Tag archive

il fotografo - page 2

MIA Photo Fair: week end all’insegna della fotografia

Giovanni Gastel

Successo straordinario per MIA Photo Fair 2017 e per la fotografia in generale. L’esposizione, che si estende sui 5.000 metri quadrati dello spazio eventi The Mall nel cuore della milano del business, all’ombra dei grattacieli di piazza Gae Aulenti, offre una parata di oltre 130 gli espositori, di cui 80 gallerie, tra i quali ha naturalmente attirato l’attenzione dei più il maestro Giovanni Gastel che ha ricevuto anche la vista del Sindaco Beppe Sala A corollario delle esposizioni numerosi dibattiti, workshop, prestigiosi premi, oltre alla parata di esponenti del mondo della cultura, della politica e di Vip.

La manifestazione, che avrà oggi il suo momento di massimo afflusso, punta a superare l’eccezionale record di 24.000 visitatori dell’edizione 2016. Sprea Fotografia è presente alla mostra milanese con il suo più autorevole rappresentante: Denis Curti, direttore de Il Fotografo.

 

Programma DOMENICA 12 Marzo 2017

Area TALK

CONFERENZA ore 11:30
Sguardi lontani. La fotoceramica tra tecnica e memoria
Intervengono: Carla De Bernardi – fotografa, scrittrice e presidente Amici del Monumentale, Angela Bonomi Castelli – socio fondatore di MED – Associazione Italiana per l’Educazione ai Media e alla Comunicazione

PREMIO ore 12:30
Premiazione V edizione Codice MIA
con i reviewer internazionali: Marc Barbey, Jane Jackson, Charles Jing, Tristan Lund, Evan Mirapaul, Pierluigi e Natalina Remotti, Joëlle e Eric Romba, Roberto Spada, Andra Spallart, Brian Wallis

COLLEZIONE PER DUE ore 15:00
Sabrina Donadel – giornalista, incontra Rossella Colombari ed Ettore Molinario – collezionisti

FOCUS ore 16:00
Presentazione del progetto curato da Denise Gadelha sulla fotografia contemporanea Brasiliana. Saranno presenti gli artisti.
In lingua inglese

CONFERENZA ore 17:00
Educare e formare alla lettura critica delle immagini dei mass media. Un progetto di Rete Fotografia
Intervengono: Marco Capovilla – fotogiornalista e docente Fotografia & Informazione, Carlo Cerchioli – fotogiornalista e presidente Fotografia & Informazione, Mariateresa Cerretelli – giornalista, photo editor e presidente GRIN, Andrea Lassa – CFP Bauer – Afol Metropolitana

PREMIO ore 18:00
Premiazione I edizione Premio RaM Sarteano
Intervengono: Francesco Landi – sindaco di Sarteano, Enzo Ragazzini – fotografo

PREMIO ore 18:30
Premiazione I edizione Premio Piaceri d’Italia.

 

[amz-related-products search_index=’All’ keywords=’fotografia’ unit=’list’]

Domani a Milano si inagura MIA Photo Fair 2017

MIA Photo Fair, la fiera dedicata alla fotografia d’arte è uno degli appuntamenti più attesi della stagione espositiva del capoluogo lombardo. Da domani per tre giorni si svolgerò negli spazi di The Mall, nel quartiere di Porta Nuova a Milano offrendo un programma culturale di grande qualità.

Dopo il successo dell’edizione 2016, che ha visto oltre 24.000 visitatori, MIA Photo Fair, ideata e diretta da Fabio Castelli e Lorenza Castellianche quest’anno si presenta con il suo format consolidato: da un lato, le gallerie, cui viene lasciata la possibilità di proporre collettive o progetti monografici; dall’altro, Proposta MIA, ovvero una selezione di fotografi che espongono il proprio lavoro individualmente. 130 gli espositori, di cui 80 le gallerie partecipanti, provenienti da 13 nazioni, cui si aggiungerà un’area dedicata all’editoria nella quale la nostra rivista Il Fotografo diretta da Denis Curti sarà protagonista.

Molte sono le novità della VII edizione di MIA Photo Fair. Per la prima volta, si porteranno all’attenzione del pubblico tre progetti tematici legati ad altrettante aree geografiche: il Focus Brasile, a cura di Denise Gadelha, il Focus Asturie, a cura di Monica Alvarez Careaga, e il Focus Ungheria a cura di Art Photo Budapest. Verrà inoltre riservato un particolare interesse per la performance, con la partecipazione di Flux Laboratory, uno spazio sperimentale multidisciplinare con sede a Ginevra, Zurigo e Atene, che incoraggia il lavoro creativo e performativo attraverso incontri con il mondo della danza, dell’arte, della filosofia, della musica e della tecnologia, e con ArtOnTime, un progetto curatoriale itinerante, promosso da Artraising e sostenuto dalla Maison svizzera di orologeria Eberhard & Co. Il progetto ha l’obiettivo di finanziare e lanciare artisti nell’arte performativa con il crowdfunding.

Lavazza si riconferma anche quest’anno partner di MIA Photo Fair: per la settima edizione il Caffè Artistico parlerà attraverso le immagini del Calendario Lavazza 2017 “We Are What We Live”, composto da 12 coppie di fotografie affiancate: metà uomo e metà ambiente. Negli scatti del fotografo francese Denis Rouvre è come se le due metà si sovrapponessero e si modellassero l’un l’altra: ogni ritratto è anche un paesaggio e ogni paesaggio finisce per essere un ritratto. Si rinnova per il sesto anno consecutivo anche il rapporto tra MIA Photo Fair e BNL Gruppo BNP Paribas, main sponsor della manifestazione che promuove il Premio BNL assegnato da una giuria qualificata ai fotografi che prendono parte alla fiera esponendo con le proprie gallerie di riferimento. Le opere finaliste verranno pubblicate su @bnl_cultura, l’account Instagram di BNL dedicato all’arte e alla fotografia. L’opera vincitrice entrerà a far parte del patrimonio artistico della Banca, che ad oggi conta oltre 5.000 opere.

