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Werner Bischof

MAGNUM’S FIRST: la prima mostra di Magnum

Erich Lessing, Belvedere Gardens, Vienna, Austria, 1954; © Erich Lessing/Magnum Photos

MAGNUM’S FIRST. La mostra presenta 83 stampe vintage in bianco e nero di otto maestri del Novecento: Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Werner Bischof, Inge Morath, Erich Lessing, Marc Riboud, Jean Marquis, Ernst Haas.
Al Museo Diocesano Carlo Maria Martini, dall’8 maggio al 6 ottobre 2019, è in programma la mostra che celebra Magnum Photos, una delle agenzie fotografiche più importanti del Novecento, attraverso 83 opere vintage in bianco e nero dei suoi maggiori esponenti, da Henri Cartier-Bresson a Marc Riboud, da Inge Morath a Jean Marquis, da Werner Bischof a Ernst Haas, da Robert Capa a Erich Lessing. L’esposizione, curata da Andrea Holzherr, Global Exhibitions Manager di Magnum Photos, in collaborazione con Magnum, col patrocinio del Comune di Milano e il sostegno di Rinascente, dal titolo Magnum’s first. La prima mostra di Magnum riveste un grande significato storico. La rassegna, infatti, ripercorre la prima mostra del gruppo Magnum – intitolata Gesicht der Zeit (Il volto del tempo) – tenuta tra il 1955 e il 1956 in cinque città austriache. Curiosamente, tutto il corpus di immagini venne dimenticato in una cantina di Innsbruck e ritrovato cinquant’anni dopo, nel 2006, ancora chiuso nelle sue casse.
“Ciò che trovammo nelle casse – afferma la curatrice Andrea Holzherr – era, a dir poco, sorprendente: una serie di vecchi pannelli di legno su cui erano montate delle fotografie molto sporche. Perciò, il mio primo contatto con la vecchia mostra somigliava più alla scoperta di una mummia che a quella di un tesoro. I materiali erano in pessime condizioni: le foto erano ricoperte di polvere, sporco e muffa, e avevano perfino un odore di stantio!”. “La mostra – prosegue Andrea Holzherr – è un rompicapo, un mistero, e rimane la prima mostra in assoluto di foto Magnum di cui si abbia notizia! La sua esistenza è la prova che, sin dall’inizio, la Magnum era diversa dalle altre agenzie fotografiche. Dagli esordi, con il programma di mostre ed eventi, la Magnum difendeva sia il valore della foto come documento”.

