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libri fotografici

Una selezione di libri che hanno per protagonista la Fotografia

Fantastici romanzi sulla fotografia

Abbiamo selezionato alcuni romanzi da avere assolutamente che presentano, come protagonista, la fotografia.

  • The Woman in the Photograph by Dana Gynther: una vivace ricreazione del tempo in cui Lee Miller ha incontrato Man Ray e una drammatizzazione di come il fotografo americano Lee Miller è stato mentore di Man Ray, in una Parigi degli anni ’20.
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  • The Only True Genius in the Family by Jennie Nash: un romanzo sul significato dell’esistenza vissuta nell’ombra di un famoso padre.  Il romanzo si concentra sulla vita di Claire, un fotografo commerciale il cui lavoro paga l’affitto, ma che giace avvolto nell’ombra del suo leggendario padre fotografo paesaggista.

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  • 18% Gray di Zachary Karabashliev: un commovente tributo al potere riparatore della fotografia. Il romanzo narra la storia di un immigrato a New York che riscopre se stesso attraverso la fotografia. Una storia d’amore carica di suspense, oscuramente umoristica, piena di passione per la creatività e la fotografia attraverso il personaggio di Zack, un immigrato bulgaro a New York.

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  • Moments Captured by Robert J. Seidman: il racconto romanzato di come Eadweard Muybridge ha inventato una nuova tecnologia fotografica. Edward Muybridge decide di aprire la strada a una nuova tecnologia fotografica. Ma è quando si innamora di Holly Hughes che il suo desiderio trova la sua ragione animatrice.

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Libri da collezione: Aperture. Passione e creatività in una rivista che ha fatto epoca

Fondato a San Francisco nel 1952, il trimestrale segna uno dei punti più alti della riflessione sulla fotografia come forma d’arte, differenziandosi dalle altre pubblicazioni per i suoi numeri monotematici che negli anni hanno formato una vera e propria enciclopedia della fotografia, oggi digitalizzata e consultabile online.
Una redazione d’eccezione composta da una comunità di fotografi (Minor White, Barbara Morgan, Dorothea Lange, Ansel Adams),  da curatori e critici (Nancy e Beaumont Newhall), con la benedizione di Edward Weston e l’impegnativo riferimento a Camera Work di Alfred Stieglitz, animava le pagine di questo prezioso progetto editoriale.  Un senso quasi religioso ha plasmato la nascita della rivista attorno alla carismatica e complessa figura del mistico e poeta Minor White, direttore e redattore capo (a titolo gratuito), fortemente influenzato dalle filosofie orientali, dal buddismo Zen, dalla lezione filosofica di Gurdjieff e da un ecologismo ante litteram – White era laureato in botanica e letteratura inglese –. Indifferente a compromessi qualitativi e commerciali, che ne hanno messo a dura prova la sopravvivenza, la rivista ha rischiato più volte la chiusura, salvata ogni volta da generosi sostenitori, campagne di sottoscrizione – negli anni Cinquanta un previdente e fortunato abbonato poteva acquistare un portfolio con 12 foto di Weston per 100 dollari e un’opera di Adams (Full Moonrise over Hernandez) per 6 dollari più le tasse –, aiuti e sostegni da fondazioni e istituzioni culturali come il Philadelphia Museum of Art, il MOMA e il MIT di Boston.

