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elisabetta

elisabetta has 20 articles published.

elisabetta
Redattrice della rivista Nphotography, Digital Camera e PhotoProfessional

Canon ti regala una masterclass esclusiva!

Canon Europe ti regala una masterclass esclusiva con il fotografo professionista Alberto Novelli e la nuova fotocamera compatta Canon PowerShot G5 X Mark II. Per partecipare a questa esperienza unica e provare ad aggiudicarti la masterclass visita il sito www.canon.it/get-inspired/city-tours-photography-competition e clicca sul bottone “Apply now”, inserendo i dati richiesti.

Fotografo professionista dal 1988, Alberto Novelli spazia dall’architettura al reportage, dal ritratto all’archeologia, dal cinema allo sport, dall’arte alla fotografia industriale. I suoi lavori sono stati pubblicati da importanti quotidiani e riviste, tra cui National Geographic Italia, Domus, GQ, Ciak, Panorama, Corriere della Sera, La Repubblica. Suo è il reportage – realizzato nel 2005 per le edizioni italiana e tedesca di National Geographic e dedicato ai gladiatori romani – a vantare il titolo di servizio “non americano” più pubblicato all’estero.

Canon Europe ti regala una masterclass esclusiva con il fotografo Alberto Novelli

Durante la masterclass organizzata da Canon Europe, Alberto Novelli condividerà la sua professionalità e la sua esperienza, aiutandoti a valorizzare la tua creatività e la tua passione. Girando per Milano e dintorni in compagnia del fotografo avrai anche la possibilità di scoprire la nuova fotocamera compatta PowerShot G5 X Mark II ad alta velocità che, grazie allo zoom 5x di elevata qualità e al sensore CMOS da 1.0 pollice e 20.1 megapixel, unisce alla portabilità la possibilità di realizzare immagini sensazionali.

L’appuntamento con Alberto Novelli fa parte dell’iniziativa City Photography Masterclass, che coinvolge talentuosi fotografi in varie città: oltre a Milano, anche Istanbul, Bucarest, Lisbona, Praga, Madrid e Monaco.

Affrettati, c’è tempo fino al 16 agosto 2019.

World.Report Award: annunciati i vincitori

© Darcy Padilla, sezione Master Award

Annunciati i vincitori della nona edizione del World.Report Award, riconoscimento assegnato nell’ambito del Festival della Fotografia Etica di Lodi per offrire un sostegno concreto a quei fotografi, italiani e stranieri, professionisti e non, che attraverso il loro lavoro raccontano l’uomo e le sue vicende, i fenomeni sociali e culturali, le grandi tragedie e le piccole gioie quotidiane.
Gestito con logiche di volontariato culturale, il festival nasce infatti con l’obiettivo di avvicinare il grande pubblico a contenuti di rilevanza etica, valorizzando allo stesso tempo la fotografia e il fotogiornalismo come strumenti capaci di raccontare il mondo, di sollevare interrogativi, di smuovere le coscienze.

World.Report Award 2019: i vincitori

Questi i vincitori del World.Report Award 2019 che, oltre ad aggiudicarsi un premio in denaro, avranno la possibilità di esporre le loro opere nell’ambito dell’edizione 2019 del Festival della Fotografia Etica, in scena a Lodi dal 5 al 27 ottobre:

  • Darcy Padilla con il reportage Dreamers per la sezione Master Award;
  • Senthil Kumaran Rajendran con il reportage Boundaries: Human and Tiger Conflict per la sezione Spot Light Award;
  • Emile Ducke con il reportage Diagnosis per la sezione Short Story Award;
  • Arne Piepke con il reportage Glaube, Sitte, Heimat per la sezione Student Award;
  • Mariano Silletti con il reportage Serra Maggiore per la sezione World Italy Award.

Questi gli enti che si sono aggiudicati il No-Profit Award:

  • primo Ente No Profit vincitore: EMERGENCY con il reportage Zakhem – La guerra in casa;
  • secondo Ente No Profit vincitore: Médecins du Monde con il reportage Unwanted Pregnancies among Adolescent Girls in Ivory Coast;
  • terzo Ente No Profit vincitore: Positive Change Can Happen con il reportage Living on a Dollar a Day: The Lives and Faces of the World’s Poor.

