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Irving Penn: i soggetti devono essere il centro di tutto, perché sono l’alfa e l’omega della composizione

Marlene Dietrich

Irving Penn è uno dei fotografi statunitensi più conosciuti al mondo.
Le fotografie di Irving Penn raccontano di viaggi, incontri e ricerche antropologiche. Fotografie diversissime le une dalle altre, scatti da cui si sviluppano esplorazioni e temi cari al suo percorso investigativo. E poco importa se ci troviamo di fronte a una modella di Vogue, a un indigeno, a Pablo Picasso, a un mozzicone di sigaretta o a una voluttuosa natura morta, giacché il nucleo della ricerca personale è la grazia, l’innata delicatezza che l’uomo e gli oggetti recano in sé. Emerge così un altro aspetto interessante che fa di Irving Penn, oltre a un sensibilissimo fotografo, anche un grande filosofo, un umanista. Un intellettuale in grado di plasmare l’etica nella sua immagine, rivendicando la dignità di tutti gli esseri (umani, viventi e non) solo appellandosi alle loro qualità universalmente determinanti, cioè la loro unicità. Da questa ricerca di verità, dalla volontà di andare oltre la superficie delle cose e scongiurare una possibile cieca accettazione di mistificazioni sugli individui, Penn dissolve il loro environment culturale e sociale. Prende persone comuni e personaggi celebri come Truman Capote, Yves Saint Laurent, Marlene Dietrich e li mette all’angolo. Predilige sfondi monocromi sul bianco e sul grigio anche se si innamora a Parigi di una tenda da teatro con dipinte nubi grigie diffuse.

Irving Penn: soggetti devono essere il centro di tutto, perché sono l’alfa e l’omega della composizione

Ogni scenografia sullo sfondo viene meno perché i soggetti devono essere il centro di tutto, perché sono l’alfa e l’omega della composizione.
Questo suo modo di fotografare del tutto nuovo gli permetterà di lavorare, sin dagli anni Cinquanta, con clienti di tutto il mondo, tanto da considerare la fotografia su commissione una vera e propria opportunità per la messa a punto della sua ricerca personale. Tuttavia, incarichi privati a parte, come il collega Richard Avedon si impose all’attenzione della critica internazionale anzitutto come fotografo di moda, ma diversamente dal suo rivale, Penn si concentrerà primariamente sulla fotografia in studio. In quella stanza tutta per sé potrà scandagliare l’essenza delle persone, registrando ogni loro intima spontaneità. Irving Penn sin dal 1943, anno in cui realizzò la sua prima copertina per la rivista Vogue, suggerì una nuova immagine di donna, lontana da quelle fino ad allora proposta da fotografi della portata di De Meyer e Cecil Beaton, ovvero delle creature passive, esistenzialmente pigre ed adagiate in salotti eleganti, vestite delle creazioni eteree dei grandi couturier parigini. Fu proprio lui a combattere contro quel clima di austerità che la Seconda guerra mondiale aveva gettato sul mondo della moda. Durante il XX secolo, Irving Penn è stato uno dei massimi professionisti in almeno due dei generi più antichi e apprezzati: le nature morte e il ritratto. È davvero difficile che un artista riesca a eccellere in più ambiti per la difficoltà di sommare talenti e sensibilità diverse, quasi inconciliabili.
Perché, come ha notato lo studioso John Szarkowski, «se la natura morta è il genere in cui l’artista ha il massimo grado di controllo sul soggetto, il ritratto è quello in cui il controllo da parte dell’artista è più contrastato dalla volontà del soggetto stesso». Eppure lui è riuscito a trovare l’intima essenza in entrambi. Irving Penn grazie ai suoi sfondi evanescenti alla sua luce ottocentesca (pre Edison) poteva sembrare un sofisticato e capriccioso snob; eppure ha creato un nuovo vocabolario tecnico
che sarebbe rimasto in auge per almeno un altro quarto di secolo. E per quanto il fotografo del New Jersey avesse dichiarato in occasione di un simposio al MoMa che «il vero fotografo moderno lavora per l’editoria» e che «il prodotto finale dei suoi sforzi è la pagina stampata e non la stampa fotografica», con la sua cura e consapevolezza è stato uno dei massimi esempi ad avvalorare la tesi che vede la fotografia una forma d’arte alta e autonoma. Irving Penn è stato in grado con il suo obiettivo di narrare storie diverse, riuscendo a creare un filtro attraverso cui vedere tutte le cose del mondo. Un filtro, prima di tutto, emotivo, affettivo ed esistenziale. Proprio questa è la prima ragione per cui le foto colpiscono l’osservatore. I particolari dell’immagine risalgono a una nostra personale coscienza affettiva. L’etereo sfuma impercettibilmente nel chimerico, anche grazie alla capacità del platino di realizzare sottilissime distinzioni tonali. Irving Penn è passato alla storia per aver giocato con la luce in bilico sulla linea del tempo, regalandoci per sempre un eterno istante.

