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Ettore Mo: i ricordi di un inviato speciale in compagnia di Luigi Baldelli

Burkina Faso © Luigi Baldelli

Il suo nome appartiene a quella ristretta cerchia di reporter di guerra considerati tra i più prestigiosi e singolari del giornalismo italiano. Colleghi e amici gli riconoscono, oltre all’interminabile desiderio di raccontare le storie degli uomini, due grandi doti: l’ironia e il coraggio. Da vent’anni forma con Luigi Baldelli una coppia indissolubile. Uno, giornalista di penna, l’altro, giornalista con la macchina fotografica. A ben vedere, essi rimangono gli ultimi rappresentanti di una tradizione giornalistica che anteponeva l’efficacia di una valida narrazione testuale e visiva alle logiche del marketing e alle soluzioni in economia.

«Sguattero e cameriere a Parigi e Stoccolma, barista nelle Isole della Manica, bibliotecario ad Amburgo, insegnante di francese (senza titoli, naturalmente) a Madrid, infermiere in un ospedale per incurabili a Londra e infine steward in prima classe su una nave della marina mercantile britannica». Queste le parole di Ettore Mo, storico corrispondente di guerra del Corriere della Sera, nel ricordare gli esordi lavorativi. Nel 1962 è l’inizio della carriera giornalistica. Amante dell’avventura e deciso a raccontare il mondo, intervisterà capi di stato e guerriglieri, i Beatles e gli ultimi della Terra. A Il Fotografo, il decano dei giornalisti italiani rivela il sodalizio professionale con il fotografo Luigi Baldelli.

«Ci incontrammo per caso a Sarajevo nel maggio del 1995. Io ero già un vecchietto di oltre sessant’anni e vantavo un’anzianità aziendale di circa trent’anni al Corriere della Sera, da topolino di redazione a Milano a inviato speciale (ma già coi capelli tutti bianchi) in prima linea sui fronti di guerra. Quella sera, mentre facevo uno spuntino in un bar di periferia della capitale bosniaca dove il giornale mi aveva spedito per seguire la guerra nei Balcani, mi trovai di fronte il giovane fotoreporter Luigi Baldelli (30 anni di meno) che si era già imposto a settimanali e riviste internazionali con servizi dal Medio Oriente, Africa ed ex URSS. Sono bastate poche parole, scaturite con l’aroma di un buon vino locale, per accordarci sui termini di una nuova, intensa collaborazione che dura tutt’ora. Per rispetto dell’età, il ragazzo continua a chiamarmi “zio”, senza però mai arrivare al “nonno” nel timore, forse, di scatenare la mia reazione. Su una cosa però eravamo pienamente d’accordo: per raccontare una vicenda occorreva andare sul posto. I pezzi anonimi costruiti sulle agenzie (anche se documentatissimi) non avrebbero mai potuto offrire la sensazione o la schiettezza della testimonianza diretta. Allo stesso tempo non potrei giurare che siamo riusciti nell’impresa. Però sul posto ci siamo sempre andati, perché per raccontare una storia ci siamo sempre detti che bisogna “usmare”, ossia annusare. E questa voglia di vedere, raccontare, sentire gli odori, ci ha portato dall’Afghanistan al Sud America, dall’Africa all’Asia, dalla Siberia al Messico. Ovunque ci fosse stata una storia da raccontare.

 

Bolivia 1998 © Luigi Baldelli
Bolivia 1998 © Luigi Baldelli

 

Bolivia 1998 © Luigi Baldelli
Bolivia 1998 © Luigi Baldelli

 

Di Giovanni Pelloso e Ettore Mo

Dal 23 al 28 luglio la XIV Summer School della Scuola del viaggio è a Sarzana

Il racconto dei luoghi attraverso scrittura, carnet de voyage, fotografia e video

Una scuola per imparare a viaggiare: è la Scuola del Viaggio (www.scuoladelviaggio.it), che quest’estate dal 23 al 28 luglio sbarca a Sarzana per la quattordicesima edizione della sua Summer School, organizzata in collaborazione con il nuovo Centro studi sul viaggio (CENVI) dell’Università Cattolica di Milano. Dopo la Sicilia, il Salento, Matera e altri luoghi di grande fascino, la Scuola del Viaggio torna in Liguria, dove già nel 2010 aveva organizzato una Summer School nel Parco delle Cinque Terre.