MAGNUM’S FIRST: la prima mostra di Magnum: percorso espositivo

Il percorso espositivo, che presenta otto servizi fotogiornalistici, corredati da una sezione introduttiva, ruota attorno alle diciotto fotografie in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, sugli ultimi giorni e il funerale del Mahatma Gandhi, che facevano parte del servizio pubblicato dalla rivista Life nel febbraio 1948. Allontanandosi volutamente da quel genere di reportage di guerra che lo aveva reso famoso, ecco tre immagini di Robert Capa, che documentano un gruppo di popolani che danza a una festa basca, a Biarritz, nel sud della Francia nel 1951. Queste fotografie, pubblicate postume, avevano lo scopo di sottolineare il ritorno alla pace in una regione divenuta sinonimo di barbarie, al tempo della Guerra civile spagnola. La mostra prosegue con le foto di scena di Ernst Haas, scattate sul set del kolossal hollywoodiano La regina delle Piramidi del 1955, allestito nelle cave di pietra di Assuan, dove caldo, tempeste di sabbia e il Ramadan fecero dell’impresa una vera e propria tortura per le quattromila comparse, quasi tutte musulmane. A queste, fanno seguito le sette fotografie di Werner Bischof, raccolte durante il suo viaggio intorno al mondo nei primi anni cinquanta. Immagini come il bambino che suona il flauto in Perù, o il prete shintoista nel cortile del tempio in Giappone, sono piene di delicate sfumature, pregevoli sia per la composizione che per le tonalità di bianco e nero. Unica donna del gruppo, Inge Morath propone una serie di dieci fotografie, realizzate a Londra, per un articolo pubblicato sulla rivista Holiday nel 1953, tra cui il ritratto di Lady Nash, il suo scatto più famoso. Altro grande contributo di fotogiornalismo è quello di Jean Marquis, autore poco conosciuto fuori dai confini della Francia, probabilmente membro della Magnum fino al 1957. Le sue fotografie furono scattate durante un viaggio che fece con la moglie in Ungheria, nel maggio 1954, e che furono pubblicate nel novembre dello stesso anno sul New York Times Magazine.
Erich Lessing ha documentato l’occupazione nazista di Vienna, la sua città, da cui trapelano serenità e anche, in certo modo, buonumore, in luoghi simbolo della capitale austriaca come il giardino del Belvedere, il Prater, il Rathauspark. Chiude idealmente l’esposizione, le opere giovanili di Marc Riboud, che risalgono al 1951, prima del suo ingresso nella Magnum, e documentano la vita nei villaggi dalmati, tra Vrlika, Spalato e Dubrovnik. Emblematica la foto finale di questa serie, ovvero un grande ritratto del presidente jugoslavo Tito mentre viene riportata al suo posto alla fine di un congresso.

MAGNUM’S FIRST. La prima mostra di Magnum
Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (ingresso da piazza Sant’Eustorgio 3)
8 maggio – 6 ottobre 2019

 

Werner Bischof: il reportage umano

Fotografi della stampa internazionale mentre riprendono la Guerra Coreana, Corea del Sud, 1952. Magnum Photos.

Oltre che straordinario fotografo, Werner Bischof è stato anche un personaggio di grande spessore umano e culturale, dedito alla sua professione, ma non per questo estraneo alla riflessione critica sulla stessa. Nelle lettere che ci sono rimaste, soprattutto in quelle alla moglie Rosellina Mandel, parlava spesso con tono critico del sistema dell’informazione di cui peraltro lui stesso faceva parte.Uno dei punti cardine che si riscontra nelle sue riflessioni era il rapporto con l’editoria, o meglio con il modello politico-economico-sociale che questa esprimeva. Nel 1952, mentre era in Corea, scriveva infatti: «È difficile scattare fotografie in un campo di prigionia, rimanere umano e poi scoprire che le foto migliori sono state scartate». E ancora nello stesso anno, durante una pausa di lavoro in Indocina, dove stava realizzando un reportage per Paris Match, riprendeva con ancora più forza l’argomento: «Ne ho avuto abbastanza: questa caccia alla storia è diventata difficile da reggere – non fisicamente, ma mentalmente. Ormai il lavoro non mi dà più la gioia della scoperta: qui quello che conta più di qualunque altra cosa è il valore materiale, il fare soldi, fabbricare storie per rendere le cose interessanti. Detesto questo genere di commercio di sensazioni… È stato come prostituirsi, ma ora basta. Dentro di me io sono ancora – e sarò sempre – un artista». Del resto non si trattava certo di una novità nel suo pensiero e nel suo rapportarsi alla professione, dal momento che già qualche anno prima, nel 1947, in una lettera scriveva rivolgendosi al padre: «Tu non capisci una cosa caro papà, cioè che io faccio questi viaggi non per il
desiderio di nuove sensazioni, ma per un cambiamento completo della mia personalità». Una visione della fotografia e della vita, quella di Bischof, probabilmente un po’ romantica, di sicuro quasi sempre ignorata al giorno d’oggi. Ma anche un insegnamento che forse i fotografi contemporanei varrebbe la pena che prendessero in considerazione, e non solo nella professione.