Nasce Irving Penn: è il 16 giugno 1917

Straordinaria personalità del secondo Novecento, capace di spaziare tra moda, ritratto e still life, Irving Penn è universalmente conosciuto per le sue fotografie che hanno condizionato l’idea di stile e di eleganza nell’immaginario collettivo. Capace di un’assoluta padronanza espressiva, Irving Penn ha illuminato la fotografia contemporanea – a tutt’oggi rimane un esempio per molti giovani autori – anche rispetto a una produzione che ha saputo varcare i confini redazionali e l’ambito degli incarichi professionali. Oltre alle celebrate immagini per Vogue – entrò nella redazione nel 1943 e nel maggio 2004 era ancora lì a dar vita alla copertina con una foto di Nicole Kidman che veste un abito di Christian Lacroix –, di grande fascino rimangono i suoi ritratti colti in occasione dei numerosi viaggi all’estero, i lavori dedicati al nudo, la serie sui lavoratori e sui commercianti (dal macellaio alla sarta) e Cigarettes, considerato forse il vertice tecnico della carriera di Penn per il suo valore simbolico: sono still life di mozziconi di sigaretta, simboli della caducità della vita, colti durante le sue passeggiate newyorkesi.
Nel 1994 il MoMA di New York gli dedicherà una grande retrospettiva. Muore a 92 anni, nel 2009, nella sua casa di Manhattan


Irving Penn: il ritratto oltre la moda

Irving Press, Picasso (1 of 6), Cannes, France, 1957. © by The Irving Penn Foundation.

Una delle caratteristiche che rendono immediatamente riconoscibili le fotografie scattate da Irving Penn è l’essenzialità. La grande rivoluzione che ha apportato al mondo dell’immagine riprodotta meccanicamente consiste proprio nell’aver cercato di togliere quanto più possibile gli orpelli che, soprattutto nella fotografia di monda, caratterizzavano le produzioni precedenti. Il suo è sempre stato un lavoro a togliere, una ricerca per sottrazione che mira a scavare in profondità nell’anima di cose e persone. E il campo di elezione è necessariamente infinito: dai personaggi più celebri agli oggetti più umili, addirittura ai resti del consumo della nostra società. Il suo obiettivo affronta con uguale forza introspettiva tanto il pittore celebrato o lo scrittore di grido, quanto i mozziconi di sigarette raccolti in strada. Lo scopo sembra essere sempre lo stesso tanto al cospetto di esseri umani quanto di oggetti inanimati: trovare l’essenza che esprime quanto si trova davanti all’obiettivo e lo rende unico. In questo panorama di ricerca un ruolo fondamentale è svolto dall’uso dello sfondo. Se le teorie sulla percezione studiate da Wertheimer e confluite nella Gestalt pongono la distinzione tra figura e sfondo al centro dell’attenzione, le fotografie di Penn sembrano quasi destinate ad esserne l’illustrazione più immediata. Per la Gestalt la distinzione si configura soprattutto nella differenza tra le caratteristiche della figura e dello sfondo. La prima è innanzitutto definita dal fatto di essere percepita come qualcosa dai contorni solidi e ben definiti. Questa specificità si riflette anche a livello cromatico con la presenza riscontrabile di colori epifanici, ovvero dall’aspetto molto materiale e compatto. Infine, la figura appare sempre più vicina e di dimensioni inferiori rispetto allo sfondo che la include. Al contrario, ciò che definiamo sfondo si presenta alla percezione dell’occhio umano come uno spazio evanescente al punto da sembrare a volte vuoto. Va da sé che sotto il profilo cromatico questo si traduca in colori diafanici, ovvero identificabili per scarsa densità. Da questi primi accenni di definizione del concetto di figura contrapposto a quello di sfondo derivano una serie di considerazioni, ben più interessanti, sull’influenza che quest’ultimo può avere sulla percezione della prima. E in questo senso il lavoro di Penn appare straordinariamente orientato a rendere l’influenza dello sfondo sul soggetto quanto meno forte possibile. L’idea stessa, tante volte copiata nel corso degli anni da tanti fotografi, di predisporre uno studio mobile che potesse essere portato in qualunque parte del mondo, riproducendo identiche condizioni di ripresa indipendentemente dal luogo, ha delle conseguenze di estremo interesse. Innanzitutto neutralizza l’influenza che può avere la scenografia sulla lettura del soggetto, aprendo la strada alla definizione del fattore tematico della catalogazione per quanto riguarda i contenuti. In altre parole, che sia il vigile del fuoco parigino o il gruppo di bikers, il presentarli sullo stesso sfondo li mette in qualche modo su un identico piano e permette allo spettatore di coglierne le differenze.

