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Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi

La mostra “Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi” intende presentare l’arte fotografica a Roma coprendo un arco temporale che va dalla nascita della fotografia ai giorni nostri. Con circa 320 immagini conservate nelle ricche raccolte del proprio Archivio Fotografico, il Museo di Roma a Palazzo Braschi celebra i 180 anni della nascita ufficiale della fotografia con uno straordinario excursus negli ambiti più significativi della storia fotografica della capitale prima dell’avvento del digitale.

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi: Roma è una delle prime città italiane a registrare il passaggio alla fotografia stampata su carta da un negativo

L’arte fotografica a Roma nasce prestissimo: già nel 1839, anno della presentazione di Daguerre all’Accademia delle Scienze di Parigi del sistema da lui inventato per fissare le immagini su una lamina argentea, cominciano ad operare i primi dagherrotipisti. Negli anni a seguire Roma è una delle prime città italiane a registrare il passaggio alla fotografia stampata su carta da un negativo, che sarà anch’esso di carta e poi successivamente di vetro. Nella Città Eterna, pur stretta nella morsa del governo temporale papalino, e negli altri stati italiani, pur agitati dagli eventi che portarono all’unità, si assistette ad una grande diffusione della fotografia che si inserì nella scia del vedutismo sia pittorico che incisorio, per trovare in esso un rapido campo di espansione e commercializzazione, ma che in realtà destabilizzò consolidati modi artistici e antichi sistemi di riproduzione, tanto da suscitare a più riprese l’interesse dei governanti per un sua regolamentazione. Dal punto di vista iconografico la fotografia ottocentesca prese le mosse dalla pittura, nel campo della veduta e del ritratto, cercando ed ottenendo all’ombra di questa una legittimazione delle sue potenzialità artistiche ed una discolpa dall’accusa di mera riproduzione del reale. Si dovette aspettare la fine dell’epopea risorgimentale e l’annessione al regno italiano perché si creassero a Roma i validi presupposti per un rapido incremento della fotografia intesa non più solo come tecnica di riproduzione legata al mercato delle immagini-ricordo, ma per un suo più consapevole uso nei vari campi in cui poteva essere applicata: il ruolo di capitale portò ad un aumento delle occasioni pubbliche oltre che della popolazione e delle opportunità di lavoro.
Suggerendo diversi percorsi di visita, la mostra muove dagli esordi della fotografia in città, con artisti attivi già a ridosso dell’invenzione della nuova tecnica, attraversa le epoche che videro mutare sempre più radicalmente il volto della città, per giungere, senza soluzione di continuità, all’opera di artisti viventi, che hanno operato in un significativo rapporto con Roma Capitale.
Il racconto per immagini si snoda per 9 sezioni dedicate alle diverse tematiche, declinazioni e tecniche, di questo affascinante processo.

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi: il percorso espositivo

Si parte con Sperimentare con la luce: nascita e progressi della fotografia in cui si alternano il dagherrotipo, la carta salata e l’albumina, esplorati dai primi fotografi, Giacomo Caneva, Frédéric Flachéron, Eugène Constant, Alfred-Nicolas Normand, James Anderson, Robert MacPherson, veri pionieri che si spostavano tra città e campagna con ingombranti attrezzature, spesso accompagnati da pittori, ponendosi in piena continuità con l’arte del proprio tempo.
Documentare l’Antico: percorsi tra le rovine, racconta come la nuova tecnica sia stata presto utilizzata anche nell’indagine archeologica, incentrata fin dagli esordi sulle vestigia classiche e sui principali monumenti della città. In una selezione concentrata sul valore quasi puramente simbolico del luogo di culto per eccellenza della cristianità, le immagini proposte nella sezione Centro della cristianità lasciano emergere la Basilica di San Pietro in alcune caratteristiche sue peculiari: da un lato nell’aspetto più solenne e ufficiale, con la grandiosa cupola michelangiolesca che sovrasta la città e il cui armonioso profilo è ormai parte integrante della cultura visiva di tutti i romani; dall’altro nella sua anima quasi “familiare”, che si rivela negli scorci più nascosti di vita quotidiana all’interno delle mura vaticane, nelle grandi riunioni di piazza in lunga attesa di eventi storici o semplicemente della benedizione papale. Quarta tappa della visita la sezione Vie d’acqua: la presenza del fiume e le fontane monumentali con diverse immagini che rappresentano il condizionamento operato nei secoli dalla presenza dell’acqua, del Tevere in particolare, ma anche degli acquedotti e delle fontane. A seguire, Un eterno giardino: Roma tra città e campagna documenta il patrimonio naturalistico ancora straordinario di Roma, nell’opulenza di giardini e parchi. Il percorso espositivo prosegue con la sezione dal titolo La nuova capitale: dai piani regolatori di fine Ottocento alla città moderna, dedicata alle trasformazioni urbanistiche che nei secoli mutarono il volto dell’Urbe, per adeguarla dapprima al ruolo di nuova capitale d’Italia, poi di ideale palcoscenico del regime fascista, o per renderla infine la città moderna che tutti conosciamo. Largo spazio è riservato anche alla quotidianità della vita romana: nella settima sezione, Occasioni di vita sociale, la fotografia si fa tramite di una modalità specifica di comunicazione della storia sociale che, fino ai giorni nostri, restituisce l’immagine della città in tutta la sua vivacità. Attraverso lo specchio: negativi su lastra di vetro propone, in una suggestiva presentazione, una serie di lastre ottocentesche in vetro retro-illuminate. Il percorso si chiude nelle sale al pianterreno con la sezione Ritratti dedicata alla fotografia di figura, con ritratti di personaggi famosi, modelli in posa e interni di studi d’artista ottocenteschi, ma anche con tableaux vivants, i “quadri viventi” di grande fortuna tra fine Ottocento e primo Novecento, che sottolineano ulteriormente il rapporto di stretta complementarietà affermatosi anche a Roma tra fotografia e pittura.

