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FERDINANDO SCIANNA. Viaggio Racconto Memoria alla Casa dei Tre Oci

New York, 1985 © Ferdinando Scianna

FERDINANDO SCIANNA, Viaggio Racconto Memoria. La grande antologica racconta, attraverso 180 opere, oltre cinquant’anni di carriera di uno dei maestri della fotografia contemporanea. Per l’occasione, verrà esposta una serie d’immagini di moda che Scianna ha realizzato a Venezia, testimonianza del suo forte legame con la città lagunare.  “Non sono più sicuro, una volta lo ero, che si possa migliorare il mondo con una fotografia. Rimango convinto, però, del fatto che le cattive fotografie lo peggiorano”

Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria

La mostra, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director, organizzata da Civita Mostre e Musei e Civita Tre Venezie e promossa da Fondazione di Venezia, ripercorre oltre 50 anni di carriera del fotografo siciliano, attraverso 180 opere in bianco e nero, divise in tre grandi temi – Viaggio, Racconto, Memoria.
Per l’occasione, verrà esposta una serie d’immagini di moda che Scianna ha realizzato a Venezia come testimonianza del suo forte legame con la città lagunare. Ferdinando Scianna ha iniziato ad appassionarsi alla fotografia negli anni sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine, la Sicilia. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di narrazioni, non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose – esordio della sua carriera – all’esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e con la sua modella icona Marpessa. Poi i reportage (è il primo italiano a far parte, dal 1982, dell’agenzia fotogiornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi amici, maestri del mondo dell’arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni. Dotato di grande autoironia, Scianna ha scelto un testo di Giorgio Manganelli per sintetizzare questa sua mostra: “Una antologia è una legittima strage, una carneficina vista con favore dalle autorità civili e religiose. Una pulita operazione di sbranare i libri che vanno per il mondo sotto il nome dell’autore per ricavarne uno stufato, un timballo, uno spezzatino…”.

Ferdinando Scianna alla Casa dei Tre Oci

Per approfondire i contenuti dell’esposizione, Casa dei Tre Oci ha predisposto un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, con visite-esplorazione e laboratori su prenotazione, un ciclo d’incontri in mostra e una serie di visite guidate con i curatori. Ai visitatori sarà fornita un’audioguida (in italiano e in inglese), attraverso la quale sarà lo stesso Scianna a raccontare in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. Nella Sala video di Casa dei Tre Oci verranno inoltre proiettati tre film-documentari dedicati alla sua vita professionale.

Ferdinando Scianna, Viaggio Racconto Memoria
Dal 31 agosto 2019 al 2 febbraio 2020
Casa dei Tre Oci di Venezia

Ferdinando Scianna in mostra alla Galleria d’arte moderna di Palermo

Leonardo Sciascia. Racalmuto, 1964 © Ferdinando Scianna

Negli spazi espositivi della Galleria d’arte moderna di Palermo, ha aperto al pubblico la grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita. Con oltre 180 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l’intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.
Una grande mostra antologica come questa di Palermo, a settantacinque anni, è per un fotografo un complesso, affascinante e forse anche arbitrario viaggio nei cinquant’anni del proprio lavoro e nella memoria. Ecco già due parole chiave di questa mostra e del libro che l’accompagna: Memoria e Viaggio. La terza, fondamentale, è Racconto. Oltre 180 fotografie divise in tre grandi corpi, articolati in diciannove diversi temi. Questo tenta di essere questa mostra, un Racconto, un Viaggio nella Memoria. La storia di un fotografo in oltre mezzo secolo di fotografia”, dichiara Ferdinando Scianna.

Ferdinando Scianna a Palermo: le sezioni della mostra

LA MEMORIA, Bagheria – La Sicilia – Le feste religiose
IL RACCONTO, Lourdes – I bambini – Kami – Il dolore
OSSESSIONI, Il sonno – Le cose – L’ombra – Bestie – Gli specchi
IL VIAGGIO, America – Deambulazioni – I luoghi
RITRATTI RITI E MITI, Le cerimonie – Donne – Marpessa
Per approfondire i contenuti dell’esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione.
In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. È inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna.