MIA Photo Fair è anche un evento di riferimento per gli autori che intendono confrontarsi direttamente con esperti del collezionismo a livello internazionale. A seguito di una rigorosa selezione, 45 fotografi acquisiscono il privilegio di incontrarsi a tu per tu con collezionisti, art advisor e curatori di collezioni corporate e istituzionali provenienti da tutto il mondo. Gli incontri hanno la forma tipica di una lettura portfolio. La novità di quest’anno è l’istituzione del Premio Charles Jing per il miglior portfolio al quale verrà riconosciuto un premio di 7.000 euro, oltre alla concessione gratuita di uno stand nell’edizione 2018 di MIA Photo Fair a Milano. Completa il programma delle tre giornate MIA Photo Fair un fitto programma di talk, incontri e dibattiti. Per maggiori Informazioni è possibile contattare la segreteria organizzativa Tel. 0283241412 o e-mail info@miafair.it

www.miafair.it

[amz-related-products search_index=’All’ keywords=’fine art’ unit=’list’]

Sprea Fotografia è partner di Domiad Photo Network

Sprea Fotografia e tutte le sue riviste (Il Fotografo, Digital Camera, Photo Professional, NPhotography e Professional Photoshop) inaugura proprio in occasione dell’Appia Day, una entusiasmante partnership con Domiad Photo Network e con i suoi gruppi fotografici che annoverano fra i principali Canon Club Italia, Nikon Club Italia e Monocromaticamente.it.

L’Appia Day l’evento che è ormai diventato un appuntamento atteso e  sempre più apprezzato nel calendario delle manifestazioni Romane. Domenica 14 Maggio sarà un giorno di apertura straordinaria (solo a piedi e in bici) del più suggestivo museo a cielo aperto del mondo. Una festa popolare promossa da decine di associazioni nazionali e locali per riappropriarsi della storia e dei monumenti della Regina Viarum. In pratica, un unico straordinario parco archeologico da Piazza Venezia ai Castelli Romani. Dall’alba al tramonto archeotrekking e ciclotour, visite guidate, street food, musica, attività per bambini.

Domiad Photo Network in occasione della manifestazione capitolina, promuove un Contest Fotografico con il tema “La Via Appia Antica, storia, cultura, paesaggio”. Dal 1 marzo 2017 al 30 aprile 2017 potete caricare sul portale www.canonclubitalia.com/appiaday/ le vostre foto che scatterete sul tema “La Via Appia Antica, storia, cultura, paesaggio”. Per caricare le foto bisogna loggarsi, basta anche farlo con il proprio account social Facebook o Google con un solo click. Tutte le foto, rispondenti agli unici requisiti di attinenza al tema, risoluzione minima (1600px sul lato lungo), taglio orizzontale, saranno riunite in uno slideshow. Ogni autore dovrà inviare per ogni foto la relativa liberatoria firmata utile al solo utilizzo della foto per la proiezione che avverra’ il 13 maggio 2017 presso la Sala Grande della Cartiera Latina.presenza delle più Alte Cariche Istituzionali e Locali, come Ministro dei Beni Culturali, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, rappresentati degli stessi Ministeri, Sindaco di Roma, Rappresentati del Comune di Roma e delle più importanti Istituzioni ed Enti.

[amz-related-products search_index=’All’ keywords=’panorami roma’ unit=’list’]

 

MiniPortfolio: Federica Aleo con “Ego evanescente”

© Federica Aleo

di Michela Frontino


La modernità ci offre la possibilità di affermare la nostra identità. La modernità al contempo riesce ad anteporre rigide restrizioni al nostro labile io […]. Come in una camera oscura la luce di queste foto viene lentamente svelata, adagio viene svelata anche la parte più intima della psiche umana.



Sin dall’introduzione al suo lavoro, Federica Aleo porta l’attenzione al tema dell’identità che spesso si perde nel fermento della vita di ogni giorno. Simbolo di tale dispersione è la donna che non si riconosce nell’immagine che la società contemporanea le conferisce e che sceglie di ritrarsi in un modo inedito e personale. Ecco allora il senso di una riflessione che prende corpo in una serie fotografica in cui la donna rivela, solo in parte, il proprio essere e la propria figura lasciando liberare, nel gioco del momento, il lato più sincero di se stessa. il soggetto ritratto nasconde il proprio volto, si copre gli occhi e le labbra, come se volesse mostrare a tratti la propria identità.

La messa in scena della sincerità e della libertà espressiva dell’essere umano avviene nell’uso di un bianco e nero secco e tagliente. Di sicuro interesse, oltre al gesto comunicativo che accompagna ogni immagine, risulta lo stile fotografico e la scelta espressiva. L’uso del bianco e nero si rivela appropriato quando l’intenzione è di uscire dalla contingenza, di esaltare la riflessione, l’investigazione del sé, il dialogo con il lettore e i diversi aspetti che compongono la persona, non ultimo la dimensione pubblica e privata. L’autrice ha scelto di affrontare la ricerca usando dei toni accentati per quanto riguarda la soluzione estetico-espressiva.
Mi chiedo se la scelta di una luce meno intensa avrebbe reso più intima l’intera serie. L’idea progettuale così ben espressa dall’autrice, tende a perdersi nei bianchi abbaglianti che non mostrano l’imperfezione, occultandola in un’immagine di una bellezza quasi idealizzata.

La Fotografia al Centro: ti aspettiamo in Piazza Duomo!

Ancora posti disponibili per le letture portfolio insieme alla redazione de IL FOTOGRAFO!

Sabato 17 dicembre, dalle 15 alle 19, vi aspettiamo al Mondadori Megastore di Piazza del Duomo – Milano, per la festa della fotografia!

In collaborazione con MICROSOFT, un pomeriggio interamente dedicato alla passione per la fotografia.

>>>Registrati Gratuitamente<<<

Quattro esperti redattori de Il Fotografo saranno a vostra disposizione per leggere il vostro portfolio e darvi consigli e suggerimenti per lavorare al vostro progetto fotografico.

  • Denis Curti
  • Silvia Taietti
  • Federica Berzioli
  • Giada Storelli

Assicurati la lettura portfolio, Prenotati Gratis!


