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Mountains by Magnum Photographers: la montagna fotografata dai fotografi Magnum

Zermatt, Switzerland, 1950 Robert Capa © International center Of Photography / Magnum Photos

Mountains by Magnum Photographers: la montagna vista, vissuta e fotografata dai fotografi dell’Agenzia Magnum Photos, l’agenzia di fotogiornalismo fondata nel 1947 da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger, che riunisce oggi i migliori fotografi del mondo. La mostra Mountains by Magnum Photographers, frutto di una co-produzione tra Forte di Bard e Magnum Photos Paris, presenta al Forte di Bard, dal 17 luglio 2019 al 6 gennaio 2020, un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso cronologico che raccoglie oltre 130 immagini esposte in una prospettiva di sviluppo storico della rappresentazione dell’ambiente montano, declinata in base ai diversi temi affrontati da ciascun autore. Dai pionieri della fotografia di montagna, come Werner Bischof – alpinista lui stesso – a Robert Capa, George Rodger, passando per Inge Morath, Herbert List per arrivare ai nostri giorni con Ferdinando Scianna, Martin Parr, Steve McCurry.

Mountains by Magnum Photographers

Prima dell’avvento della fotografia le montagne erano già un motivo iconografico in pittura, dove erano rappresentate da rocce o massi fino al Rinascimento, quando divennero uno sfondo maestoso che contribuì all’idea prevalente della natura. Le montagne erano state tradizionalmente viste come le sedi di potere mistico e sovrumano, qualcosa di pericoloso e inaccessibile agli umani da poter essere osservato solo da lontano.Durante il XIX secolo, con lo sviluppo dell’alpinismo, i fotografi hanno iniziato a fornire emozioni vertiginose grazie ai primi documenti sulla conquista delle vette fino ad allora inesplorate. Le fotografie non erano solo semplici prove del successo di un’ascensione – erano anche un modo per viaggiare attraverso le immagini. Le prime spedizioni fotografiche sulle Alpi iniziarono negli anni Cinquanta del XIX secolo e furono vere prodezze di sforzo fisico: i fotografi alpinisti erano aiutati da portatori che trasportavano la loro attrezzatura ingombrante e delicata. Le loro immagini stupirono il pubblico che non aveva mai visto le cime delle montagne da così vicino e con così tanti dettagli. Le foto mostravano un mondo nuovo, inesplorato e ancora intatto, promettendo viaggi in territori vergini che evocavano le origini del mondo. Fin dalla nascita della fotografia, quindi, il paesaggio di montagna è stato un soggetto che ha affascinato i fotografi.
Queste immagini non sono solo una testimonianza dell’ammirazione che l’uomo ha per le alte vette, ma mettono in risalto anche la venerazione e il timore che l’uomo, da secoli, ha per le montagne. Da 180 anni, i fotografi che hanno eletto le montagne a soggetto privilegiato del loro lavoro ne esplorano le forme e le trame da ogni angolazione. Artisti passati e presenti hanno reso omaggio alla loro immensità, variando i punti di vista e cercando talvolta di amplificarne la natura spettacolare.

Mountains by Magnum Photographers: i fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana

I fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana. Nelle loro fotografie le montagne sono osservate, sfruttate e attraversate. Vediamo persone che trascorrono tutta la loro vita ad alta quota, ma anche persone di passaggio che cercano una guida spirituale, il piacere, un rifugio dalla guerra o semplice sopravvivenza. L’esposizione al Forte di Bard è un viaggio attraverso gli archivi Magnum, un’esplorazione fotografica di come gli uomini hanno fatto proprie le montagne, che in questi scatti hanno poco in comune con quelle che vediamo nelle cartoline. Il tema della montagna, inoltre, permette di avere un’idea dei viaggi dei fotografi Magnum attraverso tutti i continenti e fa comprendere meglio che cosa di volta in volta cattura la loro attenzione.
La mostra comprende inoltre una sezione dedicata a un importante progetto su commissione dedicato al territorio della Valle d’Aosta, firmato da Paolo Pellegrin, fotografo di fama internazionale e, tra altri prestigiosissimi riconoscimenti, vincitore di dieci World Press Photo Award, frutto di uno shooting realizzato nella primavera 2019.
Per realizzare le immagini presenti in mostra Pellegrin ha dovuto recarsi più e più volte, alla ricerca di quelle luci che lui, amante del bianco e nero, predilige. Sono le luci filtrate dalle nubi sfilacciate dal vento, i violenti controluce sulla superficie della neve, le buie increspature dei crepacci, le scure torri delle creste rocciose, gli arabeschi disegnati sulla superficie dei laghi ghiacciati.

