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Torna a Ferrara “Riaperture”, il festival di fotografia

Riaprire con la forza delle immagini gli spazi chiusi di una città: Ferrara è pronta a ospitare la terza edizione di ‘Riaperture’, il festival di fotografia in programma dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile 2019. Autori da tutto il mondo, incontri e presentazioni, proiezioni e workshop, per una formula confermata dopo il successo nel 2018 con 3200 presenze, e che presenta diverse novità, tra i luoghi riaperti e gli autori in mostra a Ferrara. Il tema della terza edizione è il ‘Futuro’, che sarà sviscerato in molteplici direzioni grazie alle storie di autori nazionali e internazionali. Saranno presenti in mostra al festival: Gianni Berengo Gardin, Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher e Giovanni Cocco. Annichilito da prospettive curve su sé stesse, riposto in un asintoto irraggiungibile, ignorato da una realtà concentrata solo su ciò che è, atrofizzato da una narrazione contemporanea dove “il peggio” deve ancora venire, Riaperture ha scelto di (ri)portare al centro della scena il tempo che deve ancora arrivare, per raccontare scenari in arrivo o già presenti nella nostra società.

L’obiettivo di Riaperture è di riaccendere l’attenzione su luoghi pubblici o privati attualmente non in uso, per portare loro nuova energia. Rispetto alla seconda edizione, tra i luoghi ci sono conferme ma anche significative novità. La manifestazione sarà dislocata a Factory Grisù, ex caserma dei Vigili del Fuoco ora consorzio di imprese innovative e oggetto di un percorso di rigenerazione, a Palazzo Prosperi Sacrati, uno degli edifici storici più belli della Ferrara estense, situato al centro dell’Addizione Erculea e chiuso da anni. Riaperture riaprirà ancora una volta, la seconda dopo il terremoto del 2012, Palazzo Massari, storico edificio ferrarese in fase di restauro, che quest’anno potrà essere visitabile anche all’interno senza impalcature. Altri luoghi del festival saranno la “Salumaia” dell’Hotel Duchessa Isabella, uno spazio solitamente inaccessibile ai clienti dell’albergo, e il negozio di via Garibaldi 3, attualmente chiuso, come simbolo per le attività commer-ciali del centro storico da riqualificare. Infine, la grande novità: l’ex caserma dell’esercito ‘Pozzuoli del Friuli’, struttura mai stata riaperta dalla sua chiusura nel 1996. Tutti i luoghi del festival saranno accessibili anche alle persone con disabilità.

Saranno due weekend che trasformeranno ancora una volta Ferrara in un collettivo laboratorio fotografico, grazie al ricco programma che comprende, oltre alle mostre, concorso, workshop, letture portfolio, visite guidate, talk, presentazioni, proiezioni, reading, dj set e laboratori per bambini.

Per il programma completo clicca qui 

 

Robert Mapplethorpe: il grande anticonformista senza tempo

Robert Mapplethorpe, White Gauze, 1984 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Fotografia e danza in dialogo tra loro, unite dalla medesima matrice performativa: è questo il concept della mostra che Madre – museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli dedica a Robert Mapplethorpe, uno dei maestri della fotografia del Novecento, morto nel 1989 a soli quarantatré anni. Curata da Laura Valente e Andrea Viliani, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation, l’esposizione vuole creare un confronto tra l’azione del “fotografare” in studio (nell’implicazione autore / soggetto / spettatore) e del “performare” sulla scena (nell’analoga implicazione performer / coreografo / pubblico). «Le opere del fotografo americano non erano mai state poste in un confronto diretto, prima d’ora, con quell’evidente componente performativa che sembra animarle», spiegano i curatori. «L’obiettivo di questa mostra, dunque, è di coniugare l’aspetto espositivo e quello fotografico, attraverso il coinvolgimento di artisti che, per tutta la durata della mostra, realizzeranno interventi site specific in dialogo con le opere e con le suggestioni che esse evocano». Preceduta da un’Ouverture, dove  ammirare le due “muse” – femminile e maschile – mapplethorpiane, Patti Smith e Samuel Wagstaff Jr., la mostra-coreografia si snoda in tre sezioni: nella prima il pubblico è condotto sul palcoscenico, fra ballerini, atleti, body-builder, modelle e modelli; nella seconda ci si sposta in un’immaginaria platea, attraverso decine di ritratti che immortalano le amicizie del fotografo e restituiscono un affresco collettivo del jet-set internazionale fra gli anni Settanta e Ottanta del Ventesimo secolo; chiude il percorso una sequenza di autoritratti di Mapplethorpe.

