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Over Life, Antoine D’Agata arriva a Pietrasanta

Phnom Penh, Cambodge, 2006
” OVER LIFE ” – ANTOINE D’AGATA

Intenso e viscerale epilogo del progetto Origine, da sabato 9 settembre la galleria LABottega di Marina di Pietrasanta, si cala nell’abisso che l’uomo contemporaneo porta con sé condividendone gli eccessi: OVER LIFE a cura di Claudio Composti presenta i lavori del visionario artista francese Antoine d’Agata sui processi di distruzione con cui egli ciclicamente crea e annienta la propria esistenza.


Phnom Penh, Cambodge, 2006

Figlio di genitori italiani emigrati in Francia (Marsiglia, 1961), D’Agata è figura controversa nell’arte e nella fotografia contemporanea, alternando l’ossessiva distruzione del proprio io a una lucida attinenza programmatica e progettuale nella quale convivono il tetro, l’introspettivo, lo scandalosamente audace. Auto proclamatosi protagonista delle storie che egli mette in scena, D’Agata diventa attore principale dei suoi scatti, fotografando le proprie estreme azioni, subendone le terribili conseguenze: scenari permeati da eccessi e allucinazioni, un quotidiano obnubilato da compagnie occasionali ed emarginati della società che egli accoglie sul proprio cammino. Nella sua opera, sofferenza, assenza, necessità atavica di un piacere carnale e annichilente trovano nell’atto sessuale violento l’unica via di fuga possibile. La perfezione della notte, la luce a neon artificiale e artefatta, l’oscurità penetrata nella quale D’Agata vive intensamente. Si indaga su incertezza e piacere, sospensione tra felicità effimera e il più sincero disagio dell’esistenza a cui è impossibile sottrarsi.

L’artista nella stessa giornata dell’inaugurazione, sabato 9 settembre alle ore 18:30 sarà protagonista dell’intervista condotta dal giornalista Enrico Ratto sul palco del Caffè dei Maledetti Fotografi nel giardino de LABottega. La rassegna propone un ciclo di interviste pubbliche a grandi personaggi del panorama fotografico, ospitati nel giardino della galleria durate l’orario dell’aperitivo.


OVER LIFE / Antoine D’Agata
a cura di Claudio Composti

In collaborazione con Mc2gallery (Milano) e Galerie Les Filles du Calvaire (Parigi)

Indirizzo: LABottega – Marina di Pietrasanta (Lucca) – viale Apua, 188
Vernissage: sabato 9 Settembre 2017, ore 18:00 

Talk al Caffè dei Maledetti Fotografi: sabato 9 Settembre 2017, ore 18:30
Quando:dal 9 Settembre al 10 Ottobre 2017
Orari: mer -gio 15:30 – 19:30 / ven – sab – dom 15:30 – 23:30 // chiuso: lun – mar / Ingresso libero

Info: info@labottegalab.com – tel.058422502 / mob. 3496063597

LABottega di Pietrasanta apre la nuova stagione del Caffè dei Maledetti Fotografi

Dal 25 Giugno a LABottega di Pietrasanta tornano gli appuntamenti con i grandi protagonisti della fotografia.
Toni Thorimbert, Jacopo Benassi e Antoine D’Agata: tre interviste pubbliche condotte dal giornalista Enrico Ratto, fondatore del magazine on line partner della galleria di Pietrasanta.



Promossa e organizzata dal magazine on line Maledetti Fotografi e da LABottega, la rassegna propone un ciclo di interviste pubbliche a tre grandi personalità del panorama fotografico contemporaneo: Toni Thorimbert, Jacopo Benassi e Antoine D’Agata .

La formula è quella che ha riscosso un notevole successo di pubblico già le scorse stagioni. Il giardino de LABottega –  spazio multifunzionale dedicato alla fotografia diventato negli anni un punto di riferimento in Versilia – si apre per diventare un luogo ideale dove i fotografi si raccontano nel corso di interviste pubbliche condotte dal giornalista Enrico Ratto, fondatore della rivista Maledetti fotografi, cui richiama il titolo della rassegna. Il magazine on line vanta una community di oltre ventimila persone e pubblica, in esclusiva per l’Italia, la serie di interviste ai fotografi classici realizzate da Frank Horvat, tra queste le conversazioni con Helmut Newton, Don McCullin, Sarah Moon, Mario Giacomelli.


