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Massimo Berruti

Massimo Berruti al Festival di Fotografia etica con la mostra Epidemic

Giugliano, Caserta, Sept 2015: an impound lot for confiscated vehicles is burning fully up to the last car.

Massimo Berruti ( per leggere l’intervista completa clicca qui) è un fotografo documentarista che ha trascorso quasi quattro anni lavorando in Asia centrale, principalmente in Pakistan, analizzando la sua storia contemporanea e il suo coinvolgimento nella “Guerra al terrore”, nonché le sue implicazioni sulla popolazione. Al colore preferisce il bianco e nero. – Il paese che ha nel cuore è il Pakistan. – Il personaggio che vorrebbe ritrarre è Donald Trump e tra la serenità e l’adrenalina sceglie quest’ultima.

Massimo Berruti Epidemic

La Terra dei fuochi è convenzionalmente conosciuta come un’area di forma triangolare di 1076 km² che si trova tra Napoli e la provincia di Caserta. In realtà, si tratta di una superficie molto più ampia. Questa regione rappresenta la terra che ha reso la dieta e lo stile di vita mediterranei famosi per essere tra i più salutari al mondo, un modello per gli altri da seguire, un luogo in cui la qualità dei prodotti e degli alimenti era rinomata anche all’’estero. Ma oggi gli agricoltori se ne stanno andando, sconfitti dalla sfiducia dei consumatori e dai problemi legali. Ora, migliaia di discariche, legali e illegali, si concentrano in un’area che era fra le più fertili d’Europa. Negli ultimi tre decenni, la Camorra ha seppellito decine di milioni di tonnellate di rifiuti industriali, tossici e radioattivi, provenienti dal nord Italia e dall’Europa. Le autorità regionali ed il governo centrale hanno chiuso un occhio di fronte a tutto questo. È probabilmente l’esempio più lampante degli effetti che un accordo storico tra il governo e le organizzazioni mafiose ha imposto alla popolazione. E ancora una volta, è stato realizzato in nome del profitto. Di recente, un rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta su questo caso, che includeva le dichiarazioni dell’ex capo della Camorra Carmine Schiavone, è stato reso noto, aprendo un vaso di Pandora e rivelando un comportamento criminale dopo oltre 15 anni di silenzio. In questo documento, corroborato da noti epidemiologi e geologi, Schiavone dichiarò che questa terra avrebbe presto iniziato a fronteggiare un evento simile all’olocausto in cui “tutti moriranno di cancro” quando si arriverà al punto in cui questi materiali tossici inizieranno ad infiltrarsi massicciamente nelle falde acquifere, contaminando gran parte delle risorse sotterranee di acqua potabile della Campania. Secondo l’autorevole opinione di Giovanni Balestri, un geologo che appare nel rapporto diffuso e sopra citato, il costante peggioramento della situazione avrà un picco massimo tra 50 anni, con l’eventuale evacuazione della regione come conseguenza del degrado della vita. Nella prospettiva in cui il peggio debba ancora arrivare, le persone di ogni età, in particolare i bambini, sono già nel mezzo di un’epidemia di cancro. Si registrano inoltre crescenti problemi di fertilità.

Al festival di Fotografia Etica,
Sabato 12 Ottobre, dalle 17:30 alle 18:30
VISITA GUIDATA alla mostra fotografica Epidemia, a cura di Massimo Berruti
Palazzo Modignani, Via XX Settembre 29

Festival della Fotografia Etica: al via la decima edizione

Broken Songlines di Monika Bulaj

Il Festival di Fotografia Etica di Lodi giunge quest’anno alla decima edizione: molto ricco il programma di mostre, workshop e incontri che si snoderanno nei quattro fine settimana della kermesse, in scena dal 5 al 27 ottobre. Ospiti, nomi importanti della fotografia italiana e internazionale, tra cui Letizia Battaglia che presenta “Fotografie”, esposizione che racconta la città di Palermo, le grandi stragi di mafia, le persone comuni coinvolte in alcuni dei momenti più violenti della nostra Repubblica. Ad affiancarla – nello Spazio Tematico Italia – Massimo Berruti con “Epidemic”, Diana Bagnoli con “Prima Comunione”, Mariano Siletti con “Serra Maggiore” e Marco Valle con “Mare Nostrum”. Protagonista dello Spazio Approfondimento è la fotografa e giornalista polacca Monika Bulaj con la mostra inedita “Broken Songlines”, un viaggio all’interno delle minoranze religiose e di come esse continuino a sopravvivere in alcune zone della terra.

Festival della Fotografia Etica: workshop e incontri

Alle mostre si affiancano i quattro seminari sulla fotografia dal titolo “Dal mito all’icona”, che si svolgeranno ogni sabato dalle 16 alle 17.30, le visite guidate alle mostre in compagnia degli autori, presentazioni di libri e incontri. Segnaliamo, in particolare, la visita guidata alla mostra “Broken Songlines” con Monika Bulaj, protagonista anche di una performance teatrale nell’ultimo fine settimana del festival.