Uno degli aspetti più importanti della fotografia di Penn è lo straordinario rispetto delle individualità

Se l’operazione nella sua struttura pone tutti su un identico piano, l’autore non dimentica la fase introspettiva di analisi sul soggetto, di cui comunque vengono scarnificate e portate alla luce le unicità che lo definiscono. Il distacco che la struttura compositiva può lasciar supporre è solo apparente. Il punto di ripresa leggermente ribassato conferisce importanza al soggetto senza per questo deformarne le sembianze in quanto il piano focale rimane parallelo a quello in cui giace il soggetto. Ma il vederlo leggermente dal basso induce chi guarda l’immagine a porsi implicitamente in una posizione di attenzione nei confronti delle sue specificità. Un meccanismo che altrove è scatenato con tagli estremamente radicali che portano a tu per tu con il soggetto, quasi costretti a entrare nelle parti più riservate della sua anima.

Irving Penn “Centennial” in mostra a New York

di Giada Storelli

La storia della fotografia, ma anche della moda, non sarebbe mai stata la stessa senza le visioni di Irving Penn. Gli stilisti, ieri come oggi, continuano a essere stimolati dalla sua meticolosità compositiva e dallo studio dei dettagli, mentre i fotografi traggono sempre ispirazione dalle raffinate atmosfere e dalla spontaneità ritrattistica che contribuirono a creare il mito del grande interprete americano. «Penn riusciva a guardare ai miei vestiti, sentire la mia voce e rispondermi attraverso la sua creatività». Con queste parole il designer giapponese Issey Miyake inizia il racconto del loro lungo idillio creativo protrattosi per tredici anni, dal primo incontro, nel 1987, grazie a Vogue.


© The Irving Penn Foundation

Il Metropolitan Museum of Art di New York, fino al 30 giugno, celebra il centenario della nascita di Irving Penn con una mostra che si propone come la più grande e completa retrospettiva sull’autore. Con il prezioso contributo della Irving Penn Foundation, le iconiche immagini di Lisa Fonssagrives, gli still life e le immagini dedicate alle tribù della Nuova Guinea, la mostra mette in scena più di duecento scatti che ricostruiscono e celebrano una magnifica carriera.


Info
Luogo: The Met Fifth Avenue – Gallery 199
1000 5th Avenue, New York, NY 10028, Stati Uniti
Ingresso: 25 dollari (il costo comprende l’ingresso
al Met Fifth Avenue, al Met Breuer e al Met Cloisters)
Tel: 212.535.77.10.
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