Rimani collegato sul nostro portale e sull’evento Facebook per tutti gli aggiornamenti.

Carica le tue foto su una chiavetta, verranno visualizzate dai nostri professionisti sul nuovo Microsoft Surface Pro4, il tablet che sostituisce il portatile. Ecco un’anticipazione delle caratteristiche tecniche che lo contraddistinguono in questo video.

https://www.youtube.com/watch?v=nSDmCPH3OWc

Grandi Maestri: Margaret Bourke-White e la fiumana di Louisville

© Margaret Bourke-White

di Michela Frontino


Tratta dal reportage di Margaret Bourke-White sull’alluvione in Kentucky del 1937, è divenuta l’immagine simbolo dei movimenti per i diritti civili in tutto il mondo


© Margaret Bourke-White
At the time of the Louisville Flood, 1937 © Margaret Bourke-White

Ci sono fotografie che rimangono impresse nella memoria e che segnano la visione di un’epoca in maniera irreversibile. Sono immagini che realizzano un processo di sintesi sulla storia così denso di sensibilità e conoscenza, da essere riconosciute pubblicamente e universalmente come icone della memoria collettiva. Al pari di una “sineddoche visiva”, ciascuna di queste immagini è in grado di eleggere un singolo frammento storico come simbolo di un periodo ben più ampio e complesso. Come nel caso dell’alluvione del 1937 che, seppur abbia interessato esclusivamente il territorio del Kentucky, ha rappresentato il senso del profondo disagio sociale che a più livelli dominava gli Stati Uniti d’America degli anni Venti e Trenta.


A compiere questo grande atto espressivo, nonchè riassuntivo della Grande Depressione, è stata una fotografia di Margaret Bourke-White: At the time of the Louisville Flood (La fiumana di Louisville). L’immagine in questione incarna quel duplice valore della fotografia che si evolve dal particolare all’universale, passando per la coscienza e la visione popolare. È questo il processo creativo che collega la storia dei grandi eventi alla microstoria delle esperienze personali, di piccoli gruppi o territori circoscritti. In quest’ordine di idee, l’istantaneità e la popolarità del messaggio visivo invitano a leggere le sotto trame di un racconto articolato, che l’icona tende a nascondere e custodire.


Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perché, oltre ad essere fotografo, sei un essere umano un po’ speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto.
Margaret Bourke-White


Dietro la fotografia
L’immagine (probabilmente la più famosa) di Margaret Bourke-White è parte di una sequenza fotografica unitaria, commissionata dalla rivista Life per raccontare la tragedia della grande alluvione. In quel frangente l’esondazione del fiume Ohio provocò più di quattrocento vittime e mise in ginocchio migliaia di famiglie, rimaste senza casa e senza terra. I territori dell’est degli Stati Uniti subirono un duro colpo e le popolazioni ancora sofferenti per i danni e le conseguenze della crisi del ’29 videro sfumato ogni segno di ripresa. Tuttavia la pubblicazione della fotografia sulla copertina del mensile più importante d’America offuscò la complessità e la profondità dell’indagine documentaria, e accentuò la forza comunicativa dell’immagine singola. In tale processo di selezione mediatica, l’impeccabile struttura della fotografia, ormai slegata dal contesto narrativo d’origine, ha giocato un ruolo fondamentale. La sua composizione è rigida come implacabile il suo messaggio. Non c’è alcun riferimento diretto all’alluvione ma solo alla gravità dell’emergenza umanitaria.


Nella parte inferiore dell’inquadratura, un gruppo di afroamericani è in fila per accedere a un centro di assistenza, mentre sulle loro teste si estende un cartellone della propaganda politica del New Deal, in cui lo stereotipo del benessere americano è incarnato dalla famiglia bianca, composta da una madre, un padre, due figli e un cane, tutti sorridenti durante il viaggio in automobile. Appare evidente che nonostante il contrasto tra i soggetti sia di per sé efficace ed eloquente, l’immagine acquisisca l’asprezza intollerabile dell’ingiustizia sociale solo nel confronto con le parole dello slogan: «World’s highest standard of living. There’s no way like the American Way» (I più alti standard di vita del mondo. Non c’è altra strada che quella americana). La scelta di inserire il testo nell’immagine amplifica il messaggio finale, mentre la sottile ironia con cui Margaret Bourke-White esprime la differenza tra la realtà del suo Paese e l’ideale del sogno americano si rivela subito uno strumento espressivo universale.


Una fotografia è simile a una citazione, a una massima o a un proverbio. Ognuno di noi ne immagazzina centinaia nella propria mente, e può ricordarle all’istante.
Susan Sontag


Il linguaggio universale delle immagini
La celebre copertina di Life è riuscita a interpretare non solo le rivendicazioni di intere fasce sociali ma anche, e soprattutto, l’intima esigenza espressiva di Margaret Bourke-White, per la quale la fotografia stava diventando una scelta etica, il collante tra arte e vita, una duplice forma di comunicazione estetica e militante. Quello dell’ancora giovane fotoreporter non era un pensiero isolato ma fortemente condiviso nel contesto della compagna fotografica della FSA (Farm Security Administration, ente governativo a sostegno dei contadini degli Stati Centrali), che intendeva raccontare al mondo intero la crisi economica conseguente alla Grande Depressione, attraverso il linguaggio delle immagini.


«La familiarità di certe fotografie plasma la nostra conoscenza del presente e del passato più recente. Le fotografie tracciano percorsi di riferimento e possono servire da totem di una causa […]. Le fotografie che tutti sono in grado di riconoscere sono ormai parte costitutiva di ciò su cui una società decide, o dichiara di aver deciso, di riflettere (Davanti al dolore delgi altri, Mondadori, 2003, p. 74)».


Con queste parole Susan Sontag, nota scrittrice e intellettuale statunitense, argomenta la possibilità della fotografia di esprimere i sentimenti e le passioni della storia, includendo At the time of the Louisville Flood nella serie delle «memorie visive» che nel tempo hanno acquisito funzioni educative e morali. E in effetti, i contenuti paradossali di questa immagine hanno rappresentato un monito e una ragione di lotta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti, per poi integrare fino ai nostri tempi, e ben oltre i confini americani, un più ampio e sfaccettato desiderio d’uguaglianza.