La mostra è accompagnata da un volume edito da Prestel Publishing/Random House, New York.

Mountains by Magnum Photographers
Forte di Bard.
Fino al 6 gennaio 2020
A cura di 
Andrea Holzherr, Annalisa Cittera
Partner 
Regione autonoma Valle d’Aosta, Compagnia San Paolo, Fondazione Crt
Media Partner, 
RMC Radio Monte Carlo

Associazione Forte di Bard
T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | www.fortedibard.it

 

Henri Cartier-Bresson in Cina. Il nuovo libro de “L’occhio del secolo”

E’ finalmente disponibile il nuovo libro edito da ContrastoHenri Cartier-Bresson in Cina. E’ questo il titolo di questo nuovo volume di 288 pagine, di cui 130 fotografie in bianco e nero del fondatore della Magnum Photos. Il volume è curato da Michel Frizot e Ying-lung Su ed esce in contemporanea con la mostra alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi. ( Per vedere il video sulle opere e la vita di Henri Cartier Bresso clicca qui)
Henri Cartier-Bresson, dopo aver fondato la Magnum Photos da appena diciotto mesi, parte per Pechino per realizzare un reportage, commissionato dalla rivista americana Life, sulla caduta del governo del Kuomintang e la conseguenziale fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Il fotografo si vede costretto a lasciare la città dopo soli dieci giorni; da lì si sposta a Shanghai e assiste al “Gold Rush” (da cui deriva il suo scatto più famoso della folla accalcata all’ingresso delle banche): decide così di trattenersi per altri 10 mesi, al fine di seguire il flusso degli eventi. Cartier-Bresson rimane folgorato dalla civiltà cinese, dalla cultura e dalla tradizione (si convertirà al buddismo) ed è anche per questo che decide di ritornarci dieci anni dopo.

Henri Cartier-Bresson: “L’occhio del secolo”

Henri Cartier-Bresson in Cina ci permette di rilevare un modus operandi preciso del fotogiornalista, che documenta gli avvenimenti politici, appunta sensazioni e stati d’animo, scrive lettere ai genitori e mantiene i contatti con le più importanti riviste mondiali, collegando tutto puntualmente alle immagini. Grazie al suo sguardo profondo e partecipe, all’attenzione verso il “fattore umano”, al senso di responsabilità per il ruolo del fotografo-testimone, le immagini della Cina sono straordinarie, perfette nella loro sintesi tra poesia e documentazione e confermano la grandezza dell’autore – vero “occhio del secolo” della fotografia del Novecento.

Fonte contrastobooks.com

Werner Bischof. Classics in mostra a Lucca Center of Contemporary Art

Caption © Werner Bischof / Magnum Photos

Werner Bischof. Classics. Nudi femminili, indagini sulla natura, ritratti che mostrano un utilizzo inedito della luce, grandi viaggi in luoghi remoti, devastati dalla guerra o esaltati dalla cultura indigena: sono i temi principali che animano il Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art, con la mostra dedicata a Werner Bischof, tra i più grandi fotoreporter del Novecento. “Dopo Depero, la nostra stagione prosegue con un altro personaggio fuori dagli schemi: Werner Bischof, un maestro del reportage, ma soprattutto un artista in grado di indagare il rapporto dell’uomo con la natura e con se stesso, un ricercatore di verità, archeologo dei sentimenti umani, narratore dello straordinario quotidiano, appassionato di vita” spiega Maurizio Vanni, che è anche Direttore Generale del Lu.C.C.A. Europa, India, Giappone, Corea, Hong Kong, Indocina, New York, Messico, Panama, Cile, Perù: sono i luoghi attraversati dal percorso espositivo che racconta la storia di Bischof e scandisce la sua passione per l’estetica, la ricerca, i valori etici e morali, la sua capacità di rappresentare le dicotomie di sviluppo e povertà, di business e spiritualità, di modernità e tradizione.