FERDINANDO SCIANNA
Viaggio Racconto Memoria
Fino 28 luglio 2019, Palermo, Galleria d’arte moderna, Via sant’Anna 21
A cura di Paola Bergna, Denis Curti, Alberto Bianda, Art Director
Info e prenotazioni
091.8431605
info@gampalermo.it
www.mostraferdinandoscianna.it

 

Vivian Maier: la tata fotografa in mostra a Trieste

©Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Vivian Maier, la tata fotografa sarà in mostra, dal 20 luglio al 22 settembre 2019 a Il Magazzino delle Idee a Trieste con Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double, per la prima volta in Italia.
70 autoritratti, di cui 59 in bianco e nero e 11 a colori, questi ultimi mai esposti prima d’ora sul territorio italiano, raccontano la celebre fotografa attraverso i suoi autoritratti scattati quando ancora, da sconosciuta bambinaia, passava il tempo a fotografare senza la consapevolezza di essere destinata a diventare una vera e propria icona della storia della fotografia. Nel suo lavoro ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di sconosciuti, il mondo dei bambini – il suo universo per così tanto tempo – e anche una predilezione per gli autoritratti, che abbondano nella produzione di Vivian Maier attraverso una moltitudine di forme e variazioni, al punto da essere quasi un linguaggio all’interno del suo linguaggio.
L’interesse di Vivian Maier per l’autoritratto era più che altro una disperata ricerca della sua identità. Ridotta all’invisibilità, ad una sorta di inesistenza a causa dello status sociale, si mise a produrre prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembrava non avere un posto per lei.

La mostra Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double

Il suo riflesso in uno specchio, la sua ombra che si estende a terra, o il contorno della sua figura: come in un lungo gioco a nascondino, tra ombre e riflessi, in mostra ogni autoritratto di Vivian Maier è un’affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. Caratteristica ricorrente è l’ombra, diventata una firma inconfondibile nei suoi autoritratti. La sua silhouette, la cui caratteristica principale è il suo attaccamento al corpo, quel duplicato del corpo in negativo “scolpito dalla realtà”, ha la capacità di rendere presente ciò che è assente. L’intenzione dell’esposizione – che ripercorre l’incredibile produzione di una fotografa che per tutta la vita non si è mai considerata tale, e che, anzi, nel mondo è sempre passata inosservata – è proprio quello di rendere omaggio a questa straordinaria artista, capace non solo di appropriarsi del linguaggio visivo della sua epoca, ma di farlo con uno sguardo sottile e un punto di vista acuto.

Effetto Araki: Siena celebra il grande fotografo

Siena celebra il grande fotografo giapponese Araki con una selezione di 2.200 immagini che percorrono oltre 50 anni di carriera.
La nuova grande mostra del maestro Nobuyoshi Araki, esposizione a cura di Filippo Maggia che raccoglie opere appartenenti a oltre venti serie prodotte dal fotografo giapponese dai primi anni sessanta ad oggi, s’inaugura giovedì 20 giugno, presso il complesso museale Santa Maria della Scala.
Araki ha voluto celebrare gli oltre 50 anni di attività (è del 1965 la sua prima mostra) con una selezione di 2.200 opere che ripercorre la sua lunga carriera artistica offrendo un panorama pressoché completo sulla sua sterminata produzione, assai complessa e articolata, ben oltre le immagini di bondage che l’hanno reso celebre in tutto il mondo.
Molte serie –Satchin and his brother Mabo, Sentimental night in Kyoto, August, Tokyo Autumn e altre ancora – vengono presentate per la prima volta in Italia, alcune sono inedite in Europa – come Anniversary of Hokusai’s Death e Gloves – e la raccolta Araki’s Paradise – fotografie che Araki scatta utilizzando la sua casa come un palcoscenico – è stata appositamente realizzata per Siena: un Araki dunque originale, riflessivo e emozionante che sembra voler riassumere in questa mostra la sua intera vicenda artistica e umana.

