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Ferdinando Scianna in mostra alla Galleria d’arte moderna di Palermo

Leonardo Sciascia. Racalmuto, 1964 © Ferdinando Scianna

Negli spazi espositivi della Galleria d’arte moderna di Palermo, ha aperto al pubblico la grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita. Con oltre 180 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l’intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.
Una grande mostra antologica come questa di Palermo, a settantacinque anni, è per un fotografo un complesso, affascinante e forse anche arbitrario viaggio nei cinquant’anni del proprio lavoro e nella memoria. Ecco già due parole chiave di questa mostra e del libro che l’accompagna: Memoria e Viaggio. La terza, fondamentale, è Racconto. Oltre 180 fotografie divise in tre grandi corpi, articolati in diciannove diversi temi. Questo tenta di essere questa mostra, un Racconto, un Viaggio nella Memoria. La storia di un fotografo in oltre mezzo secolo di fotografia”, dichiara Ferdinando Scianna.

Ferdinando Scianna a Palermo: le sezioni della mostra

LA MEMORIA, Bagheria – La Sicilia – Le feste religiose
IL RACCONTO, Lourdes – I bambini – Kami – Il dolore
OSSESSIONI, Il sonno – Le cose – L’ombra – Bestie – Gli specchi
IL VIAGGIO, America – Deambulazioni – I luoghi
RITRATTI RITI E MITI, Le cerimonie – Donne – Marpessa
Per approfondire i contenuti dell’esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione.
In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. È inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna.

FERDINANDO SCIANNA
Viaggio Racconto Memoria
Fino 28 luglio 2019, Palermo, Galleria d’arte moderna, Via sant’Anna 21
A cura di Paola Bergna, Denis Curti, Alberto Bianda, Art Director
Info e prenotazioni
091.8431605
info@gampalermo.it
www.mostraferdinandoscianna.it

 

Letizia Battaglia: Fotografia come scelta di vita

Letizia Battaglia, Palermo, vicino la Chiesa di Santa Chiara. Il gioco dei killer 1982 © Letizia Battaglia

Fino al 18 agosto 2019, la Casa dei Tre Oci di Venezia ospita una grande antologica di Letizia Battaglia, una delle protagoniste più significative della fotografia italiana, che ne ripercorre l’intera carriera. La mostra, curata da Francesca Alfano Miglietti, organizzata da Civita Tre Venezie, promossa da Fondazione di Venezia con la partecipazione di Tendercapital, presenta 300 fotografie, molte delle quali inedite, che rivelano il contesto sociale e politico nel quale sono state scattate. La scelta delle fotografie, svolta in collaborazione con l’archivio di Letizia Battaglia, si è avvalsa inizialmente del contributo di Marta Sollima e, per la ricerca delle successive selezioni, di Maria Chiara Di Trapani. Il percorso espositivo, ordinato tematicamente, si focalizza su quegli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica di Letizia Battaglia, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte, sull’amore e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica.

Letizia Battaglia: intellettuale controcorrente e fotografa poetica e politica

Quello che ne risulta è il vero ritratto di Letizia Battaglia, una intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si è interessata di ciò che la circondava e di quello che, lontano da lei, la incuriosiva. Come ha avuto modo di ricordare la stessa Battaglia, “La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora […]. L’ho vissuta come salvezza e come verità “Io sono una persona – afferma ancora Letizia Battaglia, non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa. La fotografia è una parte di me, ma non è la parte assoluta, anche se mi prende tantissimo tempo”. “Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre – ricorda Francesca Alfano Miglietti, del percorso di Letizia Battaglia, sono ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”. Conosciuta soprattutto per aver documentato con le sue fotografie quello che la mafia ha rappresentato per la sua città, dagli omicidi ai lutti, dagli intrighi politici alla lotta che s’identificava con le figure di Falcone e Borsellino, nel corso della sua carriera Letizia Battaglia ha raccontato anche la vita dei poveri e le rivolte delle piazze, tenendo sempre la città come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà, oltre che del suo paesaggio urbano. Letizia Battaglia ‘tratta’ il suo lavoro come un manifesto, esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera, poetica e colta, rivoluzionando così il ruolo della fotografia di cronaca. Impara la tecnica direttamente ‘in strada’, e le sue immagini si distinguono da subito per il tentativo di catturare una potente emozione e quasi sempre un sentimento di ‘pietas’. I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna. Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il più recente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival. Il film Shooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia, giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica, e la propria movimentata vita, è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e
per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori, con testi di Francesca Alfano Miglietti, Leoluca Orlando, Maria Chiara Di Trapani, Filippo La Mantia, Paolo Ventura.

ANDY WARHOL: l’alchimista degli anni Sessanta

Andy Warhol, J Beuys, 1980-83, serigrafia su carta, 101.6x81.2

Andy Warhol: 140 opere di uno degli assoluti maestri del Novecento che meglio ha saputo interpretare la società contemporanea.
L’alchimista degli anni Sessanta, curata da Maurizio Vanni, prodotta dal Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e dall’Associazione Culturale Spirale D’Idee in collaborazione con l’Associazione Culturale Metamorfosi, col patrocinio del Comune di Monza e della Regione Lombardia, con la partecipazione nel catalogo realizzato da Silvana Editoriale della The Andy Warhol Art Works Foundation for the Visual Arts. La rassegna presenta 140 opere del padre della Pop Art, in grado di ripercorrere il suo universo creativo, attraverso le icone più riconoscibili della sua arte, dalle serie dedicate a Jackie e John Kennedy a quelle consacrate al mito di Marilyn Monroe, dalla osservazione critica della società contemporanea, attraverso la riproduzione seriale di oggetti della quotidianità consumista, all’analisi degli altri aspetti come la musica o la rivoluzione sessuale.