Werner Bischof. Classics

I visitatori saranno proiettati negli anni della nascita di Magnum Photos, del foto-giornalismo e dell’evoluzione di Bischof in artista in cerca di libertà espressiva, con alcune foto all’epoca “scartate” perché ritenute prive di originalità – di fatto perché non esaltavano la “cronaca di guerra” ed erano meno sensazionalistiche –, ma che poi gli apriranno la porta a riconoscimenti, mostre e pubblicazioni. La mostra include uno dei suoi scatti più noti: il bambino peruviano che suona il flauto, che Bischof incontrò nel 1954, sulle Ande in Perù, poco prima di perdere la vita prematuramente in seguito a un incidente stradale.

Fino al 7 gennaio 2020
Orario mostra:
Da martedì a domenica ore 10-19
Biglietti: intero 10 euro / ridotto 8 euro
Per info:
Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art
Via della Fratta, 36 – 55100 Lucca tel. +39 0583 492180
www.luccamuseum.com
info@luccamuseum.com

Magnum Photos: l’Annual General Meeting e i new entry dell’agenzia

TUNISIA, Métlaoui, 2015 Lazheri, ex minatore

Ogni anno, dalla sua fondazione nel 1947 a oggi, avviene l’AGM di Magnum Photos, l’unica opportunità per i fotografi viventi, gli estates dei fotografi deceduti e lo staff di riunirsi e confrontarsi sulle attività e sui destini della più originale e prestigiosa agenzia fotografica al mondo. Momento chiave di ogni AGM è il voto sui nuovi candidati e sul cambiamento di statuto dei fotografi da nominee ad associate e infine, dopo un lungo iter di almeno 4 anni, a member. Il meeting del 2019 ha riconosciuto tre fotografi quali membri a pieno titolo: l’iraniana Newsha Tavakolian insieme agli americani Matt Black e Carolyn Drake. A questi si affiancano due candidati come membri associati, la spagnola Cristina de Middel e l’albanese Enri Canaj, e due nuovi candidati accolti dal collettivo, la tedesca Nanna Heitmann e il tunisino Zied Ben Romdhane.

Magnum Photos

Organizzato quest’anno al Barbican Centre di Londra, l’AGM si è svolto a margine di una settimana di intensa programmazione culturale. Decisamente interessante il simposio Il medium è il messaggio che ha visto fotografi di Magnum e relatori esterni, tra cui il giornalista Job Rabkin e il curatore e storico culturale Mark Sealy, confrontarsi sui temi cruciali che definiscono oggi l’identità del collettivo: autenticità e verità, fotografia umanistica, produzione, tecnologia e digitale, paternità e creatività. I nuovi volti di Magnum incarnano bene l’anima dell’agenzia e sono due voci molto distinte nel panorama della fotografia contemporanea. Classe 1994, finalista dell’edizione 2019 del premio Leica Oskar Barnack, per Nanna Heitmann la fotografia è pretesto per immergersi nell’universo di altre persone ed esplorare le loro vite. La giovane autrice russo-tedesca ha collaborato con le maggiori testate giornalistiche come TIME Magazine, New York Times, M di Le Monde, De Volkskrant, Stern, Die Zeit, e ha ricevuto importanti premi e menzioni speciali, tra cui la Reuters Grant, il Vogue Italia Prize, il PH Museum women photographers grant e il World Report Award. Hiding from Baba Yaga è il titolo del suo intimo lavoro sulla spiritualità in Siberia, un viaggio visivo e poetico lungo il fiume Enisej che scorre per oltre 3.400 chilometri attraverso l’aspro deserto della taiga siberiana, dal confine a Nord con la Mongolia fino al Mar Glaciale Artico. Attraverso immagini
oniriche che si rifanno a pittori russi come Ivan Bilibin e Michail Nesterov, Nanna racconta la vita lungo il fiume, in una regione ricca di riti e antichi miti, dove da tempo immemorabile
gli uomini si rifugiano per cercare libertà e protezione. Il titolo ricorda la leggenda di Baba Jaga, una pericolosa strega della mitologia slava che vive in una capanna sopraelevata su due zampe di gallina e che rapisce la giovane Vasilisa la Bella. Aiutata da un gatto nero, Vasilisa riesce a fuggire e, mentre scappa inseguita dalla strega, lascia cadere dietro di sé un asciugamano e un pettine; dall’asciugamano emerge un fiume profondo e largo e dal pettine una foresta così fitta e impenetrabile che costringe la malvagia Baba Jaga a fermarsi. «Come la giovane fanciulla di questa favola – spiega Nanna – così nel corso della storia molte persone hanno cercato protezione dal fiume Enisej e dai suoi boschi, individui che sono scappati da zar e sovietici, cosacchi, schiavi, apostati o semplicemente avventurieri che hanno trovato in questa regione la possibilità di vivere in libertà». Mentre le persone sono oggi attratte dalle metropoli come Mosca o San Pietroburgo, o da luoghi con un clima meno rigido, l’Enisej si sta trasformando sempre di più in un eremo per sognatori e solitari. Qui è il rifugio di personaggi come Yuri, che vive in una capanna in una discarica insieme ai suoi 15 cani; Valentin, un ecologista anarchico ed ex-ufficiale traumatizzato dalle missioni di guerra che trova
pace dormendo in natura, anche a -50°; Vasilisa, figlia di genitori sordi, che può incontrare il suo unico amico solo durante l’estate, quando è più facile raggiungersi. Non appena saranno riuniti, faranno una passeggiata per il villaggio e si terranno per mano tutto il giorno.

