fotografia quale “momento decisivo” come la definì Cartier-Bresson.

La retrospettiva a Roma

Curata da Marco Muniz, Brigitte Blum – Kaindl, Kurt Kaindl, la retrospettiva si sviluppa in 12 sezioni che ripercorrono tutte le principali esperienze professionali e umane della fotografa. Tra le oltre 140 fotografie e decine di documenti originali presenti, compaiono anche immagini realizzate da grandi maestri come Henri Cartier-Bresson e Yul Brinner, che ritraggono Inge Morath in diversi momenti della sua carriera.

Inge Morath, a diciassette anni dalla sua scomparsa

Attraverso i suoi scatti la Morath ha saputo raccontare la vita e l’intimità delle persone imprimendole in un’immagine. A Roma non manca naturalmente una sezione dedicata ai suoi celebri ritratti: da Pablo Picasso a Doris Lessing, da Alberto Giacometti a Marilyn Monroe, ma anche Jean Arp, Igor Stravinskij, Audrey Hepburn, fino a Fidel Castro. L’artista, scomparsa a New York nel 2002, ci stupisce ancora alla retrospettiva: è stato ritrovato postumo un ultimo inedito e potente scatto, scoperto in un rullino mai sviluppato. La Morath nel 2001 aveva fotografato dei rami secchi davanti al suo ritratto giovanile: quasi un addio, intenso e delicato, raccolto in un’immagine.

Tutte le info sulla mostra sono disponibili qui.

 

 

 

Henri Cartier-Bresson: il fotografo che si occupa dell’uomo

Salerno, Italy, 1933 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Pioniere del foto-giornalismo, teorico dell’istante decisivo in fotografia, Henri Cartier-Bresson ha contribuito a far crescere la notorietà di quest’arte contagiando con la sua bellezza un pubblico sempre più vasto. Per molti è stato il più grande. Per tutti rimane un maestro e il creatore di uno stile asciutto, capace di grande sintesi espressiva. Definito “l’occhio del secolo”, ha saputo cambiare la maniera di osservare la realtà e di pensare la fotografia.
«Osservo, osservo, osservo. Sono uno che comprende attraverso gli occhi» scriveva nel 1963. Per tutta la vita, l’immagine è stata il suo linguaggio privilegiato. Seppur abituato a prendere molti appunti durante i suoi reportage, nel complesso ha scritto poco sulla sua pratica. A venirci incontro sono le molte interviste che ha rilasciato nel corso degli anni. Un vero tesoro di pensieri per comprendere l’uomo, l’autore, e il sentimento riguardo all’azione fotografica. Al critico francese Daniel Masclet – era il 1951 – ebbe a dire, riguardo alla fotografia, che «è un mezzo di espressione, al pari della musica e della poesia. È il mio mezzo di espressione, e per me anche un mestiere. Ma al di là di questo, è il mezzo che ci consente, attraverso le immagini, di portare testimonianza». E proseguiva: «Noi reporter non ci attacchiamo tanto alla prova estetica fine a se stessa: qualità, toni, ricchezza, materia, ecc., quanto al fatto che dall’immagine, prima di qualsiasi criterio estetico, emerga la vita». Alla domanda su qual è il soggetto più importante, rispose: «L’uomo. L’uomo e la sua vita, così breve, così fragile, così minacciata.

Henri Cartier-Bresson il fotografo che si occupa dell’uomo

Grandi artisti come il mio amico [Edward] Weston, o come Paul Strand o [Ansel] Adams, che hanno un enorme talento, si dedicano soprattutto all’elemento naturale, geologico, il paesaggio, i monumenti. Io, invece, mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo. I paesaggi sono eterni, io vado di fretta. Certo, ciò non vuol dire che separo in maniera arbitraria l’essere umano dal suo ambiente, che lo strappo dal suo habitat: sono un reporter e non un ritrattista di studio. Ma l’esterno (o “l’interno”) in cui quest’uomo, il mio soggetto, vive e agisce mi serve solo, diciamo così, come scenario significativo. Mi servo di questo scenario per collocarvi i miei attori, per dar loro risalto, trattarli con il rispetto che meritano. E il mio modo di agire è basato su questo rispetto, che è anche un rispetto della realtà: non fare rumore, evitare qualsiasi ostentazione personale, essere, per quanto mi riesce, invisibile, evitare di “predisporre” o “mettere in scena”, limitarsi a esserci, avvicinarsi pian piano, a passo felpato, per non smuovere le acque». Alla domanda «Dunque, niente flash?», ecco cosa dichiarò: «Ah, sì, questo è fondamentale. Non è quella l’illuminazione della vita. Non lo uso mai, non ho la minima voglia di usarlo. Atteniamoci al reale, atteniamoci all’autentico! L’autenticità è senza dubbio la più grande virtù della fotografia». Convinto che non debba dimostrare una tesi, in quanto non asservita alla propaganda, la fotografia rimane una ricchezza per riconoscere una scintilla di verità del mondo, una storia raccontata tramite un dettaglio. Quello che più contava per lui, in definitiva, è lo sguardo che arricchisce lo spirito e che interroga la realtà.