La fotografia è stata esposta nella mostra Sguardo di donna. Da Diane Arbus a Letizia Battaglia, la passione e il coraggio, dall’11 settembre all’8 dicembre 2015, presso la Casa dei Tre Oci, a Venezia.
Nel 1963 è stata pubblicata l’autobiografia di Margaret Bourke-White, divenuta subito un best seller con il titolo Il mio ritratto. Il libro è stato l’ultimo lavoro della grande reporter che, nello stesso anno, si ritirò nella casa in Connecticut fino alla fine dei suoi giorni.

Grandi Maestri: Peter Lindbergh, la bellezza reale

di Benedetta Donato

da IL FOTOGRAFO 286


Potremmo definire questo uno dei periodi più floridi per Peter Lindbergh, un maestro della fotografia mondiale, che intervistiamo alla vigilia dell’inaugurazione della più grande mostra antologica a lui dedicata, un progetto cui tiene moltissimo perchè, racconta «mi è stato detto che sono, se non il primo, uno dei primi artisti ad esporre ancora in vita con una mostra personale nella Kunsthal di Rotterdam. Prima di me, in questa sede, sono state accolte opere di artisti come Pablo Picasso, Alberto Giacometti e Keith Haring».
Entusiasmo che si lega ad una conferma importante, qual è stata la scelta operata da Pirelli di affidare per la terza volta al suo obiettivo, l’edizione di The Cal 2017.



008_015_if286_prof_autore_lindbergh2-trascinato
Karen Elson & Mila Jovovich, Los Angeles, 2000 © Peter Lindbergh. Courtesy of Peter Lindbergh, Paris / Gagosian Gallery

Lindbergh è stato l’artefice di una grande rivoluzione nel mondo della fotografia di moda: trasformare creature perfette ed inarrivabili come le top model, in donne terrene, dotate di umanità, facendole uscire da una gabbia patinata ed esaltandone il carattere. Erano gli inizi degli anni’90 quando il fotografo, grazie al sostegno della neodirettrice di Vogue, Anna Wintour, stupì il mondo offrendo un’immagine familiare delle divine modelle: poco trucco e indosso una semplice camicia bianca. Qualcosa di completamente diverso per la prima volta appariva sulla copertina della  rivista più autorevole in ambito di moda.
Da quel momento, ogni suo editoriale è divenuto un pretesto per mettere in scena e raccontare una storia di altra bellezza, che perde la propria attrattiva puramente estetica e si trasforma in esaltazione della personalità, della vulnerabilità e sensibilità di ogni essere umano e della donna in particolare. Fotografie meno impostate, apparentemente casuali, dotate di grande realismo e una malinconia che potremmo definire una reminescenza del passato, quasi un’eredità geografica dei cieli grigi e delle atmosfere cupe dell’ex Germania dell’Est. Il luogo di provenienza rimane come bagaglio visivo racchiuso in quelle fotografie scattate su letti disfatti, in vecchi teatri, lungo le strade di periferia o nei deserti. Sguardi sicuri di soggetti imperscrutabili, lasciano spazio all’incertezza e al mistero in momenti di silenzio decisivi.


008_015_if286_prof_autore_lindbergh2-trascinato-1
A sinistra: Carre Otis, El Mirage, California, 1996. © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery A destra: © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery

Sorride quando definiamo la sua, come una carriera inarrestabile che ha imposto un modo nuovo di vedere e che semplicemente ci descrive come un insieme di tanti fattori: sperimentazione, tanto lavoro, coerenza e un pò di talento guidati da un chiaro punto di vista. «Non c’è mai stato nulla di difficile nel trovare la mia visione» afferma il fotografo « perchè si è rivelato un processo parallelo alla ricerca di cosa volessi esprimere e comunicare. Col tempo, ho iniziato a capire chi ero e dove volevo andare ed è questa la base da cui muove ogni manifestazione creativa, che si tratti di un fotografo, di un artista o di un musicista consapevole di avere qualcosa da dire».
Racconta di aver compreso l’importanza di ascoltare solo se stesso quando si tratta di dare un significato e un’impronta visiva al proprio lavoro e aggiunge: «diventa istintivo e naturale avere una determinata visione della realtà circostante, è un sentire in maniera automatica quel modo di fotografare le donne, le modelle, le attrici, gli uomini o qualunque altra cosa».


008_015_if286_prof_autore_lindbergh2-trascinato-2
A sinistra: Heidi Mount, Paris, 2008 © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery A destra: Nadja Auermann, Tokyo, 1996 © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery

Osservando le sue immagini si ha la sensazione che il fotografo riesca ad entrare in profondo contatto con ogni soggetto. Gli chiediamo quanto incida l’empatia nel suo lavoro. Riflette Lindbergh e definisce questa, «una parola molto potente», identificandola come «l’esperienza di capire una condizione altra, provare a comprendere le persone dal loro punto di vista… È il dono più importante ed è necessario per poter instaurare una relazione simbiotica con i soggetti, con i quali si condividono momenti incredibili, in cui si ha la sensazione che tutto possa accadere».
Il suo modo di vedere e raccontare le donne non appare cambiato nel corso del tempo. A questo proposito, ci racconta del progetto Reunion Story, film realizzato nel 2015 che ha visto riunite, dopo ben venticinque anni, le grandi top model immortalate dal suo obiettivo nel celebre scatto del 1990. Lo scopo di questo lavoro è stato restituire un tributo alla bellezza che lui definisce vera, senza interventi esasperati di manipolazione, per mostrare la carica di femminilità e carattere, di cui ogni donna è portatrice a qualunque età, purchè nell’immagine, ogni momento della vita, corrisponda al reale.


