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Intervista a Stephanie Gengotti: come si racconta la felicità

Stephanie-Gengotti, Circus Love, Les-Pàcheurs de Ràves, 2017

Stepanie Gengotti con il progetto Circus Love –  The magical life of Europe’s Family Circuses mostra la quotidianità dei piccoli circhi itineranti, concentrandosi sui legami affettivi che reggono l’equilibrio di queste comunità fuori dal tempo. Dopo il trionfo all’ottava edizione del festival Happiness ONTHEMOVE (ve ne avevamo parlato qui), l’abbiamo incontrata per capire come sia riuscita a tradurre l’intensità dei rapporti umani in immagini sapientemente costruite nella loro spontaneità.

Stephanie Gengotti e il progetto Circus Love

Come è iniziato il progetto Circus Love? «La redazione di un magazine femminile mi chiese di fare dei ritratti a due coppie di artisti del Cirque Bidon, un circo francese contemporaneo parte del movimento Cirque Nouveau, nato negli anni Settanta in contrapposizione al circo tradizionale. Circhi senza animali esotici e condotti da piccoli nuclei familiari. In scena, storie scritte da loro e raccontate anche attraverso la poesia di musiche originali. Ci si siede tra il pubblico, le luci si abbassano e si viene trascinati in un racconto ipnotico di suoni, acrobazie, danza e recitazione. Varcando la soglia di quel mondo diverso ebbi la sensazione di entrare in una bolla spazio temporale, come se l’orologio avesse smesso di scandire il tempo, per lasciare il passo a un’epoca sospesa e onirica. Mi coinvolse al punto di voler raccontare il sogno e la bellezza di un mondo girovago, lontano dalla velocità di un’esistenza eccessivamente tecnologica. Iniziai così la mia ricerca e scoprii una serie di festival europei che accoglievano le realtà dei piccoli circhi, come il festival di Avignone in Francia, o Tutti Matti per Colorno in Italia. La mia avventura è iniziata proprio da quest’ultimo».

Quanto di reale e spontaneo sei riuscita a fotografare di questi personaggi così abituati a indossare delle maschere e calcare i palcoscenici? «Amo il cinema e la messa in scena ne è la naturale conseguenza. Li coinvolgo condividendo con loro la tavola, le pause, parlando come fossi anch’io parte del circo, fino al risultato di una spontanea collaborazione dove set e costruzione dell’immagine altro non sono che la rappresentazione del loro vissuto. Si crea un’atmosfera di leggerezza e di gioco, come l’idea di far indossare i miei vestiti a uno di loro per un ritratto di gruppo, un modo per essere anch’io parte della storia. La messa in scena spesso viene però sorpresa dalla casualità di un momento inaspettato dove il controllo lascia spazio all’imprevisto».

L’approccio alla fotografia e i progetti futuri

Qual è stato il motivo che ti ha spinto a intraprendere questo lavoro? «Era il 1998 e per superare il grande dolore della perdita di mia sorella avevo deciso di fare la cosa che da sempre mi rendeva felice: viaggiare. Mi trovavo in Sud Africa quando, al tramonto su una spiaggia, ho visto un uomo in piedi su una scogliera e la sua ombra proiettata sulla sabbia. L’ho fotografato. In quel preciso istante ho capito che quello sarebbe stato il mio destino e che non avrei potuto fare altro. Poco dopo conobbi Erico Menczer, grande direttore della fotografia del cinema, che mi insegnò a osservare il mondo attraverso l’obiettivo e a comprendere la luce».

Come mai nei tuoi lavori ritorna spesso questa tua intenzione di rappresentare lo status di comunità? «Sono attratta dai nuclei familiari numerosi perché la mia è una famiglia numerosa, ma divisa dai cinque continenti. Non ho vissuto quel senso di protezione e aggregazione, il sentirsi parte di un nucleo così coeso. Forse è stata proprio la mancanza di questa condivisione ad accompagnarmi verso il naturale amore per le comunità».

A un lavoro sulla tua famiglia ci hai mai pensato? «Sì, è un’idea sulla quale sto riflettendo. Sarà un lavoro che ne ripercorrerà la storia, un percorso generazionale a ritroso che toccherà continenti diversi. Un progetto che però non ho ancora iniziato»

L’intervista completa di Francesca Orsi è presente nel numero 319 de Il Fotografo, ancora per pochi giorni in edicola! Per la versione digitale clicca qui.

Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950

Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.