Andy Warhol: la serigrafia fotografica

A dare corpo ed enfasi al percorso espositivo c’è una sezione dal titolo Il consumismo con gli oggetti del quotidiano e della serialità. Interprete tra i più lucidi del suo tempo, agli inizi della sua carriera, Andy Warhol vedeva nell’oggetto di consumo di massa, il simbolo dell’immaginario popolare di cui si nutriva la Pop Art e qui testimoniato dalle serigrafie delle lattine di zuppa Campbell, del detersivo Brillo, e delle banconote di dollari americani. L’esigenza di una produzione seriale e la volontà di ripetere i soggetti con rapidità, portò Warhol a sperimentare la tecnica della serigrafia fotografica, un procedimento che modificò il suo approccio all’arte visiva. Si tratta di un sofisticato processo di stampa nel quale un’immagine fotografica trasferita su una superficie di seta poteva essere velocemente duplicata su tela distendendo la stoffa sulla superficie da imprimere e, successivamente, applicando pittura o inchiostro con una spatola di gomma.
Particolarmente suggestiva è la sezione che si occupa dei Miti oltre il tempo. L’occasione per sfruttare al massimo le opportunità legate alla serigrafia fotografica fu data dalla morte di Marilyn Monroe nell’agosto del 1962; appena saputa la notizia, infatti, Warhol decise di realizzare una serie di opere utilizzando una foto pubblicitaria in bianco e nero tratta dal film “Niagara” del 1953. A Villa Reale s’incontrano alcune di queste serigrafie, accanto a quelle della serie Jackie, ovvero le immagini di Jacqueline Kennedy, colte durante il funerale del marito John Fitzgerald Kennedy. Il presidente degli Stati Uniti è inoltre il protagonista di Flash, undici serigrafie che raffigurano la rappresentazione mediatica dell’assassinio del 22 novembre 1963.
Amore per la musica. Da producer a ideatore di cover documenta la passione di Warhol per la musica, sia essa rock, jazz, pop, lirica, di cui fu produttore, come nel caso dei Velvet Underground di Lou Reed e Nico, o creatore di copertine, come quelle di artisti quali Diana Ross, The Rolling Stones John Lennon, Aretha Franklin, Miguel Bosé, Loredana Bertè e altri.
Mentre negli anni Sessanta le figure ritratte mantenevano personalità e caratterizzazione fisiognomica ancora definita, nei lavori degli anni Settanta, Warhol utilizzava procedimenti più neutrali, anonimi e meccanizzati per arrivare ad avere una precisione inespressiva priva di intensità emotiva. Il suo obiettivo era quello di scoprire la verità e non la realtà, quell’essenza del mondo e delle cose che può giungere all’uomo solamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa. In Personaggi celebri. A uso e consumo si trovano ritratti di Muhammad Alì, Mao Tse-Tung – anch’egli diventato un prodotto di consumo di massa – o la nuova serie di Marilyn, o le immagini di altre personalità quali Leo Castelli, David Hockney, Man Ray, realizzate agli inizi degli anni Settanta, caratterizzate da un deciso aumento di interventi diretti, di tratti e di colore, attraverso pennelli e dita sulla carta, o ancora di Liza Minnelli, Truman Capote, Carolina Herrera, della seconda metà del decennio, contraddistinte da una stesura omogenea di colori vivaci e volti che, in relazione alla proporzione con lo spazio, risultavano molto più grandi del reale. La mostra continua con la sezione che analizza la Rivoluzione sessuale di cui Warhol fu testimone e uno dei principali artefici della liberazione dei costumi, attraverso la famosa serie Ladies and Gentleman del 1975, nella quale i personaggi rappresentati, immortalati con pose e pettinature eccentriche e singolari, erano contaminati con campiture di colore improbabile e innaturale come l’arancio, il lilla, il verde acido, il rosso acceso, il blu manganese, il giallo ocra, oppure con delle semplici e nitide inquadrature frontali, o a tre quarti, dove era evidente il travestimento. A queste si aggiungono le foto di Makos che ritraggono Warhol in abiti femminili e la proiezione del film Women in revolt del 1971, prodotto da Andy Warhol, girato nella New York del fermento della rivoluzione sessuale e doppiato nella versione italiana da Vladimir Luxuria.
Il percorso, che prevede un’ulteriore tappa con l’esposizione dei gioielli di Armando Tanzini dal gusto pop e contaminazioni africane ideati e prodotti in collaborazione con Andy Warhol, si chiude con la proiezione dell’ultimo film girato da Andy Warhol del suo viaggio da New York a Cape Code nel maggio del 1982.
Accompagna la mostra un volume (Silvana Editoriale) con testi del curatore, e testimonianze di Vladimir Luxuria, per gli aspetti legati alla rivoluzione sessuale e dei Nomadi, per quelli connessi alla musica e di Pietro Folena e Francesco Gallo Mazzeo.
Dopo Monza, Andy Warhol. L’alchimista degli anni Sessanta si trasferirà in tre meravigliosi palazzi storici pugliesi. Dal 9 maggio, infatti, e fino al 24 novembre, le 140 opere di Warhol, grazie ad un progetto di mostra diffusa sul territorio, già precedentemente realizzato da Puglia Mic-Experience e Associazione Metamorfosi in collaborazione con la Regione Puglia e i comuni di Martina Franca, Mesagne e Ostuni, saranno esposte in tre fra i più importanti e suggestivi spazi pugliesi: il Castello Normanno Svevo di Mesagne, Palazzo Tanzarella a Ostuni e Palazzo Ducale a Martina Franca.