Il programma completo può essere consultato sul sito www.festivaldellafotografiaetica.it

 

Foto Storica: il Funerale di un uomo anziano di Massimo Berruti

Massimo Berruti impara sul campo, da autodidatta. Negli occhi ha le immagini del grande reportage in bianco e nero, ma anche tanto cinema dei suoi registi preferiti, l’anticonformista Lars Von Trier e il cineasta-pittore Peter Greenaway; proprio alla sua passione per la celluloide deve la preferenza per il racconto fotografico:

«Non riesco a ragionare in termini di scatto singolo. Qualsiasi foto, anche la più completa ed efficace, ha bisogno del supporto di altre per raccontare una storia. Ancor più se riguardano complesse questioni geopolitiche e i loro risvolti sociali ».

Dopo i primi reportage realizzati in Italia sul degrado delle periferie urbane, sull’immigrazione e sulla crisi industriale, Berruti si avventura nell’Asia centrale e meridionale, concentrandosi per alcuni anni sul Pakistan, da dove segue gli sviluppi del terrorismo dopo l’11 settembre. Oltre che per la sua visione critica e appassionata, Berruti è noto per il suo bianco e nero drammatico ed essenziale – che spesso scatta in pellicola – tornato in auge sulla stampa.

 

Massimo Berruti: Perdersi nella propria passione

Massimo Berruti

Al colore preferisce il bianco e nero. – Il paese che ha nel cuore è il Pakistan. – Il personaggio che vorrebbe ritrarre è Donald Trump e tra la serenità e l’adrenalina sceglie quest’ultima.

Intervista a Massimo Berruti

Quando ti sei innamorato della fotografia?
«Prima ancora di aver fatto una foto, quando vidi lo scatto del ragazzo ruandese con tre colpi di machete sulla guancia destra di James Nachtwey. Quello è stato il momento in cui ho compreso il potere comunicativo della fotografia, rendendomi conto al contempo che questo poteva essere il mestiere per me. È scoccata la scintilla e quella sensazione la porto sempre con me».

Quali sono le prerogative che contraddistinguono un fotoreporter?
«La curiosità. Il forte trasporto di andare a vedere con i propri occhi questioni di cui non abbiamo compreso tutto, cercando una chiave di lettura che dia un senso a questo mondo. Poi l’indipendenza da un punto di vista familiare, il non dover rendere conto ai propri cari. La passione travolgente e la voglia di mettersi in gioco, di vincere le proprie paure e di superare se stessi. Strada facendo si scopre che i limiti sono quelli che ci imponiamo e che si possono gradualmente forzare».

Quali sono i primi passi per avvicinarsi alla carriera di fotografo?
«Le grandi novità sono insite nell’evoluzione della professione. Al di là di questo, il consiglio che darei è di perdersi in questa passione e di lasciarsi trasportare. Quando si sente una voce che risuona dentro di te bisogna saperla ascoltare, seguirla, ed è senza dubbio la cosa migliore da fare anche in termini di spendibilità. Inevitabilmente, si arriva a essere più riconoscibili in quello che si sceglie e in quello che si sviluppa in termini di progetto».

L’ultimo viaggio che hai fatto?
«Nel luglio del 2017 ero in Mali. Poco prima, negli Stati Uniti, avevo realizzato la mia prima storia a colori dopo dieci anni».

Com’è stato tornare al colore e cosa hai documentato?
«Giocare con la nuova variabile del colore è stato divertente, molto interessante, un esperimento ben riuscito. Ho scelto di seguire una piccola storia, ma emblematica. Il progetto è stato finanziato da un festival nel nord della Francia, a Saint-Brieuc. Si tratta di una piccola cittadina in West Virginia al centro di una zona libera da frequenze radio. Il silenzio radio serve a proteggere un radio telescopio che fa parte di un programma di ricerca di vita extraterrestre. Questo territorio è divenuto una sorta di rifugio. È stato scelto come luogo di aggregazione di una piccola comunità di persone che si ritengono elettro-ipersensibili. Stanno male se a contatto con i campi elettromagnetici. Pensiamo alle reti wireless, ai telefonini, ai televisori e ai computer».

Insieme ad altri fotografi avete dato il via a MAPS. Di cosa si tratta?
«È un collettivo che ha appena compiuto un anno di vita dopo una lunghissima gestazione. Insieme a altri due fotografi provenienti dall’Agence Vu, come me, e da tre fotografi ex Magnum, ci sono anche gli italiani Alessandro Penso e Simona Ghizzoni. Il 6 settembre del 2018 è stata inaugurata una nostra collettiva dal titolo Unrest al GC De Markten , centro culturale nel cuore di Bruxelles. Il prossimo progetto a cui stiamo lavorando si chiama Reset  e io mi dedicherò alla dipendenza da Internet. Il reportage svolto in West Virginia mi ha aperto a una serie di riflessioni – non c’è molta narrazione fotografica in questa direzione –».

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
«La cosa più concreta che vedo all’orizzonte adesso è un progetto dedicato all’emergenza idrica a Gaza»

Immagine in evidenza

Detroit, USA, 15/11/2012. Un inviato di Fox News in città per riportare di un ipotetico caso di corruzione in cui sarebbe coinvolta parte della giunta comunale è in attesa del collegamento in diretta

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