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Luca Tombolini

Luca Tombolini: la contemplazione che si fa immagine

Le fotografie di Luca Tombolini provengono direttamente dal suo inconsciovestendosi dei colori dell’anima

Viaggi in solitaria alla ricerca di luoghi primordiali per riuscire a entrare in dialogo con la parte più nascosta e intima del proprio essere. Luca Tombolini utilizza la fotografia come strumento nella sua personale ricerca di un punto di contatto e di coesistenza tra la sua parte conscia e inconscia. Nel tentativo di rappresentare ed esteriorizzare la propria visione spirituale, il fotografo milanese ci accompagna in immaginari dove armonia ed equilibrio diventano i protagonisti invisibili di paesaggi idilliaci e di una natura salvifica.

Intervista a Luca Tombolini

Come e quando ti sei avvicinato alla fotografia ?
«Nel periodo della mia adolescenza spesso mi divertivo a utilizzare la reflex di famiglia senza mai avere particolari pretese, fino a quando, nel 2004, mentre ero concentrato sulla mia ricerca per la tesi universitaria in comunicazione, mi sono ritrovato a confrontarmi con i piani sequenza del cinema di Michelangelo Antonioni. Quello che maggiormente mi colpì dello stile del regista furono i suoi ampi spazi e i tempi cinematografici talmente dilatati che ti concedevano la possibilità di perderti nei dettagli. Allo stesso tempo, in quel periodo, stavo seguendo un corso di fotografia e quando il professore ci introdusse la tecnica del banco ottico, ho sentito dentro di me come se un pezzo di un puzzle cadesse al posto giusto».

Uno dei tuoi lavori più significativi è certamente quello dell’ex campo di concentramento dell’isola di Pag in Croazia. Immagini di sorprendente bellezza che discordano fortemente con la storia di quel luogo. Come nasce questo progetto?
«In realtà è successo un po’ tutto per caso. Sono arrivato sull’isola croata con l’intenzione di riprendere le particolari caratteristiche geologiche, colline di calcare bianco che si tuffano a capofitto in un mare di un azzurro molto intenso. Durante le mie ricerche, prima della partenza, mi sono imbattuto in poche e frammentarie notizie sulla presenza, da qualche parte in quel luogo, di un ex campo di concentramento della Seconda guerra mondiale e la cosa m’incuriosì molto. Nei primi giorni di trekking esplorativo non riuscii a trovare molto per via delle poche tracce visibili rimaste. La notte del terzo giorno iniziai a indagare meticolosamente su internet e quando finalmente trovai il sito con le informazioni che stavo cercando, il tutto ha preso una svolta che non avrei mai immaginato. Essere lì, in prima persona, camminare in solitudine sul luogo esatto dove furono brutalmente uccise migliaia di persone, mi espose direttamente sulla vertigine del male. Ricordo i primi giorni in quel luogo, dove spesso mi trovavo a fissare il vuoto assalito da molti dubbi. Alla fine decisi di fotografare così come mi ero proposto sin dall’inizio, con lo scopo però di non trasformare il progetto in un semplice reportage sul campo di sterminio. Le fotografie che ho realizzato mostrano effettivamente un luogo sereno, un paradiso di roccia bianca e acque cristalline, ma lo spirito invece è condotto in una spirale verso uno degli aspetti più devianti dell’animo umano, la necessità del male. In questo senso, e ragionandoci a posteriori, il progetto somiglia molto a una rappresentazione della compresenza degli opposti»

Nel panorama fotografico chi sono i tuoi autori di riferimento? Come hanno influenzato il tuo lavoro?
«Uno dei fotografi che più ammiro è senza dubbio Hiroshi Sugimoto perché tocca temi a me cari. Per la mia esperienza, andare alle sue mostre è un viaggio che comprende solo in minima parte la fotografia. Penso che, nel suo caso, sia più corretto parlare di filosofia dell’esistente attraverso le immagini. L’altro grande maestro è sicuramente Massimo Vitali. Ricordo che la prima volta che vidi alcune sue fotografie rimasi come ipnotizzato. Ancora oggi, ogni volta che torno a guardarle, si rinnova in me un’esperienza di piacere, una sorta di dipendenza estetica».

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