I fotografi protagonisti degli appuntamenti:
TONI THORIMBERT
Domenica 25 giugno 2017, ore 18.30.
Reporter, ritrattista, affermato fotografo di moda e art director, Toni Thorimbert inizia a fotografare giovanissimo, documentando le tensioni sociali degli anni settanta. Negli anni ottanta, la sua collaborazione ai migliori periodici dell’epoca, quali Max, Sette e Amica, è fondamentale per definire il nuovo standard visivo di quegli anni, mentre gli anni novanta segnano la sua maturità come autore e la sua consacrazione a livello internazionale con collaborazioni a Brutus, Details, Mademoiselle, Wallpaper e la realizzazione di prestigiose campagne pubblicitarie.


JACOPO BENASSI
Domenica 30 luglio 2017, ore 18.30.
Nato a La Spezia nel 1970, ha cominciato come meccanico e ora fa il fotografo. Collabora a Rolling Stone, GQ, Wired, Riders, 11 Freunde, Crush Fanzine e con le agenzie BBDO e 1861 United. Nel 2007 partecipa alla mostra Vade Retro. Arte e Omosessualità, da von Gloeden a Pierre et Gilles, curata da Vittorio Sgarbi ed Eugenio Viola, e due anni dopo 1861 United gli pubblica una monografia monumentale, The Ecology of Image, che Jacopo dice di non meritare. Prende parte a fiere ed esposizioni internazionali, ma non gli basta, così decide di aprire un club a La Spezia, il BTomic, dove vive e propone musica, drink, food, fanzine e un sacco di sperimentazione.


ANTOINE D’AGATA
Sabato 9 settembre 2017, ore 18.30.
Dall’età di 17 anni Antoine d’Agata si interessa ai movimenti punk e anarchici marsigliesi. Nel 1981 perde l’uso dell’occhio sinistro dopo essere stato colpito da una granata lacrimogena della polizia, nel corso di scontri con membri del movimento neofascista PFN. Nel 1983 lascia la Francia e inizia a viaggiare. Nel 1990 a New York studia fotografia presso l’International Center of Photography, dove frequenta i corsi di Larry Clark e di Nan Goldin. In seguito lavora come reporter ed entra in Magnum. Non ha un luogo di residenza fisso.
Lo stesso giorno verrà inaugurata la mostra a LaBottega di Marina di Pietrasanta.

Maggiori informazioni su: www.labottegalab.com e su www.maledettifotografi.it
Dove: LABottega, Viale Apua 188, Marina di Pietrasanta (Lucca)
Orari:  ore 18,30
Info: www.labottegalab.com  – info@labottegalab.com –  tel.058422502 / mobile: 3496063597


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Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: Steve McCurry e l’ultima Kodachrome 64

2_maledettifotografi_logodi Enrico Ratto


Il 19 dicembre 2012 Kodak dichiara il fallimento. Steve McCurry attraversa il mondo per scattare le 36 fotografie dell’ultimo rullino Kodachrome.


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© Steve McCurry

Quando il 19 dicembre del 2012 Kodak dichiara il fallimento attraverso la procedura del Chapter 11, Steve McCurry decide di scattare una serie di immagini con l’ultimo rullino uscito dalla mitica azienda produttrice di pellicole, che trent’anni prima deteneva una quota di mercato del 90% negli Stati Uniti.
Trentasei immagini per chiudere un’epoca. Una sfida personale attraverso il mondo per celebrare la produzione analogica, su cui oggi si può anche ironizzare viste le disavventure con il digitale e la post-produzione del fotografo americano. Ma d’altra parte, questa sorta di contrappasso è toccata alla stessa Kodak: era suo lo slogan “voi premete il pulsante, noi facciamo il resto”, una fotografia resa sempre più semplice da arrivare al giorno in cui non c’è stato più bisogno né di qualcuno che facesse il resto né, appunto, di rullini.