Imparare a viaggiare vuol dire soprattutto imparare a osservare per poi raccontare, con strumenti antichi come la scrittura e il carnet di viaggio, o moderni come la fotografia e il video. Sarà questa la sfida per un gruppo di aspiranti scrittori, fotografi, disegnatori e videomaker, che racconteranno il territorio in una settimana intensiva di lezioni ed esercizi. Accanto ai luoghi, come sempre, le persone: la Scuola del Viaggio infatti crede che ogni viaggio sia prima di tutto un incontro e per questo si interessa a chi custodisce il territorio, alle loro storie.

Durante la Summer School ciascun partecipante approfondirà le diverse forme di racconto di viaggio: scrittura, carnet, fotografia o video. Lezioni frontali di carattere teorico si alterneranno a esercitazioni pratiche nella cittadina ligure e nel vicino Parco delle Cinque Terre. Infine, per applicare quanto imparato, ciascun partecipante realizzerà un reportage, raccontando un aspetto di Sarzana.

Il modulo di scrittura è condotto da Andrea Bocconi, autore di libri di viaggio per Guanda, grande viaggiatore in India e a Bali.
Il corso di carnet de voyage è tenuto da Stefano Faravelli, il più importante carnettista italiano e fra i maggiori d’Europa, che unisce alla tecnica formidabile le sue competenze di orientalista.
Le lezioni di fotografia e video saranno affidate al regista Andrea Canepari, autore di numerosi documentari e cortometraggi, in Italia e all’estero, capace di ottenere risultati sorprendenti anche soltanto con uno smartphone.

La Summer School è rivolta principalmente a studenti universitari e altri giovani interessati alle diverse forme di narrazione del viaggio. Il direttore scientifico e i docenti valuteranno caso per caso altre richieste di iscrizione, quali quelle provenienti da operatori del turismo e dell’editoria di viaggio, o da persone particolarmente motivate che vogliano ampliare le proprie esperienze di viaggio in modo consapevole e creativo.

È possibile iscriversi entro il 7 luglio 2017 presso gli uffici della Formazione permanente dell’Università Cattolica di Milano.

Tel. 0272345701 email: formazione.permanente-mi@unicatt.it


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Lowepro Flipside Trek 250, 350 e 450 AW

Sempre con te!

Comodi, spaziosi e discreti: i nuovi zaini fotografici sono i compagni più fedeli per ogni escursione e per tutte le avventure



Progettata per i fotografi che necessitano di un’attrezzatura versatile, in grado di mantenere al sicuro le macchine fotografiche e gli accessori da escursione, questa gamma di zaini è perfetta per le esplorazioni nella natura o in ambienti selvaggi.
Disponibile in tre dimensioni (250 AW, 350 AW e 450 AW), è organizzato in due sezioni dedicate rispettivamente al materiale fotografico e a quello personale: le tasche sul retro possono contenere occhiali, documenti, auricolari, chiavi e vari accessori. L’attrezzatura fotografica è posizionabile nella zona posta a contatto con la schiena, per una maggiore sicurezza in caso di botte o cadute.
La copertura All-Weather, che avvolge interamente lo zaino, garantisce una protezione completa da pioggia, neve, polvere e sabbia.


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Nel retro dello zaino è possibile inserire un tablet, all’interno di una tasca imbottita CradleFit che scongiura il rischio di graffi e ammaccature; le tasche laterali, molto spaziose, sono perfette per contenere una bottiglia d’acqua o una borraccia, mentre le tasche con zip permettono di afferrare rapidamente gli oggetti necessari e di conservarli in tutta sicurezza.
Le cinghie regolabili consentono di distribuire al meglio il peso sul corpo, mentre il pannello posteriore a contatto sulla schiena è ventilato, traspira e aiuta a viaggiare freschi anche nelle giornate più calde. Novità assoluta del prodotto è la possibilità di accedere al materiale fotografico senza dover appoggiare lo zaino a terra: ruotandolo di 180°, una volta fissato con il sistema di cinghie alla vita, può essere posizionato in orizzontale e aperto comodamente.