Aperture è oggi una  fondazione non-for-profit

Aperture è oggi una  fondazione non-for-profit che pubblica la rivista trimestrale, una ventina di fotolibri all’anno, stampe e portfolio realizzati in serie limitata dall’Aperture Photogravure Workshop, dieci mostre nella galleria di Chelsea, al 547W della 27th street di New York, sette mostre itineranti, due PhotoBook Review dedicate ai fotolibri per cui Aperture organizza un Photobook Awards a Paris Photo, workshops, incontri, booksigning e un Aperture Portfolio Prize per giovani fotografi. La rivista promuove letture con poeti e scrittori, Aperture Party, galà e vendite all’asta per autofinanziarsi. L’attività editoriale è sempre stata molto importante e di altissimo livello, attenta agli aspetti più innovativi della fotografia mondiale: dai nuovi fotografi giapponesi al catalogo della mostra di Diane Arbus al MOMA (1972), che nessun editore voleva pubblicare e che stampato in 2.500 copie ha raggiunto con le successive ristampe le 500.000 copie, oltre a fotografi ancora poco conosciuti come Josef Sudek con Poete of Prague (1990) e giovani rivelazioni come Nan Goldin con la sua The Ballad of Sexual Dependency (1986). Per la riedizione del leggendario Mexican Portfolio di Paul Strand, il direttore Hoffman scovò a Brooklyn un anziano litografo che stampava ancora in raffinata hand pulled gravure (fototipia); il portfolio venne così pubblicato nel 1968 con la piena approvazione dell’autore. I diritti sul patrimonio dell’archivio di Strand, confidati ad Aperture, diedero poi la possibilità di ristampare il catalogo dei suoi fotolibri a partire da La France de Profil e Portrait of an Italian Village (Un Paese). Il numero Summer 2019 è a cura di Tilda Swinton, su Orlando, il romanzo del 1928 di Virginia Wolf, e affronta il tema del gender e dell’androgino da parte di scrittori e fotografi. Questa sensibilità verso tematiche contemporanee e sviscerate in modo multidisciplinare con tutte le contaminazioni che possono arricchire è sempre presente ed è alla base di tutti i temi affrontati, da quelli storici e tecnici a quelli letterari, poetici, critici e filosofici. Non a caso il doppio numero commemorativo uscito nel 2002 dal titolto Photography Past/Forward: Aperture at 50. A celebration of genius in Photography, in esergo al capitolo The Indispensable Art: Survival si citano i Quattro Quartetti di Eliot.

Testi di Vittorio Scanferla

Book show: Michele Pellegrino. Racconti in bianco e nero

Valle Casotto, 1970
Valle Casotto, 1970

Michele Pellegrino per cinquant’anni ha raffigurato personaggi e paesaggi del profondo nord-ovest piemontese con mescolanze franco-provenzali e occitane per molti versi non conformi alle narrazioni dominanti. Questo lavoro appare come un’opera coerente e complessa, che invita a diversi livelli di lettura e a interpretazioni a volte opposte.
Sono storie insieme realistiche e fantastiche, documentarie e allegoriche, spirituali e a tratti spiritose che compongono un’eccentrica e magistrale parabola, diretta a far riflettere su dimensioni alternative della nostra storia, umana e fotografica. La pubblicazione si presenta come un’originale lettura dei cinquant’anni di lavoro dell’autore piemontese, tecnicamente magistrale e concettualmente sorretto da elevate conoscenze multidisciplinari. Le sue immagini interferiscono con gli esiti maggiori, letterari, filosofici e tecnologici di una grande cultura locale, illustrata, su tutti, da Cesare Pavese e da Luigi Pareyson. Dai suoi primi ritratti alle rappresentazioni di paesaggi montani, rinviando a nodi cruciali: il primordiale, il Bene e il Male, il vissuto minerale, la redenzione generale. Nell’adozione secondo i contesti e i soggetti di uno stile sublime, quest’opera complessa attesta una visione della fotografia come allegoria.

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Ci-contre: storia di un libro ritrovato