Madre
Via Settembrini 79, Napoli
www.madrenapoli.it

Sebastiao Salgado: “Africa” la mostra gratuita a Reggio Emilia

© Sebastião SALGADO
© Sebastião SALGADO

L’uomo è al centro della sua opera. Da oltre quarant’anni investiga le tematiche sociali più urgenti per comprendere l’essere nella contemporaneità. Un’esplorazione che intreccia i diritti dei lavoratori, la povertà, gli effetti distruttivi dell’economia di mercato nei Paesi in via di sviluppo. Riguardo al suo progetto Genesi ( per leggere l’articolo clicca qui) , il più grande fotografo dei nostri tempi così lo definisce: «Un tentativo di antropologia planetaria. Nato per documentare angoli del globo ancora non aggrediti dall’inquinamento e dall’economia selvaggia. Ma anche per proporre alle nuove generazioni l’immagine di un rapporto equilibrato, possibile, fra uomo e natura». In altre parole, Genesi è un grido di allarme che assume la forma di preghiera tradotta in immagini: non possiamo più consumare il nostro pianeta. Le risorse naturali sono allo stremo. Occorre fermarsi e ripensare ai modelli di consumo e di sviluppo.Lui, economista di formazione e con una forte esperienza professionale all’ONU, per dire tutto questo sceglie il linguaggio che gli appartiene in maniera più naturale: la fotografia. Così, sfogliando il catalogo monumentale o seguendo il percorso delle sue mostre, è possibile affrontare un viaggio unico e straordinario attorno al globo, dalle foreste tropicali dell’Amazzonia al Congo, dall’Indonesia alla Nuova Guinea, dai ghiacciai dell’Antartide ai deserti dell’America e dell’Africa. E Salgado, nel concreto, svela una parte del suo privatissimo album di famiglia che si compone di uomini che non conoscono la tecnologia, ma anche di animali, incredibilmente scampati al mondo contemporaneo. Un album, il suo, che racconta di zone remote nelle quali la natura ha ancora il sopravvento. A prevalere, dentro quelle fotografie, sono le emozioni: cerchi concentrici che esplorano la condizione umana. Vincitori e vinti, speranze e delusioni. Aspettative e convinzioni. Insomma, quelle di Salgado sono immagini che assomigliano sempre di più ai sentimenti. A pensieri paralleli che, capaci di trasportare l’immensità e il dramma, si fanno sguardi consapevoli.
La sua arte, è stato detto, è un umanesimo narrato con la fotografia.

Africa, la mostra di Sebastiao Salgado

Sebastiao Salgado espone per la prima volta a Reggio Emilia con una selezione di 100 fotografie, riunite nell’esposizione Africa, che sarà accessibile a titolo gratuito, nei due luoghi di cultura contemporanea reggiani, Caffè letterario Binario49 di via Turri e Spazio Gerra di piazza 25 Aprile. Curata da Lélia Wanick SalgadoAfrica è una retrospettiva su trent’anni di reportage realizzati a partire dagli anni Settanta nell’Africa sub-sahariana, ripercorrendo l’esperienza dell’autore nel continente africano.
Al Binario49 sarà in mostra il lavoro realizzato nei viaggi e nelle esplorazioni di Salgado tra il 1974 e il 2005 nel sud del continente tra Mozambico, Malawi, Angola, Zimbabwe, Sud Africa, Ruanda, Uganda, Congo, Zaire e Namibia; allo Spazio Gerra invece, i reportage realizzati dal 1973 al 2006 nelle regioni dei Grandi laghi tra Repubblica democratica del Congo, Burundi, Tanzania, Zaire, Kenya Ruanda e nelle regioni sub-sahariane Mali, Sudan, Somalia, Chad, Mauritania, Senegal, Etiopia.