Andiamo a scoprire nel dettaglio la capienza degli zaini Flipside Trek.
250 AW: il più piccolo e leggero dei tre, contiene una mirrorless o una DSLR compatta, 1-2 obiettivi extra, un tablet da 8”, un treppiede o un monopiede e accessori personali extra.
350 AW: contiene una DSLR con obiettivo montato di grandi dimensioni, 1-2 obiettivi extra, un tablet da 10”, un treppiede o un monopiede e accessori extra.
450 AW: lo zaino più capiente contiene una reflex grande con obiettivo montato, 2-3 obiettivi extra, speedlight, un tablet da 10”, treppiede o monopiede e accessori extra.


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La Habana: el alma caliente de Cuba | Workshop con Nikon School

a cura di Franco Cappellari
3-11 aprile 2017

Nikon School


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9 giorni e 7 notti fra le strade di La Habana e gli scorci più spettacolari della Isla de la Revolución. Un viaggio alla scoperta di una cultura affascinante, fatta di colori, musica, profumi e aromi intensi.
I partecipanti avranno la possibilità di entrare letteralmente all’interno delle case dei cubani e di vivere esperienze autentiche per conoscere usi e costumi locali. In questa occasione ci sarà l’opportunità di effettuare ritratti e fotografie in ambiente domestico.
Una full immersion nel mondo cubano che permetterà di raccogliere un bagaglio di immagini preziose e dal valore affettivo inestimabile.
L’avventura comincia nella capitale La Habana, dove si visiteranno prima la zona storiica e successivamente quella moderna, per poi proseguire verso le spiagge di sabbia finissima e la suggestiva Valle de Viñales nella zona più occidentale dell’isola.
In compagnia dell’esperto master Franco Cappellari, giunto al suo settimo viaggio fotografico a Cuba, sarà possibile costruire un reportage di grande qualità tecnica e varietà espressiva.

Napoli Sotterranea e la fotografia di Ciro Ciliberti

Agra 1997 © Ciro Ciliberti

di Gaia Ammirata


Napoli è senza dubbio una città straordinaria, vivace, colorata, chiassosa, in cui il folclore italiano risuona in ogni vicolo. Alla Napoli moderna, in cui le problematiche sociali si mischiano ai sapori tradizionali, si sovrappone una città ricca di eredità, di sincretismi culturali e di espressioni artistiche. La storia di Napoli comincia però addirittura al di sotto delle sue stesse fondamenta: una città sotterranea prende infatti le mosse da un acquedotto greco-romano, di 2.400 anni fa.

I suggestivi luoghi di Napoli Sotterranea, tra cisterne e cunicoli, sono stati investiti da un positivo progetto di recupero e valorizzazione, che permette oggi ai numerosi visitatori di perdersi nei meandri più sotterranei della storia locale, ma non solo: Napoli sotterranea è divenuto anche un luogo espositivo, grazie all’associazione culturale Artlante che se ne occupa e che cura la collaborazione con artisti locali e non, presso il Museo del Sottosuolo.
Nel desiderio di portare le potenzialità dialettiche dell’arte al di fuori dei tradizionali luoghi espositivi, sono molti gli artisti che rimarrebbero affascinati e a loro volta affascinerebbero il pubblico, in una location così ricca di memoria.

Ciro Ciliberti, artista napoletano e fotografo errante, immortala i volti e i corpi che incontra nel suo peregrinare, tra terre asiatiche o sul suolo sudamericano.
La sua fotografia interroga e racconta attimi di grande umanità, visioni di incontri e intime riflessioni, scevre da una volontà puramente documentaristica.
Dal suo girovagare in luoghi sconosciuti, l’artista riporta alcuni attimi che ha avuto modo di vivere nel suo viaggio, ma il suo non è un immaginario esotico, quanto piuttosto un racconto di gesti e percezioni, tanto soggettivi quanto assoluti.

Gli scatti di Ciliberti, portatori di una collettività concreta e veridica, hanno animato il sottosuolo napoletano in un gioco, luministico e concettuale, per cui i calibrati chiaroscuri delle figure immortalate dialogano con le luci e le ombre scavate nella materia dai millenni.
Il risultato dell’esposizione Theatrum Mundi, a cura di Franco Cipriano e Luca Sorbo, è senza dubbio stato di successo, portando un amato artista locale alle radici della storia autoctona. E se è tempo che la fotografia di Ciliberti approcci nuove città italiane ed europee, chissà quali saranno i prossimi artisti a vedere animarsi i propri lavori in uno spazio tanto multiforme ed intenso.