Ma torniamo alle trentasei foto di Steve McCurry e alla sua pericolosa idea di prendere treni e aerei con questo oggetto unico conservato al buio nella sua macchina fotografica. Tre foto le ha dedicate a Robert De Niro, a New York. Quindici foto le ha scattate in India, tra Mumbai and Rajastan. Altri scatti sono stati realizzati in Turchia, a Istanbul, dove il soggetto scelto è stato l’amico Ari Gulier, il Cartier-Bresson turco come lo definisce McCurry. Rientrato in America, erano state scattate trentacinque delle trentasei pose disponibili. Prima di portare il Kodachrome 64 al laboratorio di sviluppo Kodak di Paron, nel Kansas, uno dei migliori centri di sviluppo Kodak, McCurry sceglie di realizzare l’ultimo scatto nel cimitero della cittadina. Qui si chiude la storia del Kodachrome 64.

Una storia simbolica, con altissime probabilità che tutto andasse a monte per un dettaglio. Quando chiediamo a fotografi che passano la loro vita in viaggio quale è la cosa che proteggono in caso di pericolo imminente, tutti ci rispondono: prima la vita, poi le schede di memoria. La macchina fotografica la puoi ricomprare, la puoi riparare, la puoi perfino ricostruire e tenere insieme con il nastro. Le schede e i rullini che contengono il tuo lavoro no, sono qualcosa di irripetibile. Steve McCurry ha attraversato mezzo mondo con l’ultimo rullino Kodachrome 64 nella sua Nikon F6 e immaginiamo che cosa possa aver pensato quando il funzionario della dogana dell’aeroporto di Mumbai, prima di imbarcarsi per tornare negli Stati Uniti, gli ha imposto di aprire la macchina fotografica per accertarsi che non contenesse esplosivo.


Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: Piazza Fontana, Banca Nazionale dell’Agricoltura

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Il 12 dicembre 1969, quarantasette anni fa, un attentato terroristico uccide diciassette persone in quella che viene definita “la madre di tutte le stragi”. Ecco la foto divenuta simbolo di quel giorno.


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Lo diciamo subito: non conosciamo l’autore di questa fotografia. Nei giorni scorsi abbiamo chiesto informazioni, verificato gli archivi, ingrandito le didascalie e, naturalmente, controllato la ricerca immagini di Google. Non ne siamo venuti a capo. Ecco i dati certi. Interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano, 12 dicembre 1969, pochi minuti dopo l’esplosione della bomba che uccide diciassette persone, l’inizio degli Anni di Piombo.

 
È un’immagine di pubblico dominio, sono trascorsi più di vent’anni dalla sua prima pubblicazione e, pare, non abbia alcun carattere creativo. Quindi può essere usata e condivisa senza rendere conto a nessuno. Non ci sono copyright su questa fotografia. 
 
È il 1969, il fotografo entra nella banca pochi istanti dopo l’esplosione, ma la fotografia è ancora lenta, nessuno immagina che un giorno si potrà scattare per condividere, si scatta ancora per documentare ed informare sui giornali la mattina dopo. Chi fotografa scene di questo genere, probabilmente non si pone domande su fotografia e Fotografia, sa di essere un tramite tra un fatto di interesse pubblico ed un’intera nazione che chiede solo di conoscere. 
Questa è la fotografia che documenta e che realizza, finalmente, una funzione certa e consapevole: informare. Vorremmo quindi il vostro aiuto per conoscerne l’autore. I commenti qui sotto sono a vostra disposizione.  


Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: Annie Leibovitz, l’ultima foto di John Lennon

John Lennon e Yoko Ono © Annie Leibovitz

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L’8 dicembre del 1980 John Lennon viene ucciso a New York. Quella stessa mattina Annie Leibovitz scatta la sua ultima fotografia insieme a Yoko Ono.