Infine, il riconoscimento per la categoria Single Shot Award – quest’anno dal tema Essere, pensare, agire positivo – è andato a Giulia Frigieri; menzione speciale a Jo-Anne McArthur.

I lavori inviati alle categorie Master Award, Spotlight Award, Short Story Award, World Italy Award e Student Award sono stati selezionati da una giuria internazionale composta da Rick Shaw (Ex-Direttore del POY), Jon Jones (Responsabile della Fotografia presso Tortoise Media), Pierre Fernandez (Multimedia Content Manager per AFP), Alberto Prina (Coordinatore del Festival della Fotografia Etica) e Aldo Mendichi (Coordinatore del Festival della Fotografia Etica). Le categorie No-Profit Award e Single Shot Award sono state giudicate dai coordinatori del Festival Alberto Prina e Aldo Mendichi insieme ai membri del Gruppo Fotografico Progetto Immagine.

Appuntamento, dunque, a Lodi dal 5 al 27 ottobre.

Info: www.festivaldellafotografiaetica.it

Due borse di studio per aspiranti fotografi allo IED Milano

IED, in collaborazione con la Società del Quartetto, mette a disposizione due borse di studio – a copertura totale o parziale della retta di frequenza – per il corso di Fotografia Advanced di IED Milano sponsorizzato da Canon in partenza il 24 ottobre 2019. Se sei un giovane laureato o un professionista, invia un portfolio composto da 12 a 20 scatti che raccontino con coerenza un unico tema a tua scelta, accompagnato dal CV e da una lettera motivazionale. Un team di esperti guidato dalla coordinatrice del corso, la fotografa Silvia Lelli, valuterà il tuo lavoro e, se supererai la selezione, sarai convocato per un colloquio in sede. Il corso di Fotografia Advanced – strutturato in 11 incontri tematici, con frequenza una volta al mese in formula weekend – ha l’obiettivo di formare specialisti della cultura visiva contemporanea, con un’attenzione non solo agli aspetti tecnici ma anche a quelli estetici e comunicativi, per permettere agli studenti di sviluppare una personale visione di fotografia e strutturare un pensiero artistico e un progetto professionale completo.

Hai tempo fino al 16 settembre 2019 per inviare i tuoi scatti migliori.

Info:
j.rusconi@ied.it
ied.it/cfa-fotografia

 

Edoardo Romagnoli: «La luna esce solo con me»

© Edoardo Romagnoli

Lo studio di Edoardo Romagnoli a Milano trabocca di libri, faldoni, stampe, fotografie appese alle pareti. Oltrepassarne la soglia significa non solo entrare in un luogo di lavoro ma immergersi nelle passioni che animano Edoardo e la sua fotografia: su tutte, la luna, con cui il nostro autore vive quella che il critico e docente di fotografia Roberto Mutti ha definito “una lunga storia di seduzione”. Una storia iniziata quando Edoardo era ancora un ragazzo, all’epoca di quella conquista dello Spazio che – pur in una gara serratissima – seppe in qualche modo unire il mondo allora diviso dalla cortina di ferro intorno a un obiettivo comune.

Intervista a Edoardo Romagnoli

Edoardo, che ricordo hai di quel 20 luglio 1969, quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin scesero sulla superficie lunare? E questo ricordo ha influito sul percorso fotografico che hai sviluppato in seguito?
Quella sera – avevo sedici anni – ero con Marco, il mio amico compagno delle elementari, a Entrèves, in Valle d’Aosta. Abbiamo passato tutta la notte davanti alla TV. Gli astronauti sono rimasti chiusi a lungo dentro il LEM, prima di scendere; durante questa attesa ci siamo fatti una spaghettata al pomodoro. Mi ricordo perfettamente il primo passo dell’uomo sulla luna. È stata una situazione molto intima, tranquilla, emozionante, eravamo incollati alla televisione. Certamente questo ricordo ha influito perché quella sera mi sono detto che avrei voluto andare sulla luna. Forse non l’ho pensato per la prima volta proprio quella sera. Mi ricordo che una volta avevo un appuntamento e in una portineria ho visto la partenza di uno Shuttle. Mi sono fermato lì un’ora! Ho sempre trovato emozionante questa corsa allo Spazio. Non c’è niente di uguale ora, non c’è un intero mondo proiettato a una conquista comune. Eravamo tutti uniti e tutti in corsa.