Andrea Kunkl: Crepe. Un viaggio ai confini dell’uomo

© Andrea Kunkl

di Giovanni Pelloso


Non è un corrispondente e nemmeno un fotografo di reportage, almeno nel significato più classico del termine. È, a ben vedere, uno storyteller, un ricercatore sociale e un fotografo consapevole del proprio impegno civile. «Lavoro sulla cronaca – racconta –, però, senza alimentarla. Sto sempre sul filo della cronaca, facendola invecchiare, in un certo senso. È un po’ come il vino; quando invecchia, quantomeno, diventa più interessante. Così le mie storie, viste senza l’affanno dell’attualità, del fatto quotidiano, consentono un diverso approccio e un percorso di approfondimento che non vive sull’istante». Dalla Turchia al Maghreb, Andrea Kunkl ha attraversato i territori alla ricerca di quei confini che separano il Nord dal Sud, l’occidente votato al progresso e alla globalizzazione dal resto del mondo, il benessere dalla povertà e dalla tragedia. Ha vissuto nella giungla di Calais per oltre un mese convinto che non ci sia altro modo di entrare nelle storie se non partecipando alla vita del luogo e condividendo la quotidianità con i protagonisti dei propri racconti. «Con il passare dei giorni si creano dei rapporti di conoscenza e di amicizia. Solo allora – come dice lui – la fotografia diventa naturale. Rimane, comunque, un’aggressione. È difficile entrare nelle vite degli altri. Almeno per chi ha un minimo di sensibilità. Non è doloroso solo se sei un robot. E ce ne sono. Cerco sempre, nel mio lavoro, di non tradire la fiducia di nessuno».


«I siriani arrivano dalla Turchia via mare. Ad Atene ricevono un visto per un mese. Da lì devono andare, se hanno soldi, con un bus a Idomeni, altrimenti a piedi. Sono quattrocento chilometri. A Idomeni ci sono dei soldati macedoni che vedono i documenti e decidono, in pochi secondi, se passi o non passi».


Quando è iniziato il tuo progetto?
«L’ottobre scorso. Andai a Lampedusa per curare la sezione fotografica di un festival del cinema. Realizzai l’installazione Conscius a walk in Lampedusa. Quello fu, senza averne piena coscienza, il primo passo. Mi interessava capire, dalle persone che attraversano il confine, qual era la loro percezione e cosa produceva in loro. E come il confine serve, grazie ai media, ad accendere le luci dell’immaginario, a istituire una sorta di ribalta teatrale. Utilizzavo per la prima volta la tecnica del flusso di coscienza, registrando di spalle il mio interlocutore mentre cammina e racconta il suo vissuto. Capii la forza di quel format soprattutto nell’ottica di una più ampia ricerca, in quanto risultava riproducibile e comparabile».

Dinko Valed è un wrestler e sfasciacarozze bulgaro, nonché eroe nazionale. Ogni weekend con il suo quad perlustra il confine turco-bulgaro alla ricerca di migranti. Quando li trova, li picchia e, poi, li consegna alla polizia. È la sua caccia privata e per questo gli sono riconosciuti 25 euro a persona. Gli antieroi sono tra i prodotti del confine, individui sempre alla ricerca di vantaggi materiali e morali. © Andrea Kunkl
Dinko Valed è un wrestler e sfasciacarozze bulgaro, nonché eroe nazionale. Ogni weekend con il suo quad perlustra il confine turco-bulgaro alla ricerca di migranti. Quando li trova, li picchia e, poi, li consegna alla polizia. È la sua caccia privata e per questo gli sono riconosciuti 25 euro a persona. Gli antieroi sono tra i prodotti del confine, individui sempre alla ricerca di vantaggi materiali e morali. © Andrea Kunkl

«Amo realizzare lavori di lungo periodo, di uno o due anni, perché mi permettono di avere un campo visivo più ricco e allargato. Più preciso» Andrea Kunkl