Werner Bischof: il fotografo assoluto

On the road to Cuzco, near Pisac, Perù, maggio, 1954
On the road to Cuzco, near Pisac, Perù, maggio, 1954

Werner Bischof

Tra i più grandi reporter del dopoguerra, credeva nella funzione sociale della fotografia più di ogni altra cosa, tanto da entrare a far parte dell’agenzia Magnum nel 1949.

Nato a Zurigo nel 1916, intraprende la carriera fotografica nel campo della moda e della pubblicità con ottimi riscontri tra le redazioni più in voga del momento. Tuttavia, nonostante l’advertising desse accesso a preziose e ricercate nozioni tecniche sul linguaggio delle immagini, l’approccio di questo specifico settore della fotografia non coinvolgeva fino in fondo Werner Bischof. Il suo sguardo era costantemente teso verso modalità e finalità espressive diametralmente opposte. E ben presto, in coincidenza dell’inizio della Seconda guerra mondiale, il suo principale interesse si rivela la documentazione dei fatti storici in corso e dei relativi contesti sociali e culturali attraverso la condizione dei luoghi e la vita delle persone. A queste ultime, in particolare, Bischof dedica gran parte della sua attenzione. Le figure umane rappresentano il vero filo conduttore della sua opera fotografica, volta alla rappresentazione dell’evento, non come momento sensazionale quanto, piuttosto, come fenomeno che incide profondamente sulle vite delle popolazioni. I suoi viaggi lo portano a realizzare numerosi reportage in Europa all’indomani del conflitto mondiale, in India dove attraverso scene di povertà e di miseria intravede gli sviluppi industriali di una delle nazioni leader del nuovo millennio, in Corea, dove racconta il dramma della guerra e negli Stati Uniti, pronti ad affermarsi come grande potenza economica internazionale.

Dalla Nuova Oggettività al reportage

Gli anni della formazione vedono Werner Bischof impegnato dal 1932 al 1936 nel corso di Fotografia alla Scuola di Arti Applicate di Zurigo. Il suo maestro è il fotografo Hans Finsler, esponente della Nuova Oggettività, un movimento artistico nato in Germania alla fine della Prima guerra mondiale che alle “illusioni sentimentali” preferiva la freddezza e la lucidità descrittiva. Da questa corrente di pensiero l’autore adotta l’impeccabile precisione formale che distingue i suoi still-life e le prime fotografie di moda. Nel 1939 è incaricato di progettare l’allestimento del padiglione delle Arti grafiche all’interno dell’Esposizione nazionale svizzera. Nel 1942 entra a far parte della redazione della rivista svizzera Du  come fotografo di moda. In questo periodo, il suo stile è un’elaborazione di grande valore estetico della Nuova Oggettività. La moda offre all’autore i soggetti di un’interpretazione formale basata sull’eleganza di composizioni essenziali, su nitidi giochi di luci e ombre e sulla morbidezza dei bianchi e dei neri. Questi elementi espressivi rappresentano le costanti stilistiche della sua opera anche quando abbandona la moda per dedicarsi a documentare i luoghi del secondo conflitto mondiale. Nei primi anni di guerra si trasferisce a Parigi e si arruola nell’esercito svizzero come reporter. Quest’esperienza gli permette di confrontare la fotografia controllata del set con il fotoreportage e di immergersi nell’azione della vita che scorre. Ma è il 1945 il vero anno della svolta, quando Bischof abbandona gli studi fotografici per intraprendere un avventuroso viaggio in jeep nei Paesi devastati dal conflitto: Germania, Francia, Olanda, Ungheria, Italia e Grecia. Qui documenta la situazione dei profughi, seguendo l’attività umanitaria dell’organizzazione svizzera Schweizer-Spende. Inizialmente i suoi reportage saranno pubblicati su Du , con cui continua a lavorare come freelance. L’autore inizia una nuova fase della sua carriera dove il rispetto delle persone confluisce in immagini che alla brutalità e all’orrore preferiscono l’eleganza e l’espressività dei soggetti umani. In estrema sintesi, i reportage di Werner Bischof non si fermano alla superficie della distruzione, ma entrano nel vivo del racconto sociale della ricostruzione post-bellica.