Africa, la mostra di Sebastiao Salgado: informazioni

SEBASTIÃO SALGADO – AFRICA
A cura di Lélia Wanick Salgado
Reggio Emilia, Fino al  24 marzo 2019
Binario49 – via Turri 49, Reggio Emilia www.b49.it | info@b49.it | 347.5889449
Spazio Gerra – piazza 25 Aprile, Reggio Emilia www.spaziogerra.it | 0522.585654

 

Robert Doisneau: un fotografo da ascoltare

Juliette Gréco Saint-Germain-des-Prés 1947 © Atelier Robert Doisneau

La mostra Doisneau et la musique , in corso a Parigi, propone sorprendenti incroci tra l’autore e il mondo delle note. Nominare Robert Doisneau significa evocare quel realismo poetico tipicamente francese, per non dire parigino, fatto di dolcezza, ironia, complicità, poesia e tenerezza.
Un approccio molto amato dal pubblico quanto, talvolta, stigmatizzato da alcuni critici intransigenti come troppo zuccherato. Una declinazione molto riconoscibile del reportage – è street photography? – che ha visto all’opera magnifici flâneurs come Édouard Boubat, Willy Ronis, Iziz e altri. Stiamo parlando, in ogni caso, di grandi fotografi ricchi di cultura visiva e di sensibilità. Doisneau è, tra loro, sicuramente il più conosciuto anche grazie o per colpa del famigerato bacio all’Hotel de Ville, foto-icona dell’amore riprodotta ovunque, su tazze e cuscini da regalare a San Valentino. Pochi però, fino a oggi, hanno stilato un bilancio di quanto le sue strade abbiano intercettato quelle della musica. Bilancio e panoramica ora forniti da una mostra molto originale e intrigante, dal titolo Doisneau et la musique , con oltre 200 fotografie esposte a Parigi, fino al 28 aprile, presso la Cité de la musique – Philharmonie de Paris.

Fotografia e musica: Robert Doisneau

Il percorso è diviso in sezioni specifiche, tutte comunque con un occhio rivolto alla musica: la strada, gli studi di registrazione, il violoncellista Maurice Baquet, il jazz, gli anni 80-90. Proprio la strada dei sobborghi parigini nel dopoguerra è quel teatro di vita dove Doisneau attinge e dove la musica è ingrediente pervasivo di vite semplici, povere, ma anche allegre e poetiche, abitanti di un’Europa stremata dalla guerra da poco finita, ma felice di tornare alla vita e speranzosa nel domani. Orchestrine, bande, locali fumosi dove una fisarmonica fa la differenza, e poi il jazz, i balli in piazza. Insomma, l’amore per la musica nasce in Doisneau insieme all’amore per le persone. Come quando una domenica mattina incontra l’anziana artista di strada Madame Lulu che canta accompagnata da una giovane alla fisarmonica e le segue a lungo per le periferie dove si esibiscono in strada e nei bistrot, chiedendosi perché mai avessero deciso di andare proprio là dove nessuno ha un soldo in tasca. La sua carriera va avanti e conosce un sempre maggior successo, così s’infittiscono le collaborazioni giornalistiche. Tra gli argomenti trattati ritorna spesso la musica: dalla strada entrerà negli studi di registrazione per ritrarre i maggiori musicisti al lavoro, mentre a Saint-Germain-des-Prés avrà l’occasione di fotografare, tra gli altri, Juliette Gréco, Yves Montand, Charles Aznavour. Proprio a Saint-Germain, mitico quartiere di intellettuali e artisti sulla Rive Gauche, Doisneau aveva conosciuto il poeta Jacques Prévert di cui sarà amico e complice per la vita. A proposito di Juliette Gréco, ecco una curiosità: nella foto che pubblichiamo, realizzata nel 1947, la cantante ha solo 21 anni e ha con sé un cane di nome Bidet, allora molto noto a Saint- Germain in quanto si esibiva sul palco del Théâtre Montparnasse al fianco di Gérard Philippe nello spettacolo di Alfred Savoir Le Figurant de la Gaîté . Altra serie organica è quella nata nel 1961 quando Doisneau immortalò molti compositori, tra cui Pierre Boulez, Pierre Schaeffer, Henri Dutilleux e André Jolivet, un’amicizia nel 1944 che durò per oltre cinquant’anni. Un legame fatto principalmente di risate. Il libro – una favola fotografica leggera e spassosa – a ben guardare si rivela un laboratorio denso di magia e di sperimentazioni realizzate tramite effetti speciali, fotomontaggi, collage, deformazioni. Il musicista Baquet, nelle foto del libro, utilizza il suo violoncello in mille situazioni comiche e sorprendenti, ora galleggia come una barca, ora scivola sulla neve come una slitta e così via. Ma se le foto di questa mostra evocano una musica da “ascoltare con gli occhi”, che ruolo ha la ognuno nel proprio spazio di lavoro, nell’ambito del reportage L’avventura della musica nel ventesimo secolo  commissionato dalla rivista Le Point . Un discorso a parte merita il capitolo che nasce da un’amicizia, da un pizzico di follia, dalla voglia di giocare e dalla sperimentazione creativa: Ballata per violoncello e camera oscura . È questo il titolo di un libro uscito nel 1981, ma concepito molti anni prima. “Quando le nostre strade si sono incrociate, ho trovato il mio maestro di felicità” disse Doisneau di Maurice Baquet, violoncellista, attore, sciatore, col quale nacque musica da ascoltare con le orecchie? Onore al merito quando, come hanno proposto i curatori in questo caso, si cerca una via per rendere davvero una mostra – come sempre dovrebbe essere – un’esperienza. Dunque, Doisneau et la musique  ha perfino una sua colonna sonora originale appositamente realizzata dal gruppo dei Moriarty, mentre durante tutto il periodo di svolgimento dell’esposizione, tra concerti e incontri dedicati al rapporto tra Doisneau e la musica, c’è anche uno spettacolo teatrale che s’intitola proprio Ballata per violoncello e camera oscura.

