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il fotografo - page 4

Margaret Courtney-Clarke: On Borrowed Time, il tempo in prestito

© Margaret Courtney Clarke

di Francesca Marani


«Sentiamoci il prima possibile perché poi andrò nel deserto per qualche giorno e allora non so quando potremo parlare di nuovo». Questo è quello che può succedere quando si ha l’opportunità di intervistare Margaret Courtney-Clarke, fotogiornalista conosciuta in tutto il mondo per le celebri pubblicazioni sull’arte africana femminile e, soprattutto, donna di tempra eccezionale, capace di fronteggiare il deserto da sola e senza paura, proprio come le insegnarono i genitori fin da bambina, quando viveva in una grande tenuta ai confini del deserto namibiano.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

«Mio padre e mia madre sono di origine anglo-irlandese, mio nonno era governatore dell’Africa del Sud-Ovest, inviato qui dalla Società delle Nazioni, in seguito alla stipulazione del Trattato di Varsavia. Ho trascorso un’infanzia molto bella in Namibia, a stretto contatto con la natura e gli animali. Il deserto fa parte del mio animo, ci sono cresciuta dentro». Per questo non bisogna stupirsi se Margaret sa cacciare, costruire frecce, scavare tra le rocce per cercare l’acqua, sopravvivere al buio profondo di una notte senza luci artificiali. «Sembra qualcosa di straordinario per chi non cresce in questo ambiente – rassicura –, ma qui è abbastanza normale, fa parte della natura, fa parte della vita. E io non vedo l’ora di uscire fuori nel deserto, dove non c’è la corrente, dove mi posso staccare dalla televisione, dal telefono, dalle notizie». Sarà anche normale, ma questo è l’unico aggettivo che non viene in mente quando ci si confronta con Margaret Courtney-Clarke, per la forza del suo spirito che trapela da ogni racconto e per l’eccezionalità della vita vissuta, o meglio delle tante vite che ha sperimentato, viaggiando imperterrita tra l’Africa, l’Europa e l’America. Riassumerle qui sarebbe un’impresa tanto ardua quanto inutile: Margaret ha visto troppo, vissuto troppo per riuscire a ridurre, sintetizzare e condensare il tutto in poche pagine.


«On Borrowed Time è un viaggio che è solo cominciato. Sento l’esigenza di ritornare al deserto, agli spazi e luoghi non visitati nei precedenti viaggi (…). Ho la passione di fotografare ciò che sembra che nessuno guardi, di catturare immagini che portano lo spettatore verso posti familiari, mettendo in discussione la loro percezione di questi luoghi. Di andare dove la luce mi porta, dove il silenzio mi risana, e dove posso sperimentare la libertà del mio spirito»
Margaret Courtney-Clarke, Swakopmund, Namibia, marzo 2015


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Meglio soffermarci sul presente, sul tempo che l’autrice ha deciso di dedicare a se stessa, giunta a questo punto del proprio percorso. Il tempo in prestito, On Borrowed Time, non a caso, è il titolo della ricerca fotografica portata avanti negli ultimi anni. Si tratta del primo progetto personale dell’autrice che, a differenza del passato, ha deciso di fotografare senza commissione, mossa solamente da un’urgenza privata. Quando nel 2008 torna al paese d’origine e di formazione, «alla ricerca di tranquillità, spazi aperti e aria pulita», si stabilisce a Swakopmund, una città costiera che si estende tra l’Oceano Atlantico meridionale e il deserto. Qui però non conosce la pace sperata perché si ritrova a dover affrontare una difficile malattia e, parallelamente, le contraddizioni di un Paese corrotto e segnato da profonde ineguaglianze.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Sarà la fotografia, che l’ha accompagnata per tutta la vita, a venirle ancora una volta in soccorso, aiutandola ad affrontare il cancro come una sorta di cura alternativa. «Riprendere la macchina fotografica in mano è stata una sfida enorme e anche una guarigione – rivela l’autrice –. La differenza tra quello che facevo e quello che faccio adesso, a distanza di oltre dieci anni, è che ora parlo di me, vorrei esprimere e ritrovare la mia identità, la mia personalità, ricercarla nel paesaggio della Namibia, dove sono custodite le mie memorie, la mia infanzia». Nasce così un progetto che è frutto di un cambiamento, una ricerca fotografica inedita per la sua stessa creatrice, uno sguardo acuto sulla Namibia contemporanea. «Il tempo della Namibia – coincide con il mio tempo, perché ogni giorno mi sveglio e non so cosa potrà accadermi. Voglio raccontare quello che sta succedendo in questo Paese in nome dello sviluppo, affinché il mondo veda e reagisca, perché qualcuno si vergogni».