Perché il confine è al centro della tua indagine?
«Mi interesso dei confini sin dal tempo dell’università. C’è di tutto. È un luogo di contenimento, di identificazione, di detenzione, di passaggio. Ritengo che il confine sia, tra le altre cose, anche un luogo della spettacolarizzazione. Un teatro dove si accendono e si spengono le luci dell’immaginario. Una forma di prodotto mediatico funzionale a chi persegue degli obiettivi, grazie a una rappresentazione capace di colpire lo stomaco di chi guarda la televisione e legge i giornali. Ciò incide sulle decisioni politiche – per esempio, di controllo dei flussi migratori – e sull’opinione pubblica. I confini si aprono e si chiudono. Significa che quando se ne chiude uno, la gente si sposta alla ricerca di altri punti per poter attraversare e proseguire nel cammino della speranza. Interessano i movimenti di massa. Ci sono ampi margini di guadagno per chi agisce sulle persone bloccate ai confini. Ho visto storie veramente dolorose. C’è la questione dei documenti. Ci sono i trafficanti, gli scontri, i respingimenti, le violenze. Qualche mese fa ero a Idomeni, al confine tra la Grecia e la Macedonia. Ho visto famiglie divise, uomini e donne stremati. Gente bloccata, impossibilitata a proseguire. Non avevano nulla, nemmeno un riparo per la notte. Ho visto dei morti. Gente che, respinta, si è suicidata, impiccandosi a un palo della luce. Non le ho fotografate perché ritengo che non sia rispettoso per la persona e perché queste immagini non fanno che alimentare un immaginario mediatico che, alla fine, fa il gioco di chi, da questa condizione, vuole trarne beneficio. Il dolore è business. Molti guadagnano sulle disgrazie altrui».

I bambini sono l’elemento chiave dell’immaginario del confine, servono a toccare la “pancia della gente”. Sono dolci, ingenui, genuini. La rappresentazione dei bambini è funzionale a strategie geopolitiche ben precise. In questa immagine, due fotografi scaricano raffiche di foto su questi bimbi, fino a farli piangere. Momento perfetto per la costruzione e la riproduzione dell’immaginario. © Andrea Kunkl
I bambini sono l’elemento chiave dell’immaginario del confine, servono a toccare la “pancia della gente”. Sono dolci, ingenui, genuini. La rappresentazione dei bambini è funzionale a strategie geopolitiche ben precise. In questa immagine, due fotografi scaricano raffiche di foto su questi bimbi, fino a farli piangere. Momento perfetto per la costruzione e la riproduzione dell’immaginario. © Andrea Kunkl

«Il dolore è parte della realtà e l’unico modo per affrontarlo credo sia la bellezza» Andrea Kunkl


Come è composto il tuo lavoro?
«Il lavoro è diviso in tre livelli. I primi protagonisti sono quelli che partecipano ai soliloqui. Appartengono al cuore della ricerca. Percorrendo degli ambienti, raccontano in stream of consciusness, in flusso di coscienza, la loro esperienza. Il loro è un pensiero espresso ad alta voce. Non mostrando il volto, non sono identificabili e questo serve per due ragioni. Da un lato, offre l’anonimato e quindi una maggiore libertà di raccontare il loro trascorso – ricordo che temono sempre possibili ritorsioni nei Paesi di origine verso i membri della famiglia rimasti a casa –, dall’altro, non stimola nessuno a indossare la maschera della falsa personalità, premiando la sincerità, senza temere il giudizio altrui. Il lavoro comprende anche altri protagonisti, ovvero, gli antieroi; sono persone che hanno tratto e traggono dei benefici personali attraverso il confine. Attraverso la strumentalizzazione del confine. Terzo e ultimo protagonista è il paesaggio, il luogo del succedersi degli eventi».

A Idomeni incontro questa persona che arriva a piedi dalla Siria. Nella sua vita precedente, poco prima di fuggire, giocava a calcio nella nazionale siriana. Era amato e riconosciuto come Balotelli. Ora scappa dalla guerra civile che distrugge da cinque anni il suo Paese. Tutto è stato travolto e catapultato dentro un baratro di morte e di violenza. Noi europei dovremmo riflettere su quanto sta accadendo. © Andrea Kunkl
A Idomeni incontro questa persona che arriva a piedi dalla Siria. Nella sua vita precedente, poco prima di fuggire, giocava a calcio nella nazionale siriana. Era amato e riconosciuto come Balotelli. Ora scappa dalla guerra civile che distrugge da cinque anni il suo Paese. Tutto è stato travolto e catapultato dentro un baratro di morte e di violenza. Noi europei dovremmo riflettere su quanto sta accadendo. © Andrea Kunkl