Henri Cartier Bresson: Images à la Sauvette. Il “libro sacro” dei primi vent’anni di attività del fotografo

Non un libro di fotografia, ma quasi un sinonimo di quello che per me è la fotografia, come folgorazione, sintesi di pensiero, forma ed emozione. Semplicità perfetta, perfezione semplice. È il Libro. Un oggetto in cui tutto concorre a esprimere attraverso la forma libro una visione del mondo. Ogni volta che lo riapro è con la stessa trepidazione, lo stesso stupore della scoperta». Questa appassionata citazione di Ferdinando Scianna esprime tutto l’impatto che Images à la Sauvette  ha avuto e continua ad avere, per generazioni di fotografi, come libro sacro  che raccoglie i primi vent’anni di attività di Henri Cartier- Bresson, educato allo spirito di geometria della sezione aurea da André Lhote e all’immaginario surrealista da André Breton; infine approdato al reportage, che con la fondazione della Magnum nel 1947, ne segnò un rinnovamento creativo. Images à la Sauvette : fotografie prese all’improvviso, di nascosto; venne tradotto dall’editore americano in The decisive moment , dall’esergo del Cardinale de Retz: «il n’y a rien en ce monde que n’ait un moment decisif », e riportato nel mondo della fotografia come mitico istante decisivo. Una malintesa filosofia della visione che condizionò a lungo un modo di fotografare, volendo «in una precisa organizzazione plastica delle forme, mettere sulla stessa linea di mira, nello stesso istante, la mente, gli occhi e il cuore», secondo una famosa citazione dell’occhio del secolo, che rifiutò sempre un’interpretazione riduttiva e stereotipata di questa maniera, che irrigidiva le potenzialità creative della fotografia nelle strettoie dell’istante decisivo e irripetibile. Piuttosto credeva nell’intuito e nella spontaneità di chi sa vedere e scegliere, nel caos del mondo, il momento magico dell’incidente poetico ed estetico svelato nell’ossimoro surrealista di Esplosivo fisso , che ben esprime la sospesa tensione visiva delle sue immagini e nella filosofia zen del Tiro fotografico . Insomma un modo di vedere e di vivere perché: io osservo, osservo, osservo, è con gli occhi che capisco.

Henri Cartier Bresson: Images à la Sauvette

Cartier-Bresson stesso scrisse l’introduzione e il suo stampatore di fiducia Pierre Gassman, stampò le fotografie. La tipografia dei Fratelli Draeger ne effettuò la riproduzione in raffinata  héliogravure, che si distingue per una resa tonale a cui forse non siamo più abituati, senza aree totalmente bianche, così come profondamente nere, accusata a torto, di essere grigia e poco contrastata, mentre ad uno sguardo attento appare ricca di dettagli e sfumature. Walker Evans parlò infatti di «qualità tipografica da togliere il fiato» e William Eggleston di «eccellente qualità tonale». L’impaginato rispetta le proporzioni del formato Leica 24x36mm in un essenziale layout a comporre, con un lieve margine bianco, le fotografie: 19 a doppia pagina orizzontale, 28 a singola pagina verticale, 13 verticali con 2 orizzontali a fronte e due pagine con 4 orizzontali. Le prime sessanta pagine raccolgono le 63 immagini surrealiste degli anni Trenta, le altre 68 pagine raccontano l’esperienza del reportage. La suddivisione rappresenta due aspetti, comunque non esaustivi, della complessa personalità di Cartier-Bresson e della sua visione della fotografia come duro piacere: sintesi tra immaginario dal vero e antropologia visiva, da cui traspare sempre la lezione dell’impegno politico e civile – nel 1985 regalerà una mostra di 28 fotografie della Lucania, scattate nel 1951 e nel 1972, alla fondazione Rocco Scotellaro di Tricarico in ricordo del poeta contadino e omaggio all’amico Rocco Mazzarone medico dei cafoni, che lo avevano accompagnato –, che insieme allo spirito di eleganza e geometria, rendono la sua fotografia affascinante e vitale. La «Bibbia della fotografia», come la definì Robert Capa, non è particolarmente rara, ma come seminale fotolibro icona è molto ricercato e spunta prezzi tra 1.300 e 1.500 euro.