008_015_if286_prof_autore_lindbergh2-trascinato-3
A sinistra: Finca Lo Álvaro, Sevilla, 2010 © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery A destra: Carolyn Carlson, Venice, 2000 © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery

Quello che è cambiato «è il mio modo di affrontare la realizzazione delle immagini e se sono più interessanti oggi di venticinque anni fa, è perchè ho superato tutte le paure e le incertezze e posso chiaramente vedere il fondo di ogni cosa».
Ci congediamo da Peter Lindbergh, dopo una lunga chiacchierata, chiedendogli quale atto rivoluzionario sarebbe auspicabile per la fotografia. Ci risponde parafrasando il maestro Zen Shunryu Suzuki: «esprimere noi stessi per come siamo senza aggiungere null’altro, sarebbe l’atto più rivoluzionario per la fotografia e per tutto il resto».


Peter Brodebeck, in arte Peter Lindbergh nasce nel 1944 a Leszno in Polonia.
In giovane età si in Germania, prima a Duisburg poi a Berlino per studiare all’Accademia di Belle Arti. Inizialmente si dedica alla pittura concettuale e scopre la fotografia che non è ancora trentenne. A Düsseldorf apre il suo primo studio ed inizia a collaborare con il magazine Stern. Nel 1978 si trasferisce a Parigi dove si occupa principalmente di fotografia di moda, immortalando top model e artisti.
Ha lavorato per i brand e le riviste  di moda più prestigiose, fra cui Vogue, The New Yorker, Harper’s Bazaar, Vanity Fair.
Rappresentato dalla Gagosian Gallery, le sue opere sono state esposte nei musei di tutto il mondo, tra i quali si ricordano il Victoria & Albert Museum di Londra, il MoMA di New York, il Puskin di Mosca, il Centre Pompidou di Parigi.
Attualmente vive tra Parigi e New York.
L’edizione di The Cal 2017 porterà la sua firma.

Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950

di Alessandro Curti


Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950
Le baiser de l’hôtel de ville, Paris 1950

Osservatore curioso, narratore fantastico, Doisneau ha raccontato il mondo che lo circondava con una naturale dolcezza rimasta, ancora oggi, ineguagliata.
Ha immortalato la vita quotidiana che scorreva leggera su una Parigi elegante e ordinaria, raccontando i gesti semplici e spontanei delle persone, con le loro anime generose e gli sguardi sfuggenti.
Con le sue immagini, ci accompagna all’interno di un mondo ideale, popolato da uomini e donne incontrati per strada, senza forzature e senza comunque rinunciare mai a riflessioni autentiche e profonde sull’umanità.
Uomo dallo spirito indipendente, nella sua carriera ha prodotto un numero incredibile di opere fotografiche che rivelano non solo i suoi retroscena professionali, ma parlano anche del Doisneau uomo, lasciando emergere i tratti più intimi della sua personalità libera e un po’ selvatica.
Nei suoi ritratti di negozi e botteghe, bambini che giocano, vie del centro, i luoghi d’amore feste e quotidianità emozionale, si riconosce la volontà di sviluppare dei “reportages sull’umanità”, per restituire vitalità a un mondo flagellato dal ricordo cupo della Seconda Guerra Mondiale.


Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che
questo mondo può esistere.

Robert Doisneau


L'information scolaire, Paris 1956
L’information scolaire, Paris 1956

Doisneau è stato capace di raccontare storie in luoghi dove apparentemente non c’era nulla da vedere, con un mix tra esperienza istantanea e spontanea ed esperienza vissuta, costruita ad hoc con modelli e attori; è un “falso testimone” della realtà per la sua abilità nel fotografare il mondo come voleva che fosse: una realtà ideale intima che non esiste nel reale.
Istintivo, poco razionale, si affidava al caso e amava l’improvvisazione lavorando con un canovaccio, senza mai affidarsi a un copione definito.
Il suo rifiuto per l’esotismo e per il reportage impegnato lo rese un fotografo spontaneo, anche quando costruiva una realtà artificiale; nonostante questa avversità per la cateogrizzazione, era un uomo dalla personalità elastica e benevola, gentile e indipendente.
Il suo unico nemico era l’autorità: Doisneau era un fautore convinto della libertà creativa e individuale, amante di una finzione sempre e direttamente improntata alla realtà.

La sua visione del mondo era priva di schemi preordinati, si presentava solo con una
forte e spontanea volontà di sviluppare una ricerca profonda dell’uomo e
dell’umanità, vagando “a casaccio” per Parigi e scattando là dove trovasse un qualcosa da raccontare.


La diagonale des marches, Paris 1953
La diagonale des marches, Paris 1953

Inizia a fotografare fin da giovane e acquista una Rolleiflex 6×6 che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1931 diventa assistente del fotografo André Vigneau che lo introduce all’ambiente fotografico del tempo e qualche anno più tardi diventa fotografo per le officine Renault: per lui questo è l’inizio ufficiale della sua carriera.
Durante gli anni tragici della guerra documenta gli anni bui e tristi per tutto il Paese, collaborando con la resistenza; è lui a fotografare il corteo di liberazione con a capo De Gaulle e dopo il conflitto lavora per varie riviste pubblicando numerosi reportages.
Proprio in questi anni di rinascita sviluppa il suo reportage umanistico, in cui l’uomo è sempre
protagonista dell’immagine.
Nel 1946 crea il gruppo dei XV insieme a grandi fotografi del tempo come Jean Michaud, Marcel Bovis, Henri Lacheroy e Willy Ronis: un gruppo eterogeneo ma ricco di molti stili differenti, con l’obiettivo di dare dignità alla fotografia e creare una poetica tutta parigina.


Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E’ una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.

Robert Doisneau


Negli anni che seguono il lavoro diminuisce, e Doisneau riesce a dedicare più tempo alle sue ricerche; dai lavori grafici ai fotomontaggi, da esperimenti come quello della Tour Eiffel deformata, fino alla grande documentazione sulla trasformazione del quartiere Les Halles.
L’ ultimo importante incarico che lo vede protagonista è dato dalla partecipazione al progetto della DATAR (Delegazione interministeriale alla gestione del territorio e all’attrattiva regionale) un progetto creativo che lo vede impegnato insieme ad altri 14 grandi fotografi europei, tra i quali Gabriele Basilico e Raymond Depardon, per la documentazione di paesaggi, luoghi di vita e lavoro della Francia del 1980. Una vera e propria consacrazione per Doiseanu che in questo caso si affida all’immagine a colori per descrivere il cambiamento triste e degradante delle periferie negli anni.