Osservatore curioso, narratore fantastico, Doisneau ha raccontato il mondo che lo circondava con una naturale dolcezza rimasta, ancora oggi, ineguagliata.
Ha immortalato la vita quotidiana che scorreva leggera su una Parigi elegante e ordinaria, raccontando i gesti semplici e spontanei delle persone, con le loro anime generose e gli sguardi sfuggenti.
Con le sue immagini, ci accompagna all’interno di un mondo ideale, popolato da uomini e donne incontrati per strada, senza forzature e senza comunque rinunciare mai a riflessioni autentiche e profonde sull’umanità.
Uomo dallo spirito indipendente, nella sua carriera ha prodotto un numero incredibile di opere fotografiche che rivelano non solo i suoi retroscena professionali, ma parlano anche del Doisneau uomo, lasciando emergere i tratti più intimi della sua personalità libera e un po’ selvatica.
Nei suoi ritratti di negozi e botteghe, bambini che giocano, vie del centro, i luoghi d’amore feste e quotidianità emozionale, si riconosce la volontà di sviluppare dei “reportages sull’umanità”, per restituire vitalità a un mondo flagellato dal ricordo cupo della Seconda Guerra Mondiale

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che
questo mondo può esistere.

 

L'information scolaire, Paris 1956
L’information scolaire, Paris 1956

Doisneau è stato capace di raccontare storie in luoghi dove apparentemente non c’era nulla da vedere, con un mix tra esperienza istantanea e spontanea ed esperienza vissuta, costruita ad hoc con modelli e attori; è un “falso testimone” della realtà per la sua abilità nel fotografare il mondo come voleva che fosse: una realtà ideale intima che non esiste nel reale.
Istintivo, poco razionale, si affidava al caso e amava l’improvvisazione lavorando con un canovaccio, senza mai affidarsi a un copione definito.
Il suo rifiuto per l’esotismo e per il reportage impegnato lo rese un fotografo spontaneo, anche quando costruiva una realtà artificiale; nonostante questa avversità per la cateogrizzazione, era un uomo dalla personalità elastica e benevola, gentile e indipendente.
Il suo unico nemico era l’autorità: Doisneau era un fautore convinto della libertà creativa e individuale, amante di una finzione sempre e direttamente improntata alla realtà. La sua visione del mondo era priva di schemi preordinati, si presentava solo con una
forte e spontanea volontà di sviluppare una ricerca profonda dell’uomo e
dell’umanità, vagando “a casaccio” per Parigi e scattando là dove trovasse un qualcosa da raccontare.

La diagonale des marches, Paris 1953
La diagonale des marches, Paris 1953

Inizia a fotografare fin da giovane e acquista una Rolleiflex 6×6 che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1931 diventa assistente del fotografo André Vigneau che lo introduce all’ambiente fotografico del tempo e qualche anno più tardi diventa fotografo per le officine Renault: per lui questo è l’inizio ufficiale della sua carriera.
Durante gli anni tragici della guerra documenta gli anni bui e tristi per tutto il Paese, collaborando con la resistenza; è lui a fotografare il corteo di liberazione con a capo De Gaulle e dopo il conflitto lavora per varie riviste pubblicando numerosi reportages.
Proprio in questi anni di rinascita sviluppa il suo reportage umanistico, in cui l’uomo è sempre
protagonista dell’immagine.
Nel 1946 crea il gruppo dei XV insieme a grandi fotografi del tempo come Jean Michaud, Marcel Bovis, Henri Lacheroy e Willy Ronis: un gruppo eterogeneo ma ricco di molti stili differenti, con l’obiettivo di dare dignità alla fotografia e creare una poetica tutta parigina.

Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E’ una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.

Negli anni che seguono il lavoro diminuisce, e Doisneau riesce a dedicare più tempo alle sue ricerche; dai lavori grafici ai fotomontaggi, da esperimenti come quello della Tour Eiffel deformata, fino alla grande documentazione sulla trasformazione del quartiere Les Halles.
L’ ultimo importante incarico che lo vede protagonista è dato dalla partecipazione al progetto della DATAR (Delegazione interministeriale alla gestione del territorio e all’attrattiva regionale) un progetto creativo che lo vede impegnato insieme ad altri 14 grandi fotografi europei, tra i quali Gabriele Basilico e Raymond Depardon, per la documentazione di paesaggi, luoghi di vita e lavoro della Francia del 1980. Una vera e propria consacrazione per Doiseanu che in questo caso si affida all’immagine a colori per descrivere il cambiamento triste e degradante delle periferie negli anni.