La mostra sarà inoltre accompagnata da una serie di conferenze e workshop su tematiche specifiche.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Flavia Pesci e Simonetta Tozzi.

Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi
27/03 – 22/09/2019
Museo di Roma

La Nostra Via Della Seta: in mostra 171 fotografi di fama internazionale

Zeng Yi

La Nostra Via della Seta” è la mostra che si inaugura al Belvedere di San Leucio di Caserta il 6 Aprile 2019 alle ore 12:00. La mostra è curata da Zeng Yi (fotografo e curatore di fama mondiale che ha ricevuto il più alto riconoscimento d’onore e di successo dal Consiglio di Stato) e da Massimo Sgroi (Critico d’arte italiano). L’idea nasce quando Michele Stanzione (Professore presso l’Università di arte e design di Shandong) accompagna Zeng YI a visitare il Real Belvedere di San Leucio di Caserta. Successivamente il distretto della città antica di Zibo City e la Città di Caserta cominciano ad elaborare un protocollo d’intesa che porterà i due siti storici ad essere gemellati. Nel Complesso del Belvedere è presente una mappa storica che mostra come la seta arrivasse proprio da Shandong. Ad ottobre 2018 una delegazione della Città di Caserta è stata in Cina per firmare un memorandum che mette in relazione le due città.

La mostra La Nostra Via Della Seta

In mostra ci saranno 171 fotografie realizzate dai più grandi fotografi del mondo e percorrono idealmente la vita dei paesi che si trovano lungo il percorso della Via della Seta da Zhocun che è un distretto di Zibo city al Belvedere di San Leucio. In mostra ci saranno opere di fotografi cinesi, kirghisi, mongoli, ulbeki, kalaki, coreani, fino ad arrivare agli europei, italiani compresi.
Tale evento rientra nel progetto “One belt one road”, ma più che un progetto economico, è una mostra che pone l’accento sul rapporto tra i popoli, la conoscenza e l’interscambio culturale, con il supporto del Governo e del Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica Popolare della Cina, per contribuire alla crescita del territorio.
Alle 10 prima della mostra ci sarà un convegno “Storia, opportunità dell’integrazione e sviluppo del turismo culturale tra la Cina e l’Italia.

 

Guido Guidi. Altre storie: mostra a cura di Marco De Michelis e Paola Nicolin

Viasaterna è lieta di presentare la mostra personale di Guido Guidi. “Guido Guidi. Altre storie” è il titolo del progetto espositivo curato da Marco De Michelis e Paola Nicolin che, attraverso una selezione di circa cinquanta fotografie perlopiù inedite, offre un nuovo punto di vista sul lavoro e sulla ricerca di uno dei maestri della fotografia italiana.
L’esposizione si sviluppa su più registri narrativi: al primo piano una selezione di opere dedicate all’architettura e al paesaggio, mentre al piano inferiore il percorso continua con una selezione mai esposta prima d’ora di ritratti dedicati ad Anna Guidi, figlia dell’artista. Autonomi sul piano del soggetto – l’architettura, il paesaggio ed il ritratto, ovvero gli edifici e le persone – costruiscono due percorsi intrecciati e indissolubili per i temi trattati e le metodologie. Ciò che appare distinto è profondamente unito, ciò che si avverte come frammentario è, a ben guardare, perfettamente speculare. Si vengono così a costituire due facce della luna che testimoniano la coerenza, la solidità e la struttura concettuale del suo lavoro.Sono ormai anni –decenni – che Guido Guidi d’altra parte occupa autorevolmente il panorama della fotografia italiana. Il suo percorso di ricerca, iniziato già alla metà degli anni sessanta accompagnandosi a una generazione di fotografi italiani, è continuato fino a oggi, con un movimento continuamente oscillante tra i paesaggi casalinghi delle campagne dietro casa, e quelli ben più vasti dell’Italia e dell’Europa. In questo viaggio, Guidi è stato costantemente accompagnato dalla conoscenza e dalla complicità con i grandi fotografi, soprattutto americani, del suo tempo, da Robert Adams a Lewis Baltz, da John Gossage a Stephen Shore. Guidi ha imparato a conoscere il mondo attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica: periferie urbane, campagne, ma anche “altre storie” di frammenti incompiuti come paesaggi prodotti da drammatici sconvolgimenti tellurici, il terremoto di Gibellina nella Sicilia del Belice; storie di grandi architetture, non quelle anonime e spontanee delle provincie italiane, ma i capolavori straordinari di Le Corbusier o di Mies van der Rohe: sublimi e, pur tuttavia, esposti anch’essi al trascorrere della luce e allo scorrere del tempo che in qualche modo ne consuma i lineamenti. D’altro canto, la raccolta di ritratti di Anna, la figlia di Guido Guidi, appare del tutto eccezionale per l’attenzione che lo sguardo del fotografo le riserva. La sequenza possiede il carattere straordinario di cimentarsi per anni con un unico soggetto.