Effetto Araki: il percorso espositivo 

Lungo il percorso espositivo troviamo il racconto dedicato a Satchin and his brother Mabo, due ragazzini vicini di casa di Araki, immagini degli anni sessanta; Subway of Love, fotografie scattate nella metropolitana di Tokyo a cavallo degli anni settanta; ritratti classici di eleganti donne e uomini giapponesi e le composizioni intitolate Araki’s Lovers degli anni ottanta e novanta; una raffinata selezione di bondage; le immagini appartenenti a Tokyo Diary del decennio 2000-2010, diario fotografico che Araki aggiorna quotidianamente dal 1980, e la cronaca del 2017 intitolata Anniversary of Hokusai’s Death, in onore del grande pittore e incisore giapponese Katsushika Hokusai. Accanto al toccante Sentimental Journey in versione completa (il racconto del viaggio di nozze con la moglie Yoko in 108 fotografie in bianco e nero), viene proposta per la prima volta in Italia l’altrettanto emozionante lavoro intitolato Sentimental night in Kyoto; e poi ancora l’Amant d’Août, dedicata alla modella Komari; le fotografie realizzate in occasione dei 60 anni dalla fine della guerra, The 60th year after the End of the War, e una ventina di dittici dalla serie Tokyo Nude, architetture simboliche della capitale giapponese accostate a nudi femminili. Oltre alle Polaroid organizzate in tavoli, scatti che narrano del quotidiano vivere dell’artista a Tokyo, compaiono altre due recenti serie dedicate alla sua città natale: Tokyo Summer Story e Tokyo Autumn, brillante e luminosa la prima – come lo è la calda estate della capitale giapponese-, melanconica e intima la seconda, velata di luce crepuscolare.
Con le composizioni floreali, a celebrare la bellezza e la caducità della vita, viene presentata anche la serie Balcony of Love, fotografie organizzate sulla terrazza di casa animate dalla presenza del gatto Ciro, insostituibile compagno di vita del fotografo giapponese. A completare la mostra un video che presenta Araki mentre seleziona le opere della mostra insieme al curatore Filippo Maggia e un libro catalogo, edito da Skirà, con una selezione di 300 opere fra quelle in mostra.

Effetto Araki
Ente promotore Comune di Siena
Siena, complesso museale Santa Maria della Scala
Piazza del Duomo, 1
Fino al 30 settembre 2019
Mostra a cura di Filippo Maggia
Allestimento curato da Opera – Civita
http://www.santamariadellascala.com

Dalla guerra in Afghanistan ad Haiti: gli scatti di Roberto Di Caro, inviato del settimanale L’Espresso

I   mujaheddin al fronte, la resa della roccaforte talebana di Kunduz, il conflitto contro Al Qaeda in Kurdistan e gli attentati a Baghdad. I cinquanta scatti, cento nel catalogo, del fotografo del settimanale L’Espresso Roberto di Caro raccontano le principali crisi internazionali: la guerra in Afghanistan del 2001, la guerra in Iraq del 2003, la “rivoluzione arancione” in Ucraina del 2004, l’Iran degli ayatollah, il terremoto ad Haiti del 2010. La mostra “Roberto Di Caro. Taccuino per immagini“, curata da Sandro Malossini e promossa dall’Assemblea legislativa, è stata inaugurata oggi in viale Aldo Moro dalla presidente dell’Assemblea legislativa regionale Simonetta Saliera. Presente anche Marilena Pillati, vice sindaco del Comune di Bologna.
“Queste immagini ci raccontano luoghi dove la guerra non finisce mai, sono una finestra sul mondo- ha spiegato la presidente Saliera- e ci fanno guardare oltre i nostri confini, verso persone che vivono in scenari di violenza ma cercano ogni giorno di portare avanti la loro quotidianità pacificamente”. Nelle immagini in mostra, infatti, scorre una quotidianità per noi difficilmente immaginabile: un Afghanistan senza pace da decenni, la frenesia del ritorno alla normalità nell’Iraq dopo la caduta di Saddam, l’ayatollah Khamenei e il vertice del potere in Iran alla musallah di Tehran, la folla in piazza a chiedere democrazia a Kiev, la vita ad Haiti nei terribili giorni del terremoto fra le rovine e i palazzi ancora in fiamme. “Il mio è un mestiere bellissimo- ha raccontato Di Caro– mi sono trovato in situazioni uniche e irripetibili, dove la storia ti scivola davanti in tutte le sue contraddizioni, speranze e delusioni feroci”. La mostra vuole portare al pubblico il lavoro di Di Caro come giornalista e fotoreporter di guerra che ha lavorato in Afghanistan, Iran, Iraq, Kurdistan, Ucraina e Haiti – spiega il curatore Molossini. “Ogni immagine che abbiamo scelto è accompagnata da un testo che racconta come è nato lo scatto e da alcune mail che mandava al figlio dai contesti di guerra”. La mostra sarà visitabile in Assemblea fino al 20 agosto, mentre dal 19 ottobre sarà ad Acqui Terme nell’ambito della rassegna e del premio Acqui Storia.