Magnum Photos e Zied Ben Romdhane

Nato nel 1981, Zied Ben Romdhane è il primo fotografo tunisino a entrare in Magnum. Il suo lavoro privilegia come terreno d’indagine il cambiamento e i contrasti della sua terra natale. I suoi reportage sono stati esposti al MUCEM di Marsiglia, al Houston Center for Photography e alla Biennale della fotografia di Bamako. Importanti riconoscimenti includono il 6X6 Global Talent Program 2018 promosso da World Press Photo e il premio POPCAP del Festival Africa Image di Basilea nel 2015. Zied scopre la fotografia attraverso lo studio fotografico commerciale di suo zio, nel nord-ovest della Tunisia. Nel 2011, dopo la Rivoluzione dei Gelsomini, decide di dedicarsi alla fotografia documentaria. Waiting Zone, il suo primo progetto, documenta la vita di un campo profughi libici in Tunisia, dando voce al sentimento di incertezza in cui vivono i rifugiati in attesa di un qualsiasi futuro. Il suo primo libro West of Life (Red Hook Editions, 2017) è il risultato di un lungo lavoro iniziato nel 2014, grazie al supporto di The Arab Documentary Photography Program. Il progetto è un ritratto della regione mineraria di Gafsa, a 369 km da Tunisi nel sud-ovest del Paese, uno dei maggiori centri al mondo dell’industria estrattiva. Mentre la prosperità evolve lungo la costa a est, West of Life racconta l’emarginazione, il paesaggio inospitale e la difficile vita quotidiana in paesi ricchi di risorse, ma poveri e inquinati, spesso al centro di scioperi e conflitti dovuti alle cattive condizioni e ai salari miseri. I ritratti, i paesaggi e le nature morte in bianco e nero di Zied Ben Romdhane si tingono di umorismo, poesia e malinconia.

Di Ludovica Pellegatta

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Magnum Photos e la fotografia di strada

Grazie alla visione del suo pionieristico co-fondatore, l’agenzia Magnum Photos ha un rapporto profondo con il genere.  Con una storia lunga ormai più di un secolo, la fotografia di strada è un genere affermato e rispettato. L’agenzia Magnum ha una lunga e profonda tradizione nel genere, che parte dall’idea di “momento decisivo” di Henri Cartier- Bresson e arriva ai contemporanei capaci di reinventare la fotografia di strada. Non esiste un approccio univoco, ma una varietà di voci uniche, ognuna impegnata nella costruzione della propria visione. Dalle passeggiate urbane di Cartier-Bresson alla satira di Martin Parr, gli archivi Magnum conservano una miriade di approcci e visioni e coprono l’intera gamma del genere: divertente, leggero, viscerale, vitale, frenetico o impegnato… Nei primi anni della sua vita Henri Cartier- Bresson era innamorato della pittura. Nel 1932, dopo un anno in Costa d’Avorio, scoprì la Leica, la fotocamera con cui avrebbe diviso il resto della vita e un lungo viaggio fotografico. Prigioniero di guerra nel 1940, riuscì a fuggire al terzo tentativo, nel 1943, e si unì a un’organizzazione clandestina di resistenza e assistenza a prigionieri e fuggiaschi. Nel 1945 fotografò la Liberazione di Parigi insieme a un gruppo di giornalisti e girò il documentario Le Retour. Nel 1947, con Robert Capa, George Rodger e David “Chim” Seymour, fondò l’agenzia Magnum Photos. Dopo tre anni di viaggi in Asia, nel 1952 tornò in Europa, dove pubblicò il suo primo libro, Images à la Sauvette