Guido Guidi. Altre storie

Anna, l’unica figlia dell’artista, è insieme oggetto e soggetto dell’occhio fotografico: il corpo di lavori appare in primo luogo come una dichiarazione d’amore alla fotografia, come attività del guardare e insieme come lo strumento attraverso il quale Guidi costruisce negli anni un vocabolario personale. Qui vediamo nascere, crescere e maturare temi, interessi e intenzioni che nel corso della sua intera carriera troveranno una definizione sempre più sofisticata, solida e strutturata. Anna è la camera oscura di Guido Guidi: è quello spazio di possibilità che si esplora ogni qualvolta il nostro sguardo si posa sulla realtà come attesa. C’è una frase scritta a mano sull’anta di un armadio dello studio dell’artista a Cesena dove si legge “Nessuna metafora, solo attese”.Il corpo di lavori dedicati a Anna sono attese che si avverano negli anni; e seguire le diverse fasi dell’età di Anna aiuta a capire il percorso di ricerca coerente di Guidi: la sequenza, la luce e l’ombra, il tempo e l’istante, la variazione, il moto sospeso, l’interno e esterno, la figura umana e lo sfondo, il frammento e l’intero, l’oggetto e il soggetto. Guidi mantiene un attaccamento genuino verso la realtà e procede anno dopo anno, soggetto dopo soggetto, a raggiungere sempre maggiori livelli di astrazione dalla figura, pur rimanendo saldamente ancorato alla nitidezza e all’esattezza che aiuta a Guidi a vedere il mondo. Guidi pare dirci con queste opere, come d’altra parte molti artisti legati alle poetiche del Concettuale – come lo stesso Giulio Paolini o Sol LeWitt per esempio –, che tutto ciò che accade, accade nell’intersoggettività, nella relazione ibrida tra chi guarda e chi è guardato, in quell’insieme di fremiti e attese che costruiscono la nostra individualità. Non mostrare le cose. Ma mostrare il guardare. Il guardare del fotografo, ma anche quello del soggetto che guarda nell’obbiettivo. Il guardare dei curatori di questa mostra che sono, appunto, due per moltiplicare le aspettative, le emozioni, i punti di vista, gli errori e le attese.

Guido Guidi. Altre storie.
A cura di Marco De Michelis e Paola Nicolin
Da martedì 2 Aprile a venerdì 24 Maggio 2019
Inaugurazione: lunedì 1 Aprile 2019, dalle ore 18.00 alle 21.00
Apertura: dal lunedì al venerdì, dalle ore 12 alle 19. Mattine e sabato su appuntamento.
Chiusa: 22,25 aprile e 1 maggio
Dove: VIASATERNA, Via Giacomo Leopardi 32, Milano, +39.02.36725378
www.viasaterna.com

 

Marilyn Monroe & The Misfits: il racconto fotografico del dietro le quinte di uno dei film più importanti della seconda metà del secolo scorso

