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La bulimia di immagini e il vero senso del fotografare

La bulimia di immagini

C’è chi la chiama photo generation o più scientificamente era dell’homo photographicus. Ma la sostanza non cambia: viviamo un tempo dominato dall’immagine. Quello che profeticamente Paul Valéry prefigurava, nel 1928, nella Conquista dell’ubiquità: come l’acqua o il gas raggiungono le nostre case senza sforzo da parte nostra, così verrà il giorno in cui ci nutriremo di immagini, che nasceranno e si spegneranno automaticamente. Prima è arrivata la tv, poi i telefonini. Così, smartphone alla mano «scatto foto», «mi faccio un selfie», «posto una foto», dunque sono. Dunque, appaio. Dunque, comunico per immagini – tramite Facebook, Instagram o altri social – cosa sto facendo, dove mi trovo, quello che mi piace e mi mostro per come voglio essere visto. Anche le pubblicità dei telefonini sono virate sulla camera che montano: telefonare è l’ultimo dei bisogni, tanto parliamo per immagini. Così se Mao ci insegnava che “un’immagine vale più di mille parole”, ora non bastano mille foto per dire una parola. Ma sono vera fotografia? Cosa raccontano milioni di immagini che scorrono ogni giorno sui display di telefoni, tablet e pc di tutto il mondo? Cosa resterà domani di questo flusso visivo continuo? Il risultato, mi disse in un’intervista Ferdinando Scianna, è che «non abbiamo più gli album di famiglia» e «stiamo perdendo la memoria»: abbiamo dentro i telefoni e i computer migliaia di immagini che si accumulano e non vediamo, che non si stampano e quindi, di fatto, non esistono. Arrivando al clamoroso paradosso del fotografo di Bagheria: «La fotografia sta morendo per eccesso di successo». Forse non è o non sarà così. Ma di fronte a tutto questo delirio è il caso di fermarsi, di riflettere sull’uso (o sull’abuso) della fotografia, facendoci guidare e “nutrire” dagli scatti realizzati con strumenti e tempi analogici dai grandi maestri della fotografia, dallo stesso Scianna a Gianni Berengo Gardin e Mario Dondero, da Letizia Battaglia a Francesco Cito, da Giovanni Chiaramonte a Franco Fontana, Giorgio Lotti e tanti altri, una generazione che ha «l’occhio per obiettivo» e «scatta con la testa».

La bulimia di immagini: fotografie che resistono al tempo, ci dicono chi siamo, da dove veniamo

Fotografie che resistono al tempo, ci dicono chi siamo, da dove veniamo. Narrando anche semplicemente la straordinarietà del quotidiano, la sua «casualità felice», come faceva l’umanista francese Willy Ronis. Cos’è un bambino che corre con una baguette sotto braccio se non l’immagine della felicità di ogni giorno? Potrebbe essere una delle tante foto che scattiamo ai nostri figli. Ma quella foto è un simbolo. È una. E parla davvero a tutti. La grande attenzione che c’è attorno alla fotografia, al tempo del «siamo tutti fotografi» – che si coglie nella partecipazione di pubblico e appassionati agli innumerevoli festival (forse anche troppi adesso) – ha per fortuna i suoi vantaggi: è innanzitutto una grande opportunità di riscatto per un’arte o un genere considerato spesso e a torto “minore”. E può essere anche l’occasione per educare alla fotografia, per riappropriarsi del significato autentico del termine “fotografare”: come scrivere con la luce al tempo del digitale e della fotografia telefonica, come dare valore a ogni singola immagine. Basterebbero delle buone e semplici pratiche: fotografare come se avessimo un rullino in macchina, tornare a “sviluppare” e a stampare le foto che più ci piacciono delle nostre giornate, creare degli album delle vacanze e dei momenti importanti, dotarci di un galateo per l’uso dei telefonini (e degli stick), con meno faccioni e più testa, tenendoli in tasca quando forse non è proprio il caso di usarli. Su questo, c’è un dato incoraggiante che riguarda sorprendentemente i giovani: il boom della fotografia istantanea. Che non è il vintage dei “nostalgici” delle vecchie Polaroid. No, è l’esigenza di avere il ricordo in mano da parte dei cosiddetti Millennials. Il selfie, ma analogico. Ragazzini che vanno in giro con macchinette sempre più accattivanti, con pochissimi e costosi scatti. Una fotografia “alternativa” che costringe a pensare, prima di scattare, al tempo della bulimia di immagini digitali. Buon segno. E chissà che il paradosso di Scianna non venga smentito proprio da loro.

A cura di Giuseppe Matarazzo

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