«Le fotografie di On Borrowed Time parlano dell’esistenza. Esse sono il frutto di una consapevolezza (da parte dell’autrice) sulla fragilità della propria esistenza e di una stretta simbiosi con gli antichi ritmi del deserto e della costa, i modi di vivere dei suoi abitanti, le tracce del loro passaggio e l’avanzata apparentemente inesorabile dello sviluppo corporate e minerario. […] Esse sono eloquenti circa un’esistenza dura e di deboli barlumi di speranza, in una vita graffiata da un terreno spaventosamente inospitale, a fronte di una travolgente transizione sociale. Allo stesso tempo, queste fotografie raggiungono una grazia conturbante che non è un senso falsato della realtà, ma, al contrario, una rara sintesi di cosa ci sia nella realtà stessa assieme a una onestà di visione profondamente accresciuta e priva di compromessi» David Goldblatt, Johannesburg, 2015


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Fotografia come strumento per illuminare la verità e catalizzare l’attenzione verso i problemi sottaciuti di un territorio vastissimo e sottopopolato, «dove la siccità e la ridistribuzione delle terre minacciano mezzi di sussistenza e stabilità socio-economica e dove culture e identità contrastano con il neocolonialismo». La Namibia è una terra ricca di minerali preziosi, risorse naturali che nel corso del tempo hanno attirato gli investimenti dei giganti globali, accorsi a spartirsi le concessioni minerarie. Questo fenomeno ha provocato, a sua volta, uno sviluppo senza precedenti, forti ondate migratorie e un divario sempre più netto tra ricchi, minoranza bianca e poveri.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Dune di sabbia, letti di fiume prosciugati, campi, allevamenti e riserve ambientali. Margaret Courtney-Clarke ha percorso centinaia di chilometri con infaticabile energia, attraversando terre remote, scavalcando barriere, evitando checkpoint e intrufolandosi nelle zone minerarie dall’accesso vietato, pur di raccontare senza riserve le condizioni di vita in cui versano la maggior parte dei namibiani e, in special modo, coloro che vivono all’interno di un campo abusivo, conosciuto come DRC (Democratic Resettlement Community, precedentemente Displaced Refugee Camp). Situato a dieci chilometri nell’interno, accanto alla discarica urbana, è una vera e propria baraccopoli profondamente intrisa di reminiscenze di apartheid. Un luogo dove «la speranza supera di gran lunga la fornitura di beni di prima necessità – racconta la Clarke –. Pochi lampioni, minimi prepaid water point, nessuna rete fognaria, nessun cassonetto per la spazzatura e un’occasionale raccolta di rifiuti. In questo ambiente mi sono sentita sfidata dalle immagini preconcette di povertà e bassifondi, madri e bambini (colti) nelle aspre lotte della vita – immagini che ho scelto di non scattare durante i miei primi viaggi attraverso l’Africa».


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

E le fotografie di On Borrowed Time non smentiscono la scelta, discostandosi fortemente da stereotipi e luoghi comuni: sono immagini che invitano al discernimento critico, sono il frutto di uno sguardo empatico, della fiducia che l’autrice riesce a guadagnare. Come sottolinea il fotografo David Goldblatt: «La relazione di Margaret con le persone che ha fotografato in questo lavoro è concreta e intima, quasi quella di un familiare piuttosto che quella di un osservatore compassionevole. È un frammento catturato con la pienezza del suo abbraccio. Utilizzando la sabbia del deserto ha costruito con loro una dimora di sacchi di sabbia. É un’amica fidata delle donne e dei bambini che puliscono la discarica dei rifiuti. Affronta funzionari municipali per il trattamento che riservano alle persone senza terra. Ha celebrato il suo compleanno con una famiglia di contadini che ha ucciso una capra in suo onore. Quando ha saputo di due bambini che sono morti per un morso di serpente, ha raccolto soldi per le loro bare e ha viaggiato per duecentotrenta chilometri su un’accidentata strada sterrata attraverso il deserto per essere presente al loro funerale». Sono tante le persone che aspettano, aiutano e proteggono Margaret Courtney-Clarke, sorella, amica, mamma, nonna di una grande famiglia allargata. La fotografia assume, allora, un ruolo marginale in questa relazione, dove la cosa più importante è l’incontro autentico con l’altro.

© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Biografiaritratto
Margaret Courtney-Clarke nasce in Namibia nel 1949. Si forma tra la Namibia e il Sudafrica, per poi approfondire lo studio dell’arte e della fotografia in Italia e negli Stati Uniti. Lavora come fotogiornalista per numerose testate internazionali. Tra il 1978 e il 1979 compie alcuni viaggi in Namibia ed è segnalata come persona non gradita in riferimento alle sue opinioni rispetto alle leggi sull’apartheid; lo stesso anno decide di rinunciare alla cittadinanza. Nel 1980 inizia a collaborare con il fotografo David Goldblatt. Tra il 1979 e il 1996 porta avanti alcuni progetti fotografici in Africa, documentando i diversi tipi di rifugi e indagando l’arte delle donne africane, a cui dedica una trilogia di grande successo (Ndebele: Arte di una Tribù Africana, Affreschi Africani, Popolo Libero). Tra il 1994 e il 1999 collabora con Maya Angelou, celebre poetessa americana e grande amica. Tra il 1999 e il 2010 crea la Ndebele Foundation, un’organizzazione culturale non-profit per le donne Ndebele e la gioventù di Mabokho, Mpumalanga. Nel 2008 torna a vivere in Namibia. Nel 2015 è nominata per l’Henri Cartier-Bresson Award con il progetto On Borrowed Time.

Fotografia a cena: Giovanni Gastel e Denis Curti alla Villa Reale di Monza | 22/6 ore 20.00

In occasione della mostra “Le 100 facce della musica italiana” di Giovanni Gastel, è stata organizzata una cena fotografica presso la Villa Reale di Monza, il 22 giugno dalle ore 20.00.

Un’occasione imperdibile per passare una serata con il maestro Gastel, Denis Curti e tanti autori della fotografia italiana.

Info e prenotazioni al numero 3385082044 e all’indirizzo mail commerciale@villarealedimonza.it

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Francesca Cesari è la vincitrice del concorso al femminile di TPW

Milano, 31 maggio – Siamo felici di annunciare che la vincitrice del concorso indetto da Il Fotografo in collaborazione con TPW è Francesca Cesari. La giuria ha deciso di assegnarle una borsa di studio per la qualità dei progetti presentati all’interno del proprio portfolio. “In the room” e “Siblings” indagano con delicatezza e semplicità il tema della maternità e la varietà delle relazioni che si possono instaurare tra fratelli e sorelle. A colpire è la naturalezza con cui la Cesari è capace di raccontare, restituendo all’osservatore un’atmosfera d’intimità, e l’uso sapiente della luce naturale, particolarmente intenso ed espressivo. Francesca prenderà parte ad un workshop in Val d’Orcia nel mese di luglio, congratulazioni!

 

 

UCR California Museum of Photography

di Alessandro Curti


Si vola negli Stati Uniti a Riverside (California) alla scoperta di uno spazio storico, luogo di idee innovative e ricco di tradizioni legate alla fotografia.

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Opening reception, Geographies of Detention, California Museum of Photograph at UCR ARTS block, Riverside, 2013

Un famoso detto popolare sostiene che «nella botte piccola ci sta il vino buono».
Il proverbio sembra adattarsi anche al California Museum of Photography che, nel suo piccolo e accogliente spazio, contiene materiale fotografico tra i più preziosi al mondo. Il CMP fa parte del complesso artistico della prestigiosa University of California e la sua mission principale è far emergere i giovani talenti universitari ponendoli a stretto contatto con la tradizione e le novità. Gli studenti sono direttamente coinvolti nei vari progetti proposti, dall’organizzazione interna alla curatela, dalla scelta degli allestimenti all’esposizione dei lavori personali. La collezione è considerata la più ricca di tutto l’Ovest degli Stati Uniti grazie a una considerevole offerta di materiale fotografico, dall’attrezzatura tecnica alle opere artistiche e storiche.

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Façade of California Museum of Photograph at UCR ARTSblock, Riverside

Collezione

Il patrimonio del CMP è suddiviso in quattro grandi categorie, ognuna delle quali possiede delle particolarità di assoluto rilievo. La Bingham Collection, sorta nel 1973 dalla generosa donazione di oltre duemila macchine fotografiche del colle- zionista Robert Bingham, conta oggi ben diecimila pezzi tra fotocamere e strumenti vari – è considerata una delle più complete al mondo –. La University Print Collection, fondata nel 1979 dal collettivo The Friends of Photography, vanta oltre ven- timila immagini originali che ripercorrono, sostanzialmente, la storia della fotografia dal 1840 a oggi. Le opere formano un incredibile patrimonio storico e culturale – la storia americana, per esempio, è testimoniata a partire dalla guerra di secessione –.