Marilyn and The Misfits ©Ernst Haas

Marilyn Monroe & The Misfits” la mostra che racconta attraverso le fotografie e la memoria di Ernst Haas, fotografo di scena accreditato, sia il making che il dietro le quinte di uno dei film più importanti della seconda metà del secolo scorso, Gli spostati, appunto come fu tradotto in italiano il film diretto di John Huston uscito in Italia nel 1961. The Misfits racchiude in sé tutti gli elementi che contribuiscono a rendere una pellicola eterna. John Huston, maestro del cinema d’oro americano, dirige un cast composto da Clark Gable, una delle leggende di Hollywood alla sua ultima apparizione proprio sul set di The Misfits, Montgomery Clift, altra leggenda che ben presto finirà nella lista dei dannati di Hollywood, e Marilyn Monroe che recita in quello che sarà
l’ultimo film completo. A tessere le fila Arthur Miller, scrittore e sceneggiatore americano, dal 1956 secondo marito della Monroe, e autore di alcuni capolavori della letteratura e del teatro americano, tra cui Morte di un commesso viaggiatore. Miller scrive la sceneggiatura e la regala alla moglie nel 1960 per celebrare San Valentino. Quando iniziano le riprese i due sono in realtà oramai vicini al divorzio che verrà firmato nel novembre del
1960. La sceneggiatura scritta da Miller per la moglie narra di una donna ingenua e insicura che, da poco separatasi dal marito, conosce due uomini, Clark Gable e Montgomery Clift, con i quali stringe amicizia. Marilyn in quel periodo aveva avuto già alcuni ricoveri e frequentava uno psichiatra di Los Angeles che
aveva notato l’eccessivo utilizzo di psicofarmaci da parte dell’attrice. Durante le riprese nel deserto del Nevada infatti Marilyn arrivava sul set con ritardi eccessivi costringendo gli altri attori ad attese snervanti. Clark Gable morì pochi giorni dopo la fine delle riprese e la moglie attribuì il decesso del marito, già malato di cuore, proprio a questo. Pur non essendo stato un successo commerciale The Misfits è diventato un instant classic del cinema mondiale. Arthur Miller lo definì invece il punto più basso della sua carriera. Con il compenso del film acquistò un ranch nel quale sarebbe poi morto nel 2005. Straordinarie le scene con i cavalli selvaggi fotografate da Ernst Haas.

Fino al 28 aprile 2019
Galleria Ono arte contemporanea
Bologna via Santa Margherita, 10

 

POP THERAPY: lo spirito rivoluzionario delle figurine Fiorucci

Fiorucci Stickers, 1984 Panini, Modena Dall'album per la raccolta di 200 figurine. Courtesy Comune di Modena, Museo della Figurina – FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE

La mostra rende omaggio al genio eclettico di Elio Fiorucci, attraverso l’album di figurine Fiorucci Stickers, pubblicato dalle Edizioni Panini nel 1984, che riscosse uno straordinario successo, con oltre 25 milioni di bustine vendute, e riassume la storia grafica della maison milanese. Accompagna la rassegna un intervento di Ludovica Gioscia, artista romana la cui pratica artistica è fortemente influenzata dai linguaggi espressivi della cultura e società degli anni ’80.
Dal 9 marzo al 25 agosto 2019, il Museo della Figurina di Modena, una delle realtà istituzionali che fa parte di FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE, presenta una mostra che rende omaggio al genio eclettico di Elio Fiorucci (1935-2015), creativo, pioniere dei moderni influencer e molto altro ancora.