«I miei lavori sono transmediali; utilizzo e intreccio differenti media. Sommo principalmente fotografia e video. La destinazione prima del materiale raccolto è un sito web dedicato». Andrea Kunkl


Hai vissuto un mese e poco più nella giungla di Calais. Raccontami di questa esperienza.
«Calais è un paese nel Nord della Francia che si affaccia sulla Manica. In questo momento ci sono più di diecimila migranti che stanno cercando di andare in Inghilterra. Sono persone che giungono dall’Iran, dalla Siria, dal Pakistan e da altre nazioni. A piedi o con mezzi di fortuna hanno attraversato vari confini per giungere fin lì, in attesa di varcare quel lembo di mare. Sono persone mosse dalla speranza, quella di vivere come noi. Ne avrebbero il diritto. La giungla è un villaggio particolarmente duro, fuori dal controllo dello stato francese, dove i bianchi non contano nulla. Questo vale anche per gli appartenenti alle organizzazioni non governative, per i fotografi, per i giornalisti. È molto pericoloso e, allo stesso tempo, molto interessante. È un luogo impossibile da sgomberare perché contiene diecimila migranti, di cui molti hanno esperienza di guerra e quindi a ogni tentativo di sgombero c’è una reazione organizzata. Ho avuto la possibilità di seguirli e di filmarli in varie occasioni. Lì, nella disperazione e nella fame, funzionava molto spesso il baratto e c’era qualcuno che aveva aperto anche un ristorantino».

Le persone al confine sono respinte per infiniti motivi. Se bloccati, devono ricominciare da capo. Pagare i coyote, se hanno soldi, e recarsi ad Atene per rifare i documenti, per poi riprovare a passare verso la Macedonia mentre le maglie si restringono. Nel momento dello scatto, solo iracheni, afghani e siriani potevano transitare. Ora solo iracheni e siriani perché la guerra in Afghanistan pare che sia finita. © Andrea Kunkl
Le persone al confine sono respinte per infiniti motivi. Se bloccati, devono ricominciare da capo. Pagare i coyote, se hanno soldi, e recarsi ad Atene per rifare i documenti, per poi riprovare a passare verso la Macedonia mentre le maglie si restringono. Nel momento dello scatto, solo iracheni, afghani e siriani potevano transitare. Ora solo iracheni e siriani perché la guerra in Afghanistan pare che sia finita. © Andrea Kunkl

Andrea Kunkl

andrea_foto_BIONato a Milano nel 1980, è laureato in Sociologia con una tesi sull’urbicidio asimmetrico in Palestina. Collabora con il laboratorio di Sociologia visuale di Milano Bicocca. Crede nella collaborazione tra individui, fondando insieme ad altri amici Habitat ed Exposed, due progetti partecipati, inclusivi, corali e di lungo periodo. Oltre a Crepe, insieme a Giuseppe Fanizza e a Giorgia Serughetti ha prodotto Mare Nostrum. Sta documentando il ritorno dell’eroina nelle strade di Milano e il nuovo nomadismo metropolitano. Dal 2012 al 2014, a causa di una malattia autoimmune, si ritira in una capanna nella giungla indiana, tra cobra, pavoni e spiriti della foresta. Nell’ultimo anno ha partecipato a Cortona On The Move e alla mostra Exposed Project negli spazi di Forma Meravigli.


Per i lettori de Il Fotografo, Andrea Kunkl ha prodotto un cortometraggio del progetto visibile alla pagina http://borderblob.com

Dal 20 settembre in libreria: Steve McCurry Leggere – Electa

In libreria dal 20 settembre 2016
Steve McCurry
LEGGERE
Electa



McCurry_Leggere_SovraCT copia_aog.inddDai luoghi di preghiera in Turchia, alle strade dei mercati in Italia, il nuovo libro di Steve McCurry Leggere (Electa) presenta immagini vibranti e colorate che documentano i momenti di quiete durante i quali le persone si immergono nei libri, nei giornali, nelle riviste, per svago, informazione o apprendimento. Giovane o anziano, ricco o povero, religioso o laico, chiunque e ovunque, i personaggi di questo volume sono colti dall’obiettivo di McCurry che svela la passione universale per la lettura.
Le immagini di grande poesia qui contenute sono precedute da un’introduzione dello scrittore Paul Theroux, un omaggio alla bellezza della lettura.