Inge Morath La vita. La fotografia. A palazzo Ducale di Genova

Palazzo Ducale di Genova accoglie la prima grande retrospettiva italiana di Inge Morath, la prima fotografa a entrare a far parte della celebra agenzia fotografica Magnum Photos. Il lavoro di Inge Morath, prima di ogni cosa, è la testimonianza di un rapporto, di una passione, di una necessità con la fotografia. Un rapporto maturato negli anni attraverso esperienze ed incontri, nonché parte integrante della vita di una donna che è riuscita, con coraggio e determinazione, ad affermarsi in una disciplina all’epoca prettamente maschile. Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage fotografici in Spagna, Italia, Medioriente, America, Russia e Cina. Non ha affrontato mai questi viaggi con superficialità, bensì con serietà, studiando la lingua, le tradizioni e la cultura di ogni regione dove si recava. Era capace di parlare correntemente tedesco, inglese, francese, spagnolo, rumeno, russo e mandarino. Che si trattasse di persone comuni o personaggi pubblici il suo interesse era identico e s’indirizzava sempre verso l’intimità di ciascuno.
Inge Morath ha imparato molto da Henri Cartier-Bresson a Ernst Haas e con cui ha collaborato in importanti reportage. Il suo stile fotografico affonda le sue radici negli ideali umanistici conseguenti alla Seconda Guerra Mondiale, ma anche nella fotografia del “momento decisivo”, così come l’aveva definita Cartier-Bresson. Le fotografie di Inge Morath riflettono la sua sensibilità, ma al contempo sono come pagine del suo privato diario di vita, come lei stessa scrive: “La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”.

“La fotografia è un fenomeno strano. Ti fidi del tuo occhio, ma non puoi evitare di mettere a nudo la tua anima”

Inge Morath
La vita. La fotografia

Fino 6 Ottobre 2019
Loggia degli Abati

http://www.palazzoducale.genova.it/inge-morath/

Il Giappone di Chris Steele-Perkins in mostra a Magazzini Fotografici

Il fotografo Magnum Photos Chris Steele-Perkins presenta a Magazzini Fotografici il suo progetto JAPAN. La mostra, curata da Laura Noble, direttrice della L A Noble Gallery, racconta del forte legame che il fotografo Chris Steele-Perkins ha con il Giappone. Il rapporto è nato molti anni fa e si è consolidato con le sue 48 visite al paese. In questi suoi numerosi viaggi si sono susseguite esperienze ed avvenimenti di varia natura, tra cui il tragico tsunami del Tōhoku del 2011. Il Giappone è un luogo di contraddizione, molto legato alle antiche tradizioni ma allo stesso tempo artefice costante di nuove tendenze, che vanno dalla moda alla tecnologia, adottate da tutto il paese con un entusiasmo sfrenato. Per noi occidentali le usanze giapponesi risultano essere completamente estranee al nostro modo di vivere e di conseguenza assumono un fascino particolare. Le città e le comunità rurali regalano al paese atmosfere e ambienti completamente diversi tra loro. Le luci al neon sempre accese di Tokyo sono vivaci e sorprendenti ma nel frastuono della città, la silenziosa maestà del Monte Fuji appare sempre presente, immobile e senza tempo. Steele-Perkins, con il suo progetto Japan, celebra questa deliziosa combinazione di bello e bizzarro e racconta i molti strati di una cultura ricca di tradizione e nuove tendenze.
Abitudini, sport, modi di vestire diversi si alternano tra la radicata cultura conservatrice e il moderno culto della stravaganza. Questo strano e particolare equilibrio ci permette di godere della peculiare natura di una nazione molto diversa dall’Occidente e della sua immensa ricchezza culturale.