Non si può non ricordare, inoltre, la presenza di oltre settemila negativi originali firmati dal maestro del paesaggio Ansel Adams. La biblioteca custodisce circa diecimila volumi tra cataloghi, monografie, manoscritti, manuali storici e tecnologici. Recentemente è stata inaugurata un’area didattica riservata all’educazione e alla ricerca fotografica. L’ultima sezione è destinata al supporto digitale. Sono state create oltre tredicimila pagine per agevolare la ricerca degli utenti riguardo le fotografie, i libri, i video e molto altro.

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Permanent collection gallery, California Museum of Photograph at UCR ARTSblock, Riverside

Mostre

In questo periodo è in corso l’esposizione Myth and Majesty: è il racconto delle tradizioni e degli stili di vita dei nativi americani dal 1870 agli anni Trenta del secolo scorso. Si tratta di una selezione, estrapolata dalla collezione del museo, degli scatti di vari fotografi, tra cui ricordiamo i nomi di Adam Clark Vroman, Edward Sheriff Curtis e John Karl Hillers. Ogni fotografo, con la propria visione personale, racconta questo mondo sospeso nel tempo ponendo in luce usi, costumi e contraddizioni.

La mostra è aperta fino al 21 maggio.


Indirizzo: 3824 Main Street Riverside, CA 92501

Orari: martedì-sabato ore 12-17

Mail: cmpcollections@ucr.edu – Tel: +1 951.82.74.787.
Web: artsblock.ucr.edu

Francesco Ridolfi: Room 322

di Alessandro Curti

Anna Contro


Una stanza d’albergo asettica, tante storie che entrano ed escono dalla porta mantenendosi anonime: scopriamo il progetto del giovane fotografo bolognese.

Intraprendente ritrattista e personaggio di grande sensibilità, Francesco Ridolfi si avvicina al mondo della fotografia per una consapevole casualità. Dopo un percorso di studi lontano dalla fotografia, si accorge che da semplice compagno di viaggio l’affezionato hobby poteva diventare qualcosa di più. A oggi, con otto anni di esperienza professionale alle spalle, l’autore è un fotografo attivo sia in ambito commerciale che in ambito artistico e i suoi lavori vantano riconoscimenti e pubblicazioni in ambito nazionale e internazionale. Ha scelto come forma espressiva principale il ritratto perché «nessun soggetto mi seduce come il volto umano. E credo non ci sia niente di più affascinante che creare un contatto con i tuoi modelli: in quel momento le soggettività in gioco sono due e il fruitore è più libero di interpretare e di farsi coinvolgere».

 
Parliamo del tuo progetto. Come nasce Room 322?
«Tutto ha inizio due anni fa a Bruxelles, dove ho abitato per alcuni mesi. Prima dell’esperienza belga, non mi era mai capitato prima di avere in camera una vasca da bagno ed è così che ho scoperto un nuovo rito quotidiano, fino ad allora sconosciuto. Mi sono ritrovato a scegliere con cura quel momento in cui poter dedicare del tempo solo a me stesso, e per me era una novità. Grazie al contesto intimo e privato, i problemi vengono lasciati momentaneamente fuori dalla porta: si ha la mente sgombra da preoccupazioni, emergono dall’acqua sensazioni, emozioni, sentimenti e ricordi che siamo soliti non considerare. La nostra immaginazione sembra scandita dal ticchettio delle gocce nell’acqua. Si percepisce il silenzio e questo, insieme all’aria densa di umidità, favorisce l’isolamento. Cade ogni maschera e siamo nudi di fronte a noi stessi, sia spiritualmente che fisicamente. È da queste sensazioni che nasce il mio progetto fotografico. Volevo ottenere delle fotografie che restituissero queste emozioni allo spettatore e per farlo ho scelto la stanza di un albergo».

Perché proprio una stanza d’albergo?
«L’albergo ha per me il fascino del non-luogo. Si incontrano tante storie, cambiamenti continui e intrecci. Ogni cliente ha il suo vissuto personale che condivide tra quelle pareti sterili. La camera l’abbiamo ricreata in studio per avere maggiori libertà di scatto e per riuscire ad ottenere le luci  necessarie per ricreare quell’estetica algida, fredda e distaccata. Così come me l’ero immaginata, in totale contrapposizione con l’umanità espressa dai soggetti. Ho scelto il numero 322 perché fa riferimento al numero civico della casa dove sono cresciuto a Bologna».