 

Fonte e immagini cronacabianca.eu

Città di Castello rende omaggio ad Alberto Burri

Alberto Burri presso il Grande cretto di Gibellina, 1987, foto di V. Contino

Anche quest’anno Città di Castello rende omaggio al suo illustre artista con la mostra Obiettivi su Burri – Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1957 al 1993, che offre una ricognizione esauriente sui maggiori e più assidui professionisti della fotografia che lo hanno ritratto in differenti momenti e circostanze della sua vita, svelando espressioni, azioni, luoghi, frequentazioni, abitudini e momenti solitari del grande artista per il quale la pittura rappresentò una scelta di vita e un impegno radicale. In occasione dell’esposizione saranno aperti al pubblico altri 2.300 metri quadrati di nuovi ambienti museali presso gli Ex Seccatoi, che ospiteranno future iniziative volte ad approfondire lo studio e la conoscenza dell’opera di Burri

La luna di Pietro Lucerni tra fotografia e danza

Naked Moon di Pietro Lucerni

Fino al 13 settembre, Copernico ospita nella sua Gallery di Via Lunigiana a Milano Naked Moon, la mostra personale del fotografo Pietro Lucerni a cura di Pier Paolo Pitacco e Giorgi Sarti, con protagonista Virna Toppi, prima ballerina del Teatro alla Scala di Milano. La luna, piena e magnetica, si unisce alla grazia e all’eleganza di Virna Toppi per dar vita a scatti che emanano femminilità, sensualità, fascino, mistero e raffinato erotismo.Racconta Lucerni: «L’associazione con una figura femminile è stata istintiva. Ho pensato alla danza, a una donna che balla, al chiaro di luna. L’ho immaginata nuda perché solo quando si è nudi si entra davvero in contatto con ciò che ci circonda, con ciò che ci avvolge. Ho pensato alla danza, che insieme alla fotografia è una mia grande passione. C’è un legame tra le due: la danza è l’arte del movimento che diventa poesia, è equilibrio e armonia ma anche potenza e trasgressione. La fotografia, a volte, è capace di catturarne l’emozione in un tempo infinito. Ecco che la danza e la fotografia si uniscono per formare (e fermare) le emozioni». L’iniziativa fa parte di “Art Journey”, il progetto culturale sviluppato da Copernico – la rete di luoghi di lavoro e servizi dedicati allo smart working – che esplora interconnessioni e assonanze tra il mondo dell’arte, del business e del lavoro.

Ingresso alla mostra su appuntamento, scrivendo ad art@coperni.co
www.coperni.co

Festival e appuntamenti con la fotografia

Abbiamo selezionato per voi una serie di festival e appuntamenti con la fotografia da non perdere. 

MILANO fino al 22 luglio Surrogati. Un amore ideale
Osservatorio Fondazione Prada Galleria Vittorio Emanuele II
fondazioneprada.org

PALERMO fino al 28 luglio Ferdinando Scianna. Viaggio Racconto Memoria
Galleria d’arte moderna, Via sant’Anna 21
www.gampalermo.it

VENEZIA fino al 25 agosto. Letizia Battaglia, Fotografia come scelta di vita
Casa dei Tre Oci – Fondamenta delle Zitelle 43, Giudecca
www.treoci.org

MILANO fino al 15 settembre. Liu Bolin. Visible Invisible
MUDEC – Museo delle Culture Via Tortona 56
mudec.it

ROMA fino al 22 settembre. Roma nella camera oscura
Museo di Roma – Palazzo Braschi Piazza San Pantaleo 10
www.museodiroma.it

ROMA fino al 22 settembre. Volti di Roma. Fotografie di Luigi Spina
Centrale Montemartini
Via Ostiense 106
www.centralemontemartini.org

VENEZIA fino al 24 novembre. Pino Pascali, Dall’immagine alla forma
Palazzo Cavanis – Fondamenta delle Zattere, Dorsoduro 58.
Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia
www.labiennale.org

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi

La mostra “Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi” intende presentare l’arte fotografica a Roma coprendo un arco temporale che va dalla nascita della fotografia ai giorni nostri. Con circa 320 immagini conservate nelle ricche raccolte del proprio Archivio Fotografico, il Museo di Roma a Palazzo Braschi celebra i 180 anni della nascita ufficiale della fotografia con uno straordinario excursus negli ambiti più significativi della storia fotografica della capitale prima dell’avvento del digitale.