Sei stato tu a sedurre la luna o è stata la luna a sedurre te?
Come sempre avviene, bisogna annusarsi e l’odore deve piacere. Mi piace dire che la luna è ammirata da tutti ma certe volte esce solo con me.

Come scegli il momento in cui scattare?
Mi lascio attrarre dalla forma della luna. Solo l’anno scorso, per la prima volta, ho lavorato con una luna che non fosse sottile, ma a due terzi. È una luna un pochino sgraziata ma funziona benissimo; l’avevo sempre evitata, invece ha questo profilo per cui vengono fuori molto bene i crateri, le asperità, le montagne. Più spesso lavoro con una luna sottilissima, ecco questa è la luna che amo di più.

È la più enigmatica?
Direi che è la più esplicita. Tu dici enigmatica perché è nascosta, ma qui si vede la parte più bella, è come se lei riuscisse a mettere in evidenza di sé la parte migliore, questo filo sottilissimo. La luna piena è bella e perfetta, ma come tutte le cose perfette è forse meno affascinante di quelle imperfette.

Chi sono i tuoi punti di riferimento, nella fotografia e non solo?
Sicuramente Lucio Fontana ma Richard Long è un altro autore che mi piace molto; sono rimasto affascinato dal fatto che quando era piccolo, e veniva lasciato solo in casa per lunghi periodi, trascorresse molte ore a camminare per i prati per schiacciare l’erba e fare dei disegni. Questa cosa l’ho trovata veramente affascinante e poi lui è diventato quello che è diventato. Mi piace molto Rothko, forse non si vede dalle mie immagini, ma è di una apparente semplicità e di una forza inarrivabili. Fotografi, direi sicuramente John Goodman, che mi ha insegnato la fotografia interiore che ho poi sviluppato nei miei lavori di performance; Jim Goldberg, che mi ha insegnato come si realizza un libro fotografico. Io però mi sento più legato alle mie origini che sono pittoriche. La macchina fotografica è il mio pennello.

Il tuo rapporto con la luna continua?
Non faccio solo questo ma la mia passione per la luna sarà per sempre.

L’intervista completa è su NPhotography n. 89, in edicola dal 12 Luglio e acquistabile online cliccando qui 

 

 

Arianna Rinaldo e le novità di Cortona On The Move

Dall’11 luglio al 29 settembre, torna nella splendida cittadina toscana Cortona On The Move, festival internazionale di fotografia, giunto alla nona edizione. Organizzato dall’associazione culturale ONTHEMOVE, con la direzione artistica di Arianna Rinaldo, il festival guarda con particolare interesse all’evoluzione del linguaggio fotografico, con l’obiettivo di offrire al pubblico spazi di riflessione e di confronto. Non solo belle immagini, dunque, ma storie che raccontino il mondo di oggi, come sottolinea Arianna Rinaldo, che ci guida alla scoperta delle iniziative e delle mostre in programma quest’anno.

Intervista a Arianna Rinaldo

Arianna, in ogni edizione è possibile individuare un filo rosso che lega le diverse mostre in programma: qual è quello di quest’anno? Ci segnali qualcuno tra gli autori presenti in questa edizione?
Mi piace che tu abbia usato l’espressione filo rosso piuttosto che tema. Cortona On The Move non è un festival tematico ma sicuramente ogni anno c’è un aspetto che lega e dà coerenza alle diverse proposte, che è sempre ispirato dall’attualità, da ciò che sta succedendo nel mondo, dalle parole chiave che emergono a livello globale. Quest’anno il filo rosso è il paesaggio nella sua relazione con l’essere umano. Quindi, da una parte le questioni ambientali ed ecologiche, ampliando anche la tematica del paesaggio ad altri tipi di relazioni con l’umanità: le tracce della storia dell’umanità nel paesaggio, le migrazioni, l’appartenenza, gli spostamenti nel territorio, il modo in cui noi stessi siamo influenzati dal luogo, dal paesaggio in cui viviamo. Nello specifico, una mostra che voglio mettere in evidenza, perché è stata creata ad hoc, è quella di Simon Norfolk, dal titolo abbastanza provocatorio, Crime Scenes, Scene del crimine. Simon Norfolk è conosciuto come fotografo di paesaggio, un paesaggio visto non in senso naturalistico ma come specchio dell’azione umana. Per la prima volta mi ha permesso di unire quattro suoi lavori, alcuni come stampe, alcuni come video, in cui si guarda al paesaggio toccando diverse tematiche, quella storica, quella ecologica, quella del tempo che passa. In generale, quello che mi interessa è che le mostre presenti al festival raccontino una storia, raccontino la storia del mondo in cui viviamo.