Lo spirito rivoluzionario delle figurine Fiorucci

L’esposizione, dal titolo POP THERAPY. Lo spirito rivoluzionario delle figurine Fiorucci, curata da Diana Baldon, direttrice di FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE, e Francesca Fontana, curatrice del Museo della Figurina, indaga il ‘fenomeno Fiorucci’ attraverso 200 figurine che compongono l’album Fiorucci Stickers, pubblicato nel 1984 dalle Edizioni Panini e riassume l’immagine grafica della casa di moda milanese conosciuta in tutto il mondo.
Già dalla confezione, l’album si presenta in modo assolutamente innovativo: non una pubblicazione sfogliabile ma un raccoglitore di colore rosa fucsia e giallo fluo, richiudibile mediante un bottone calamitato, al cui interno si trovano 28 schede mobili su cui attaccare le figurine. La flessibilità che lo caratterizza è strumentale per consentire all’utente di esprimere la propria creatività e mettere alla prova la propria fantasia.
All’epoca della pubblicazione, le figurine erano considerate veri e propri oggetti di design, utilizzabili per decorare diari, motorini, ante di armadi, uno dei tanti linguaggi espressivi con cui si esprimeva la cosiddetta ‘Fioruccimania’. Una vera e propria opera in stile Fiorucci che ebbe uno straordinario successo, con oltre 25 milioni di bustine vendute, pari a 105 milioni di figurine, ed è stato uno dei rari esempi di recupero del ruolo pubblicitario della figurina.
Il percorso espositivo, organizzato in sezioni, ricalca la divisione tematica dell’album. Fiorucci Story propone alcune delle immagini più iconiche del marchio, dai celebri candidi angioletti elaborati dal grafico Italo Lupi nel 1970, alle sfrontate e provocanti campagne pubblicitarie incentrate sulla nudità del corpo femminile concepita da fotografi e grafici come Oliviero Toscani e Augusto Vignali. Electron rivela dischi volanti, circuiti, robot, videogames che sembrano fuoriusciti dal canale televisivo MTV; Pin Up propone gli stereotipi di donne sensuali e ammiccanti “made in USA”; Dance è un compendio della storia del ballo; Romance è incentrato sull’amore e la passione, con citazioni di vecchi film e fumetti rivisitati in chiave pop; Swim, infine, celebra la vita in spiaggia e i costumi da bagno. La mostra si conclude con una sezione dedicata ai negozi Fiorucci, la cui realizzazione era generalmente affidata a importanti architetti e designer quali Amalia Del Ponte, Ettore Sottsass, Michele De Lucchi, Franco Marabelli e Andrea Branzi. Sono esposti studi e progetti degli spazi e dell’arredamento, nonché alcune fotografie dei punti vendita, tutti provenienti dallo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma. La rassegna è arricchita da una selezione di oggetti quali abiti, accessori, scatole in latta e riviste d’epoca concessi in prestito da collezionisti privati.
Completa il percorso, l’installazione di Ludovica Gioscia (Roma, 1977), le cui opere risultano fortemente influenzate dalla cultura e dalla società degli anni ’80. Gli oggetti e i movimenti del periodo, che hanno avuto un impatto indelebile sulla sua formazione, si ripresentano nelle sue sculture e installazioni. Modelli grafici, tessuti, frammenti di diari personali, carte da parati, una serie dei suoi Portals appesi al soffitto e i Mad Lab Coats affiancheranno le figurine e i materiali di Fiorucci per creare un ambiente suggestivo, di forte impatto visivo.
Ponendo l’attenzione sul pattern come elemento-chiave della figurazione degli anni ottanta, Ludovica Gioscia sottolinea come l’interesse per la moda e il design non riguardi soltanto la sfera d’espressione creativa ma la dinamica di un mondo industriale consumistico all’interno del quale moda e design dettano qualsiasi codice, da come ci si muove a come ci si rapporta alle cose. Nel 2010 l’artista ha creato l’Archivio Paninaro, al quale si è ispirata per una selezione di documenti archivistici pensati per cogliere legami con l’album Fiorucci e con il periodo storico in cui esso è stato prodotto, e realizzare una sorta di Wunderkammer ricca di riferimenti all’immaginario Fiorucci e agli anni in cui esplodeva il fenomeno.
l titolo dell’installazione It’s Everything I’ve Always Wanted, All Plastic è una citazione di Andy Warhol in riferimento al negozio Fiorucci di New York.
POP THERAPY è realizzata in collaborazione con Ca’ Pesaro Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia – Fondazione Musei Civici di Venezia.

 

POP THERAPY. Lo spirito rivoluzionario delle figurine Fiorucci
Modena, Museo della Figurina, Palazzo Santa Margherita (corso Canalgrande 103)
Fino al 25 agosto 2019

 

Torna a Ferrara “Riaperture”, il festival di fotografia

Riaprire con la forza delle immagini gli spazi chiusi di una città: Ferrara è pronta a ospitare la terza edizione di ‘Riaperture’, il festival di fotografia in programma dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile 2019. Autori da tutto il mondo, incontri e presentazioni, proiezioni e workshop, per una formula confermata dopo il successo nel 2018 con 3200 presenze, e che presenta diverse novità, tra i luoghi riaperti e gli autori in mostra a Ferrara. Il tema della terza edizione è il ‘Futuro’, che sarà sviscerato in molteplici direzioni grazie alle storie di autori nazionali e internazionali. Saranno presenti in mostra al festival: Gianni Berengo Gardin, Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher e Giovanni Cocco. Annichilito da prospettive curve su sé stesse, riposto in un asintoto irraggiungibile, ignorato da una realtà concentrata solo su ciò che è, atrofizzato da una narrazione contemporanea dove “il peggio” deve ancora venire, Riaperture ha scelto di (ri)portare al centro della scena il tempo che deve ancora arrivare, per raccontare scenari in arrivo o già presenti nella nostra società.

L’obiettivo di Riaperture è di riaccendere l’attenzione su luoghi pubblici o privati attualmente non in uso, per portare loro nuova energia. Rispetto alla seconda edizione, tra i luoghi ci sono conferme ma anche significative novità. La manifestazione sarà dislocata a Factory Grisù, ex caserma dei Vigili del Fuoco ora consorzio di imprese innovative e oggetto di un percorso di rigenerazione, a Palazzo Prosperi Sacrati, uno degli edifici storici più belli della Ferrara estense, situato al centro dell’Addizione Erculea e chiuso da anni. Riaperture riaprirà ancora una volta, la seconda dopo il terremoto del 2012, Palazzo Massari, storico edificio ferrarese in fase di restauro, che quest’anno potrà essere visitabile anche all’interno senza impalcature. Altri luoghi del festival saranno la “Salumaia” dell’Hotel Duchessa Isabella, uno spazio solitamente inaccessibile ai clienti dell’albergo, e il negozio di via Garibaldi 3, attualmente chiuso, come simbolo per le attività commer-ciali del centro storico da riqualificare. Infine, la grande novità: l’ex caserma dell’esercito ‘Pozzuoli del Friuli’, struttura mai stata riaperta dalla sua chiusura nel 1996. Tutti i luoghi del festival saranno accessibili anche alle persone con disabilità.