John Lennon e Yoko Ono © Annie Leibovitz
John Lennon e Yoko Ono © Annie Leibovitz

La mattina dell’8 dicembre 1980, Annie Leibovitz raggiunge John Lennon e Yoko Ono al Dakota Building, Central Park West, New York, per realizzare un servizio per Rolling Stone.
Dopo aver scattato per un paio d’ore, Lennon chiede alla fotografa di coinvolgere anche Yoko Ono. Annie Leibovitz dice che “nessuno avrebbe voluto una foto di Yoko Ono in copertina”. Ma dopo qualche discussione anche Yoko Ono partecipa alla sessione. Yoko Ono non aveva nessuna intenzione di spogliarsi integralmente, è disposta a togliere i pantaloni ma non la maglia. Annie Leibovitz, piuttosto impazientita, le dice di restare vestita. Lennon si spoglia.
La fotografa utilizza una Polaroid per fotografare questo abbraccio – o intreccio – e, quando i due vedono la foto, esclamano “hai catturato l’essenza della nostra relazione”. In una situazione normale, probabilmente, questa foto sarebbe stata scartata. Invece, questa immagine finirà sulla copertina di Rolling Stone del 22 gennaio 1981. Verrà impaginata senza testo, senza titoli, senza didascalie, solo il nome della testata. La mattina era una foto celebrativa, la sera era già un obituary, un necrologio.

Dopo gli scatti, John Lennon esce dal palazzo, firma qualche autografo prima di salire sulla limousine che lo porta agli studi di registrazione, e tra i fan che saluta c’è Mark David Chapman. La stessa sera, Chapman – che, tra i retroscena che la storia in casi come questo è solita tramandare, c’è il fatto che teneva in tasca una copia del Giovane Holden – ucciderà John Lennon con cinque colpi di pistola, proprio dove si erano incontrati poche ore prima, di fronte alla reception del Dakota.

Annie Leibovitz ha scattato questa foto alle 11.30 della mattina. Alle 22.50 John Lennon era morto.
Nel 2005, l’American Society of Magazine Editors giudica la copertina del RS come la miglior cover della storia.


Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: Il Kuwait in fiamme di Sebastião Salgado

Kuwait © Sebastião Salgado

2_maledettifotografi_logodi Enrico Ratto


Il 28 novembre del 1990 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU autorizza l’intervento militare in Iraq. Una guerra ricordata oggi, oltre che per le lunghe dirette televisive, anche per le immagini di Sebastião Salgado dal deserto del Kuwait in fiamme.


Kuwait © Sebastião Salgado
Kuwait © Sebastião Salgado

Ogni fotografia ha sempre un prima e un dopo, così come ogni storia. La prima guerra del Golfo, scoppiata con l’operazione Desert Storm la notte del 17 gennaio 1991 viene di fatto autorizzata due mesi prima, con la risoluzione ONU 678 del 28 novembre 1990. Esiste poi un “durante”: tutti noi ricordiamo le dirette televisive della CNN (con gli scoop di Peter Arnett, unico reporter occidentale a Baghdad) di questa guerra che sembrava di transizione verso un nuovo modo di fare informazione.

Solo dopo mesi sono arrivate le fotografie scattate da Sebastião Salgado. Il primo Aprile del 1991 Salgado arriva in Kuwait, inviato per il New York Times Magazine, quando i bombardamenti sono ormai terminati ma si sta ancora consumando uno di più grandi disastri ecologici della storia recente. L’esercito di Saddam Hussein ha incendiato centinaia – 700, si è detto – di pozzi di petrolio nel deserto del Kuwait. Otto mesi dopo, alcuni pozzi bruciavano ancora.
Quando Sebastião Salgado arriva in Kuwait si trova sotto un cielo nero di polvere e fumo, il rumore delle fiamme impedisce agli uomini di comunicare, una scena apocalittica lunga mesi e mesi che alcuni eroi, così li definisce Salgado, tentano di arginare.
“Ricordo che il calore deformava gli obiettivi della mia macchina fotografica” ha scritto venticinque anni dopo Sebastião Salgado sul New York Times “le mie mascelle erano stremate dalla tensione per essere esposti ore ed ore a quelle temperature. C’era rumore, c’era puzza e c’era una continua paura di una grande esplosione. Ho capito immediatamente che avevo bisogno di attrezzature speciali se volevo fotografare da vicino quelle persone impegnate a spegnere gli incendi. Per fortuna, lungo la strada ho trovato calzature e indumenti protettivi lasciati nel deserto dall’esercito iracheno in fuga. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia moderna.”


Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: Marc Riboud. Con Fidel Castro il giorno dell’assassinio di JFK

© Marc Roboud, Cuba 1963
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di Enrico Ratto


Il 22 Novembre 1963 viene assassinato a Dallas il Presidente John Fitgerald Kennedy. In quei giorni, Marc Riboud è Cuba per incontrare Fidel Castro.


© Marc Riboud, Cuba 1963
© Marc Riboud, Cuba 1963

Tra le molte, moltissime storie che si intrecciano con la Storia che si è compiuta a Dallas il 22 Novembre del 1963, ce n’è una in particolare che parla di fotografia. E di fortuna. Quel giorno, Marc Riboud si è trovato nel posto giusto al momento giusto: Cuba.
Inviato sull’isola per un reportage, alla vigilia dell’attentato di Dallas Marc Riboud era insieme al giornalista dell’Express Jean Daniel. Trascorrono parecchi giorni in attesa di incontrare Fidel Castro, il quale fissa un appuntamento quando ormai i due, un classico, erano pronti a rinunciare e a rientrare prima negli Stati Uniti e poi in Francia.


Fidel Castro incontra i due francesi la sera del 21 novembre, nella sua residenza estiva a 120 Km da L’Havana. Inizierà a parlare alle dieci di sera e finirà alle quattro del mattino. Marc Riboud scatta foto in continuazione, documenta la gestualità di Fidel Castro, le persone che gli si avvicinano, che entrano ed escono da quella stanza, vuole fissare sulla pellicola il carisma del Lider Maximo.
La mattina del 22 Novembre Marc Riboud riparte. Insieme a Fidel e ai suoi collaboratori resta solo Jean Daniel. Alle 13.30 Fidel Castro riceve una telefonata. “Como? Un atentado?” dice al telefono. E, dopo aver chiesto quali erano le condizioni del Presidente degli Stati Uniti, ripete tre volte a Jean Daniel e alle persone in quella stanza: “Ecco, una pessima notizia”.


L’intero reportage da Cuba di Marc Riboud è stato raccolto pochi mesi fa in un libro (link: http://amzn.to/2fqN56B)  pubblicato da L’Editions de La Martinière, con una prefazione di Wim Wenders.


Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: Man Ray, Le Violon d’Ingres

2_maledettifotografi_logodi Enrico Ratto


Il 18 novembre del 1976 muore a Parigi Emmanuel Rudzitsky, Man Ray, l’uomo raggio, il primo fotografo surrealista.


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C’è un piccolo dettaglio fondamentale nella biografia di Man Ray: ha acquistato la sua prima macchina fotografica per fotografare le sue opere. Pensate oggi a quanti fotografi e artisti oggi si confrontano e teorizzano sull’uso della fotografia come mezzo o come fine di un’arte vera o presunta. Ecco, la storia fotografica di Man Ray comincia in molto semplice: scatta la prima fotografia perché ha una necessità, uno scopo immediato, gli serve a qualcosa. La fotografia deve sempre servire a qualcosa.

Quando realizza Le Violon d’Ingres è il 1924 – per contestualizzare, stesso anno del manifesto surrealista – la modella è Alice Ernestine Prin (altri nomi: Kiki de Montparnasse o Reine de Montparnasse o ancora The Queen of Montparnasse). La fotografia si ispira a La Grande Baigneuse di Jean-Auguste-Dominique Ingres, le cui figure femminili distorte si prestavano particolarmente alla decontestualizzazione surrealista. Man Ray veste Kiki con un grande turbante e trasforma, idealmente, il corpo della donna in uno strumento musicale, tramite il disegno delle chiavi di violino sul corpo. In breve: quando pensate a Photoshop, pensate che prima lo ha già fatto Man Ray.


Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: Robert Frank, Elevator Girl

Elevator Girl © Robert Frank
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di Enrico Ratto


Il 9 novembre del 1924 nasce Robert Frank. Le domande di Jack Kerouac su una delle sue icone, la ragazza dell’ascensore fotografata a Miami durante il lavoro The Americans.