Tra i main sponsor del festival c’è anche Canon, che sarà Digital Imaging Partner. Ci racconti alcune tra le iniziative in programma quest’anno?
Sono tutte interessanti, a partire dal Premio Canon Giovani Fotografi, che abbiamo rilanciato lo scorso anno, e dalla Summer School. Vorrei però sottolineare ARENA – Video and Beyond, sezione del festival che vuole dare spazio a quei fotografi e film maker che, pur con una forte base fotografica, lavorano con più media e con linguaggi diversi, sempre con il fine di raccontare storie del mondo di oggi. ARENA, quest’anno alla sua seconda edizione, è curata da Liza Faktor e ospita otto autori.

Tra le iniziative di questa edizione del festival ce n’è una che, come direttrice artistica, hai voluto fortemente, che ti rende particolarmente orgogliosa?
C’è un tema, un discorso che quasi tutti gli anni abbiamo portato a Cortona e che mi sta molto a cuore ed è quello delle migrazioni. Negli anni passati abbiamo più volte parlato delle migrazioni verso l’Europa; quest’anno, per ampliare la tematica, ho voluto parlare delle migrazioni legate al Messico attraverso i lavori di due fotografe, una messicana e una americana. Da una parte abbiamo un approccio più fotogiornalistico, documentativo, che è quello di Ada Trillo con La Caravana, dall’altra un approccio concettuale, storico – quello di Lara Shipley – per vedere chi sono le persone che, nel tempo, sono passate attraverso questo confine, non solo migranti ma anche conquistadores, contrabbandieri, ecc.

Hai parlato spesso di storie…
Sì, l’idea del festival non è scegliere quindici fotografi e farli vedere, scegliere immagini che lascino a bocca aperta, ma scegliere immagini che facciano riflettere, che provochino, emozionino, facciano parlare. Raccontare le storie del mondo di oggi è la cosa più importante, perché poi ognuno le legge a proprio modo, le riceve a seconda della propria provenienza, della cultura e delle esperienze. Soprattutto la cosa importante è creare spazi di riflessione, di confronto: le conferenze, gli incontri che facciamo nelle giornate inaugurali del festival fanno sì che il pubblico possa sentirsi parte attiva, essere coinvolto.

L’intervista completa è su Photo Professional n. 116

La luna di Pietro Lucerni tra fotografia e danza

Naked Moon di Pietro Lucerni

Fino al 13 settembre, Copernico ospita nella sua Gallery di Via Lunigiana a Milano Naked Moon, la mostra personale del fotografo Pietro Lucerni a cura di Pier Paolo Pitacco e Giorgi Sarti, con protagonista Virna Toppi, prima ballerina del Teatro alla Scala di Milano. La luna, piena e magnetica, si unisce alla grazia e all’eleganza di Virna Toppi per dar vita a scatti che emanano femminilità, sensualità, fascino, mistero e raffinato erotismo.Racconta Lucerni: «L’associazione con una figura femminile è stata istintiva. Ho pensato alla danza, a una donna che balla, al chiaro di luna. L’ho immaginata nuda perché solo quando si è nudi si entra davvero in contatto con ciò che ci circonda, con ciò che ci avvolge. Ho pensato alla danza, che insieme alla fotografia è una mia grande passione. C’è un legame tra le due: la danza è l’arte del movimento che diventa poesia, è equilibrio e armonia ma anche potenza e trasgressione. La fotografia, a volte, è capace di catturarne l’emozione in un tempo infinito. Ecco che la danza e la fotografia si uniscono per formare (e fermare) le emozioni». L’iniziativa fa parte di “Art Journey”, il progetto culturale sviluppato da Copernico – la rete di luoghi di lavoro e servizi dedicati allo smart working – che esplora interconnessioni e assonanze tra il mondo dell’arte, del business e del lavoro.