Saranno due weekend che trasformeranno ancora una volta Ferrara in un collettivo laboratorio fotografico, grazie al ricco programma che comprende, oltre alle mostre, concorso, workshop, letture portfolio, visite guidate, talk, presentazioni, proiezioni, reading, dj set e laboratori per bambini.

Per il programma completo clicca qui 

 

Robert Mapplethorpe: il grande anticonformista senza tempo

Robert Mapplethorpe, White Gauze, 1984 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Fotografia e danza in dialogo tra loro, unite dalla medesima matrice performativa: è questo il concept della mostra che Madre – museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli dedica a Robert Mapplethorpe, uno dei maestri della fotografia del Novecento, morto nel 1989 a soli quarantatré anni. Curata da Laura Valente e Andrea Viliani, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation, l’esposizione vuole creare un confronto tra l’azione del “fotografare” in studio (nell’implicazione autore / soggetto / spettatore) e del “performare” sulla scena (nell’analoga implicazione performer / coreografo / pubblico). «Le opere del fotografo americano non erano mai state poste in un confronto diretto, prima d’ora, con quell’evidente componente performativa che sembra animarle», spiegano i curatori. «L’obiettivo di questa mostra, dunque, è di coniugare l’aspetto espositivo e quello fotografico, attraverso il coinvolgimento di artisti che, per tutta la durata della mostra, realizzeranno interventi site specific in dialogo con le opere e con le suggestioni che esse evocano». Preceduta da un’Ouverture, dove  ammirare le due “muse” – femminile e maschile – mapplethorpiane, Patti Smith e Samuel Wagstaff Jr., la mostra-coreografia si snoda in tre sezioni: nella prima il pubblico è condotto sul palcoscenico, fra ballerini, atleti, body-builder, modelle e modelli; nella seconda ci si sposta in un’immaginaria platea, attraverso decine di ritratti che immortalano le amicizie del fotografo e restituiscono un affresco collettivo del jet-set internazionale fra gli anni Settanta e Ottanta del Ventesimo secolo; chiude il percorso una sequenza di autoritratti di Mapplethorpe.

Madre
Via Settembrini 79, Napoli
www.madrenapoli.it

Sebastiao Salgado: “Africa” la mostra gratuita a Reggio Emilia

© Sebastião SALGADO
© Sebastião SALGADO

L’uomo è al centro della sua opera. Da oltre quarant’anni investiga le tematiche sociali più urgenti per comprendere l’essere nella contemporaneità. Un’esplorazione che intreccia i diritti dei lavoratori, la povertà, gli effetti distruttivi dell’economia di mercato nei Paesi in via di sviluppo. Riguardo al suo progetto Genesi ( per leggere l’articolo clicca qui) , il più grande fotografo dei nostri tempi così lo definisce: «Un tentativo di antropologia planetaria. Nato per documentare angoli del globo ancora non aggrediti dall’inquinamento e dall’economia selvaggia. Ma anche per proporre alle nuove generazioni l’immagine di un rapporto equilibrato, possibile, fra uomo e natura». In altre parole, Genesi è un grido di allarme che assume la forma di preghiera tradotta in immagini: non possiamo più consumare il nostro pianeta. Le risorse naturali sono allo stremo. Occorre fermarsi e ripensare ai modelli di consumo e di sviluppo.Lui, economista di formazione e con una forte esperienza professionale all’ONU, per dire tutto questo sceglie il linguaggio che gli appartiene in maniera più naturale: la fotografia. Così, sfogliando il catalogo monumentale o seguendo il percorso delle sue mostre, è possibile affrontare un viaggio unico e straordinario attorno al globo, dalle foreste tropicali dell’Amazzonia al Congo, dall’Indonesia alla Nuova Guinea, dai ghiacciai dell’Antartide ai deserti dell’America e dell’Africa. E Salgado, nel concreto, svela una parte del suo privatissimo album di famiglia che si compone di uomini che non conoscono la tecnologia, ma anche di animali, incredibilmente scampati al mondo contemporaneo. Un album, il suo, che racconta di zone remote nelle quali la natura ha ancora il sopravvento. A prevalere, dentro quelle fotografie, sono le emozioni: cerchi concentrici che esplorano la condizione umana. Vincitori e vinti, speranze e delusioni. Aspettative e convinzioni. Insomma, quelle di Salgado sono immagini che assomigliano sempre di più ai sentimenti. A pensieri paralleli che, capaci di trasportare l’immensità e il dramma, si fanno sguardi consapevoli.
La sua arte, è stato detto, è un umanesimo narrato con la fotografia.