Di  Leonello Bertolucci
dal numero 312 de Il Fotografo 

Terra Mala: nella Terra dei Fuochi. Il reportage che indaga il legame tra inquinamento e malattie

Anna Russo, tre anni, combatte una leucemia linfoblastica acuta. Casoria, Napoli, 2016 © Stefano Schirato

Aprendo una riflessione su un tema ambientale di scottante attualità, il Museo Diocesano Tridentino ospita Terra Mala. Viaggio nella Terra dei Fuochi, reportage di Stefano Schirato che indaga il legame tra inquinamento e malattie causate da condizioni ambientali malsane in quell’area della Campania compresa tra le province di Caserta e Napoli nota come “Terra dei Fuochi”. Da anni impegnato in questo progetto, per la mostra l’artista ha selezionato quaranta immagini iconiche tra le molte testimonianze che ha raccolto grazie all’aiuto di padre Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo al Parco Verde di Caivano e uno dei principali attivisti della zona.

Museo Diocesano Tridentino
Palazzo Pretorio, Piazza Duomo 18
Fino al 6 Maggio

www.museodiocesanotridentino.it

ANDY WARHOL: l’alchimista degli anni Sessanta

Andy Warhol, J Beuys, 1980-83, serigrafia su carta, 101.6x81.2

Andy Warhol: 140 opere di uno degli assoluti maestri del Novecento che meglio ha saputo interpretare la società contemporanea.
L’alchimista degli anni Sessanta, curata da Maurizio Vanni, prodotta dal Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e dall’Associazione Culturale Spirale D’Idee in collaborazione con l’Associazione Culturale Metamorfosi, col patrocinio del Comune di Monza e della Regione Lombardia, con la partecipazione nel catalogo realizzato da Silvana Editoriale della The Andy Warhol Art Works Foundation for the Visual Arts. La rassegna presenta 140 opere del padre della Pop Art, in grado di ripercorrere il suo universo creativo, attraverso le icone più riconoscibili della sua arte, dalle serie dedicate a Jackie e John Kennedy a quelle consacrate al mito di Marilyn Monroe, dalla osservazione critica della società contemporanea, attraverso la riproduzione seriale di oggetti della quotidianità consumista, all’analisi degli altri aspetti come la musica o la rivoluzione sessuale.