 

 

ANDY WARHOL. L’alchimista degli anni Sessanta
Monza, Reggia di Monza Orangerie (viale Brianza, 1)
Fino al 28 aprile 2019

 

 

A Torino la mostra “Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto 1939-1981”

Ha aperto al pubblico sabato 13 aprile 2019 a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino la mostra “Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto 1939-1981”, prima organica ricognizione sullo straordinario patrimonio dell’Agenzia, acquisito nel 2015 da Intesa Sanpaolo che, attraverso il proprio Archivio storico, lo conserva, restaura, studia e valorizza anche con il supporto di esperti, come è avvenuto in occasione della realizzazione di questa mostra. Curata da Aldo Grasso e Walter Guadagnini, l’esposizione – realizzata da CAMERA con Intesa Sanpaolo nell’ambito di Progetto Cultura, il programma triennale delle iniziative culturali della Banca – presenta alcuni degli episodi cruciali della storia e della cronaca italiane e mondiali in un periodo che va dal 1939, anno in cui Vincenzo Carrese volle chiamare “Publifoto” la sua agenzia – nata a Milano nel 1936 con il nome Keystone -, fino al 1981, anno della scomparsa del fondatore.

Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto 1939-1981: quasi mezzo secolo di eventi raccontati attraverso circa duecento immagini realizzate dai fotografi di quella che è stata per un lungo periodo l’agenzia fotogiornalistica più importante del paese

Quasi mezzo secolo di eventi raccontati attraverso circa duecento immagini realizzate dai fotografi di quella che è stata per un lungo periodo l’agenzia fotogiornalistica più importante del paese. Sono gli anni d’oro del fotogiornalismo e, per evidenziare il legame inscindibile tra le immagini e la stampa del tempo, la mostra è costruita sul modello di una rivista illustrata, attraverso le sezioni dedicate alla politica, alla cronaca, all’estero, al costume, alla società, alla cultura e allo sport. All’interno di queste sezioni, il focus cade su fatti e personaggi che hanno dato un’impronta decisiva a questi anni, e alle storie che, anche grazie all’abilità dei fotografi, sono divenute parte integrante dell’immaginario collettivo del XX secolo. Come dichiara Aldo Grasso, massmediologo e co-curatore della mostra: l’enorme patrimonio che ci ha lasciato la Publifoto ci restituisce un mondo ormai consegnato alla storia (1939-1981) ma che pure, grazie a questa esposizione, ritrova una nuova vita e suscita intatte emozioni. Il lavoro del fotografo, infatti, è sempre duplice: da una parte saccheggia ma insieme conserva; denuncia ma insieme consacra. Per questo ogni raccolta di fotografie è un viaggio avventuroso, è il racconto passionale di questo viaggio animato dal ricordo di imprese mirabolanti, di personaggi, di apparizioni che mantengono nella disposizione l’intatta vivezza, l’emozione sospesa e irripetibile del gesto fissato una volta per sempre.
Tra le numerose vicende riportate alla luce si segnalano, per rilievo storico, mediatico o fotografico, il referendum e la proclamazione della Repubblica Italiana nel 1946, le conseguenze dell’attentato a Togliatti del luglio del 1948, le storie criminali di Rina Fort e del sequestro di Terrazzano, l’alluvione del Polesine, la tragica fine del Grande Torino, il concerto dei Beatles a Milano, la costruzione della rete autostradale italiana, i protagonisti di Cinecittà.
Un autentico viaggio nella storia e nella cronaca, attraverso gli scatti – talvolta vintage, talvolta ristampati a partire dai negativi presenti nell’Archivio Publifoto – di autori come lo stesso Carrese, Fedele Toscani, Tino Petrelli, Peppino Giovi, Carlo Ancillotti e di altri collaboratori dell’agenzia, a volte rimasti anonimi. Alla vita dell’agenzia, al lavoro quotidiano dietro le quinte è dedicata la prima sala della mostra, così da immergere subito lo spettatore nel cuore della pratica fotogiornalistica ed evidenziare i molteplici ambiti nei quali l’agenzia operava, come ad esempio quello pubblicitario. In questa sezione saranno anche esposti alcuni oggetti originali dell’Archivio: cassettiere, buste contenenti le fotografie divise per argomento o per nome, raccolte di riviste, tutti oggetti che permettono di comprendere l’organizzazione del lavoro in un’epoca ancora dominata dalla carta, nella quale ancora non esisteva il digitale che oggi permea di sé anche questo lavoro. La mostra e il suo allestimento sono anche un’occasione per analizzare il rapporto tra fotografia e carta stampata e leggere correttamente la natura stessa di queste fotografie, che nascevano e vivevano con scopi ben precisi, che dettavano non solo regole tecniche, ma anche un’estetica, che ha influito in maniera decisiva sulla percezione popolare del linguaggio fotografico. Una visione dunque a 360 gradi di un fenomeno che ha inciso sull’idea stessa di comunicazione e di giornalismo nell’Italia del secondo dopoguerra.
Per sottolineare il legame con la realtà odierna dell’Archivio, saranno esposte alcune opere fotografiche realizzate per la mostra dal fotografo Pino Musi, che rappresentano e interpretano ambienti e dettagli dell’Archivio Publifoto nella sua attuale collocazione.