Ingresso alla mostra su appuntamento, scrivendo ad art@coperni.co
www.coperni.co

Happiness ONTHEMOVE: la felicità secondo Stephanie Gengotti

Circus Love © Stephanie Gengotti

La fotografa italo-francese Stephanie Gengotti si è aggiudicata l’ottava edizione di Happiness ONTHEMOVE, premio internazionale realizzato nell’ambito del festival Cortona On The Move in collaborazione con il Consorzio Vino Chianti. Con il suo progetto Circus Love – The Magical Life of Europe’s Family Circuses (Amore da circo: la magica vita delle famiglie circensi d’Europa), l’autrice ha fatto propria la mission del premio: rappresentare la felicità attraverso il linguaggio fotografico. Iniziato nel 2016, Circus Love è un progetto a lungo termine dedicato al Nuovo Circo e alle famiglie nomadi – una per ogni capitolo – che hanno rivoluzionato il concetto di arte circense. Ultimi eredi di un mondo quasi scomparso, questi artisti viaggiano per il mondo, esibendosi nei festival internazionali di street art e condividendo la loro arte e la loro passione con le persone che ancora sono capaci di aprire gli occhi e il cuore alla meraviglia.

Stephanie Gengotti si è aggiudicata l’ottava edizione di Happiness ONTHEMOVE

La giuria – di cui hanno fatto parte Peggy Sue Amison (East Wing), Alexa Becker (Kehrer Verlag); Elena Boille (Internazionale), Arianna Rinaldo (Cortona On The Move), Andreas Trampe (Stern Magazine) e James Wellford (National Geographic) – ha commentato: “Partendo dal circo come metafora della vita, Stephanie Gengotti si è immersa nella quotidianità dei piccoli circhi itineranti, per esplorare la possibilità di un’esistenza diversa, in cui la centralità dei legami affettivi e la libertà di muoversi ed esprimersi in armonia con l’ambiente ripagano degli sforzi e della situazione di precarietà. Con immagini dalla luce accogliente, sapientemente costruite nella loro spontaneità, Circus Love – The Magical Life of Europe’s Family Circuses restituisce quel senso di pace che viene voglia di chiamare felicità”. Stephanie Gengotti riceverà il premio il 13 luglio a Cortona da Lorenzo Tersi, Marketing manager del Consorzio Vino Chianti, e il suo lavoro sarà esposto al festival Cortona On The Move nel 2020. Il festival Cortona On The Move 2019 sarà in scena dall’11 luglio al 29 settembre.

Info: www.cortonaonthemove.com

 

A tutto festival! Un’estate all’insegna della fotografia

© Sam Harris

Non avete ancora deciso dove trascorrere le vacanze? Vi suggeriamo quattro città che ospitano altrettanti festival di fotografia, tra i più importanti al mondo, per vivere un’estate all’insegna dell’ottava arte, tra mostre, workshop, letture portfolio e incontri con gli autori.

Cortona – Cortona On The Move
Dall’11 luglio al 29 settembre
Diretta da Arianna Rinaldo, la nona edizione del festival internazionale di fotografia Cortona On The Move indaga la relazione tra le persone, il paesaggio e il territorio, attraverso il linguaggio della fotografia contemporanea, le opere di grandi maestri e gli archivi storici. In particolare, lo sguardo si concentra sulla trasformazione del mondo che ci circonda – che rivela molto di noi, delle nostre azioni, della nostra storia – ponendo interrogativi sul presente e sul futuro. Alla ricerca di forme originali di comunicazione visiva è, invece, dedicata la seconda edizione di ARENA – Video and Beyond, sezione curata da Liza Faktor che ospita video sperimentali, installazioni e opere transmediali, realizzati da fotografi che lavorano tra fotografia, film e tecnologia. Nelle giornate inaugurali del festival, dall’11 al 13 luglio, sono in programma talk, letture portfolio ed eventi con fotografi, photo editor ed esperti di fama internazionale. Le mostre – tra cui spiccano quelle di Paolo Verzone, che racconta i cambiamenti climatici a partire dall’esperienza di una comunità che lavora alla base di Ny-Ålesund nelle isole Svalbard, e di Simon Norfolk – sono dislocate tra il centro storico di Cortona e la Fortezza Medicea del Girifalco. www.cortonaonthemove.com