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi: Roma è una delle prime città italiane a registrare il passaggio alla fotografia stampata su carta da un negativo

L’arte fotografica a Roma nasce prestissimo: già nel 1839, anno della presentazione di Daguerre all’Accademia delle Scienze di Parigi del sistema da lui inventato per fissare le immagini su una lamina argentea, cominciano ad operare i primi dagherrotipisti. Negli anni a seguire Roma è una delle prime città italiane a registrare il passaggio alla fotografia stampata su carta da un negativo, che sarà anch’esso di carta e poi successivamente di vetro. Nella Città Eterna, pur stretta nella morsa del governo temporale papalino, e negli altri stati italiani, pur agitati dagli eventi che portarono all’unità, si assistette ad una grande diffusione della fotografia che si inserì nella scia del vedutismo sia pittorico che incisorio, per trovare in esso un rapido campo di espansione e commercializzazione, ma che in realtà destabilizzò consolidati modi artistici e antichi sistemi di riproduzione, tanto da suscitare a più riprese l’interesse dei governanti per un sua regolamentazione. Dal punto di vista iconografico la fotografia ottocentesca prese le mosse dalla pittura, nel campo della veduta e del ritratto, cercando ed ottenendo all’ombra di questa una legittimazione delle sue potenzialità artistiche ed una discolpa dall’accusa di mera riproduzione del reale. Si dovette aspettare la fine dell’epopea risorgimentale e l’annessione al regno italiano perché si creassero a Roma i validi presupposti per un rapido incremento della fotografia intesa non più solo come tecnica di riproduzione legata al mercato delle immagini-ricordo, ma per un suo più consapevole uso nei vari campi in cui poteva essere applicata: il ruolo di capitale portò ad un aumento delle occasioni pubbliche oltre che della popolazione e delle opportunità di lavoro.
Suggerendo diversi percorsi di visita, la mostra muove dagli esordi della fotografia in città, con artisti attivi già a ridosso dell’invenzione della nuova tecnica, attraversa le epoche che videro mutare sempre più radicalmente il volto della città, per giungere, senza soluzione di continuità, all’opera di artisti viventi, che hanno operato in un significativo rapporto con Roma Capitale.
Il racconto per immagini si snoda per 9 sezioni dedicate alle diverse tematiche, declinazioni e tecniche, di questo affascinante processo.

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi: il percorso espositivo

Si parte con Sperimentare con la luce: nascita e progressi della fotografia in cui si alternano il dagherrotipo, la carta salata e l’albumina, esplorati dai primi fotografi, Giacomo Caneva, Frédéric Flachéron, Eugène Constant, Alfred-Nicolas Normand, James Anderson, Robert MacPherson, veri pionieri che si spostavano tra città e campagna con ingombranti attrezzature, spesso accompagnati da pittori, ponendosi in piena continuità con l’arte del proprio tempo.
Documentare l’Antico: percorsi tra le rovine, racconta come la nuova tecnica sia stata presto utilizzata anche nell’indagine archeologica, incentrata fin dagli esordi sulle vestigia classiche e sui principali monumenti della città. In una selezione concentrata sul valore quasi puramente simbolico del luogo di culto per eccellenza della cristianità, le immagini proposte nella sezione Centro della cristianità lasciano emergere la Basilica di San Pietro in alcune caratteristiche sue peculiari: da un lato nell’aspetto più solenne e ufficiale, con la grandiosa cupola michelangiolesca che sovrasta la città e il cui armonioso profilo è ormai parte integrante della cultura visiva di tutti i romani; dall’altro nella sua anima quasi “familiare”, che si rivela negli scorci più nascosti di vita quotidiana all’interno delle mura vaticane, nelle grandi riunioni di piazza in lunga attesa di eventi storici o semplicemente della benedizione papale. Quarta tappa della visita la sezione Vie d’acqua: la presenza del fiume e le fontane monumentali con diverse immagini che rappresentano il condizionamento operato nei secoli dalla presenza dell’acqua, del Tevere in particolare, ma anche degli acquedotti e delle fontane. A seguire, Un eterno giardino: Roma tra città e campagna documenta il patrimonio naturalistico ancora straordinario di Roma, nell’opulenza di giardini e parchi. Il percorso espositivo prosegue con la sezione dal titolo La nuova capitale: dai piani regolatori di fine Ottocento alla città moderna, dedicata alle trasformazioni urbanistiche che nei secoli mutarono il volto dell’Urbe, per adeguarla dapprima al ruolo di nuova capitale d’Italia, poi di ideale palcoscenico del regime fascista, o per renderla infine la città moderna che tutti conosciamo. Largo spazio è riservato anche alla quotidianità della vita romana: nella settima sezione, Occasioni di vita sociale, la fotografia si fa tramite di una modalità specifica di comunicazione della storia sociale che, fino ai giorni nostri, restituisce l’immagine della città in tutta la sua vivacità. Attraverso lo specchio: negativi su lastra di vetro propone, in una suggestiva presentazione, una serie di lastre ottocentesche in vetro retro-illuminate. Il percorso si chiude nelle sale al pianterreno con la sezione Ritratti dedicata alla fotografia di figura, con ritratti di personaggi famosi, modelli in posa e interni di studi d’artista ottocenteschi, ma anche con tableaux vivants, i “quadri viventi” di grande fortuna tra fine Ottocento e primo Novecento, che sottolineano ulteriormente il rapporto di stretta complementarietà affermatosi anche a Roma tra fotografia e pittura.