 

 

Robert Capa in mostra ad Ancona

Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos
Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

Ad Ancona la mostra Retrospective di Robert Capa

Alla Mole Vanvitelliana di Ancona, in mostra oltre 100 immagini in bianco e nero di Robert Capa.
La mostra con più di cento immagini in bianco e nero documenta i maggiori conflitti del Novecento,dal 1936 al 1954, di cui Capa è stato testimone oculare; nelle immagini del fotografo, alcune delle quali diventate delle vere icone, viene rappresentata la sofferenza, il caos, la miseria e la crudeltà della guerra.
La rassegna è articolata in tredici sezioni e si conclude con la sezione “Gerda Taro e Robert Capa” : un ritratto di Robert, un ritratto di Gerda scattato da Robert e un loro doppio ritratto. Gerda Taro è “La ragazza con la Leica” protagonista del romanzo di Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega.
Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per Robert Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale” Il curatore Denis Curti.

Mole Vanvitelliana, Sala Vanvitelli
Banchina Giovanni da Chio 28, Ancona
Fino al 2 giugno 2019
Da martedì a domenica 10.00 – 19.00
mostrarobertcapa.it

 

Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

Robert Mapplethorpe: Coreografia per una mostra

Fotografia e danza in dialogo tra loro, unite dalla medesima matrice performativa: è questo il concept della mostra che Madre – museo d’arte contemporanea Donnaregina dedica a Robert Mapplethorpe, uno dei maestri della fotografia del Novecento, morto nel 1989 a soli quarantatré anni. Curata da Laura Valente e Andrea Viliani, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation, l’esposizione vuole creare un confronto tra l’azione del “fotografare” in studio (nell’implicazione autore / soggetto / spettatore) e del “performare” sulla scena (nell’analoga implicazione performer / coreografo / pubblico). «Le opere del fotografo americano non erano mai state poste in un confronto diretto, prima d’ora, con quell’evidente componente performativa che sembra animarle», spiegano i curatori. «L’obiettivo di questa mostra, dunque, è di coniugare l’aspetto espositivo e quello fotografico, attraverso il coinvolgimento di artisti che, per tutta la durata della mostra, realizzeranno interventi site specific in dialogo con le opere e con le suggestioni che esse evocano». Fino all’8 aprile.

Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra
a cura di Laura Valente e Andrea Viliani  in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation
Gli scatti del fotografo in dialogo con opere archeologiche, antiche e moderne
Coreografi internazionali al Madre per un inedito programma performativo  ispirato all’artista americano
A Olivier Dubois affidata la nuova creazione In Dialogue with Bob  per il debutto della mostra  15.12.2018 – 08.04.2019

Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina
Via Settembrini 79, Napoli

La città distrutta e la città sotterranea: Alessio Romenzi e Valerio Polici

La Galleria del Cembalo propone, a partire dal 12 aprile fino al 24 maggio 2019, due mostre in dialogo fra loro sul tema della città. Life, Still, di Alessio Romenzi, ed Ergo Sum, di Valerio Polici, raccontano una condizione di precarietà urbana scandita dal passo di chi cerca uno spazio per vivere, oppure una traccia del proprio essere nel mondo, un’affermazione identitaria.

Life, Still, di Alessio Romenzi

La devastazione causata dalla guerra è protagonista assoluta degli scatti presentati nella mostra Life, Still che Alessio Romenzi realizza tra dicembre 2017 e aprile 2018 a Mosul, Raqqa e Sirte. L’autore ritorna in queste città dopo la fine del conflitto per documentarne il disfacimento, che egli stesso definisce ‘uno scenario di distruzione apocalittica’. Nel racconto di ciò che rimane, Romenzi metabolizza la capacità di sintesi dell’immagine, derivante dalla sua esperienza di fotoreporter, per affrontare una riflessione più profonda e meditata, offerta dall’osservazione a distanza. Infatti, la serie supera intenzionalmente lo svolgimento delle azioni belliche, per interrogarsi sulle sue conseguenze. Il cortile della scuola nel quartiere di Ghiza e la sala interna del centro conferenze Ougadougou III a Sirte, gli esterni del Palazzo delle assicurazioni governative e la Moschea a Mosul, centri propulsori di attività pedagogiche, culturali, religiose, e politiche sono segnati dalla guerra. Il ponte Al Shogada di Mosul, sospeso in un’atmosfera crepuscolare, crolla sotto il peso delle bombe. Tra scheletri di palazzi e cumuli di macerie, si intravede il ricordo di quanto è accaduto: la saracinesca alzata di un negozio, un semaforo ancora in funzione, la vita delle persone al confine con la guerra. Sono queste le “insopprimibili esistenze” di cui Giovanna Calvenzi scrive nell’introduzione al catalogo Life, Still, come
“reazione alla morte e una speranza di futuro possibile”.