Elevator Girl © Robert Frank
Elevator Girl © Robert Frank

Quale è il suo nome? Quale è il suo indirizzo? È Jack Kerouac a porsi queste domande mentre scrive la prefazione di The Americans e si trova di fronte al volto della quindicenne Sharon – The Elevator Girl – fotografata nel 1955 in un ascensore di Miami da Robert Frank. Come dire che c’è una Storia della Fotografia, ed una storia della fotografia, e che le nostre domande devono essere rivolte ad entrambe.

In fotografia c’è un prima e un dopo Robert Frank. Lo spiega molto bene Philip Gefter, giornalista del NY Times, nel libro “Photography After Frank”: The Americans ha dato inizio alle nuove sfide della fotografia contemporanea: la tecnica, la luce, le regole narrative, il viaggio e il suo movente,la fotografia documentaria. Per fare qualche nome: Stephen Shore, Ryan McGinley, Annie Leibovitz, Philip-Lorca diCorcia, tutti si sono confrontati con il viaggio di Robert Frank attraverso l’America, e probabilmente con le domande di Jack Kerouac e di tutti noi.

La storia è piuttosto nota. Nel 1955 Robert Frank attraversa gli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio della Fondazione Guggenheim, realizza un lungo lavoro pubblicato per la prima volta nel 1958 dall’editore francese Delpire con il titolo Les Américains (e questa è l’edizione per collezionisti). Poi, tutto è entrato nella Storia della Fotografia, il lavoro è stato ripubblicato nell’edizione americana con la prefazione di Jack Kerouac ed oggi è best seller dei tedeschi di Steidl.

Ma torniamo alla ragazza dell’ascensore. Sharon Goldstein aveva 15 anni quando è stata fotografata. Si è rivista in quella fotografia solo una quindicina di anni fa, durante una mostra a San Francisco.

“Mi sono fermata di fronte a questa foto per almeno cinque minuti, senza capire il motivo per cui mi fossi bloccata lì” racconta Sharon “Solo dopo, ho capito che la ragazza nella foto ero io. In quell’ascensore, Robert Frank mi ha scattato circa quattro foto, senza flash. E poi, quando l’ascensore si è svuotato dei suoi ‘demoni”, mi ha chiesto di girarmi e di fargli sorriso.  Lui stesso ha fatto a me un sorriso. Ha visto qualcosa in me che la maggior parte delle persone non ha mai visto. Ho il sospetto che Robert Frank e Jack Kerouac abbiano visto in me qualcosa di più profondo, che solo le persone molto vicine a me possono vedere. In questa foto non c’è necessariamente la solitudine, è piuttosto… sognante”.


Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: Helmut Newton, Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent "Le Smoking", 1975 © Helmut Newton

di Enrico Ratto


Oggi, 31 ottobre, nasceva a Berlino Helmut Newton, il fotografo che ha sempre considerato “buongusto” una parolaccia.


Yves Saint Laurent "Le Smoking", 1975 © Helmut Newton
Yves Saint Laurent “Le Smoking”, 1975 © Helmut Newton

Intanto una premessa. Scegliere una foto di Helmut Newton, di questi tempi, non è semplice. Causa censure svelte come clic, dobbiamo per forza parlare di una foto in cui modelli e modelle siano coperte, vestite e ben abbottonate. Ci siamo ricordati di questa campagna per Yves Saint Laurent scattata a Parigi ed entrata a far parte della serie White Women.


L’unico elemento nudo, in questa foto, è il marciapiede. Nel 1975, infatti, in Rue Aubriot a Parigi ancora non c’erano ancora tutti quei paletti che costeggiano il marciapiede, mentre se tornate oggi in questa via del profondo Marais vedrete la stessa chiesa sullo sfondo, le stesse finestre ad arco sulla destra e, in più, tutto un filare di paletti stradali in ghisa: le parigine.