Autoportrait au Rolleiflex, 1947
Autoportrait au Rolleiflex, 1947

 

Massimo Vitali: l’irresistibile richiamo del paesaggio

Piscinao de Ramos 2012 © Massimo Vitali
Nella produzione fotografica di Massimo Vitali si riconosce un percorso in cui la biografia e l’esperienza professionale s’intrecciano con la poesia dell’irrazionale e la fascinazione del caso. Negli anni Sessanta, la carriera foto-giornalistica è già brillantemente avviata nelle file dell’agenzia inglese Report e di quella italiana Grazia Neri, senza però registrare quel grado di soddisfazione che fa amare un mestiere. Quindi, senza mai abbandonare definitivamente la fotografia, inizia l’esperienza del cinema, prima come operatore alla macchina da presa realizzando documentari, pubblicità e qualche fiction e poi, brevemente, come direttore della fotografia. Nei primi anni Novanta, un evento inatteso procura un cambiamento radicale nella prospettiva dell’uomo e del fotografo: il furto della sua preziosa attrezzatura. Dopo lo spiacevole incidente, Massimo Vitali rimane con una sola fotocamera, un banco ottico 20×25, la cui ingombrante struttura avrebbe contribuito a complicare irrimediabilmente il suo rapporto con il reportage. Ed ecco che, spinto da una doppia necessità, tecnica e di ricerca, inizia a vedere nell’utilizzo del grande formato le enormi potenzialità espressive e interpretative dell’osservazione lenta e meditata. In primo luogo, capisce subito che avrebbe dovuto alzare il punto di vista per ottenere l’immagine con la nitidezza e il fuoco desiderati. Realizza, con l’aiuto di un artigiano, un cavalletto speciale molto alto e finalmente riesce a vedere il mondo come aveva sempre desiderato osservarlo. In quel momento anche la percezione del colore inizia a cambiare e assume progressivamente le note tenui e delicate del paesaggio e della sua vitale componente umana.

Massimo Vitali: Una nuova coscienza visiva

Lontano dalle breaking news e dalla cronaca, Massimo Vitali  trova la dimensione ideale del suo pensiero. La posizione elevata del suo punto di vista diventa presto un rifugio, un riparto da cui osservare attentamente il mondo, cercare di comprenderlo e rappresentarlo con la fotografia. «Trovato il luogo, si deve cercare il punto in cui posizionarsi per essere esattamente silenziosi e invisibili. Poi bisogna aspettare. Ma quando dico aspettare, non mi riferisco all’attesa dei fotografi del momento decisivo. Nella vita di tutti i giorni tutti i momenti sono decisivi e al momento stesso privi di spettacolarità. Aspettare significa riempire gli spazi, mettere in contatto gli occhi, creare dei cortocircuiti, ordinare i colori».

<<LE PANORAMICHE PRODOTTE IN SERIE SULLE SPIAGGE E ALTRI CARATTERISTICI LUOGHI D’INCONTRO, COME LE PISCINE E LE DISCOTECHE, RAPPRESENTANO L’EMBLEMA DEI NOSTRI TEMPI: FIUMI DI PERSONE SENZA META, ALLA CONTINUA RICERCA DI NUOVI PUNTI DI RIFERIMENTO>>

Con queste parole è l’autore stesso a svelare la sua rinnovata ispirazione. L’urgenza emotiva dell’attesa, che ordina e chiarisce i pensieri, lo porta progressivamente alle ampie vedute di spiagge, coste e bagnanti per cui è divenuto famoso in tutto il mondo. Per entrare più a fondo nell’opera di Massimo Vitali è necessario esplorare le origini della sua visione e cogliere quei cortocircuiti che ne definiscono la poetica e l’identità. Nelle sue fotografie, lo sguardo si perde nell’immenso chiarore del mare e del cielo. Qui una folla umana si ferma al sole e, estasiata dalla vista che si estende davanti agli occhi, sembra occupare e contendersi lo spazio circostante. L’immaginario così descritto richiama subito alcuni modelli di rappresentazione su cui l’autore sviluppa l’efficace discorso visivo che lo impegna per tutto l’arco della sua produzione artistica. Tornano alla memoria le cartoline, specie quelle degli anni Ottanta e Novanta, che identificano il paesaggio italiano nello stereotipo di un territorio a tratti pittoresco, ma sempre uguale a se stesso. L’immagine commerciale e standardizzata del territorio, quella che, per intenderci, mostrava al grande pubblico (dentro e fuori i confini nazionali) il nuovo volto del Paese, offre a Massimo Vitali l’occasione per riflettere sul cambiamento in atto sul nostro paesaggio e sulle nostre abitudini sociali. I riferimenti dell’autore sono quelli conosciuti ai più: la scuola di Düsseldorf e la scuola italiana del paesaggio, già punti di riferimento per l’indagine fotografica dell’era post-industriale.