Ergo Sum, di Valerio Polici

Ergo Sum è il progetto fotografico che Valerio Polici ha realizzato tra Europa e Argentina nell’ arco temporale di sei anni. Polici vuole ritrarre la città sotterranea dei writers e la sua prospettiva mette in risalto il legame tra il tessuto urbano e gli artisti, dei quali enfatizza le potenzialità creative e le necessità espressive, elementi che prendono vita di notte, ai margini della città. Seguendo alcuni writers protagonisti dei suoi scatti, da lui definiti ‘compagni di avventura’, l’artista cattura, in un convulso bianco e nero, i luoghi periferici e interdetti del panorama metropolitano e industriale “in cui le identità definite si perdono e lasciano il passo a infinite possibilità”. È qui l’esperienza stessa, come sottolinea Chiara Pirozzi, a porsi come creatrice di rapporti ‘culturali e sociali, sconosciuti e inaspettati’. Nonostante Polici sia materialmente dietro la macchina fotografica e quindi “testimone” degli eventi, il suo personale coinvolgimento emotivo segna in modo indelebile un lavoro in grado di restituire visivamente l’adrenalina del momento e l’imprevedibilità del suo epilogo.
Il fotografo stesso racconta di fughe repentine, provocate dal suono improvviso di un allarme, e di lunghe attese, che lui stesso ha vissuto nascosto insieme agli altri street artist, nel tentativo di non farsi cogliere in flagrante dalla vigilanza, di cui si percepisce l’avvicinarsi nella velocità di una messa a fuoco instabile. Il movimento di quel ‘viaggio negli spazi intestinali della metropoli’ è ulteriormente enfatizzato dall’artista tramite il video presente in mostra. Costruito su un’assonanza con le telecamere di sorveglianza, riproduce in loop l’esperienza errante dei writers. Polici si fa, quindi, protagonista e comparsa di un universo subordinato, la cui voce corre inesausta da una nicchia verso il mondo emerso, di cui la Galleria del Cembalo si propone una moderna cassa di risonanza.

Galleria del Cembalo
Largo della Fontanella di Borghese, 19 – Roma

La mostra “Ad Usum Fabricae: l’infinito plasma l’opera. La costruzione del Duomo di Milano” fa tappa a Limbiate

Fa tappa nella splendida cornice di Limbiate la mostra “Ad Usum Fabricae: l’infinito plasma l’opera. La costruzione del Duomo di Milano”, iniziativa che ha già riscosso notevole successo e realizzata in collaborazione con la Veneranda Fabbrica del Duomo.
L’esposizione celebra attraverso l’arte la rilevanza di questa opera monumentale e disegna uno scorcio dei personaggi che popolavano l’ambiente milanese a partire dal Medioevo: dal mercante generoso che lasciava alla Fabbrica la sua fortuna alla prostituta che offriva al mattino la decima del servizio notturno. Ognuno individuava nella Cattedrale una dimora per il proprio desiderio e un ricovero per il proprio peccato; ognuno, come popolo, cercava in essa l’immagine della propria unità politica e spirituale. Nel mondo medioevale, un edificio esprimeva la natura dell’uomo come rapporto con l’infinito: la Cattedrale. La mostra intende presentare il secolare cantiere del Duomo di Milano, raccontando le storie di uomini e donne che hanno dato il loro contributo all’impresa e il ruolo fondamentale che questa ebbe per la vita sociale ed economica della città.Il Duomo di Milano rappresenta l’ultima delle cattedrali italiane e la più europea, sia per la collocazione geografica sia per le complesse vicende che ne accompagnarono una costruzione durata sei secoli. Il Duomo volle imitare nelle sue forme le grandi cattedrali gotiche europee con l’originalità della tradizione ambrosiana; oltre 3500 statue di santi, profeti e giganti decorano il tempio e nelle guglie si scorgono volti noti e sconosciuti, fiori, animali.

La costruzione del Duomo di Milano fa tappa a Limbiate: intervista al Sindaco della città

Dalle comunità medievali, che crescevano all’ombra delle cattedrali, alle comunità moderne. In un centro come Limbiate si respira ancora un’atmosfera comunitaria?
Certamente. Le numerose iniziative che proponiamo, spaziando in ambiti tematici spesso molto diversi, puntano a coinvolgere l’intera cittadinanza proprio per creare e favorire un clima di comunità. Il Comune, lo dice la parola, è un luogo di condivisione, dove il cittadino può sentirsi a casa; oggi, diversamente dal periodo medievale, ha forse preso il posto della cattedrale o almeno si è affiancato ad essa. Ciò che non è cambiato è l’idea di comunità come corpo, come organismo: ognuno, nel suo piccolo, è indispensabile per il funzionamento del tutto. Lo scorso anno abbiamo anche lanciato l’iniziativa “Limbiate in fiore” proponendo proprio lo slogan di “una città che cresce in una comunità che fiorisce”.

Il Duomo è un patrimonio di tutti i lombardi. Perché questa mostra, e perché proprio a Limbiate?
Mi vorrei ricollegare alla risposta precedente, affermando che il Duomo di Milano non è solo patrimonio di tutti i lombardi, ma – metaforicamente – di tutti gli uomini. Il cantiere del Duomo assurge a simbolo di integrazione e condivisione se consideriamo che nei secoli della sua costruzione ha chiamato a sé persone dalle più disparate provenienze e favorito una comunicazione interculturale con pochi precedenti. Portare questa mostra a Limbiate significa dunque rievocare questo simbolo e mostrare a tutti i cittadini l’idea di essere una comunità capace di incorporare le diversità. Ci tengo inoltre a ricordare l’assessore Fabio Zamin, scomparso di recente, che ci ha dato lo spunto e ha fortemente voluto questa mostra. In parte la dedichiamo anche a lui.