La mostra sarà inoltre accompagnata da una serie di conferenze e workshop su tematiche specifiche.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Flavia Pesci e Simonetta Tozzi.

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi
Fino al  22/09/2019
Museo di Roma

Intramontabile eleganza. Dior a Venezia nell’archivio Cameraphoto

Models wearing Christian Dior fashions near the Piazza San Marco in Venice, 3rd June 1951. The island of San Giorgio Maggiore is visible in the background. (Photo by Archivio Cameraphoto Epoche/Getty Images)

1951, un anno magico per Venezia. Gli scorci più intriganti della città sono coprotagonisti dalla campagna che in tutto il mondo diffondeva le proposte di quello che è il sarto più popolare del momento: Christian Dior. E, nello stesso anno, il 3 settembre si celebra a Palazzo Labia il “Ballo del Secolo”, quel Bal Oriental voluto da Don Carlos de Beistegui y de Yturbe, che richiamò dai 5 continenti un migliaio di protagonisti del jet set. Un ballo in maschera che impegnò Dior, con Dalì, il giovanissimo Cardin, Nina Ricci e altri, in veste di creatore dei costumi per gli illustrissimi ospiti. Un evento che riverberò nel mondo i fasti del Settecento Veneziano. Silenziosi testimoni di entrambi gli eventi furono i fotografi di Cameraphoto, l’agenzia fotografica veneziana fondata nel ’46 da Dino Jarach, che in quegli anni “copriva” e documentava tutto ciò che di speciale accadeva a Venezia e non solo.
Per volontà di Vittorio Pavan, attuale conservatore dell’imponente Archivio di Cameraphoto (la sola parte storica vanta oltre 300 mila negativi schedati) e di Daniele Ferrara, Direttore del Polo Museale Veneto, le immagini di quei due storici avvenimenti vengono esposte al pubblico. Per farle riemergere si è scelta una location straordinaria, Villa Nazionale Pisani a Stra, la “Regina” delle Ville Venete, che, e non è un caso, è impreziosita da meravigliosi affreschi di Giambattista Tiepolo. Artista che dominò, dai soffitti di Palazzo Labia, la memorabile festa del 1951.

Dior a Venezia

Dior a Venezia: 40 immagini della collezione messa in scena a Venezia da Christian Dior