Sul volto di chi è immerso nella lettura c’è sempre una luce speciale, un libro può tenere in pugno l’immaginazione del lettore (e questo è uno dei piaceri della lettura), afferma Theroux nella prefazione al volume.

Una gita ad Arles in TGV per andare dritti al cuore della fotografia

Una gita ad Arles in TGV per andare dritti al cuore della fotografiaLes Rencontres d’Arles 2016 fino al 25 settembre a portata di un click con
Allegato di posta elettronica“Voglio assolutamente dipingere un cielo stellato. Spesso mi sembra che la notte sia più ricca di colori del giorno, ricca di viola, di azzurri e dei verdi più intensi…”: così Van Gogh descriveva i cieli di Arles, sorridente città della Provenza, patria adottiva e musa ispiratrice dell’artista, situata nel sud est della Francia. Per chi non l’avesse ancora visitata, una buona ragione per andarci quest’estate è la rassegna internazionale Rencontres de la photographie d’Arles, inaugurata lo scorso 4 luglio e aperta ai visitatori fino al 25 settembre.


Il festival della fotografia tra i più rinomati al mondo ospita ogni anno i lavori di geni e talenti delle arti figurative provenienti da ogni continente. Raggiungerlo è semplice e conveniente grazie a Voyages-sncf.com che propone comodi collegamenti da Milano, Torino, Vercelli, Novara in TGV che da centro a centro collega l’Italia alla Francia in un viaggio ad alta velocità.

Per questi tre mesi estivi Arles sarà il punto di riferimento per professionisti, appassionati, curiosi o semplici viaggiatori che durante il loro tour in Provenza non potranno non visitare la città e i famosi Rencontres, che trovano ospitalità anche all’interno del sito industriale delle ex officine SNCF: un sito risalente ai primi anni dello sviluppo delle ferrovie in Francia, un luogo ricco di storia che ancora oggi offe una testimonianza appassionante della costituzione della compagnia ferroviaria.

La rassegna di quest’anno, diretta per la seconda volta da Sam Stourdzé, è dedicata a Michel Tournier, rinomato scrittore francese e tra i fondatori della École Nationale Supérieure de la Photographie d’Arles.

L’edizione del 2016 si preannuncia all’insegna della multidisciplinarità, abbracciando temi e pratiche artistiche differenti: non solo una mostra fotografica, ma anche un momento dedicato alle sperimentazioni, che con gli anni si è confermato un trampolino di lancio per moltissimi artisti nell’ambito della creatività internazionale. La città assume l’aspetto di una scena teatrale dove l’innovazione si mescola alla genialità dei tanti artisti ecclettici: un’occasione unica per entrare in contatto con i protagonisti del panorama della fotografia internazionale e per riflettere sullo stato dell’arte contemporanea.

Non resta che vedere quali sorprese o conferme riserverà il festival 2016: tutti ad Arles quest’anno a bordo del TGV!

 

Workshop fotografico in Namibia

2-17 ottobre 2016
A cura di Michele Dalla Palma e Silvia Della Rocca
Maggiori informazioni su www.progettoavventura.biznamibia-246658_1920

Un viaggio lontano dalle rotte tradizionali, alla scoperta di un’Africa alternativa; il workshop itinerante si sviluppa lungo percorsi conosciuti da pochi e si propone di far vivere un’esperienza unica, a stretto contatto con la cultura Boscimana ancora incontaminata dall’eco della globalizzazione.
La spedizione si spingerà fino ai confini della Namibia, dove la natura è padrona del suo territorio: ippopotami, elefanti e grandi felini corrono in libertà e convivono con le popolazioni locali, ancora fortemente legate ad antiche tradizioni di caccia e magia.
Gianluca Massalini, leader del gruppo, accompagnerà i partecipanti nel cuore selvaggio dell’Africa, per regalarvi due settimane indimenticabili.

Nederlands Fotomuseum: il nostro viaggio a Rotterdam

Visitatori durante un’esposizione © Fred Ernst

di Alessandro Curti


Collocato tra le dighe che dividono la terraferma dal mare e dal fiume Nieuwe Maas, questo museo dedicato alla fotografia è il più grande e importante di tutto il paese.