Il cantiere del Duomo durò per secoli. Oggi, se un’opera non viene completata in pochi mesi o anni già si parla di fallimento. C’è ancora spazio per la spiritualità in un mondo così frenetico?
Credo che la spiritualità, se ben intesa, non lasci posto a frenesie di alcun tipo. Oggi è certamente impensabile protrarre un cantiere per secoli, come è avvenuto per il Duomo. Tuttavia, nonostante le tecnologie si siano evolute velocemente, è altrettanto impensabile che l’interiorità delle persone sia oggetto di evoluzione. Forse c’è un “più” e un “meno” di spiritualità, ma dubito ci possa essere un “più veloce” o un “più lento”; lo spirito, a differenza delle opere e dei monumenti, non può essere giudicato dall’apparenza esteriore e trova sempre spazio in chi è pronto ad accoglierlo.

Ad Usum Fabricae: l’infinito plasma l’opera. La costruzione del Duomo di Milano
Inaugurazione sabato 30 marzo 2019, alle ore 14.00, presso l’Antica Chiesa di San Giorgio in piazza Solari.
Orari della mostra:
Da Lunedì a Giovedì: 9.30 – 12.00 e 14.30 – 19.00
Venerdì: 9.30 – 12.00 e 14.30 – 22.00
Sabato: 9.30 – 22.00
Domenica: 9.30 – 18.00

Per maggiori informazioni sulla mostra Ad Usum Fabricae: l’infinito plasma l’opera. La costruzione del Duomo di Milano clicca qui

È possibile prenotare visite guidate gratuite per scuole o gruppi di almeno 10 persone. Per prenotare scrivere a servizi.culturali@comune.limbiate.mb.it o contattare i numeri: 02-99097274 / 02-99097657.
Sarà possibile concordare – per gruppi di almeno 10 persone – visite guidate in orari diversi da quelli di apertura della mostra

Thomas Struth: a proposito di uomo e tecnologia

© Thomas Struth

La nostra epoca sarà certamente ricordata per l’incredibile e rapido sviluppo tecnologico a cui tutti noi stiamo assistendo. Questo ha trasformato la nostra quotidianità, ha distrutto credenze e creato nuovi punti di vista, ha cambiato profondamente il nostro modo di lavorare, di relazionarci agli altri e di vivere il nostro tempo – e molto poco sappiamo di come tutto ciò realmente funzioni –. Dove si trovano i server che contengono i nostri dati? Cosa s’intende per intelligenza artificiale? Da cosa è composta una protesi meccanica? Tutte domande a cui la maggior parte di noi non saprebbe dare una risposta. Sebbene l’urgenza di far luce nel rapporto tra essere umano e tecnologia sia diventato un tema particolarmente sentito per artisti e intellettuali, soprattutto negli ultimi anni, andando a ritroso nel tempo sono diversi gli autori che hanno impiegato la loro fantasia per immaginare probabili scenari. Come non ricordare alcune pietre miliari della cinematografia come il visionario 2001: Odissea nello Spazio (1968) di Stanley Kubrick, Blade Runner (1982) di Ridley Scott e L’uomo bicentenario del 1999, ma anche grandi classici della letteratura come 1984 di George Orwell, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury fino a giungere al recente saggio Essere una macchina di Marc O’Connel. Il professore e saggista israeliano Yuval Noah Harari, nella sua recente pubblicazione Homo Deus. Breve storia del futuro (Bompiani), sulla base dei suoi studi afferma che «la maggior parte di noi non avrà la possibilità di decidere in quale modo la tecnologia interverrà sulle nostre vite, perché la maggior parte di noi non la capisce». Anche in fotografia molti sono i tentativi di riflessione su questo nuovo e imprevedibile rapporto tra uomo e macchina.

L’autore tedesco Thomas Struth, uno degli artisti più importanti della sua generazione e allievo dei coniugi Becher, dal 2007 ha avviato un’indagine attraverso un corpus di opere dal titolo Nature & Politics, in mostra alla Fondazione MAST di Bologna fino al prossimo 22 aprile. Il progetto, come spiega l’autore, «mette in discussione il rapporto tra queste due categorie e lo sviluppo della tecnologia come promessa unica del progresso umano. Più di recente ho aggiunto a questo filone tre opere eseguite all’ospedale universitario della Charité di Berlino, che riguardano il rapporto diretto tra corpo umano e tecnologia e il tema della mortalità. In questo ambito desidero indagare i processi attraverso i quali operano l’immaginazione e la fantasia». Con questo nuovo lavoro Struth ci conduce alla scoperta di luoghi solitamente inaccessibili al pubblico, mostrando uno spaccato del mondo sconosciuto che sta dietro all’innovazione tecnologica. Laboratori di ricerca spaziale, impianti nucleari, sale operatorie, piattaforme di perforazione sono fotografati con minuziosa attenzione e distaccata curiosità. Urs Stahel, curatore dell’esposizione, spiega che il fotografo tedesco «ci rivela una serie di sperimentazioni scientifiche e ipertecnologiche, di nuovi sviluppi, ricerche, misurazioni e interventi che in un momento imprecisato, nel presente o nel futuro, in modo diretto oppure mediato, faranno irruzione nella nostra vita e ne muteranno il corso». Thomas Struh, con Nature & Politics, punta la sua attenzione sulle macchine quali strumenti di trasformazione della società contemporanea ed esplora l’estetica dell’innovazione e della sperimentazione: registra la potenza e l’influenza esercitate in modo occulto dalle tecnologie avanzate sulla nostra esistenza.