Questa fotografia fa parte di un lavoro per Yves Saint Laurent e, siccome bisogna ricordare che i fotografi lavorano prima di tutto per la committenza e solo dopo per se stessi, il soggetto di questa foto non è il Marais, non sono le luci né i marciapiedi di Parigi: è “Le Smoking”. Grazie ad una modella androgina, ad una sigaretta, ad una cravatta bianca e ad un bianco e nero che isola tutto il resto, Helmut Newton ha trasformato questo abito YSL in una icona.
Un anno dopo, nel 1976, questa foto è entrata a far parte della serie White Woman nella quale Helmut Newton rivoluziona ancora una volta la fotografia di moda e indaga il ruolo della donna nella società occidentale. Per esempio, tornando a fotografarla in strada. “Non mi sono mai piaciuti gli studi e i fondali” ha detto Newton “Una donna non vive di fronte ad un fondale di carta. Una donna vive sulla strada, su un’automobile, nella camera di un hotel”.


Maledetti Lunedì. La Fotografia della settimana: il Concorde di Peter Marlow

G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport, The last days of Concorde. Landing prior to retiring from service in October 2003

di Enrico Ratto


Il 24 Ottobre del 2003 il Concorde effettua il suo ultimo volo passeggeri. Peter Marlow ha documentato i viaggi della sua ultima estate.


G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport, The last days of Concorde.  Landing prior to retiring from service in October 2003
G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport, The last days of Concorde. Landing prior to retiring from service in October 2003

“Concorde. The Last Summer” è il libro che Peter Marlow ha dedicato agli ultimi voli dell’aereo supersonico attraverso l’Oceano Atlantico. Nel Concorde c’è tutta l’Europa e l’America degli anni ’70 e ’80: gli affari, lo star system, la ricerca della velocità a qualsiasi prezzo, la distanza culturale tangibile verso tutto ciò che può essere green o low cost.
Nell’immaginario c’è anche l’incidente al Charles De Gaulle nel luglio del 2000: quel volo era un charter noleggiato da una comitiva di turisti, il che ci ha fatto immediatamente capire quanto il business di questo aereo fosse ormai diffuso, popolare, al tramonto. Il suo ultimo volo passeggeri è del 24 ottobre 2003, mentre l’ultimo volo in assoluto è del 26 novembre, un mese dopo.


Peter Marlow, fotografo inglese della Magnum morto lo scorso febbraio e che negli anni ‘70 ha documentato le situazioni sociali più complesse in Irlanda del Nord, ha seguito il Concorde per un’estate, l’ultima. Alcune fotografie della serie sono pubblicate qui (https://pro.magnumphotos.com/Package/2TYRYDMCLX9S).
Il progetto è corporate, ma queste immagini non parlano di aerei e di tecnologia, anche perché non era più tanto una questione di biglietti da vendere ma di un fenomeno sociale da documentare. La realizzazione è quindi perfettamente in linea con l’occhio di Peter Marlow: il Concorde non è stato solo un aereo ad alta tecnologia o un modo per viaggiare da Londra a New York su uno status symbol con due ali. È stata la vita di migliaia di abitanti delle aree periferiche di Heathrow, del Charles De Gaulle, del JFK e di tutti gli altri aeroporti del mondo che il Concorde ha toccato (i primi voli erano verso Dakar, Rio e il Barhein, gli Stati Uniti sono arrivati dopo) che per trent’anni hanno avuto un appuntamento quotidiano con l’unico mezzo “capace di arrivare prima di partire”.


G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport. The last days of Concorde.  Taking off in the days  prior to retiring from service in October 2003.
G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport. The last days of Concorde. Taking off in the days prior to retiring from service in October 2003.

Per questo, una buona parte del libro è dedicata alle persone comuni che escono dalle loro case con un gilet, una tuta ed un binocolo e, immerse nelle banali campagne inglesi, osservano il decollo e l’atterraggio di questo triangolo molto piccolo che si avvicina tra gli alberi, un modellino più che un aereo.
“Concorde. The Last Summer” non è un libro di foto spettacolari, non ci sono Boeing che sfiorano la testa delle persone sulle spiagge tropicali (tutte quelle cose che ci piace cliccare oggi nelle gallery online), è una documentazione realizzata da un grande fotoreporter, senza effetti speciali. La fine di un momento irripetibile, sia per chi ha viaggiato, sia per chi è rimasto a terra.


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