Autoportrait au Rolleiflex, 1947
Autoportrait au Rolleiflex, 1947

Robert Doisneau nasce a Gentilly, nei pressi di Parigi, nel 1912. Dopo aver lavorato per alcuni anni come fotografo industriale per le officine Renault, viene travolto dalla furia della guerra: si impegna nella Resistenza utilizzando le sue abilità di fotografo per produrre documenti falsi e fotografa i giorni della liberazione. Terminato il conflitto, nel 1946 diventa fotografo indipendente per l’agenzia Rapho, con cui sviluppa una collaborazione lunga quasi cinquant’anni.
Negli anni ’50 diviene membro del Group XV, associazione di fotografi per la ricerca tecnica e artistica.
Trascorre la sua vita nella periferia parigina di Montrouge, dove sviluppa buona parte del suo lavoro.
Muore nel 1994.


Scopri la mostra all’Arengario di Monza, realizzata da Fratelli Alinari, cliccando qui.

Fabrizio Bellomo: l’immagine, una lente sulla complessità della società contemporanea

Es geht einfach um Nummern, installation view, galleria Metronom, 2015

di Giovanni Pelloso


Artista, ricercatore. Il suo impegno è rivolto all’investigazione del rapporto uomo-natura-cultura, all’analisi dell’immaginario della società nell’era digitale, tra limiti, eccessi e virtù. Eclettico esecutore, mescola sapientemente l’elemento audio-visivo a un’opera performativa e di scrittura – è da poco uscito il libro L’isola che non c’è. Bari, quartiere San Cataldo (Linaria, Roma 2015). Esplorare la contemporaneità è ciò che interessa il suo essere artista e il suo agire espressivo. Un impegno che prevede l’engagement con l’interlocutore (attraverso l’opera). L’ultima mostra, conclusasi lo scorso gennaio alla galleria Rossana Ciocca di Milano, apriva uno squarcio sui mondi digitali rispetto al tema dell’informazione e dell’omologazione. Screenshots, questo il titolo della serie iniziata nel 2012, ha posto in luce ciò che è offerto, come patrimonio di conoscenza, digitando nel motore di ricerca Google-images alcune parole che nel vocabolario italiano riportano alla nazionalità e, dunque, all’identità. I termini scelti erano, tra gli alti, “tunisino”, “marocchino”, “rumeno”. Il risultato, raccolto in una serie di tavole, appartiene a un immaginario frutto di stereotipi e di pregiudizi. Il risultato della ricerca ha evidenziato un insieme costituito da foto segnaletiche e di cronaca giudiziaria. Nel guardare a questi prelievi si può misurare tutta la distorsione del mezzo, la distanza tra immaginario e realtà, il condizionamento dell’opinione pubblica, la banalizzazione del reale, l’ambiguità della comunicazione visiva. La stessa discordanza la si può rilevare investigando la parola “nigeriane” – qui tutto riporta al mondo della prostituzione e dello sfruttamento –.



Come artista, quali sono i luoghi della contemporaneità che più ti interessano investigare e ti coinvolgono?

«Sicuramente il Sud, le periferie industriali e le strade hanno per anni attirato le mie attenzioni. Contemporaneamente anche il mondo del web, dell’immagine digitale-numerica e dei pixel sono parte di quella contemporaneità vicina alla mia ricerca. Mi interessa analizzare il rapporto uomo-macchina, quindi i luoghi diventano abbastanza relativi. Che la relazione si sviluppi tra degli operai albanesi e il proprio strumento di lavoro (Vegla Ben Ustain, 2015) o tra le pagine di Google-images (Screenshots, 2015) è indifferente rispetto agli obiettivi».

Fotografia e video sono i tuoi linguaggi espressivi privilegiati. Quanto si integrano e quanto si distinguono nel tuo lavoro?
«Per rispondere a questa domanda devo partire da un assunto: la fotografia è stata un’invenzione e il cinema l’applicazione di quest’invenzione. Io sono arrivato al cinema seguendo questa logica, questa linearità d’evoluzione tecnologica. Arrivo al video dalla fotografia. I miei primi video erano delle fotografie in movimento in cui chiedevo ai venditori ambulanti che ritraevo, se potevano mettersi in posa per fare loro una foto, ma ingannandoli premevo il tasto “rec” e registravo dei video in cui emergono tutti i comportamenti relativi alla posa e al divenire immagine di queste persone. Uno di questi video si chiama 32 dicembre (2011) ed è sui venditori ambulanti di fuochi d’artificio che ogni fine anno si possono incontrare agli angoli delle strade della mia città natale, Bari. Da questo muovere la fotografia, renderla movimento, ma ancora in qualche modo statica, è stato poi naturale provarsi a sperimentare con il cinema vero e proprio. Essere così anacronista, ripercorrere il cammino che ha portato dall’immagine statica all’immagine in movimento e farlo nell’oggi, in chiave contemporanea, mi ha aiutato a comprendere alcuni meccanismi dei due mezzi. In molti miei lavori i due linguaggi si rincorrono e si sovrappongo a vicenda».


23 dicembre, still video, Bari, 2011
23 dicembre, still video, Bari, 2011

«Ho iniziato a collezionare delle prove colore, raccogliendole in modo seriale. In questo modo ho costruito un archivio di fogli colorati, che comprende oggi diverse centinaia di color test raccolti fra diverse città europee. Da subito ho percepito delle similitudini fra questi test e le opere del Bauhaus e dell’Astrattismo geometrico» Fabrizio Bellomo


Es geht einfach um Nummern, installation view, galleria Metronom, 2015
Es geht einfach um Nummern, installation view, galleria Metronom, 2015

L’anno scorso hai prodotto un progetto dedicato al mondo operaio. Eri a Tirana, in Albania. Cosa ti ha spinto sino a lì?
«Mi interessava approfondire l’identità dei lavoratori giornalieri che si mettono in vendita nei pressi di una grande rotonda alla periferia della capitale. La particolarità è che ogni lavoratore possiede accanto a sé il proprio strumento di lavoro. Sedute per strada, queste maestranze si propongono come se fossero delle prostitute; lo strumento consente a chi transita in auto di comprendere immediatamente l’offerta e di fermarsi per contrattare la prestazione. L’identità lavorativa di queste persone si capisce immediatamente, gettando una semplice occhiata. Per l’occasione ho realizzato un lavoro interdisciplinare (performance, installazione pubblica, video e fotografia). Ho assoldato uno dei lavoratori per realizzare/scrivere su un muro adiacente la rotonda la frase Vegla bën ustain. La scritta ricorda un detto popolare albanese che significa «Lo strumento fa il maestro». Il lavoratore che ho coinvolto ha realizzato la scritta attraverso l’ausilio del proprio mezzo, un martello pneumatico».