Chris Steele-Perkins, Japan
Magazzini Fotografici
via San Giovanni in Porta 32, Napoli
Fino al 21 luglio 2019

Per maggiori informazioni www.magazzinifotografici.it

David Hurn: veterano dell’agenzia Magnum ha documentato più di sessant’anni di storia

Il veterano di Magnum Photos David Hurn è uno dei fotografi documentaristi europei più rispettati e influenti. Le sue opere più conosciute offrono uno sguardo personale e affettuoso sulla cultura, le vite quotidiane e i comportamenti della gente comune, soprattutto del Galles, dove ha trascorso gran parte della sua vita.

David Hurn ha documentato più di sessant’anni di storia

Qual è la sua storia?
Hurn è nato nel 1934 nel Surrey ed è cresciuto nel Galles; il padre era un ufficiale delle Guardie Gallesi. Gravemente dislessico, ha finito per lasciare la scuola senza diplomarsi. Nel 1953 ha iniziato due anni di servizio nell’esercito, dove è stato selezionato per l’addestramento da ufficiale a Sandhurst. In quel periodo, ha acquistato una macchina fotografica e ha cominciato a studiare fotografia.

Quando è diventato un professionista?
Nel corso del periodo di studi a Sandhurst, Hurn ha visto una copia del Picture Post, con scatti di Henri Cartier- Bresson di persone ordinarie russe. Mostravano il “nemico” della Guerra Fredda sotto una luce diversa e hanno reso “profondamente pacifista” il giovane Hurn. Lasciato l’esercito nel ’55, un anno dopo è partito in autostop per Budapest, per fotografare la rivoluzione ungherese. Sono state queste immagini, pubblicate proprio dal Picture Post, a lanciare la sua carriera di fotogiornalista freelance.

Come si è poi sviluppata la sua carriera?
Ha sempre fotografato i suoi progetti documentaristici, molti dei quali trovavano pubblicazione nelle edizioni domenicali dei quotidiani. È stato anche fotografo di scena di grandi produzioni cinematografiche, tra cui Dalla Russia con amore (1963) e Barbarella (1967). Nel 1955 è diventato membro associato dell’agenzia Magnum e nel 1966 ha documentato le conseguenze del disastro minerario di Aberfan. Un anno dopo è diventato socio Magnum a pieno titolo.

Quali sono le sue opere più conosciute?
Nel 1972 è tornato a vivere nel Galles e ha avviato un progetto a lungo respiro di documentazione della cultura e delle tradizioni gallesi, con un occhio particolare ai cambiamenti del Paese. Queste immagini sono state raccolte in Land of My Father (2000) e Living in Wales (2003).

In che modo ha influito sui colleghi più giovani?
Nel 1973, ha fondato la famosa School of Documentary Photography al Gwent College di Newport. Si è concentrato soprattutto sul dotare i suoi studenti di capacità pratiche, dalla confezione degli articoli alla vendita degli scatti.

Quali altri libri ha pubblicato?
È co-autore, con Bill Jay, del classico manuale On Being a Photographer: A Practical Guide. Tra i suoi libri fotografici citiamo il recente Arizona Trips (2017), che raccoglie scatti dal 1979 al 2001. È tuttora attivo come fotografo.

Qual è la sua citazione più famosa?
“La vita, mentre si svolge davanti a un obiettivo, è così piena di complessità, di meraviglia e di sorprese, che trovo inutile creare nuove realtà”. Sostiene ci sia più piacere, per lui, nelle cose così come sono.

Da Il Fotografo

Immagine in evidenza

Herne Bay, Kent, 1963.

La Fotografia della settimana: il Miliziano di Robert Capa

© Robert Capa / Magnum Photos

Il 22 ottobre nasce a Budapest Endre Friedmann, Robert Capa, considerato il più leggendario fotografo di guerra. La sua fotografia del “miliziano morente” non ha mai smesso di fare discutere. Sono passati più di ottant’anni e la vicenda del miliziano di Robert Capa resta una delle storie più affascinanti della fotografia. Non è tanto la cronaca in sé ad accendere le discussioni tra lettori, appassionati e addetti ai lavori, ma tutta la teoria sul mestiere del fotografo che questa foto ha scatenato. La domanda sul Miliziano di Capa è molto semplice: quella foto è stata davvero scattata a Cordoba, nel 1936, nell’istante in cui un soldato dell’esercito repubblicano viene colpito a morte da un proiettile franchista? O è tutta una messa in scena? Insomma, quella foto è vera o è una ricostruzione? Chi ha conosciuto Robert Capa e chi ha studiato la fotografia ha risolto ogni dubbio: quel fatto è realmente accaduto.