Quando nel 1968 Ann e Jürgen Wilde si ritrovarono tra le mani il menabò originale di quello strano progetto editoriale, intitolato Ci-contre, devono aver intuito subito l’eccezionalità di quel ritrovamento. Le modalità di impaginazione, i materiali utilizzati, il pensiero soggiacente e il tipo di immagini e testi mostrati, avevano infatti già lasciato nelle loro menti esperte ben pochi dubbi circa l’autenticità, e assoluta rarità, di ciò che avevano di fronte, tuttavia è logico supporre sia stato soprattutto il non riuscire a ricordare nessuna pubblicazione corrispondente ad accendere definitivamente il loro interesse. Ma quello che i due collezionisti tedeschi probabilmente non avevano immaginato al momento dell’acquisto di quel bizzarro protolibro è che sarebbero stati proprio loro, giusto qualche decennio più tardi, a scrivere l’ultimo capitolo della sua storia. Una storia avvincente, in odor d’avanguardia, iniziata a Parigi ben trentasette anni prima, ovvero sul finire di un movimentato 1931. All’epoca, il fotografo lituano Moses Vorobeichic aveva appena cambiato il proprio nome in Moï Wer. Era reduce dal suo secondo successo editoriale – un libro di stampo avanguardista intitolato Paris – ma ciononostante era deciso a iniziare subito un altro grande progetto fotografico. Si mise al lavoro e, nel giro di tre mesi, ne inviò il menabò definitivo a Franz Roh, noto professore di Storia dell’Arte a Monaco nonché direttore della collezione Fotothek. Era un progetto ambizioso, che sviluppava ulteriormente i principi fotografici già adottati nel precedente e dettati dalle nuove avanguardie del periodo, nate in seno al Bauhaus in seguito alle teorizzazioni di László Moholy-Nagy sulla cosiddetta nuova visione.

Ci-contre: un lavoro complesso, poetico e intriso dello spirito visionario del tempo

Intitolato Ci-contre, esso proponeva un’originale concatenazione di libere associazioni di idee attraverso centodieci immagini dalla composizione ricercata, spesso frutto di doppie esposizioni e connotate da punti di vista ed elaborazioni grafiche ancora inusuali per l’epoca. Vere e proprie visioni della realtà, che Wer aveva adeguatamente inserito in pagina secondo uno schema estremamente dinamico e di chiara ispirazione cinematografica. Un lavoro complesso, poetico e intriso dello spirito visionario del tempo, che non lasciò indifferente Roh, il quale si mise subito in cerca di un editore. Gli sconvolgimenti politici dell’epoca ne impedirono però la sua immediata pubblicazione e, nel 1933, Wer perse ogni contatto con Roh e, con lui, ogni traccia del suo progetto. Dando per persa quella prima stesura, tra il 1940 e il 1945 ne tentò una seconda, ottenendo però qualcosa di molto diverso: l’impronta del Bauhaus e degli insegnamenti di Albers erano molto meno evidenti e l’accento discorsivo, prima posto sulle nature morte e sull’architettura, cadeva ora su quell’umanità rimasta quasi involontariamente impigliata nel suo obiettivo. Ma anche questo secondo progettoeditoriale non vide mai la luce e, a partire dal 1950, il nome di Moï Wer iniziò a sprofondare lentamente nell’oblio. Arriviamo così al 1968 e al giorno in cui i Wilde acquistarono la bozza originale di Ci-contre, proprio quella rimasta a lungo dimenticata nelle mani di Roh e finita chissà come nelle loro. Conquistati da quel progetto, si misero subito in cerca del suo autore, ma solo nel 1972, dopo anni di intense ricerche, scoprirono che Moï Wer aveva cambiato nuovamente il proprio nome: ora si chiamava Moshe Raviv e, ormai da decenni, viveva in Israele. Gli scrissero una prima lettera in quello stesso anno e per Vorobeichic/ Wer/Raviv fu una gioia immensa scoprire che quel menabò si era in qualche modo salvato dalla furia del tempo. Lieto fine, dunque? Solo in parte. La corrispondenza tra l’ormai dimenticato fotografo lituano e i due collezionisti tedeschi andò infatti avanti ancora a lungo, ma quando nel 2004 i Wilde pubblicarono finalmente la prima edizione di Ci-contre, dopo aver superato mille altre peripezie e averne acquistato tutti i diritti, il suo autore era purtroppo già morto da tempo.