Di Vittorio Scanferla

Eve Arnold. All about women in mostra ad Abano Terme

Marlene Dietrich at Columbia records studios, New York, 1952 © Eve Arnold / Magnum Photos

Fino all’8 dicembre, la Casa-Museo Villa Bassi ospita un’ampia retrospettiva dedicata ai ritratti femminili di Eve Arnold, a cura di Marco Minuz. Figlia di un rabbino emigrato dalla Russia negli Stati Uniti, l’autrice contende a Inge Morath il primato di prima fotografa donna a essere entrata a far parte della celebre agenzia Magnum. A chiamarla, nel 1951, fu lo stesso Henri Cartier-Bresson, uno dei fondatori dell’agenzia, colpito dalle immagini realizzate dalla Arnold durante le sfilate nel quartiere afroamericano di Harlem, a New York. Da allora, che si trattasse delle donne afroamericane o delle dive di Hollywood (profondo il sodalizio con Marylin Monroe), Eve Arnold ha saputo utilizzare la sua notevole sensibilità per farsi interprete – donna fra le donne – della femminilità in tutte le sue sfumature.

La redazione consiglia la mostra Eve Arnold. All about women

La consigliamo perché: per il focus sui celebri ritratti femminili della Arnold: quella di Abano Terme, infatti, è la prima retrospettiva italiana su questo tema dedicata alla grande fotografa statunitense; per il ruolo esercitato dall’autrice nel contrastare il predominio maschile nella fotografia

Palazzo Grassi presenta “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu”

© Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos | Henri Cartier-Bresson, Simiane-La Rotonde, France, 1969

Palazzo Grassi presenta “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu”, realizzata con la Bibliothèque nationale de France e in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson. Il progetto della mostra, ideato e coordinato da Matthieu Humery, mette a confronto lo sguardo di cinque curatori sull’opera di Cartier-Bresson (1908 – 2004), e in particolare sulla “Master Collection”, una selezione di 385 immagini che l’artista ha individuato agli inizi degli Settanta, su invito dei suoi amici collezionisti Jean e Dominique de Menil, come le più significative della sua opera. La fotografa Annie Leibovitz, il regista Wim Wenders, lo scrittore Javier Cercas, la conservatrice e direttrice del dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque nationale de France Sylvie Aubenas, il collezionista François Pinault, sono stati invitati a loro volta a scegliere ciascuno una cinquantina di immagini a partire dalla “Master Collection” originale, della quale esistono cinque esemplari. Attraverso la loro selezione, ognuno di loro condivide la propria visione personale della fotografia, e dell’opera di questo grande artista. Rinnovare e arricchire il nostro sguardo sull’opera di Henri Cartier-Bresson attraverso quello di cinque personalità diverse è la sfida del progetto espositivo “Le Grand Jeu” a Palazzo Grassi. La mostra “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu” sarà presentata alla Bibliothèque nationale de France, a Parigi, nella primavera 2021.

 

PALAZZO GRASSI
22/03/2020 – 10/01/2021

Magnum Photos e la fotografia di strada

Grazie alla visione del suo pionieristico co-fondatore, l’agenzia Magnum Photos ha un rapporto profondo con il genere.  Con una storia lunga ormai più di un secolo, la fotografia di strada è un genere affermato e rispettato. L’agenzia Magnum ha una lunga e profonda tradizione nel genere, che parte dall’idea di “momento decisivo” di Henri Cartier- Bresson e arriva ai contemporanei capaci di reinventare la fotografia di strada. Non esiste un approccio univoco, ma una varietà di voci uniche, ognuna impegnata nella costruzione della propria visione. Dalle passeggiate urbane di Cartier-Bresson alla satira di Martin Parr, gli archivi Magnum conservano una miriade di approcci e visioni e coprono l’intera gamma del genere: divertente, leggero, viscerale, vitale, frenetico o impegnato… Nei primi anni della sua vita Henri Cartier- Bresson era innamorato della pittura. Nel 1932, dopo un anno in Costa d’Avorio, scoprì la Leica, la fotocamera con cui avrebbe diviso il resto della vita e un lungo viaggio fotografico. Prigioniero di guerra nel 1940, riuscì a fuggire al terzo tentativo, nel 1943, e si unì a un’organizzazione clandestina di resistenza e assistenza a prigionieri e fuggiaschi. Nel 1945 fotografò la Liberazione di Parigi insieme a un gruppo di giornalisti e girò il documentario Le Retour. Nel 1947, con Robert Capa, George Rodger e David “Chim” Seymour, fondò l’agenzia Magnum Photos. Dopo tre anni di viaggi in Asia, nel 1952 tornò in Europa, dove pubblicò il suo primo libro, Images à la Sauvette