Ma per molti è stata l’occasione per introdurre una terza via tra i campi di battaglia, una possibilità che ha molto a che fare con l’etica: quando si documenta un combattimento non sempre esiste solo il vero o il falso, esiste anche il verosimile. Molte delle domande degli ultimi anni riguardo il mestiere del fotoreporter, ruotano proprio intorno a questo tema.Una sintesi è contenuta in una conversazione tra Frank Horvat e Marc Riboud.
Frank Horvat: Prendiamo il caso del miliziano colpito a morte, nella foto di Capa. Certi hanno sostenuto che fu una messa in scena.
Marc Riboud: È falso. Robert Capa non avrebbe imbrogliato.
Frank Horvat: Lo credo anch’io. Ma lasciami fare l’ipotesi: se questa foto fosse stata messa in scena, mostrerebbe una realtà della guerra che corrisponde, effettivamente, alle osservazioni di Capa. Che ci sarebbe di male?
Marc Riboud: Io non la chiamerei una messa in scena, ma una truffa.Ma d’altra parte, il leggendario photo editor di Life, John G. Morris, grande amico di Robert Capa e referente a Londra quando i negativi del D Day di Capa vennero distrutti in fase di sviluppo, non ha mai avuto dubbi su quella foto. “Capa non mi parlò mai di quella foto, ma posso capire la sua reticenza” scrive John Morris in un lungo articolo “Chi vorrebbe farsi una reputazione a causa della sfortunata morte di un compagno? Personamente non sono particolarmente interessato a stabilire le circostanze esatte in cui la foto venne scattata, il luogo esatto in cui fu realizzata, il nome dell’uomo che morì. Io credo nell’integrità di quella foto, e nell’integrità di Robert Capa”. 

La “vera” fotografia? Quella stampata

Alex Majoli e Epson

La vera fotografia è quella stampata

Lo afferma Alex Majoli, uno dei più importanti fotografi contemporanei e past president dell’agenzia internazionale Magnum Photos: nella sua “bottega rinascimentale” ha scelto Epson perché la sua tecnologia è l’unica che, a suo giudizio, garantisce la longevità delle immagini. Dal 2014 è fotografo Digigraphie.
“Grazie all’utilizzo degli smartphone oggi il mondo è fotografato e ripreso come mai in precedenza nella storia dell’uomo. Io non vedo questa condizione come una minaccia al mio lavoro: anzi, il contrario. Dato che ci sono così tante persone che raccontano il mondo, io ora posso farlo in maniera autoriale.”
Alex Majoli, fotografo di fama internazionale, past presidente di Magnum Photo, l’agenzia che ha fatto la storia del fotoreportage, non ha dubbi. Oggi che la fotografia è diventata istantanea e alla portata di tutti, oggetto di fuggevole attenzione, si apre un nuovo spazio per chi, attraverso la fotografia, racconta il proprio sguardo sul mondo.
Alex Majoli, che da sempre racconta il dramma delle persone e dei territori offesi, pone l’uomo al centro della propria fotografia. E ha ben presente che anche quando il suo lavoro è quello di documentare, ogni scatto cattura un attimo e lo restituisce secondo l’interpretazione del fotografo. La fotografia, spiega, propone sempre una verità soggettiva, perché è la verità che ha visto e ha deciso di raccontare il fotografo.