Come hai selezionato i soggetti da inserire nella vasca da bagno?
«Ho scelto di collaborare con attori e modelli. Non c’è veridicità o spontaneità, ma la volontà cosciente di voler costruire una storia da raccontare. I miei personaggi sono stati scelti con cura perché era necessario che la loro fisicità intervenisse nella storia tanto quanto l’ambientazione e la scelta delle luci. La fotografia che ne risulta non racconta un’unica storia, deve ricreare un involucro per ospitare le storie dello spettatore, evocando riflessioni e chiavi di lettura diverse. Per astrarre i miei modelli e ricreare quella malinconia negli sguardi, necessaria per l’empatia con lo spettatore, alle volte mi sono servito di un sottofondo musicale, lasciando scorrere l’azione in modo da ottenere senza troppi sforzi il giusto equilibrio».

Perché in alcuni casi hai deciso di inserire due personaggi?
«Il bagno è il luogo dell’intimità per eccellenza; quando al suo interno si è in due cade il velo della privacy e i lati più nascosti di noi sono per una volta mostrati anche all’altro. Questo crea una forte e sincera confidenza capace di darmi nuove sensazioni e nuovi spunti».

Hai iniziato quasi da autodidatta, creandoti una professione e mettendoti in gioco. Cosa pensi della professione di fotografo al giorno d’oggi?
«Sono ottimista. Credo fermamente che la ricerca della qualità, quando ci sono talento e carattere, sia la strada da percorrere. Indubbiamente chi comincia oggi deve scontrarsi con un mare in tempesta: è tutto molto complicato, la concorrenza è spietata e il rischio di fallimento è dietro l’angolo. Consapevoli di questo, bisogna insistere per trovare la propria strada con coraggio, passione e tanta dedizione. Un consiglio che mi sento di dare è quello di crearsi una fitta rete di contatti e mantenere buone relazioni all’interno dell’ambiente, perché spesso sono necessarie per ottenere dei risultati professionali».

IL FOTOGRAFO è social!

IL FOTOGRAFO è social! Seguici su Facebook, carica le tue foto sulla nostra bacheca e potresti essere pubblcato sul prossimo numero cartaceo! Ecco i selezionati del numero 280:

Maurizio Feliciano, Paolo Bellisai, Francesca Agate, Bendetto Ferlito, Barbara Trevisan, Teresa Merendino, Salvatore Di Venuto, Michele Cirali, Daniele Pullara, Irene Fittipaldi, Fabrizio Romagnoli, Sebastiano Damiri, Massimiliano Capaccio, Ilaria di Giustili, Rosy Plano, Stefano Paletti, Francesco Barbasso, Rocco Caci.

Grazie a tutti e alla prossima!

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Opportunità per migliorare: workshops

Nel numero 280 de IL FOTOGRAFO, adesso in edicola, Francesca Marani ha segnalato 3 workshop interessanti assolutamente da non perdere. Ecco quali:

  • Magnum Photos & British Journal of Photography: Professional practice workshops
  • Workshop con Greg Gorman
  • Visual Storytelling workshop

E voi, avete workshop, eventi e contest da segnalare alla nostra redazione? Inviateci una mail all’indirizzo info@stilllove.it oppure postate il link direttamente nei commenti qui sotto; noi saremo felici di pubblicare le vostre comunicazioni!

Il_Fotografo_280_Marzo_2016 (trascinato)

IL FOTOGRAFO 280

È uscito IL FOTOGRAFO 280!

Grande copertina di Steve McCurry e tantissimi contenuti imperdibili. Ecco il sommario:

logo-sprea-fotografia

Editoriale | Il sogno della fotografia

Chi siamo, i fotografi del mese

Profili d’Autore
Paolo Ventura | L’inventore dei sogni

Carlo Carletti | Il fotografo di matrimoni

Steve McCurry | Senza confini

Piero Gemelli | Eleganza, moda e creatività

Who’s who
Andrea Boccalini | Il fotografo dei contrasti

News
Yourpictureditor

Eventi/Festival
Fujifilm | Celebra il lancio della X-Pro2

FIAF | I circoli fotoamatoriali

Giovani Autori – CarlottaCardana

Collezionismo
Un anno di grandi numeri

Fotolibro
Mario Carrieri | Milano, Italia

Formazione
APAB | Scuola Internazionale di Fotografia

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