Thomas Struth Nature & Politics

Mast. Gallery
Via Speranza 42, Bologna
Fino al 22 Aprile

L’Abito della Città: fotografie di Paolo Ribolini

“L’ABITO DELLA CITTÀ. Lodi 2015-2019” è il titolo di un progetto fotografico, di una mostra e di un libro/catalogo. Uno sguardo sulla città di Lodi dal punto di vista del paesaggio urbano, delle architetture e del costruito.
In mostra circa sessanta fotografie, di medio e grande formato, a colori. Ad accompagnare l’esposizione il libro – catalogo con testi critici di Marina Arensi (giornalista e critica d’arte), Chiara Cardini (critica d’arte e curatrice della mostra), Emanuele Dolcini (giornalista e ricercatore), Chiara Panigatta (Presidente dell’Ordine degli Architetti della provincia di Lodi).
Ogni città possiede un proprio tessuto originario. Se le vicinanze geografiche evidenziano medesime modalità nel costruire il territorio, ogni città indossa però un abito che la contraddistingue. La sua naturale trasformazione è legata al tempo, un sovrapporsi di storie e stili architettonici, ai mutamenti economici, sociali e culturali. La città è un sistema in continuo movimento ed è tanto più leggibile quanto più se ne conosce il vissuto storico. In questa prospettiva, Paolo Ribolini, realizza per Lodi una mappa fotografica del costruito, nella quale il teatro urbano è mostrato come puro luogo architettonico, che supera i tempi dell’umana esistenza, seppure la presenza di insegne, biciclette, auto in sosta, ci riconduca alla contemporaneità. Attraverso l’uso della fotografia, l’attenzione è focalizzata al riconoscimento del valore culturale della propria città, così da custodire il patrimonio visivo di oggi per le generazioni di domani.

Duarante l’inaugurazione saranno presenti Paolo Ribolini e Marina Arensi, Chiara Cardini, Emanuele Dolcini, Chiara Panigatta.

Calendario incontri

Ore 17,00

• Domenica 28 aprile: incontro con Marina Arensi ed Emanuele Dolcini

• Domenica 5 maggio: conversazione tra Chiara Cardini e Paolo Ribolini sul tema della fotografia come strumento d’indagine del paesaggio urbano

• Domenica 12 maggio: incontro con Chiara Panigatta

 

Bipielle Arte, Spazio Tiziano Zalli, Lodi
Inaugurazione sabato 20 aprile 2019, ore 17,00
21 aprile – 12 maggio 2019
giovedi e venerdì 16.00/19.00
sabato e domenica 10.00 /13.00 16.00/19.00
Con la collaborazione di Il Cittadino, Il Melegnanese, Gruppo fotografico Progetto Immagine
Con il patrocinio di Fondazione Bipielle, Fondazione Comunitaria, Ordine degli architetti, Comune di Lodi, Touring Club Italiano
Con il sostegno di Amri, Azg antincendio (Borgo S. Giovanni ), Calicantus (Lodi), Caresana Assicurazioni, Confartigianato, Falegnameria Curioni (S. Angelo Lodigiano), E.On. (Lodi), Il Tasto (Lodi), Industrial Projects, Prefa, Unione Confcommercio, Unione artigiani, Zucca Costruzioni (Borgo S. Giovanni), Zucchetti (Lodi)

 

 

 

 

Mese della Fotografia a Roma: la mostra Prigionieri del Silenzio, viaggio nei manicomi calabresi

All’interno del Mese della Fotografia a Roma, il 30 Marzo verrà inaugurata la mostra fotografica Prigionieri del Silenzio. Viaggio nei manicomi calabresi di Rosario Cassala.
Un reportage degli anni ’80 all’interno degli istituti di igiene mentale calabresi. Negli istituti italiani venivano rinchiuse persone con problemi mentali ma anche anziani senza famiglie, donne sole, bambini non voluti o con handicap, persone indigenti. Poca è la documentazione fotografica su questi centri nel sud. Il reportage di Cassala ha quindi una grande valenza storica ma ha altresì il merito di non essere mai aggressivo, di non offendere mai la dignità delle persone riprese e di voler affrontare un problema, quello dei centri di igiene mentale, i manicomi, con grande lucidità. In attesa che arrivasse e venisse applicata la Legge Basaglia. «Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione.» (Franco Basaglia)