Stampare direttamente in studio ha dato nuova vita alla fotografia di Alex Majoli

Per Majoli l’indipendenza è stata sempre un aspetto fondamentale del suo lavoro e l’idea di poter stampare in autonomia e controllare direttamente le immagini ha cambiato la sua fotografia. Nella continua sperimentazione che contraddistingue il suo studio, l’arrivo del digitale è stato per lui l’inizio di una nuova fase. Gli anni trascorsi a sperimentare la stampa digitale lo hanno portato a testare diverse tecnologie, prediligendo quelle capaci di restituire immagini in grado di rimanere inalterate nel tempo. “Ho scelto Epson quando ho deciso di iniziare a stampare con l’inchiostro invece che in camera oscura”, dichiara Majoli. “Purtroppo, chi diventa fotografo senza passare dallo studio dell’arte e delle tecniche pittoriche non capisce quanto il pigmento sia importante, perché non lo conosce, non sa da dove viene. Poter controllare i colori e i bianchi e neri in prima persona è stata per me una svolta: quando consegno una fotografia a un collezionista, a un museo o a un’istituzione, voglio essere sicuro che non mi chiamino per dirmi che c’è un problema e so che con Epson questo non succede.”

Digigraphie, garanzia di qualità che dura nel tempo

Alex Majoli è un artista certificato Digigraphie sin dal 2014. “Quando consegno una stampa a un acquirente, un museo o a una galleria – spiega Alex Majoli – devo avere la garanzia che l’opera consegnata duri nel tempo. La certificazione Digigraphie mi permette, grazie ad Epson, di garantire la qualità di stampa e la sua durata nel tempo”. Lavorando nel campo del collezionismo, Alex Majoli ribadisce l’importanza di offrire ai suoi interlocutori una garanzia sull’acquisto effettuato. “Si tratta – ribadisce Majoli – di responsabilità e serietà da parte dell’autore. Per stare nel mercato devo garantire la filiera: Epson, con Digigraphie, mi offre certezza di durata per la parte stampa, carta e inchiostri”.
Attualmente Majoli utilizza una stampante fotografica di largo formato SureColor SC-P20000, che coniuga affidabilità, alta precisione, elevata qualità e velocità di stampa con una risoluzione a partire da 600×600 dpi. Dotata della testina di stampa PrecisionCore MicroTFP e del nuovo set di inchiostri Epson UltraChrome Pro a 10 colori, assicura stampe uniformi di eccezionale qualità, con neri pieni e profondi grazie ai nuovi inchiostri Nero Photo e Nero Matte ad alta densità. Le tecnologie K4 e MSDT (Multi Size Droplet Technology) offrono invece una migliore gradazione con sgranatura ridotta. Infine, grazie all’utility Epson Colour Calibration, il fotografo può gestire facilmente la riproduzione dei colori e produrre stampe uniformi senza dover integrare costosi moduli aggiuntivi.
“Epson – afferma Majoli – ha una tecnologia più avanzata rispetto ai competitor e garantisce la longevità delle foto. Ha sempre avuto un occhio di riguardo verso i professionisti, li ha sempre ascoltati e per me questo è fondamentale. Posso dire che Epson è sempre cinque anni più avanti degli altri.” “Aiutare i professionisti nel loro lavoro quotidiano è il nostro obiettivo”, ha dichiarato Renato Sangalli, Sales Manager prodotti Pro-Graphics di Epson Italia. “Per questo motivo ci impegniamo a offrire stampanti, inchiostri e carte di alta qualità che permettano di ottenere i migliori risultati possibili. SureColor SC-P20000 coniuga l’elevata velocità di stampa con l’alta qualità che ci si aspetta da un prodotto Epson, offrendo facilità di utilizzo e una riproduzione dei colori ottimale.”

HOME: un grande progetto fotografico, nato dalla collaborazione tra FUJIFILM e Magnum Photos

© David Alan Harvey:Magnum Photos

Un grande progetto fotografico, nato dalla collaborazione tra FUJIFILM e Magnum Photos

Dopo New York, Londra, Parigi, Tokyo, Hong Kong e Colonia, fino al 28 ottobre prossimo sarà in Italia HOME, un grande progetto fotografico, nato dalla collaborazione tra FUJIFILM e Magnum Photos.
Ospitata negli spazi di Galvanotecnica Bugatti a Milano, la mostra racconta la visione personale di “casa” di 16 fotografi Magnum che con il proprio stile e la propria sensibilità hanno messo a fuoco un tema tanto globale quanto intimo. Collettivamente, queste sedici brevi storie visive creano un ritratto poetico e complesso di ciò che è “casa” e di ciò che può esserlo.

 

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