Henri Cartier-Bresson: vita e opere in un video

Henri Cartier-Bresson

Eccovi un video con le opere del famoso fotografo Henri Cartier-Bresson

 

 

 

 

 

 

 

 

Nasce Henri Cartier-Bresson: È il 22 agosto del 1908

Henri Cartier-Bresson. Uno dei padri della fotografia nacque a trenta chilometri da Parigi da una famiglia dell’alta borghesia. A ventitré anni scoprì la gioia di fotografare: acquistata una Leica decise di partire per un viaggio che lo condurrà nel Sud della Francia, in Spagna, in Italia e in Messico. Con quella particolare maneggevolezza e la pellicola 24×36, la Leica divenne il suo strumento ideale per catturare le manifestazioni del reale. Con lui si inaugura un modo nuovo di rapportarsi all’uomo. È tra i fondatori, nel 1947, insieme agli amici Robert Capa, David “Chim” Seymour, George Rodger e William Vandivert della Magnum Photos, la cooperativa di fotografi destinata a diventare la più importante agenzia fotografica del mondo

Ralph Gibson il “dio delle piccole cose”

Durante una conversazione, ti butta lì frasi come “Henri mi disse che” o “Dorothea voleva che”. E sta parlando di Henri Cartier-Bresson e Dorothea Lange, che conosceva molto bene. E non è che lasci cadere i nomi per vantarsi di amicizie famose, è semplicemente un veterano che riflette sulle lezioni che ha appreso e sui geni che ha incontrato nel corso di una straordinaria carriera che non mostra segni di cedimento.
Ralph Gibson è uno dei più celebrati fotografi americani. Anche se è spesso classificato come “fotografo artistico” nelle sue squisite opere non c’è nulla di oscuro o elitario. Ralph si concentra su frammenti e dettagli e questo processo ruota più sulla percezione che sulla narrazione di una grande storia, una personalità o un evento. Potremmo considerarlo un “dio delle piccole cose”, ma uno che approccia queste piccole cose con estrema serietà, alimentata dalla passione di una vita per la filosofia, la storia dell’arte e la critica artistica. Solo di recente convertito alle versioni digitali delle sue amate fotocamere Leica, Ralph ripercorre per noi il suo lungo viaggio creativo parlandoci dallo studio in cui lavora a New York.
“Quando mi arruolai in marina, a diciassette anni, nel 1956, fui sottoposto a una batteria di test, che superai molto bene. Mi inviarono alla scuola di fotografia, ma inizialmente venni respinto. L’ufficiale incaricato accettò di riprendermi, a condizione che pulissi le latrine per sei settimane. Erano le latrine di seicento ragazzi. La scuola era dura, ma era la prima volta che decidevo di fare qualcosa, di essere qualcosa. Mi ricordo che una notte, nel mezzo di un temporale, mi misi a urlare che sarei diventato un fotografo!”