Africa, la mostra di Sebastiao Salgado

Sebastiao Salgado espone per la prima volta a Reggio Emilia con una selezione di 100 fotografie, riunite nell’esposizione Africa, che sarà accessibile a titolo gratuito, nei due luoghi di cultura contemporanea reggiani, Caffè letterario Binario49 di via Turri e Spazio Gerra di piazza 25 Aprile. Curata da Lélia Wanick SalgadoAfrica è una retrospettiva su trent’anni di reportage realizzati a partire dagli anni Settanta nell’Africa sub-sahariana, ripercorrendo l’esperienza dell’autore nel continente africano.
Al Binario49 sarà in mostra il lavoro realizzato nei viaggi e nelle esplorazioni di Salgado tra il 1974 e il 2005 nel sud del continente tra Mozambico, Malawi, Angola, Zimbabwe, Sud Africa, Ruanda, Uganda, Congo, Zaire e Namibia; allo Spazio Gerra invece, i reportage realizzati dal 1973 al 2006 nelle regioni dei Grandi laghi tra Repubblica democratica del Congo, Burundi, Tanzania, Zaire, Kenya Ruanda e nelle regioni sub-sahariane Mali, Sudan, Somalia, Chad, Mauritania, Senegal, Etiopia.

Africa, la mostra di Sebastiao Salgado: informazioni

SEBASTIÃO SALGADO – AFRICA
A cura di Lélia Wanick Salgado
Reggio Emilia, Fino al  24 marzo 2019
Binario49 – via Turri 49, Reggio Emilia www.b49.it | info@b49.it | 347.5889449
Spazio Gerra – piazza 25 Aprile, Reggio Emilia www.spaziogerra.it | 0522.585654

 

Robert Doisneau: un fotografo da ascoltare

Juliette Gréco Saint-Germain-des-Prés 1947 © Atelier Robert Doisneau

La mostra Doisneau et la musique , in corso a Parigi, propone sorprendenti incroci tra l’autore e il mondo delle note. Nominare Robert Doisneau significa evocare quel realismo poetico tipicamente francese, per non dire parigino, fatto di dolcezza, ironia, complicità, poesia e tenerezza.
Un approccio molto amato dal pubblico quanto, talvolta, stigmatizzato da alcuni critici intransigenti come troppo zuccherato. Una declinazione molto riconoscibile del reportage – è street photography? – che ha visto all’opera magnifici flâneurs come Édouard Boubat, Willy Ronis, Iziz e altri. Stiamo parlando, in ogni caso, di grandi fotografi ricchi di cultura visiva e di sensibilità. Doisneau è, tra loro, sicuramente il più conosciuto anche grazie o per colpa del famigerato bacio all’Hotel de Ville, foto-icona dell’amore riprodotta ovunque, su tazze e cuscini da regalare a San Valentino. Pochi però, fino a oggi, hanno stilato un bilancio di quanto le sue strade abbiano intercettato quelle della musica. Bilancio e panoramica ora forniti da una mostra molto originale e intrigante, dal titolo Doisneau et la musique , con oltre 200 fotografie esposte a Parigi, fino al 28 aprile, presso la Cité de la musique – Philharmonie de Paris.