L’ingresso in Magnum

Con la pubblicazione del reportage del 1945, Bischof riceve numerosi riconoscimenti internazionali che lo incoraggiano a intraprendere un nuovo viaggio in Italia e in Grecia in collaborazione con l’organizzazione umanitaria Swiss Relief. In questi anni iniziano le collaborazioni con le testate più importanti del momento. Nel 1948 fotografa le Olimpiadi Invernali di St Moritz per la rivista Life  e lavora assiduamente per Picture Post , The Observer , Illustrated  ed Epoca . La sua carriera è ormai all’apice quando nel 1949 l’agenzia Magnum lo invita a far parte del suo organico. È stato il primo fotografo a iscriversi alla celebre agenzia con i membri fondatori. Nelle collaborazioni con la stampa, rifiuta la superficialità e il sensazionalismo da copertina, tanto cari ai direttori delle riviste. In ogni momento della carriera, la sua visione del reportage ha riguardato la vita delle persone nella dimensione quotidiana, a stretto contatto con le tradizioni culturali e sociali dei Paesi e delle realtà di cui si è occupato. Nonostante la specificità etica del suo lavoro e lo stile anti-sensazionalistico, Werner Bischof ha lavorato incessantemente con numerosi magazine che riconoscevano il valore indiscusso delle sue fotografie. Per Life  ha raccontato la carestia in India (1951) e ha continuato a lavorare in Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina. Le immagini di questi reportage sono state utilizzate dalle riviste di tutto il mondo.

Immagine in evidenza On the road to Cuzco, near Pisac, Perù, maggio, 1954

Alla Casa dei Tre Oci Werner Bischof: Fotografie 1934-1954

USA. Southern part of the country. 1954.

Fino al 25 febbraio alla Casa dei Tre Oci a Venezia sarà possibile visitare la personale di uno dei più importanti fotografi del Novecento: Werner Bischof.


SWITZERLAND. Zurich. 1941. Nude. “Breast with grid.”

Composta da circa 250 immagini – molte sono vintage – la mostra ripercorre la carriera di Werner Bischof grazie a un fantastico viaggio ai confini del mondo: dall’India al Giappone, passando per Cina, Corea, Indocina, Panama, Cile e Perù con un’unica carta d’imbarco. Celebre per i suoi reportage e per la vasta produzione fotogiornalistica nel cuore dell’Europa del dopoguerra, Bischof ha documentato con invidiabile fiuto e consapevolezza molti degli eventi più importanti del secolo scorso. Attraverso i suoi viaggi in Oriente ha raccontato i contrasti sociali dell’India in pieno sviluppo economico, le tensioni della guerra in Corea e successivamente il contesto urbano negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. La mostra, a cura del figlio Marco Bischof, presenta per la prima volta una serie di venti fotografie che hanno come protagonista l’Italia e che consentono allo spettatore di cogliere lo sguardo originale e neorealista del fotografo di Magnum. Sono esposte anche alcune foto a colori e una serie realizzata in Svizzera dedicata al paesaggio e alla natura morta.


PERU. May 1954. On the road to Cuzco, near Pisac, in the Valle Sagrado of the Urubamba river.

Casa dei Tre Oci, Fondamenta delle Zitelle, 43 – 30133 Venezia

Orari: tutti i giorni ore 10-18; chiuso il martedì

Tel: 041.24.12.332. E-mail: info@treoci.org Web: www.treoci.org

Fino al 25 febbraio 2018

Werner Bischof in arrivo alla Casa dei Tre Oci

USA. Southern part of the country. 1954. © Werner Bischof/Magnum Photos

250 immagini del grande fotografo svizzero consentono di ripercorrere le storie e i viaggi di uno dei punti di riferimento dell’Agenzia magnum, fondata nel 1947 da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa. Werner Bischof viaggiò negli angoli più remoti del mondo: dall’India al Giappone, dalla Corea all’Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile e in Perù. La mostra arriva in Italia in occasione delle celebrazioni dei 100 anni dalla nascita del fotografo e si compone di stampe vintage, memorie, documenti, lettere e pubblicazioni.