Ralph Gibson: con Dorothea Lange e Robert Frank

Dopo il congedo dalla marina, Ralph tornò nella natia Los Angeles, per poi trasferirsi di nuovo
per studiare al San Francisco Art Institute. “Un amico mi aveva invitato a un ballo in maschera lì al college. Dopo la festa decisi di iscrivermi”, riassume. “Ora, tenete presente che era il 1960, era l’epoca d’oro della fotografia documentaristica: la rivista LIFE, The Americans di Robert Frank e così via.
Tolti Ansel Adams ed Edward Weston, la fotografia sociale era considerata la forma più elevata dell’arte.
Io ero abbastanza sicuro dal punto di vista tecnico, così quando Dorothea Lange contattò il mio tutor chiedendo un assistente di talento, le fui raccomandato io.
La Farm Security Administration, per cui Dorothea aveva lavorato negli anni della Depressione, aveva trattato piuttosto male i suoi negativi, così ebbi l’opportunità di lavorare sulle sue famosissime immagini. Un giorno chiesi a Dorothea qualche notizia su una particolare immagine di una donna con profonde occhiaie nere, in piedi contro un muro. Mi raccontò che si trattava di una ragazza con un ritardo mentale, presa in giro e abusata, e mentre me ne parlava i suoi occhi si riempirono di lacrime. Compresi in quel momento come la fotografia avesse ancora un notevole impatto emotivo su di lei, anche dopo così tanti anni”. Nel 1967 Ralph conobbe il secondo grande fotografo di cui sarebbe stato assistente, Robert Frank. “Incontrai Frank all’apice della carriera e mi invitò ad aiutarlo con i suoi negativi. Frank e Dorothea Lange mi insegnarono una lezione importantissima: fare qualunque sforzo per essere unico e non copiare.
Certo, ho le mie influenze, come tutti i fotografi, ma non le si vede nei miei lavori. In realtà, ho molte,
molte influenze – pittura, architettura, teoria della critica, filosofia, Schoenberg e la lista potrebbe continuare.
Ma la mia posizione è valida solo nei termini del mio impegno personale, del mio studio costante, della mia ‘formation perpetuelle’ come direbbero i francesi. Sto ancora soprattutto imparando”.
“La domanda più importante per me è: posso continuare a crescere? È facile finire incasellati e sono ben conscio della ‘maledizione delle prime opere’. Non sei niente senza tutto il corpo di lavori che ti hanno portato all’attenzione. Le persone assoceranno sempre Robert Frank a The Americans, o Dorothea Lange ai suoi scatti della Depressione”.

Ralph Gibson: trovare il proprio percorso

Sarebbe comprensibile se l’influenza di Lange e Frank avessero spinto Ralph a diventare a sua volta un fotografo documentario, ma lui ha scelto una strada diversa. “Dorothea usava lo strumento della fotografia per mostrare la vita dei lavoratori migranti. Aveva un messaggio molto chiaro. Anche Frank sapeva molto bene cosa voleva dire degli Stati Uniti ai tempi di The Americans. Io decisi che volevo usare la fotografia per ‘monumentalizzare’ le forme e i frammenti meno significativi.
Ero più interessato al modo in cui la mia percezione diventava soggetto delle mie fotografie. Di conseguenza i soggetti non sono mai stati un problema per me, trovo ispirazione ovunque.
Non ho mai dovuto attendere un grande evento prima di scattare una fotografia”. Ralph è imperturbabile anche nei confronti della risposta critica ricevuta dai suoi molti libri e mostre. “Ho pubblicato una quarantina di libri e, per quanto sia molto grato per la risposta delle persone, io scatto queste foto per me”.

Prendere Confidenza con il digitale
L’esplorazione di come percepisce il soggetto e del modo in cui gli osservatori potranno mettere a confronto la loro percezione con la sua, è il tema costante della carriera di Ralph. È riluttante a parlare di immagini preferite: “Sono più interessato a come un’immagine possa annunciare e avviare un successivo progetto e, comunque, la fotografia preferita è sempre la prossima”, ma ammette un certo affetto per il suo ritratto di un prete. A prima vista sembra un semplice ritratto tagliato, ma un esame più attento rivela la struttura rigida e geometrica, fondata sulle diagonali, tipica delle immagini di Ralph.
“Sono molto legato anche a un’immagine molto più recente di una bicicletta accanto alla botola
di un tombino. Mi ricordo che l’ho scattata dopo aver ricevuto la digitale Leica M Monochrom.
Avevo giusto appena parlato con il mio analista e avevo detto che proprio non riuscivo a lavorare con le fotocamere digitali, ma questa immagine mi ha riempito di orgoglio, entusiasmo e speranza. È forte quanto qualsiasi altra abbia mai realizzato”.
Ralph è tuttora affascinato dalla fotografia in bianco e nero e dal modo in cui crea quella che lui definisce ‘un’astrazione della realtà’: “In bianco e nero interagisci in realtà con tre elementi: il bianco, il nero e l’assenza del colore”. Nel 2007, Ralph ha dichiarato che doveva ancora vedere un capolavoro prodotto da una fotocamera digitale.
Cosa pensa della tecnologia oggi? “Le fotocamere digitali di oggi sono molto diverse da quelle del 2007”, osserva. “Oggi la fotografia è ovunque. Negli anni ‘20, László Moholy-Nagy scrisse che l’illetterato del futuro sarebbe stata la persona ignorante nell’uso della fotocamera oltre che della penna.
Nel terzo Millennio non c’è nessuno che non sappia come scattare una foto! Ottengo ottimi risultati con Leica o Canon. A pellicola o in digitale, io sono sempre in cerca della verità fotografica e dei modi in cui l’atto percettivo in sé diventa soggetto stesso della fotografia”.

 

 

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