Fotografia e musica: Robert Doisneau

Il percorso è diviso in sezioni specifiche, tutte comunque con un occhio rivolto alla musica: la strada, gli studi di registrazione, il violoncellista Maurice Baquet, il jazz, gli anni 80-90. Proprio la strada dei sobborghi parigini nel dopoguerra è quel teatro di vita dove Doisneau attinge e dove la musica è ingrediente pervasivo di vite semplici, povere, ma anche allegre e poetiche, abitanti di un’Europa stremata dalla guerra da poco finita, ma felice di tornare alla vita e speranzosa nel domani. Orchestrine, bande, locali fumosi dove una fisarmonica fa la differenza, e poi il jazz, i balli in piazza. Insomma, l’amore per la musica nasce in Doisneau insieme all’amore per le persone. Come quando una domenica mattina incontra l’anziana artista di strada Madame Lulu che canta accompagnata da una giovane alla fisarmonica e le segue a lungo per le periferie dove si esibiscono in strada e nei bistrot, chiedendosi perché mai avessero deciso di andare proprio là dove nessuno ha un soldo in tasca. La sua carriera va avanti e conosce un sempre maggior successo, così s’infittiscono le collaborazioni giornalistiche. Tra gli argomenti trattati ritorna spesso la musica: dalla strada entrerà negli studi di registrazione per ritrarre i maggiori musicisti al lavoro, mentre a Saint-Germain-des-Prés avrà l’occasione di fotografare, tra gli altri, Juliette Gréco, Yves Montand, Charles Aznavour. Proprio a Saint-Germain, mitico quartiere di intellettuali e artisti sulla Rive Gauche, Doisneau aveva conosciuto il poeta Jacques Prévert di cui sarà amico e complice per la vita. A proposito di Juliette Gréco, ecco una curiosità: nella foto che pubblichiamo, realizzata nel 1947, la cantante ha solo 21 anni e ha con sé un cane di nome Bidet, allora molto noto a Saint- Germain in quanto si esibiva sul palco del Théâtre Montparnasse al fianco di Gérard Philippe nello spettacolo di Alfred Savoir Le Figurant de la Gaîté . Altra serie organica è quella nata nel 1961 quando Doisneau immortalò molti compositori, tra cui Pierre Boulez, Pierre Schaeffer, Henri Dutilleux e André Jolivet, un’amicizia nel 1944 che durò per oltre cinquant’anni. Un legame fatto principalmente di risate. Il libro – una favola fotografica leggera e spassosa – a ben guardare si rivela un laboratorio denso di magia e di sperimentazioni realizzate tramite effetti speciali, fotomontaggi, collage, deformazioni. Il musicista Baquet, nelle foto del libro, utilizza il suo violoncello in mille situazioni comiche e sorprendenti, ora galleggia come una barca, ora scivola sulla neve come una slitta e così via. Ma se le foto di questa mostra evocano una musica da “ascoltare con gli occhi”, che ruolo ha la ognuno nel proprio spazio di lavoro, nell’ambito del reportage L’avventura della musica nel ventesimo secolo  commissionato dalla rivista Le Point . Un discorso a parte merita il capitolo che nasce da un’amicizia, da un pizzico di follia, dalla voglia di giocare e dalla sperimentazione creativa: Ballata per violoncello e camera oscura . È questo il titolo di un libro uscito nel 1981, ma concepito molti anni prima. “Quando le nostre strade si sono incrociate, ho trovato il mio maestro di felicità” disse Doisneau di Maurice Baquet, violoncellista, attore, sciatore, col quale nacque musica da ascoltare con le orecchie? Onore al merito quando, come hanno proposto i curatori in questo caso, si cerca una via per rendere davvero una mostra – come sempre dovrebbe essere – un’esperienza. Dunque, Doisneau et la musique  ha perfino una sua colonna sonora originale appositamente realizzata dal gruppo dei Moriarty, mentre durante tutto il periodo di svolgimento dell’esposizione, tra concerti e incontri dedicati al rapporto tra Doisneau e la musica, c’è anche uno spettacolo teatrale che s’intitola proprio Ballata per violoncello e camera oscura.

Di  Leonello Bertolucci
dal numero 312 de Il Fotografo 

Terra Mala: nella Terra dei Fuochi. Il reportage che indaga il legame tra inquinamento e malattie

Anna Russo, tre anni, combatte una leucemia linfoblastica acuta. Casoria, Napoli, 2016 © Stefano Schirato

Aprendo una riflessione su un tema ambientale di scottante attualità, il Museo Diocesano Tridentino ospita Terra Mala. Viaggio nella Terra dei Fuochi, reportage di Stefano Schirato che indaga il legame tra inquinamento e malattie causate da condizioni ambientali malsane in quell’area della Campania compresa tra le province di Caserta e Napoli nota come “Terra dei Fuochi”. Da anni impegnato in questo progetto, per la mostra l’artista ha selezionato quaranta immagini iconiche tra le molte testimonianze che ha raccolto grazie all’aiuto di padre Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo al Parco Verde di Caivano e uno dei principali attivisti della zona.

Museo Diocesano Tridentino
Palazzo Pretorio, Piazza Duomo 18
Fino al 6 Maggio

www.museodiocesanotridentino.it

Franco Fontana. Sintesi. In mostra alla Fondazione Modena Arti Visive

© Franco Fontana - Spagna, 1985

Fondazione Modena Arti Visive rende omaggio a Franco Fontana, uno fra gli artisti italiani più importanti e celebrati a livello internazionale. Una grande mostra, divisa in due sezioni e in tre diverse sedi espositive, ripercorre gli oltre sessant’anni di carriera del fotografo modenese. La prima parte, a cura della direttrice della Fondazione Diana Baldon, mette in scena circa trenta opere – molte inedite – realizzate tra il 1961 e il 2017 che sintetizzano quella che è la cifra stilistica ed espressiva dell’artista, dove il colore è sempre elemento centrale. Dai vivaci paesaggi naturali alle composizioni geometriche urbane, fino ai viaggi negli Stati Uniti, a Cuba e in Kuwait, c’è tutta l’essenza artistica di Fontana. La seconda parte, a cura dell’artista stesso, presenta circa centoventi fotografie selezionate da un ricco fondo di opere che l’artista ha donato al Comune di Modena e alla Galleria Civica. Questa sezione racconta le relazioni di Fontana con colleghi di tutto il mondo, dalle sue amicizie agli affetti di cui è circondato.

 

FRANCO FONTANA. SINTESI

Galleria Civica di Modena
Corso Canalgrande 103, Modena
Palazzina dei Giardini, Corso Cavour 2, Modena,
MATA, Via della Manifattura dei Tabacchi 83, Modena

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