 

 

Alessandro Belgiojoso: Corea, un viaggio impossibile?

di Giovanni Pelloso


Con la fotografia ha cercato di unire due nazioni. Dall’estremo Nord, al confine con la Cina, all’estremo Sud, guardando il mare che conduce in Giappone

Nel 2004 è tra i pochi fotografi occidentali a entrare in Corea del Nord con l’intenzione di esplorare le anime di un Paese sconosciuto e capace, con la politica, di tenere in scacco il mondo. Questo luogo isolato e impenetrabile, Alessandro Belgiojoso l’ha eletto da oltre dieci anni a territorio di ricerca. Un progetto che, successivamente, si è esteso alla Corea del Sud, in un confronto e in un dialogo tra le diversità, sia nell’accezione geo-politica che sociale. Il suo merito è stato, anzitutto, di non aver mai assunto delle posizioni pregiudiziali e propagandistiche, ma di aver vestito i panni, prima, dell’osservatore e, poi, del narratore. In pochi anni è riuscito a dare vita a un mosaico composito e rivelatore, grazie a un viaggio investigativo che non è rimasto sulla superficie, ma che è stato condotto con consapevolezza e coscienza.

Com’è nata quest’avventura coreana?
«Come tutte le belle cose è nata un po’ per sbaglio e un po’ per scherzo. Nel 2004, ero con alcuni amici in cima a un vulcano in Kamchatka. Davanti a noi, il Pacifico. A un certo punto, con la neve alle ginocchia, qualcuno disse: «Il mondo è finito qui». Sentivamo, in qualche modo, di aver esaurito l’esplorazione orizzontale delle terre ignote. Si pensò che si dovesse fare un viaggio più verticale, forse più meditativo, per essere ancora più lontano da casa. Non ricordo chi, in quel momento, accennò alla Corea del Nord. All’epoca era ancora più chiusa di quello che può sembrare oggi. Era un vero e proprio miraggio. Quest’idea rimase a sedimentare nella mia testa durante l’inverno per poi, l’estate successiva, vederci riuniti alla volta di questa meta enigmatica. Scoprii un mondo silenzioso e ordinato, molto diverso dal nostro, quello Occidentale. Rimasi una settimane e realizzai una serie di fotografie. Tornato in Italia, composi un portfolio e lo portai alla Portfolio Review di Dallas. Lì, l’ultimo giorno, incontrai un curatore tedesco. Salutandomi, volle portare con sé il mio cd. Poco dopo mi invitò alla Daegu Photo Biennale, in Corea del Sud, chiedendomi di esporre le immagini sulla Corea del Nord. Per l’epoca era una novità assoluta».

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Il nuovo quartiere verticale di Pyongyang, sorto accanto alla zona residenziale riservata alle autorità, cioè ai vertici delle forze armate, è destinato al popolo e agli artisti meritevoli. Sotto l’edifico sorge un centro commerciale con negozi e ristoranti frequentato da giovani. Una delle domande che si pongono gli osservatori, che costantemente s’incontrano sotto mentite spoglie quando visiti il Paese, è se questa nuova élite che rappresenta il futuro della nazione sarà in grado di essere il motore del cambiamento o se si allineerà ai propri privilegi, confermando lo status quo.

E gli sviluppi successivi, quali furono?
«Rientrato in Italia, mi confrontai con l’editore Brioschi – stavo progettando un libro – e lui mi invitò a pensare alla Corea nel suo intero. A dedicare la mia ricerca, se vogliamo, a un Paese che non esiste, visto che è diviso in due dalla storia recente, anzi, da una guerra – ricordo che non è mai stato firmato un trattato di pace –, ma che, al contempo, è unito da una storia millenaria. Ho elaborato questo concetto della Corea, un viaggio impossibile? perché, nell’impossibilità fisica di passare da una parte all’altra del Paese, volevo, grazie alla finzione della fotografia, ricongiungere due realtà separate e distanti. Ancora oggi quel confine risulta una barriera invalicabile – è tra le più controllate militarmente – anche se, materialmente, è segnato da una fila di piastrelle. Per passare da una Corea all’altra, non vi è altro modo che transitare da Pechino. Servono due giorni».