Vegla bën ustain, Tirana 2015
Vegla bën ustain, Tirana 2015

Oggi, dove tutto è immediato e dove non abbiamo più la capacità di stupirci, l’arte serve a qualcosa? Cosa può l’artista?
«Forse nell’oggi l’arte serve più a rallentare e a fermare che ad andare avanti. A guardare il passato per capire qualcosa in più dell’oggi. Un principio, diciamo, opposto a quello del Futurismo. Forse oggi l’arte serve a prendere dei lunghi momenti di pausa, a riflettere su cose che ci sono passate davanti troppo velocemente e subito sostituite da altre cose: scoperte, innovazioni, emozioni. Forse l’arte serve a questo. A guardare parti del nostro passato e ad analizzare in quale modo queste siano presenti nella nostra contemporaneità. A capire chi siamo attraverso l’analisi di un passato storico o personale che ci sfugge in questa quotidianità dove il tempo è subito sostituito da nuovo tempo da consumare».

Quali artisti italiani che hanno utilizzato la fotografia dagli anni Settanta a oggi hanno influenzato la tua crescita? E perché?
«C’è un libro di Italo Zannier, che ho sempre trovato molto interessante, dal titolo Sperimentalismi fotografici in Italia. 1970-2000. È una sorta di carrellata fra una serie di sperimentazioni visive di artisti-fotografi italiani. In molti dei lavori presenti si denota uno sforzo di analizzare e di mettere in discussione il linguaggio fotografico. Questo approccio all’immagine fotografica e ai meccanismi della rappresentazione mi interessata molto.
Tra le opere presenti nel libro, ricordo i Ritratti reali (1972) di Mario Cresci, Paesaggio interrotto (1976) e Vera Fotografia (1977) di Mimmo Jodice, le Polifanie (1983) di Nino Migliori e le Esposizioni in Tempo Reale di Franco Vaccari.


foto-bio-fabrizio-bellomoFabrizio Bellomo è nato a Bari nel 1982. Artista, curatore e regista, le sue opere audiovisive, fotografiche e installative sono state esposte in Italia e all’estero attraverso mostre, progetti pubblici e festival cinematografici. È stato invitato a plat(t)form 2015 Fotomuseum Winterthur (Zurigo), Double Feature Tirana Art Lab (Tirana), ArtAround MuFoCo Cinisello Balsamo (Milano), 2004-2014 10 anni del museo di fotografia contemporanea Triennale di Milano, Milano un minuto prima Fondazione Forma Milano, Objet Perdù e Giovane Fotografia di Ricerca in Puglia Fondazione Museo Pino Pascali – Polignano a Mare (Bari), Progetto Memoria Apulia Film Commission (Bari-Tirana), Video.it Fondazione Merz (Torino). Il suo lavoro è inserito in saggi critici, dizionari di cinema e fa parte di collezioni pubbliche e private. Nel 2012 vince a Roma il Premio Celeste con il video 32 dicembre. Il suo primo film è L’Albero di Trasmissione, co-prodotto dall’associazione culturale Amarelarte, Fujifilm Italia e Apulia Film Commission. Ha partecipato nel 2015, fra gli altri, al Festival dei Popoli di Firenze e alla trentaquattresima edizione di CINEMED, il Festival International du Cinéma Méditerranéen de Montpellier.

Carlotta Cardana: storie di “sub-culture” e comunità. Il ritratto come scambio e crescita personale

Adriana e Tómas, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana

di Alice Caracciolo


Nata a Verbania nel 1981, Carlotta Cardana è laureata in Teatro e Arti della Scena presso l’Università di Torino e diplomata presso l’Istituto Italiano di Fotografia a Milano. Lavora come freelance per note testate giornalistiche a Buenos Aires, Città del Messico e Londra, dove tuttora divide il suo tempo tra commissioni e progetti personali. La sua ricerca indaga i temi della costruzione dell’identità, il senso di appartenenza a “sub-culture” e l’idea di comunità.


Holocaust Wound, da The Red Road Project © Carlotta Cardana
Holocaust Wound, da The Red Road Project © Carlotta Cardana

Leggo dalla tua biografia che ti sei avvicinata alla fotografia durante un’esperienza lavorativa come producer in una circus academy. Mi incuriosisce sapere come quell’impiego abbia determinato la tua scelta di diventare una fotografa.
«La fotografia è sempre stata una mia passione, ma non avevo mai pensato che potesse diventare la mia professione fino a quando, durante gli anni dell’università a Torino, iniziai a lavorare in un’accademia di circo contemporaneo. La cosa che più mi piaceva di quel lavoro era la possibilità di documentare gli spettacoli e ritrarre gli artisti dietro le quinte. Così, una volta finiti gli studi universitari, decisi di lasciare il circo e di studiare fotografia per imparare le basi del mestiere».


Olly e Jade, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana
Olly e Jade, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana

La tua recente ricerca esplora le tematiche relative ai fenomeni di appartenenza a “subculture” e comunità; perché hai scelto di esprimerti maggiormente attraverso l’uso del ritratto?

«La fotografia di ritratto permette di creare un legame personale con un altro individuo più di ogni altro genere fotografico. Attraverso il ritratto instauro un dialogo con i miei soggetti, posso conoscerne il vissuto e creare uno scambio: questo mi arricchisce personalmente e mi aiuta a crescere come essere umano».