Il bookshop del museo © Fred Ernst
Il bookshop del museo © Fred Ernst

Fondato nel 2003, è il contenitore naturale di tutti i tipi di espressioni fotografiche: dalle immagini di documentario al linguaggio contemporaneo, passando per scatti sperimentali e di rilievo storico, c’è proprio tutto.
Il Nederlands Fotomuseum gode di grande prestigio internazionale e ha avuto il privilegio di esporre grandi mostre personali di artisti del calibro di Nan Goldin, Lewis Hine, Alfred Jaar e Viviane Sassen.
Oltre ai grandi autori di fama internazionale, viene posta molta attenzione anche ai talenti emergenti, che collaborano con il museo durante la rassegna annuale Steenbergen Stipendium awards, un concorso a premi dedicato ai giovani fotografi.

Visitatori durante un’esposizione © Fred Ernst
Visitatori durante un’esposizione © Fred Ernst

Collezione
Con oltre cinque milioni di fotografie, 163 archivi e cinquecento mila stampe, il museo possiede una delle raccolte più importanti e consistenti al mondo; una sorta di viaggio nel tempo che parte dalla prima fotografia, datata 1847, fino ai giorni nostri, con autori del secolo scorso come Ed van der Elsken, Aart Klein, Cas Oorthuys e contemporanei come Vincent Mentzel e Hans van der Meer.
Parte della collezione, in continua crescita grazie a donazioni e nuovi acquisti, è consultabile online sul sito ufficiale del museo grazie all’impegno continuo dello staff che ha digitalizzato buona parte del materiale presente.

Mostre
Ogni anno vengono organizzate circa dieci esposizioni autonome o in collaborazione con grandi musei europei come il Victoria & Albert Museum di Londra o il MAPFRE di Madrid.
In questo periodo dell’anno è possibile visitare una mostra curata dal fotografo Eddy Posthuma de Boer, che ha raccolto delle fotografie scattate da Ed van der Elsken per il magazine olandese Avenue. Ogni fotografia è accompagnata da un testo critico di de Boer, che racconta le sensazioni e i retroscena dei reportages sviluppati dal collega.
Parallelamente sono state inaugurate altre tre mostre sulla fotografia naturalistica olandese, sui cent’anni di scatti sulla scena del crimine e una retrospettiva del fotografo di Rotterdam Frans Lanting.
Un vasto programma per tutti i gusti.

Gli spettatori osservano le fotografie esposte © Fred Ernst
Gli spettatori osservano le fotografie esposte © Fred Ernst

Daguerreobase
Il museo ha sviluppato un progetto speciale che si propone di creare un grande data base in grado di conservare, restaurare e incrementare la ricerca sui dagherrotipi originali. La piattaforma web www.daguerreobase.org ha l’obiettivo di raccogliere più informazioni possibili sui dagherrotipi per poter realizzare uno studio scientifico sui primi esemplari di fotografia esistenti.
Fino a oggi sono state raccolte circa trecento immagini e il numero è senza dubbio destinato a crescere.


INFO
Indirizzo: Las Palmas, Wilhelminakade 332, 3072 AR Rotterdam
Orari: martedì-venerdì 10-17
sabato e domenica 11-17
Tel: +31.01.02.03.04.05
Mail: info@nederlandsfotomuseum.nl
Web: www.nederlandsfotomuseum.nl

Autumn in New York: workshop fotografico nella Grande Mela

15-21 ottobre 2016
a cura di Franco Cappellari
www.nikonschool.it


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Fotografare i grattacieli, i ponti e il melting pot di New York suscita sempre un fascino particolare, ma poterlo fare in autunno è indubbiamente il momento migliore, per i colori giallorossi e le luci ambrate che regalano sensazioni ammalianti.
Una settimana da passare nel cuore della Grande Mela con escursioni urbane tra Times Square, la Statua della Libertà, il ponte di Brooklyn, Central Park, Little Italy e tutti i luoghi più significativi della città che non dorme mai.manhattan-336708_1280
Con l’aiuto del Master Photographer Franco Cappellari verrà sviluppato un percorso fotografico originale in cui si avrà l’opportunità di affinare tecnica e creatività all’interno di un contesto affascinante ed estremamente variegato.
A fine viaggio verrà rilasciato un attestato di partecipazione per tutti i fotografi.

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