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Ero a Kaesong, la città più meridionale del Paese, in occasione della Marcia Internazionale per la Pace del 2013. Organizzata dal governo di Pyongyang, furono invitate delle delegazioni dei Paesi non allineati insieme a reduci di guerra americani e a monaci buddisti. Per alcune ore si ascoltarono dei discorsi anti imperialisti, si inneggiava alla fine delle ostilità della guerra scoppiata nel lontano 1950 – quella con la Corea del Nord –, di cui non è mai stato firmato un vero trattato di pace, ma solo un armistizio nel 1953: le due potenze sono, formalmente, ancora in guerra.

Tante mostre e conferenze. Qual è l’episodio recente di maggior soddisfazione?
«Grazie al nostro ambasciatore in Corea del Sud, il libro è giunto nelle mani del curatore del padiglione coreano alla Biennale di Architettura di Venezia del 2014. Ho partecipato con altri artisti e ricercatori alla rappresentazione della complessità di un Paese diviso – ricordo che il titolo era Crow’s Eye view –. La grande soddisfazione è giunta con l’assegnazione del Leone d’Oro. Tutte le opere presenti hanno contribuito a dar vita a un complesso e contradditorio modo d’interpretare la modernità di un Paese spaccato in due. Attraverso l’architettura e la lettura del paesaggio, Seoul e Pyongyang, seppure tanto diverse, finiscono a volte per assomigliarsi. Inattesa, quanto gradita, è stata la richiesta di accompagnare l’ambasciatore della Corea del Nord in visita al padiglione nazionale. Se pensiamo che ogni sede gode dei diritti di extraterritorialità – è come un’ambasciata – ho assistito a un fatto unico e storico».

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È uno degli angoli più trafficati di Seoul. Siamo nei pressi della stazione ferroviaria, nel quartiere di Yongsan-gu. Quest’immagine è l’emblema dell’operosità coreana. In questi decenni, la Corea del Sud è stata protagonista di un’importante crescita economica, superando l’Italia nelle classifiche dei Paesi più sviluppati del mondo. Nella capitale hanno il loro quartier generale importanti multinazionali, quali la Samsung, la Hyundai, la LG, la Daewoo e la Kia Motors. Malgrado la forte competitività a cui sono sottoposti gli individui sin da bambini, il sorriso non manca mai sui loro volti.

Dopo dieci anni, il progetto prosegue ancora?
«Il lavoro che sto affrontando in questi mesi riparte proprio da lì, dalle fotografie viste ai Giardini della Biennale. L’architettura diviene, in questo momento, per me, una sorta di ponte ideale per porre in contatto due nazioni, per poter offrire un’articolata lettura in merito alla memoria e all’identità».

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Seoul Tower. Posta a un passo dal cuore della città, all’interno di un quartiere panoramico, la terrazza dei lucchetti dell’amore è una delle attrazioni turistiche della capitale. Da qui si sovrasta la megalopoli, con milioni di luci a perdita d’occhio sui due lati del fiume Han. Il romanticismo coreano è ai nostri occhi un po’ naïf, ma fa parte della formalità di un popolo dalle tradizioni molto antiche. I giovani coreani del Sud vivono in un mondo libero rispetto ai cugini del Nord, ma con delle pressioni sociali molto forti data l’estrema competitività della società contemporanea.

BIO
Nato a Milano nel 1963, ha vissuto e lavorato in Italia e all’estero. Dal 2005 focalizza la sua ricerca su tematiche relative all’esplorazione del concetto di confine. Il progetto Corea, un viaggio impossibile? è stato esposto in Italia e all’estero – oggi è anche un libro (Brioschi Editore) –. È uno dei pochi fotografi occidentali ad aver avuto una personale in Corea del Nord. Alcune delle sue immagini sono state scelte per il Padiglione della Corea, vincitore nel 2014 del Leone d’Oro della Biennale di Architettura di Venezia. La Galleria d’Arte Moderna di Palermo ha ospitato nel 2009 la mostra di fotografie e video Terra e Luce che lega il lavoro sull’oculus della Gurfa al progetto trentennale del Roden Crater di James Turrell. Nel 2012, pubblica per Hermès la monografia Inafferrabile Milano (Silvana Editoriale). Collabora attivamente con le principali testate italiane di architettura e di arredamento.

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