Di Stefania Biamonti

Luciano D’Alessandro: GLI ESCLUSI Fotoreportage da un’istituzione totale

Luciano D’Alessandro: GLI ESCLUSI Fotoreportage da un’istituzione totale. Fin dalla copertina sguardi e occhi interrogano e poi mani e corpi, particolari che svelano un’umanità piegata e contorta nella sofferenza e nel dolore in un reportage emozionante e commovente. Negli anni Settanta la sensibilità civile di una generazione di fotografi  indagò l’istituzione violenta e repressiva del manicomio come esempio di una società di classe che emarginava brutalmente i più deboli e i più fragili. La fotografia fu uno strumento di grande efficacia nella denuncia di una situazione disumana e intollerabile fino ad allora nascosta e rimossa. La pubblicazione di fotolibri come Gli esclusi, Morire di classe  di Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati, Tu interni e io libero di Gian Butturini e i servizi di Ferdinando Scianna per L’Europeo volti a descrivere il rapporto tra fotografi a e follia e raccolti ne Il volto della Follia . Cent’anni di immagini del dolore (Skira 2005) rappresenta la consapevolezza dell’importanza della fotografia come testimone delle contraddizioni non più tollerabili nella società italiana. Il dibattito civile e politico sulla malattia mentale, sollecitato dalla denuncia fotografica, portò all’approvazione della legge 180 che modificò per sempre la situazione manicomiale. La lezione di Basaglia nel manicomio aperto di Gorizia permise di comprendere che la follia è una condizione umana: «In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia».

GLI ESCLUSI Fotoreportage da un’istituzione totale

Sergio Piro introdusse nel manicomio Materdomini di Nocera le pratiche dell’antipsichiatria, costituendo una comunità terapeutica come quella di Gorizia e invitò D’Alessandro a documentarne l’esperienza, prima che lo scontro con le istituzioni sanitarie lo costringesse alle dimissioni nel 1969. D’Alessandro era rimasto dapprima tre giorni immobile nel cortile del Materdomini, impregnandosi dell’orrore e dell’odore insopportabile del manicomio e vi ritornò, almeno una volta ogni settimana, tra il 1965 e il 1967. Il reportage venne pubblicato su Popular Photography Italiana nel 1967 con il titolo Il mondo degli esclusi  ed esposto alla galleria Il Diaframma prima di diventare un fotolibro su coraggiosa iniziativa di Lanfranco Colombo. Michele Gandin ne trasse, infine, un documentario per Nexus Film, commentato dai testi di Piro e dalla voce narrante di Riccardo Cucciolla. Piro, esponente di Psi Democratica, riconobbe nelle fotografi e di D’Alessandro, oltre alla denuncia di una situazione insostenibile, lo svelamento della cattiva coscienza dello psichiatra, paternalistico strumento del potere e della violenza istituzionale, perché la medicalizzazione della pazzia, anche attraverso la camicia di forza farmacologica perpetuava il meccanismo di esclusione e emarginazione dei più deboli e fragili che nasce nella famiglia e nella società per prolungarsi nella segregazione del manicomio, istituzione totale da aprire finalmente al mondo. Gli esclusi  è uno straordinario esempio di fotografia umanista, lontano da ogni estetizzazione della fotografia del dolore e di stereotipo sulla follia.
La sua qualità estetica, grafica e tipografica ne fanno un fotolibro molto ricercato che ha valutazioni tra i 600 e gli 800 euro.

Book show: Luigi Ghirri. The Map and the Territory

Rimini, 1977 (In Scala, 1977-1978). [p.307] C-Print, 17.8 x 27 cm. Eredi di Luigi Ghirri. Courtesy of MACK