Andy Warhol: la serigrafia fotografica

A dare corpo ed enfasi al percorso espositivo c’è una sezione dal titolo Il consumismo con gli oggetti del quotidiano e della serialità. Interprete tra i più lucidi del suo tempo, agli inizi della sua carriera, Andy Warhol vedeva nell’oggetto di consumo di massa, il simbolo dell’immaginario popolare di cui si nutriva la Pop Art e qui testimoniato dalle serigrafie delle lattine di zuppa Campbell, del detersivo Brillo, e delle banconote di dollari americani. L’esigenza di una produzione seriale e la volontà di ripetere i soggetti con rapidità, portò Warhol a sperimentare la tecnica della serigrafia fotografica, un procedimento che modificò il suo approccio all’arte visiva. Si tratta di un sofisticato processo di stampa nel quale un’immagine fotografica trasferita su una superficie di seta poteva essere velocemente duplicata su tela distendendo la stoffa sulla superficie da imprimere e, successivamente, applicando pittura o inchiostro con una spatola di gomma.
Particolarmente suggestiva è la sezione che si occupa dei Miti oltre il tempo. L’occasione per sfruttare al massimo le opportunità legate alla serigrafia fotografica fu data dalla morte di Marilyn Monroe nell’agosto del 1962; appena saputa la notizia, infatti, Warhol decise di realizzare una serie di opere utilizzando una foto pubblicitaria in bianco e nero tratta dal film “Niagara” del 1953. A Villa Reale s’incontrano alcune di queste serigrafie, accanto a quelle della serie Jackie, ovvero le immagini di Jacqueline Kennedy, colte durante il funerale del marito John Fitzgerald Kennedy. Il presidente degli Stati Uniti è inoltre il protagonista di Flash, undici serigrafie che raffigurano la rappresentazione mediatica dell’assassinio del 22 novembre 1963.
Amore per la musica. Da producer a ideatore di cover documenta la passione di Warhol per la musica, sia essa rock, jazz, pop, lirica, di cui fu produttore, come nel caso dei Velvet Underground di Lou Reed e Nico, o creatore di copertine, come quelle di artisti quali Diana Ross, The Rolling Stones John Lennon, Aretha Franklin, Miguel Bosé, Loredana Bertè e altri.
Mentre negli anni Sessanta le figure ritratte mantenevano personalità e caratterizzazione fisiognomica ancora definita, nei lavori degli anni Settanta, Warhol utilizzava procedimenti più neutrali, anonimi e meccanizzati per arrivare ad avere una precisione inespressiva priva di intensità emotiva. Il suo obiettivo era quello di scoprire la verità e non la realtà, quell’essenza del mondo e delle cose che può giungere all’uomo solamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa. In Personaggi celebri. A uso e consumo si trovano ritratti di Muhammad Alì, Mao Tse-Tung – anch’egli diventato un prodotto di consumo di massa – o la nuova serie di Marilyn, o le immagini di altre personalità quali Leo Castelli, David Hockney, Man Ray, realizzate agli inizi degli anni Settanta, caratterizzate da un deciso aumento di interventi diretti, di tratti e di colore, attraverso pennelli e dita sulla carta, o ancora di Liza Minnelli, Truman Capote, Carolina Herrera, della seconda metà del decennio, contraddistinte da una stesura omogenea di colori vivaci e volti che, in relazione alla proporzione con lo spazio, risultavano molto più grandi del reale. La mostra continua con la sezione che analizza la Rivoluzione sessuale di cui Warhol fu testimone e uno dei principali artefici della liberazione dei costumi, attraverso la famosa serie Ladies and Gentleman del 1975, nella quale i personaggi rappresentati, immortalati con pose e pettinature eccentriche e singolari, erano contaminati con campiture di colore improbabile e innaturale come l’arancio, il lilla, il verde acido, il rosso acceso, il blu manganese, il giallo ocra, oppure con delle semplici e nitide inquadrature frontali, o a tre quarti, dove era evidente il travestimento. A queste si aggiungono le foto di Makos che ritraggono Warhol in abiti femminili e la proiezione del film Women in revolt del 1971, prodotto da Andy Warhol, girato nella New York del fermento della rivoluzione sessuale e doppiato nella versione italiana da Vladimir Luxuria.
Il percorso, che prevede un’ulteriore tappa con l’esposizione dei gioielli di Armando Tanzini dal gusto pop e contaminazioni africane ideati e prodotti in collaborazione con Andy Warhol, si chiude con la proiezione dell’ultimo film girato da Andy Warhol del suo viaggio da New York a Cape Code nel maggio del 1982.
Accompagna la mostra un volume (Silvana Editoriale) con testi del curatore, e testimonianze di Vladimir Luxuria, per gli aspetti legati alla rivoluzione sessuale e dei Nomadi, per quelli connessi alla musica e di Pietro Folena e Francesco Gallo Mazzeo.
Dopo Monza, Andy Warhol. L’alchimista degli anni Sessanta si trasferirà in tre meravigliosi palazzi storici pugliesi. Dal 9 maggio, infatti, e fino al 24 novembre, le 140 opere di Warhol, grazie ad un progetto di mostra diffusa sul territorio, già precedentemente realizzato da Puglia Mic-Experience e Associazione Metamorfosi in collaborazione con la Regione Puglia e i comuni di Martina Franca, Mesagne e Ostuni, saranno esposte in tre fra i più importanti e suggestivi spazi pugliesi: il Castello Normanno Svevo di Mesagne, Palazzo Tanzarella a Ostuni e Palazzo Ducale a Martina Franca.