Pavan, per questa mostra, ha selezionato 40 immagini della collezione messa in scena a Venezia da Christian Dior.
In quegli anni, ogni sfilata presentava poco meno di 200 modelli, attentamente calibrati tra capi facilmente vestibili e altri più impegnativi. Dior era il nume tutelare della moda di quel dopoguerra. Le sue collezioni erano attese e contese nel mondo. Si valuta che solo per vedere (e acquistare) le sue proposte sorvolassero l’Oceano, ogni anno, 25 mila persone. Ogni suo cambiamento di linea (e ogni stagione ne imponeva uno) veniva accolto con entusiasmo e con critiche feroci, a seconda se si appartenesse al suo “clan” o ad intessi contrapposti.
In ogni caso, nessuna donna che volesse essere alla moda poteva ignorare i dettami del couturier parigino di Avenue Montaigne, una Maison che, nata da appena 5 anni, impegnava già oltre un migliaio di collaboratori. Il suo New look si evolveva stagione dopo stagione. Nel 1950 aveva imposto la Linea Verticale, nel ’51 – come documentano le immagini esposte in Villa Pisani – la donna non poteva che vestire in Ovale: spalle arrotondate e maniche a raglan, tessuti modellati sino a diventare una seconda pelle. Complemento indispensabile, il cappellino, per cui Dior si ispirò, quell’anno, ai copricapi dei coolies, alla cinese quindi. Per l’autunno, creò invece la linea “Princesse” in cui la vita dava l’illusione di estendersi sino a sotto il seno.
Nelle immagini di Cameraphoto le bellissime modelle vestite da Dior duettano con Venezia. Canali, chiese, palazzi non sono mai un puro sfondo ma protagonisti alla pari delle creazioni del grande sarto. Il secondo nucleo di questa affascinate mostra è dedicato al Gran Ballo di Palazzo Labia, l’evento mondano del secolo. Per quel mitico 3 settembre a Venezia giunse tutto il bel mondo. L’invito di don Carlos, popolarmente indicato come Il Conte di Montecristo, raggiunse mille persone. Dior, con una schiera di giovani sarti e con Dalì, venne impegnato a creare i più affascinanti abiti, tutti a richiamare il Settecento di Goldoni e Casanova. Costumi per persone ma anche per i levrieri e altri cani che spesso accompagnavano i loro padroni.
Le torce quella mitica notte illuminarono i Duchi di Windsor, i Grandi di Spagna, l’Aga Khan III, il Re Faruq d’Egitto, Winston Churchill, molte teste coronate, principi e principesse, schiere di milionari, artisti come Fabrizio Clerici e Leonor Fini, stilisti come Balenciaga e Elsa Schiapparelli, protagonisti del jet set come Barbara Hutton, Diana Cooper, Orson Welles, Daisy Fellowes, Cecil Beaton (le cui immagini, pubblicate da Life, fecero sognare il mondo), i Polignac, e Rothschild. Ad accoglierli, in mezzo a nuvole di ballerine e Arlecchini, il padrone di casa che, camminando su piattaforme alte 40 centimetri, dominava abbigliato da Re Sole. Lui era l’erede di una immensa fortuna creata in Messico. Viveva tra Parigi, dove possedeva una casa disegnata da Le Courbusier e decorata da Salvador Dalì, e un castello di campagna. Aveva acquistato e restaurato Palazzo Labia ed ora lo offriva ai suoi amici.
L’esposizione pertanto si prefigge l’obiettivo di contribuire alla valorizzazione dell’archivio fotografico Cameraphoto, dichiarato di eccezionale interesse culturale dal Ministero per i beni e le attività culturali, che costituisce un inestimabile patrimonio quanto a ricchezza e varietà delle immagini che lo costituiscono. A tal fine si è scelto il nucleo di fotografie che ritraggono gli abiti di uno degli stilisti più geniali e iconici del mondo della moda il quale, a sua volta, attraverso le sue creazioni, ha consentito di puntare il faro su un frammento della millenaria storia di Venezia, aiutandoci a ricostruire quella memoria collettiva sulla quale si fonda il nostro presente.

 

Models wearing Christian Dior fashions near the Piazza San Marco in Venice, 3rd June 1951. The island of San Giorgio Maggiore is visible in the background. (Photo by Archivio Cameraphoto Epoche/Getty Images)

Fino al 3 Novembre 2019
Stra (Riviera del Brenta), Villa Nazionale Pisani

 

 

Letizia Battaglia: “Fotografia come scelta di vita” ai Tre Oci di Venezia

La bambina con il pallone, 1980 © Letizia Battaglia
La bambina con il pallone, 1980 © Letizia Battaglia

Letizia Battaglia: “Fotografia come scelta di vita”

Dal 21 marzo al 18 agosto 2019, la Casa dei Tre Oci di Venezia ospita una grande antologica di Letizia Battaglia, una delle protagoniste più significative della fotografia italiana, che ne ripercorre l’intera carriera.