La casa editrice londinese MACK ha pubblicato il libro Luigi Ghirri. The Map and the Territory  interamente dedicato alla prima decade del lavoro dell’artista emiliano. Il volume, curato da James Lingwood, si presenta come un interessante e rigoroso approfondimento sulla prima e intensa fase di esplorazione artistica di Luigi Ghirri, conclusasi con la mostra a Parma del 1979. Il volume offre un vasto apparato fotografico e iconografico dei principali lavori prodotti da Ghirri tra il 1970 e il 1979, presentando al lettore un excursus completo su progetti come le Fotografie del periodo iniziale (1970), il celebre Kodachrome (1970-78), Colazione sull’erba (1972-74), Catalogo  (1970-79), Km 0.250  (1973), Diaframma 11, 1/125, Luce Naturale (1970-79), Atlante  (1973), Italia Ailati  (1971-79), Il Paese del Balocchi  (1972-79), Vedute (1970-79), Infinito  (1974), In Scala  (1976-79) terminando con Still Life  (1975-79).

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Libri rari che ogni fotografo dovrebbe possedere

Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del volume Mosca di William Klein (1964) – di cui si è parlato in questa stessa rubrica viene pubblicato in Italia, nel 1965, Milano, con fotografie di Giulia Pirelli e Carlo Orsi e con una presentazione di Dino Buzzati. Il progetto su Milano fa pensare che in qualche modo gli autori italiani abbiano fortemente sentito l’influenza dirompente del linguaggio – sia fotografico sia di impaginazione – di Klein, che aveva dato alle stampe nel 1956 il suo primo volume, New York  concepito in modo nuovo e con cui si era imposto a livello internazionale. Ricordiamo che New York, e i successivi volumi di Klein dedicati alle grandi capitali, fu concepito in grande formato e con un’impaginazione a dir poco vivace, con fotografie al vivo o assemblate secondo un criterio apparentemente anarchico, fuori dalle consuete gabbie grafiche. Questa scelta esaltava il linguaggio fotografico del grande fotografo americano, caratterizzato dall’immediatezza dell’immagine in cui spesso i soggetti interloquiscono con il fotografo che, grazie anche a un uso maggiore o consueto del grandangolo, pare entrare direttamente nella scena. In un modo molto simile viene concepito il volume su Milano, anche in questo caso ricorrendo al grande formato, in cui un’impaginazione vivace presenta fotografie sgranate, con forti contrasti, adeguate a un linguaggio che non poteva più essere quello pacato del reportage tradizionale, dove le immagini erano il frutto di calcolati equilibri formali. La tradizione fotografica italiana, d’altra parte, discendeva dai due grandi filoni del linguaggio fotografico nazionale: il formalismo, che aveva dominato nella fotografia cosiddetta artistica, e l’impronta neorealista che aveva caratterizzato tutto il periodo del dopoguerra.

Milano, con fotografie di Giulia Pirelli e Carlo Orsi e con una presentazione di Dino Buzzati

Le fotografie sul capoluogo padano realizzate da Carlo Orsi (per la maggior parte) e da Giulia Pirelli sono dunque caratterizzate da un linguaggio eclettico che spazia dalla documentazione neorealista alla sperimentazione grafica, raccontando di una città in piena espansione, con le sue contraddizioni, i primi grattacieli e le vecchie case di ringhiera, la neonata metropolitana e le periferie sterminate e informi, con i suoi luoghi deputati alla frequentazione della folla – la Stazione Centrale, Piazza Duomo, lo stadio di San Siro… – e con i più raccolti angoli di una città ottocentesca: in questo contesto visivo si inseriscono le pagine iniziali con gli appunti in forma di poesia di Dino Buzzati, uno dei più grandi scrittori e giornalisti italiani del dopoguerra. Giulia Pirelli e Carlo Orsi sono due figure di operatori visivi legati a una Milano illuminata, capace di esaltare i suoi pregi ma anche di analizzare i limiti e i problemi connessi alla veloce espansione socio-economica. Si tratta di temi e paesaggi consueti, relativi allo sviluppo rapido di una grande città che risorge dalle distruzioni del dopoguerra per candidarsi a città guida dell’economia italiana negli anni del boom economico. Quasi cinquanta anni dopo Milano è diventata una città completamente diversa: le fabbriche e le nebbiose e malinconiche periferie non esistono più, sostituite da luccicanti centri commerciali, e la struttura economico-sociale si è trasformata, con la città-fabbrica diventata città dei servizi, segnata da profonde trasformazioni urbanistiche che negli ultimi anni ne stanno modificando lo skyline. Anche la pubblicistica fotografica è del tutto cambiata e se in quegli anni Sessanta la pubblicazione di un libro fotografico in Italia costituiva un evento, oggi sono numerosissime le pubblicazioni specifiche: mi pare che manchi, però, un volume fotografico che davvero racconti in modo nuovo la Milano dei nostri giorni