 

 

ANDY WARHOL. L’alchimista degli anni Sessanta
Monza, Reggia di Monza Orangerie (viale Brianza, 1)
Fino al 28 aprile 2019

 

 

Letizia Battaglia: Fotografia come scelta di vita

Letizia Battaglia, Palermo, vicino la Chiesa di Santa Chiara. Il gioco dei killer 1982 © Letizia Battaglia

Dal 20 marzo al 18 agosto 2019, la Casa dei Tre Oci di Venezia inaugura una grande antologica di Letizia Battaglia, una delle protagoniste più significative della fotografia italiana, che ne ripercorre l’intera carriera. La mostra, curata da Francesca Alfano Miglietti, organizzata da Civita Tre Venezie, promossa da Fondazione di Venezia con la partecipazione di Tendercapital, presenta 300 fotografie, molte delle quali inedite, che rivelano il contesto sociale e politico nel quale sono state scattate. La scelta delle fotografie, svolta in collaborazione con l’archivio di Letizia Battaglia, si è avvalsa inizialmente del contributo di Marta Sollima e, per la ricerca delle successive selezioni, di Maria Chiara Di Trapani. Il percorso espositivo, ordinato tematicamente, si focalizza su quegli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica di Letizia Battaglia, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte, sull’amore e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica.

Letizia Battaglia: intellettuale controcorrente e fotografa poetica e politica

Quello che ne risulta è il vero ritratto di Letizia Battaglia, una intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si è interessata di ciò che la circondava e di quello che, lontano da lei, la incuriosiva. Come ha avuto modo di ricordare la stessa Battaglia, “La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora […]. L’ho vissuta come salvezza e come verità “Io sono una persona – afferma ancora Letizia Battaglia, non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa. La fotografia è una parte di me, ma non è la parte assoluta, anche se mi prende tantissimo tempo”. “Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre – ricorda Francesca Alfano Miglietti, del percorso di Letizia Battaglia, sono ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”. Conosciuta soprattutto per aver documentato con le sue fotografie quello che la mafia ha rappresentato per la sua città, dagli omicidi ai lutti, dagli intrighi politici alla lotta che s’identificava con le figure di Falcone e Borsellino, nel corso della sua carriera Letizia Battaglia ha raccontato anche la vita dei poveri e le rivolte delle piazze, tenendo sempre la città come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà, oltre che del suo paesaggio urbano. Letizia Battaglia ‘tratta’ il suo lavoro come un manifesto, esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera, poetica e colta, rivoluzionando così il ruolo della fotografia di cronaca. Impara la tecnica direttamente ‘in strada’, e le sue immagini si distinguono da subito per il tentativo di catturare una potente emozione e quasi sempre un sentimento di ‘pietas’. I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna. Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il più recente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival. Il film Shooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia, giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica, e la propria movimentata vita, è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e
per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori, con testi di Francesca Alfano Miglietti, Leoluca Orlando, Maria Chiara Di Trapani, Filippo La Mantia, Paolo Ventura.