SWITZERLAND. Zurich. 1941. Nude. “Breast with grid.” © Werner Bischof/Magnum Photos

Per la prima volta sarà esposta una selezione di 20 fotografie inedite, dedicate all’Italia.


Dal 22 settembre 2017 al 25 febbraio 2018, Casa dei Tre Oci di Venezia ospita una grande antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell’agenzia Magnum.

La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate, presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l’artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall’India al Giappone, dalla Corea all’Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù.


USA. Southern part of the country. 1954. © Werner Bischof/Magnum Photos

Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell’Italia il suo soggetto privilegiato. In essa si coglie l’originalità dello scatto che rivela l’occhio ‘neorealista’ di Werner Bischof.

Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell’età dell’oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof.

Sarà un itinerario che, partendo dall’Europa, appena uscita devastata dalla seconda guerra mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio.

Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all’analisi del continente americano.


Cambodia 1952 © Werner Bischof/Magnum Photos

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte.

Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione.

Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento.

Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).


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Magnum Photos festeggia i 70 anni a Torino, Brescia e Cremona

L’Avana, Cuba, 1963 @ René Burri

Da 70 anni le immagini della Magnum Photos hanno contribuito a creare la percezione della cronaca e della storia del mondo. La leggenda narra che nei primi mesi del 1947, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger si diedero appuntamento sul terrazzo del Museum of Modern Art di New York per fondare quella che sarebbe diventata la più autorevole agenzia fotografica del mondo. L’anniversario viene  con tre mostre in altrettante città: Torino, Cremona e Brescia.

Torino, Camera – Centro Italiano per la Fotografia, festeggia la ricorrenza con la mostra L’Italia di Magnum. Da Cartier-Bresson a Pellegrin in esposizione dal 2 marzo al 21 maggio 2017, a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Arianna Visani.
 Venti sono gli autori (tra cui Robert Capa, David Seymour, Elliott Erwitt, Herbert List, Ferdinando Scianna, Martin Parr) chiamati a raccontare eventi grandi e piccoli, personaggi e luoghi dell’Italia dal dopoguerra a oggi.
Al Museo del Violino di Cremona, a cura di Marco Minuz, i 70 anni di Magnum danno vita a “Life – Magnum. Il fotogiornalismo che ha fatto la storia” dal 4 Marzo all’11 Giugno 2017. In mostra fotografie di Eve Arnold, Werner Bischof, Bruno Barbey, Cornell Capa, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Ernst Haas, Philippe Halsman, Inge Morath, Dennis Stock. La mostra, per la prima volta, analizza il racconto fra celebri reportage realizzati dai membri di Magnum Photos e il settimanale illustrato americano dove vennero pubblicati.
A Brescia, infine, dal 7 marzo, prenderà il via la prima edizione di Brescia Photo Festival 2017 dove Magnum sarà raccontata da ben tre mostre: Magnum First, al Santa Giulia e sino al 3 settembre, ripropone, per la prima in Italia, le 83 stampe vintage in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Ernst Haas, Robert Capa e Erich Lessing. Sempre a Santa Giulia ci sarà anche Magnum – La première fois con i servizi che hanno reso celebri 20 grandissimi fotografi Magnum, tramite proiezioni e stampe originali. Inoltre, nella sede della Camera di Commercio di Brescia, sarà possibile ammirare per la prima volte le proiezioni di Brescia Photos, tre reportage su Brescia ed il suo territorio realizzati nel 2003 da tre reporter Magnum: Harry Gruyaert, Alex Majoli e Chris Steele-Perkins.

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