Milano, Fotografie di Carlo Orsi e Giulia Pirelli;
presentazione di Dino Buzzati; grafica Giancarlo Iliprandi;
pagine 90, formato 30x40cm.
Bruno Alfieri editore, Milano, 1965

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Libri che hanno fatto la storia della fotografia: I Cinesi di Caio Garrubba

Nel 1969, viene pubblicato un volume che testimonia l’allargarsi delle tematiche affrontate dai fotografi italiani: si tratta de I cinesi di Caio Garrubba (Napoli, 1923), il cui testo è affidato a Goffredo Parise. La sua presentazione testimonia del profondo interesse per la fotografia, ma è sintomatica della confusione o, forse, della scarsità di elaborazione criticofotografica dell’epoca. Parise infatti mette insieme la poetica bressoniana del momento decisivo, il crudo realismo cronachistico di Weegee e i ritratti di Marilyn Monroe di Avedon. A parte questo, il testo evidenzia come Garrubba avesse restituito l’anima della nazione maoista ancora intrisa della sua storia millenaria. Scrive al proposito Parise: «La Cina ha alcuni caratteri fondamentali, biologici, innanzitutto, poi culturali, estetici, formali; poi sociali e religiosopolitici. […] Garrubba li ha semplicemente, didascalicamente, dolcissimamente, colti tutti. […] ha colto il carattere fondamentale della Cina e del popolo cinese: il carattere popolare, collettivo e familiare. In tutte le fotografie, anche in quelle dove appare una sola persona, ma sono molto rare, è chiaro che quella persona non è mai sola, né fisicamente, né, per così dire, intimamente.» È evidente, in questa lettura, la diffidenza verso il regime totalitario e l’interesse per le radici culturali e le apparenti novità nella gestione del potere rispetto alla burocrazia sovietica. Non potevano immaginare, Garrubba e Parise, quanto la Cina, cinquanta anni dopo, sarebbe stata vicina all’Occidente e quale sviluppo economico avrebbe raggiunto con un esperimento inedito di capitalismo in salsa comunista.

Vasco, Raimondi e una fotografia spericolata

A tu per tu con Efrem Raimondi

Una carriera eccezionale iniziata nel 1983. Efrem Raimondi ha pubblicato per le maggiori riviste italiane e internazionali, da Stern a GQ, da Rolling Stone a Vanity Fair. Famosi i suoi ritratti a personaggi della cultura, dell’arte, della politica e dello spettacolo.
 Al ritratto affianca un lavoro di ricerca artistica sul paesaggio. 
Nel 2012 ha pubblicato, con Toni Thorimbert, il libro Tabularasa per Mondadori: 27 anni di fotografia con Vasco Rossi. 
È stato membro, unico italiano, dell’Hasselblad Master Jury. Nel suo studio a pochi passi da Milano comincia il suo racconto. “Sono passati diciasette anni da quando rispondendo al telefono mi sono sentito chiedere: «Vuoi venire con me in America»? Era Tania Sachs. Ho pensato a uno scherzo e ho riattaccato. Non sapevo che Tania fosse la responsabile della comunicazione di Vasco Rossi e che non stesse scherzando per niente. Per fortuna ha richiamato…

Così è iniziata per me la fantastica e complessa scorribanda iconografica nella Vasco Zone. Non complicata, complessa. Perché fotografare Vasco non è facile. Innanzitutto sono dovuto partire per Los Angeles, io che non amo viaggiare se non in macchina, passi anche il treno, ma solo se ho poco bagaglio. Affitto uno studio poco convenzionale rispetto ai nostri standard… splendido! E, mentre facciamo una chiacchiera preliminare, Vasco mi dice: «Io odio essere fotografato». Perfetto, io odio fotografare! E adesso? Visto che abbiamo fatto undicimila chilometri per trovarci qui, cosa facciamo? Così iniziamo a lavorare. Atmosfera rilassata e piacevole. È stata un’esperienza indimenticabile.