Letizia Battaglia non è solo la fotografa dei delitti di mafia. Per lei la fotografia è una missione che vive sulla sua pelle, animata dall’amore e dal rispetto per la giustizia e la libertà. Un dovere verso la società e verso se stessa. Le sue armi sono state i sogni, i bisogni, il coraggio e la generosità. La sua divisa, quella della reporter, dell’ecologista, del politico, dell’editore. Ma, prima ancora, quella della donna. «Noi donne», dice «abbiamo un altro modo di esistere, di amare, di procedere nel mondo e anche di raccontare». Nella fotografia, come nella vita, Letizia non segue un modello ma entra in contatto con la realtà in modo istintivo, fisico, mettendo al centro del suo sguardo i sentimenti e le azioni delle persone, anche i più primordiali, estremi. Il suo primo incontro con la fotografia avviene in un momento difficile, dopo un periodo di psicoanalisi. «Avevo più di trent’anni e tre figlie. Ero sola, senza un lavoro, ma dovevo tornare a vivere», racconta. Così, all’inizio degli anni Settanta lascia Palermo e si trasferisce a Milano. Qui si guadagna da vivere scrivendo per alcune testate. Spesso insieme agli articoli riesce a vendere anche le sue fotografie. Ed è grazie a uno dei suoi servizi che viene richiamata nella sua città per dirigere l’ufficio fotografico dell’”Ora”, il quotidiano del capoluogo siciliano con cui collabora già da qualche tempo. È il 1974. Di lì a poco a Palermo scoppia una guerra feroce tra cosche mafiose per il controllo del territorio, una mattanza in cui cadono capi di clan antagonisti e servitori dello Stato. Letizia è lì, con la sua Leica, a documentare una delle stagioni più buie e sanguinose della storia d’Italia. Con lei c’è Franco Zecchin, per molti anni suo compagno nel lavoro e nella vita, con cui ha fondato da poco l’agenzia Informazione Fotografica. Letizia riprende senza sosta omicidi, arresti, processi. Raccoglie il pianto delle madri e delle mogli. Testimonia connivenze scomode tra politica e malaffare, come quella tra Giulio Andreotti e il mafioso Nino Salvo. Sono immagini che le danno fama internazionale ma le procurano anche molta sofferenza. Così, nei primi anni Novanta continua le sue battaglie sul fronte politico, come assessore alla Vivibilità Urbana a fianco al sindaco Leoluca Orlando, del partito della Rete. Inizia un periodo di rinascita per la città e anche per lei «(…) perché ho avuto la possibilità di aiutare concretamente la gente, di migliorare l’aspetto della città». Le cronache dure del sacco di Palermo acuiscono la sua fame di vita e di dignità che va a cercare nei rioni dimenticati, nei volti dei loro abitanti, nelle processioni, negli sguardi di tante bambine in cui ritrova i sogni e il desiderio di libertà della sua infanzia. Porterà con sé immagini poetiche, cariche di umanità, in cui la bellezza e il degrado, l’odio e l’amore per la sua terra trovano una pacifica armonia.

Letizia Battaglia ai Tre Oci di Venezia

La mostra, curata da Francesca Alfano Miglietti, organizzata da Civita Tre Venezie, in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia, con la partecipazione della Fondazione di Venezia, presenta 300 immagini, molte delle quali inedite, che rivelano il contesto sociale e politico nel quale sono state scattate.
Il percorso espositivo, ordinato tematicamente, si focalizza su quegli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica di Letizia Battaglia, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte, sull’amore.Quello che ne risulta è il vero ritratto di Letizia Battaglia, una intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si è interessata di ciò che la circondava e di quello che, lontano da lei, la incuriosiva. Conosciuta soprattutto per aver documentato con le sue fotografie quello che la mafia ha rappresentato per la sua città, dagli omicidi ai lutti, dagli intrighi politici alla lotta che s’identificava con le figure di Falcone e Borsellino, nel corso della sua carriera Letizia Battaglia ha raccontato anche la vita dei poveri e le rivolte delle piazze, tenendo sempre la città come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà, oltre che del suo paesaggio urbano.  I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna.

Casa dei Tre Oci Fondamenta delle Zitelle, 43, Giudecca, Venezia
Fino al 18.08.2019

Immagine in evidenza
La bambina con il pallone, 1980 © Letizia Battaglia
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