A Torino la mostra “Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto 1939-1981”

Si apre al pubblico sabato 13 aprile 2019 a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino la mostra “Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto 1939-1981”, prima organica ricognizione sullo straordinario patrimonio dell’Agenzia, acquisito nel 2015 da Intesa Sanpaolo che, attraverso il proprio Archivio storico, lo conserva, restaura, studia e valorizza anche con il supporto di esperti, come è avvenuto in occasione della realizzazione di questa mostra. Curata da Aldo Grasso e Walter Guadagnini, l’esposizione – realizzata da CAMERA con Intesa Sanpaolo nell’ambito di Progetto Cultura, il programma triennale delle iniziative culturali della Banca – presenta alcuni degli episodi cruciali della storia e della cronaca italiane e mondiali in un periodo che va dal 1939, anno in cui Vincenzo Carrese volle chiamare “Publifoto” la sua agenzia – nata a Milano nel 1936 con il nome Keystone -, fino al 1981, anno della scomparsa del fondatore.

Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto 1939-1981: quasi mezzo secolo di eventi raccontati attraverso circa duecento immagini realizzate dai fotografi di quella che è stata per un lungo periodo l’agenzia fotogiornalistica più importante del paese

Quasi mezzo secolo di eventi raccontati attraverso circa duecento immagini realizzate dai fotografi di quella che è stata per un lungo periodo l’agenzia fotogiornalistica più importante del paese. Sono gli anni d’oro del fotogiornalismo e, per evidenziare il legame inscindibile tra le immagini e la stampa del tempo, la mostra è costruita sul modello di una rivista illustrata, attraverso le sezioni dedicate alla politica, alla cronaca, all’estero, al costume, alla società, alla cultura e allo sport. All’interno di queste sezioni, il focus cade su fatti e personaggi che hanno dato un’impronta decisiva a questi anni, e alle storie che, anche grazie all’abilità dei fotografi, sono divenute parte integrante dell’immaginario collettivo del XX secolo. Come dichiara Aldo Grasso, massmediologo e co-curatore della mostra: l’enorme patrimonio che ci ha lasciato la Publifoto ci restituisce un mondo ormai consegnato alla storia (1939-1981) ma che pure, grazie a questa esposizione, ritrova una nuova vita e suscita intatte emozioni. Il lavoro del fotografo, infatti, è sempre duplice: da una parte saccheggia ma insieme conserva; denuncia ma insieme consacra. Per questo ogni raccolta di fotografie è un viaggio avventuroso, è il racconto passionale di questo viaggio animato dal ricordo di imprese mirabolanti, di personaggi, di apparizioni che mantengono nella disposizione l’intatta vivezza, l’emozione sospesa e irripetibile del gesto fissato una volta per sempre.
Tra le numerose vicende riportate alla luce si segnalano, per rilievo storico, mediatico o fotografico, il referendum e la proclamazione della Repubblica Italiana nel 1946, le conseguenze dell’attentato a Togliatti del luglio del 1948, le storie criminali di Rina Fort e del sequestro di Terrazzano, l’alluvione del Polesine, la tragica fine del Grande Torino, il concerto dei Beatles a Milano, la costruzione della rete autostradale italiana, i protagonisti di Cinecittà.
Un autentico viaggio nella storia e nella cronaca, attraverso gli scatti – talvolta vintage, talvolta ristampati a partire dai negativi presenti nell’Archivio Publifoto – di autori come lo stesso Carrese, Fedele Toscani, Tino Petrelli, Peppino Giovi, Carlo Ancillotti e di altri collaboratori dell’agenzia, a volte rimasti anonimi. Alla vita dell’agenzia, al lavoro quotidiano dietro le quinte è dedicata la prima sala della mostra, così da immergere subito lo spettatore nel cuore della pratica fotogiornalistica ed evidenziare i molteplici ambiti nei quali l’agenzia operava, come ad esempio quello pubblicitario. In questa sezione saranno anche esposti alcuni oggetti originali dell’Archivio: cassettiere, buste contenenti le fotografie divise per argomento o per nome, raccolte di riviste, tutti oggetti che permettono di comprendere l’organizzazione del lavoro in un’epoca ancora dominata dalla carta, nella quale ancora non esisteva il digitale che oggi permea di sé anche questo lavoro. La mostra e il suo allestimento sono anche un’occasione per analizzare il rapporto tra fotografia e carta stampata e leggere correttamente la natura stessa di queste fotografie, che nascevano e vivevano con scopi ben precisi, che dettavano non solo regole tecniche, ma anche un’estetica, che ha influito in maniera decisiva sulla percezione popolare del linguaggio fotografico. Una visione dunque a 360 gradi di un fenomeno che ha inciso sull’idea stessa di comunicazione e di giornalismo nell’Italia del secondo dopoguerra.
Per sottolineare il legame con la realtà odierna dell’Archivio, saranno esposte alcune opere fotografiche realizzate per la mostra dal fotografo Pino Musi, che rappresentano e interpretano ambienti e dettagli dell’Archivio Publifoto nella sua attuale collocazione.