Prigionieri del Silenzio, viaggio nei manicomi calabresi

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere” (Franco Basaglia, 1924 – 1980).
Con la legge Basaglia (n. 180, 13 maggio 1978) che dispose la chiusura dei cosiddetti “manicomi”, assistiamo ad un grande cambiamento nel modo di intendere il paziente psichiatrico, restituendo rispetto e dignità alla persona e allontanandosi da etichette rigide di persona “malata”, “pazza”, “disabile”.
Dal 1927 il numero dei ricoverati nei manicomi italici crebbe costantemente ogni anno, con percentuali notevolmente superiori alle medie precedenti. Dai 62.127 (1926) si passò a 94.946 internati (1941) e il manicomio rappresentava sempre più un valido strumento di silenziosa repressione politica e sociale. Con la legge Basaglia gli ospedali psichiatrici furono definitivamente chiusi lasciando, però, solitudini e complessità difficilmente risolvibili ancora oggi e mai del tutto risolte.
Le fotografie di Rosario Cassala ci permettono di comprendere l’intensità di quel momento, ci permettono di entrare visivamente ed emotivamente all’interno dell’ospedale psichiatrico agli albori della riforma non ancora applicata di Franco Basaglia, come spazio in cui il malato psichico era “internato” e obbligato a stare perché successivo al carcere o come alternativa all’ospedalizzazione stessa. E ancor prima come luogo di “depersonalizzazione”, struttura che “contiene” l’essenza e l’esistenza della persona al di là del fine riabilitativo che si perde e si confonde nei pregiudizi sociali e culturali di malattia mentale. La fotografia ci permette quindi di “restar dentro pur rimanendo fuori” e di condividerne vissuti pur mantenendo l’integrità della nostra esistenza; di partecipare emotivamente al momento storico rappresentato dagli ultimi momenti antecedenti il grande cambiamento basagliano, di essere insieme ai pazienti “prigionieri del silenzio”. L’utilizzo prevalente del bianco e nero delle fotografie presentate in “Prigionieri del silenzio – Viaggio nei manicomi calabresi”, così definitivo e strutturato è evocativo del contrasto indissolubile tra l’accettabile e il riprovevole, tra la luce e l’ombra di una condizione, quella del malato psichiatrico internato, incomprensibile e incompresa, di conseguenza inaccettabile e inammissibile nell’idea di integrazione sociale. Lo stato di abbandono e incuria presente chiaramente nelle strutture fotografate anticipano la notizia di abbandono dei pazienti presenti, così come le grate alle finestre ingabbiano ma al tempo stesso tengono a giusta distanza l’esterno, il mondo della “normalità” e della sanità mentale.

Prigionieri del Silenzio, viaggio nei manicomi calabresi: nelle foto la persona nella sua corporeità

Nelle foto quello che è evidente è la persona nella sua corporeità. Dove il corpo è essenza ed esistenza; dove il corpo comunica lo stato di sofferenza individuale, collettivo, sociale del malato e lo spettatore, grazie ad un sapiente uso della fotografia, riesce a comprendere emotivamente tutto questo, riesce a entrare nel suo mondo e a empatizzare e a compartecipare, riconoscendo il proprio dolore nel dolore dell’internato.
Queste fotografie danno ad esempio uno sguardo d’insieme al sociale e al collettivo della situazione manicomiale, dove il malato psichiatrico è innanzitutto persona alienata. Alienata da se stessa, dagli altri, dalla società in cui non ci si riconosce e nella quale ci si adatta a fatica. Il vivere ai margini della società ed inevitabilmente “rinchiusi” in essi porta l’inevitabile conseguenza di una società che non si accorge più della problematicità vissuta, nella difficoltà di identificare la persona e la sua esistenza distinguendola dal contesto in cui è inserita. In altri casi rappresentano simbolicamente l’impossibilità del paziente e della società del tempo (e forse ancora oggi) di slegare la persona dalle proprie categorizzazioni e dalle proprie etichette, dalla propria psicopatologia. E così, il lenzuolo-legame con il palo-riferimento rigido da cui non ci si può separare, la chiusura su se stessi nella distanza dallo sguardo con l’altro, l’impossibilità e l’arresa. In altri casi infine abbiamo la possibilità di conoscere e comprendere le caratterizzazioni tipiche della personalità del paziente psichiatrico: l’abulia e l’inattivismo, l’arresa e l’oggettivizzazione della persona che diventa non solo altro da sé, ma anche oggetto da cui distanziarsi. L’assenza o l’eccesso di espressioni facciali presenti nelle fotografie raccolte, mascherano l’autenticità e la sofferenza individuale, divenendone chiara conseguenza.
Infine le fotografie mostrano un’ulteriore dimensione, quella relazionale. La fisica chiusura all’esterno e il ritiro in se stesso (quasi un accartocciamento in alcune fotografie) rivelano un vissuto di diversità (dalla media normalità) e di distanza (da questa media ovvero dagli altri). Emerge quindi gradualmente una chiara difficoltà relazionale da cui ci si protegge chiudendosi, elemento questo, comune a diverse psicopatologie psichiatriche presenti nella realtà manicomiale, riflettendosi poi nella difficoltà – non solo individuale, ma anche da parte della stessa società – di un possibile e costruttivo reinserimento degli stessi dopo la loro “ospedalizzazione”. Le fotografie sono canali diretti, immediati e senza filtri che “impattano” sulla persona al di là del linguaggio verbale e della sua comunicabilità, divenendo testimonianza, denuncia e urgenza di cui parlare ancora oggi. Guardare queste fotografie ci trasforma quindi inevitabilmente in testimoni indiretti dell’evento storico e della necessità di dare alla problematicità psichica e psichiatrica una diversa connotazione rispetto al passato, lontano da pregiudizi e etichettamenti.

Prigionieri del silenzio
Viaggio nei manicomi calabresi
di Rosario Cassala
Inaugurazione sabato 30 Marzo ore 17,30
30 Marzo – 4 Aprile 2019
Spezieria – Ospedale S. Spirito
Via Borgo Santo Spirito 3- Roma
Ingresso libero

 

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