Per presentare l’album Stupido Hotel decidemmo di organizzare una mostra. Quel giorno, fuori dalla galleria, ci saranno state duemila persone. Problemi di ordine pubblico con i fan, traffico bloccato. La gente non riesce a entrare. I giornalisti sono appollaiati uno sull’altro per strappare un’intervista a Vasco. Intorno, le mie fotografie: bianco e nero, colore e polaroid ingrandite. Alla fine siamo costretti a denunciare un furto. Qualcuno ha rubato tre fotografie… mica piccole. Addirittura del formato 40×60 montate su alluminio. Letteralmente strappate dal muro. Il giorno dopo siamo su tutti i giornali. L’album di Vasco è stupendo. Il contorno (le foto, la mostra, il furto) pure. Ecco perché Luzzato Fegiz, in quel suo pezzo, scrive anche di fotografia.L’esperienza con Vasco è adrenalinica, di quelle che segnano. Il libro Tabularasa, ventisette anni con Vasco Rossi e realizzato a quattro mani con Toni Thorimbert, ne è la testimonianza più forte. Certe immagini ti accompagnano sempre. Alcune accompagnano più persone, anche quelle che sono tra loro estranee.È la fotografia. Quella roba che ha la capacità di trascendere il tempo e la sua precarietà, che regala souvenir diversi. Come certe canzoni. Adesso ci conosciamo bene. C’è affetto e stima reciproca. Una volta, proprio all’inizio, parlando con mia moglie, Vasco le ha detto: «Mi piace tuo marito. Quando lavora suda». È, francamente, la cosa più originale e inaspettata che mi sia mai sentito dire. E mi piace.

 

Quattro domande a Vasco


vasco1Efrem dice che non ti piace essere fotografato e che, se proprio lo devi fare, soltanto con due o tre fotografi.
Considerato che farmi fotografare mi innervosisce e mi indispone, è necessario che il fotografo riesca a coinvolgermi, sia molto sveglio, svelto e abbia le idee chiare. Con Efrem ci siamo sempre capiti subito. Lo stimo molto anche come persona.

Nell’ormai celebre libro Tabularasa, le immagini si distaccano dall’idea della rockstar e ci raccontano l’uomo. Che effetto ti fa guardare quel libro? 
L’ho trovato molto bello. Non ho collaborato alla scelta delle foto. Hanno fatto tutto loro. Del resto Efrem e Toni sono due fuoriclasse. Non poteva che nascere un capolavoro.

Le fotografie delle copertine dei dischi le scegli da solo? 
Da anni, forse decenni, è Arturo Bertusi l’ideatore delle copertine dei miei album. Di solito arriva con un’idea che, se ci convince, comincia a realizzare sotto la supervisione di Fini coordinando le varie esigenze grafiche e artistiche. Il risultato è un lavoro nel quale svolgo soprattutto l’attività di… “modello”.

Vasco Fotografa?
Sono stato un grande appassionato di fotografia. Da ragazzo stampavo rullini in improvvisate camere oscure. Poi ho continuato con tutti i tipi di apparecchi fino al cellulare. Oggi scatto foto continuamente, le raccolgo sul computer e mi diverto a riguardarle per il piacere di rivivere i momenti passati. Per quanto riguarda i social …passerò alla storia come il padre dei “clippini”!

Hai fotografie appese in casa sua? 
Non ho molte foto appese. Amo le pareti bianche che rilassano la mente e non interferiscono con la mia immaginazione.

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