Danielle Finn, da The Red Road Project © Carlotta Cardana
Danielle Finn, da The Red Road Project © Carlotta Cardana

«Vivo la fotografia come strumento di apprendimento, come lasciapassare verso situazioni altrimenti di difficile accesso» Carlotta Cardana


Mark e Paula, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana
Mark e Paula, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana

The Red Road Project indaga l’essere un nativo americano nella società contemporanea, subcultura sopravvissuta a uno degli eventi più tragici della storia americana. L’intenzione del progetto è di evidenziare gli aspetti positivi di tale cultura che troppo poco spesso hanno avuto opportunità di emergere. Da cosa ha tratto ispirazione la tua ricerca? Cosa hai trovato e provato in quei luoghi?

«Il progetto nasce da un rapporto di amicizia ventennale con Danielle SeeWalker, originaria del South Dakota. Danielle mi ha sempre raccontato storie e tradizioni della sua famiglia e della cultura Lakota, alla quale appartiene; i suoi racconti si discostavano molto dall’immaginario comune della cultura indigena degli Stati Uniti, che spesso ricade nell’idea del “buon selvaggio” o nel romanticismo. Questa discrepanza è ciò che ci ha motivate a iniziare il lavoro. In quei luoghi ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno molto da insegnare su concetti come l’umiltà, la resilienza, l’integrità, l’armonia, la forza».


Adriana e Tómas, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana
Adriana e Tómas, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana

The Fourth Freedom, un lavoro estremamente attuale, ritrae la drammatica situazione che i giovani italiani vivono nei confronti del mondo del lavoro, tutti quei giovani che poi decidono di espatriare per cercare fortuna. Una situazione che ti appartiene, perché anche tu lavori stabilmente a Londra. Rispetto alle esperienze maturate sino a ora, ritieni che tale scelta sia senza ritorno o vedi una possibilità futura di poter lavorare bene nella tua terra d’origine?
«Quando ho lasciato l’Italia non cercavo fortuna, ma volevo confrontarmi con realtà diverse, provare nuove esperienze e avere altri stimoli. La situazione sociale/economica/politica italiana non ha influenzato la mia scelta. Molti giovani lasciano l’Italia, ma tanti altri tornano con un bagaglio di esperienze e competenze da investire nella creazione di nuove realtà nella loro terra d’origine. Pensare che andarsene sia una scelta senza ritorno vorrebbe dire non avere fiducia né speranza nel futuro. Io, fortunatamente, abbondo di entrambe».


United Tribes Pow Wow, da The Red Road Project © Carlotta Cardana
United Tribes Pow Wow, da The Red Road Project © Carlotta Cardana

Modern Couples è un lavoro sulla comunità Mod londinese, sottocultura nata in Gran Bretagna negli anni Sessanta e che ancora oggi ha proseliti anche se su scala più piccola. Guardando i tuoi scatti sembra di essere proiettati in un’atmosfera fuori dal tempo. Mi chiedevo quanto queste coppie realmente si sentano parte della cultura che alimentano o se sia solo una volontà di evadere dalla quotidianità del nostro tempo.
«Le coppie che ho ritratto si sentono parte della cultura contemporanea e la loro passione per un’epoca passata non ha niente a che vedere con il voler evadere dalla quotidianità del nostro tempo, che vivono pienamente. Comprare abiti da sarti o in negozi di seconda mano è una scelta di vita, volta a rivalutare l’artigianato, stimolare l’economia locale ed evitare di alimentare un sistema economico basato sul consumo eccessivo. L’appartenere alla comunità Mod è un modo per esprimere la propria diversità dalla cultura e dalla mentalità predominante».


Biografia
ritratto_cardana_headshot_hr
Carlotta Cardana (Verbania, 1981) è una fotografa freelance residente a Londra. Dopo aver ottenuto la laurea in Teatro e Arti della Scena presso l’Università degli Studi di Torino frequenta l’Istituto Italiano di Fotografia a Milano. Nel 2007 si trasferisce a Buenos Aires, dove rimane vari mesi per documentare leconseguenze della crisi del 2001. Nel 2008 si sposta a Città del Messico, dove comincia a lavorare come freelance in ambito editoriale.
Nel 2011 si trasferisce a Londra, dove ora divide il suo tempo tra lavoro commissionato per clienti quali The New York Times T Magazine, Marie Claire, GQ, L’OBS, The Times…e progetti
personali.
Dopo essere tornata a vivere in Europa, sviluppa The Fourth Freedom, un progetto sui giovani Italiani che hanno lasciato l’Italia per un altro paese della Comunità Europea, esaminando la loro reazione alla crisi economica degli ultimi anni e il loro senso di appartenenza nazionale. Tra il 2012 e il 2014 realizza Modern Couples, una serie di ritratti a coppie che appartengono alla scena Mod britannica, una subcultura che apparse verso la fine degli anni ’50 ed esplose negli anni ‘60. Più che allo stile delle coppie, la fotografa è interessata alla costruzione dell’identità collettiva come subcultura e dell’identità personale all’interno
di una vita di coppia. Con questo progetto Carlotta Cardana è stata nominata “Discovery of the Year” ai Lucie Awards del 2013 e la serie è stata premiata, esposta e pubblicata a livello
internazionale. Il suo lavoro più recente, The Red Road, esplora come la popolazione indigena degli Stati Uniti viva in un sottile equilibrio tra tradizione e modernità.


Sito
www.carlottacardana.com

IL FOTOGRAFO 286: a breve in edicola

Martedì 20 settembre sarà in edicola il numero di ottobre de IL FOTOGRAFO!


cop_001-if286_fb

Ecco alcune anticipazioni in anteprima.

Copertina firmata da Peter Lindbergh e all’interno della rivista largo spazio al suo profilo d’autore, insieme a Larry Fink e Per-Anders Pettersson con il suo lavoro “African Catwalk”.

Nella sezione Who’s who troviamo approfondimenti su Emanuele Satolli, Luigi Erba e Roberto Berné.

Tra gli emergenti, Valentina Tamborra con “Doppia luce”.

Un numero davvero ricco, da non perdere!

 

0 0,00
Go to Top