 

 

Robert Capa in mostra ad Ancona

Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos
Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

Ad Ancona la mostra Retrospective di Robert Capa

Alla Mole Vanvitelliana di Ancona, in mostra oltre 100 immagini in bianco e nero di Robert Capa.
La mostra con più di cento immagini in bianco e nero documenta i maggiori conflitti del Novecento,dal 1936 al 1954, di cui Capa è stato testimone oculare; nelle immagini del fotografo, alcune delle quali diventate delle vere icone, viene rappresentata la sofferenza, il caos, la miseria e la crudeltà della guerra.
La rassegna è articolata in tredici sezioni e si conclude con la sezione “Gerda Taro e Robert Capa” : un ritratto di Robert, un ritratto di Gerda scattato da Robert e un loro doppio ritratto. Gerda Taro è “La ragazza con la Leica” protagonista del romanzo di Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega.
Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per Robert Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale” Il curatore Denis Curti.

Mole Vanvitelliana, Sala Vanvitelli
Banchina Giovanni da Chio 28, Ancona
16 febbraio – 2 giugno 2019
Da martedì a domenica 10.00 – 19.00
mostrarobertcapa.it

 

Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

Franco Fontana. Sintesi. In mostra alla Fondazione Modena Arti Visive

© Franco Fontana - Spagna, 1985

Fondazione Modena Arti Visive rende omaggio a Franco Fontana, uno fra gli artisti italiani più importanti e celebrati a livello internazionale. Una grande mostra, divisa in due sezioni e in tre diverse sedi espositive, ripercorre gli oltre sessant’anni di carriera del fotografo modenese. La prima parte, a cura della direttrice della Fondazione Diana Baldon, mette in scena circa trenta opere – molte inedite – realizzate tra il 1961 e il 2017 che sintetizzano quella che è la cifra stilistica ed espressiva dell’artista, dove il colore è sempre elemento centrale. Dai vivaci paesaggi naturali alle composizioni geometriche urbane, fino ai viaggi negli Stati Uniti, a Cuba e in Kuwait, c’è tutta l’essenza artistica di Fontana. La seconda parte, a cura dell’artista stesso, presenta circa centoventi fotografie selezionate da un ricco fondo di opere che l’artista ha donato al Comune di Modena e alla Galleria Civica. Questa sezione racconta le relazioni di Fontana con colleghi di tutto il mondo, dalle sue amicizie agli affetti di cui è circondato.

 

FRANCO FONTANA. SINTESI

Galleria Civica di Modena
Corso Canalgrande 103, Modena
Palazzina dei Giardini, Corso Cavour 2, Modena,
MATA, Via della Manifattura dei Tabacchi 83, Modena

A Milano “Ri-scatti: amico fragile”: una mostra racconta il bullismo con le foto delle vittime

Per il quinto anno consecutivo il PAC collabora con RISCATTI Onlus, l’associazione di volontariato milanese che realizza progetti di riscatto sociale attraverso la fotografia. Protagonisti quest’anno gli adolescenti vittime in casi di bullismo e cyber-bullismo. Alcuni di loro attualmente in cura presso la Casa Pediatrica dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, in prima linea nella diagnosi e nella cura di diverse problematiche dell’età evolutiva e dell’adolescenza. I ragazzi, impegnati per due mesi in un workshop di fotografia organizzato da RISCATTI a cura dei fotografi Amedeo Novelli e Luca Matarazzo (WJ – Witness Journal) e con il coordinamento della ex giornalista del TG1 Federica Balestrieri, fondatrice di Riscatti onlus, potranno esporre le loro istantanee in una mostra al PAC, realizzata con il contributo di TOD’S, durante la quale gli scatti verranno messi in offerta e parte del ricavato sarà utilizzato per valorizzare le attività della Casa Pediatrica del Fatebenefratelli

Ri-scatti: amico fragile
dall’ 8 Marzo al 17 Marzo 2019 
Pac Padiglione d’Arte Contemporanea
Via Palestro 14 Milano 

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