Ragusa – Ragusa Foto Festival
Dal 26 luglio al 25 agosto
Con uno sguardo attento ai giovani e al Mediterraneo, dalla sua fondazione nel 2012 il Ragusa Foto Festival costituisce un’occasione di approfondimento e di scambio dedicato alla fotografia. L’edizione di quest’anno, intitolata “Intersezioni”, si rivolge alla famiglia e alle sue trasformazioni, temi indagati attraverso punti di vista differenti, quelli dei fotografi professionisti, dei fotogiornalisti, dei fotografi artisti, ma anche di giovani autori provenienti da tutto il mondo specializzati nelle istituzioni di Alta Formazione Artistica. Come è rappresentata dai media e come si rappresenta la famiglia all’interno dei nuovi media digitali? Qual è il suo posto nella società, nell’economia, nella cultura? Tra le mostre in programma segnaliamo Visioni di Famiglia del fotografo palermitano Ferdinando Scianna, con la sua riflessione sulla famiglia siciliana attraverso cento scatti tratti dal suo archivio. Tra i nomi presenti anche Sam Harris con The Middle of Somewhere, Yvonne De Rosa con Hidden Identities, Daniel W. Coburn con The Hereditary State e Julia Kater con What Where. Durante le giornate inaugurali, da venerdì 26 a domenica 28 luglio, il festival propone un programma di eventi che comprende conferenze, talk con gli autori, proiezioni, workshop, passeggiate fotografiche. Tornano anche le Letture Portfolio, un’occasione utile per ricevere consigli da critici e autori; i partecipanti potranno concorrere alla selezione per il Premio Miglior Portfolio 2019. www.ragusafotofestival.com

Arles – Les Rencontres de la Photographie
Dall’1 luglio al 22 settembre
Nel 1974 Lucien Clergue chiese ad Ansel Adams, uno dei maestri della fotografia del Novecento, di tenere una masterclass ad Arles. Les Rencontres de la Photographie si tenevano solo da pochi anni ma la presenza del fotografo statunitense diede nuova linfa al festival, assicurandogli un successo destinato a rafforzarsi nel tempo. Infatti, nel 2019, Les Rencontres festeggiano il 50esimo anniversario, confermando Arles nel suo ruolo di capitale mondiale della fotografia. L’edizione di quest’anno, in programma dall’1 luglio al 22 settembre, è dedicata ai fondatori del festival – Lucien Clergue, Michel Tournier e Jean-Maurice Rouquette, scomparso lo scorso gennaio – con l’intento di custodire il passato di questa manifestazione e riflettere sul suo futuro. Come ha scritto Sam Stourdzé, direttore de Les Rencontres, “lo spirito originale rimane immutato. Arles è ancora il luogo dove sono state lanciate molte carriere, sono state fatte nuove scoperte, sono stati proclamati manifesti, dove si è continuamente messo in discussione il modo in cui si intendeva la fotografia”. Molto ricco il programma che propone, tra le altre, alcune mostre che “vogliono fare luce su un mondo in continuo stravolgimento dove l’immagine, spesso, gioca un ruolo fondamentale, come testimone o protagonista”, scrive ancora Sam Stourdzé. Segnaliamo, in particolare, le sezioni My Body Is a Weapon (“esistendo, resistendo, fotografando, il corpo è anche un’arma”), On the Edge e Inhabiting, che rivisitano i concetti di confine e di casa, infine Building the Image, dedicato a una nuova generazione di artisti che costruiscono l’immagine unendo fotografia e installazioni. www.rencontres-arles.com

Perpignan – Visa pour l’image
Dal 31 agosto al 15 settembre
“A Perpignan, continueremo a presentare storie da ogni parte del mondo. Crediamo nel giornalismo e il nostro impegno è più grande che mai”. Con queste parole, e con un richiamo ai soprusi che giornalisti e fotografi subiscono ogni giorno, Jean-François Leroy, direttore di Visa pour l’image, presenta la nuova edizione del festival, in scena dal 31 agosto al 15 settembre. Festival di fotogiornalismo tra i più importanti del panorama internazionale, Visa pour l’image propone ogni anno un programma molto ricco che riunisce mostre, letture portfolio, incontri, oltre ai premi Visa d’or. Tra gli autori di questa edizione segnaliamo il Premio Pulitzer Lorenzo Tugnoli con un reportage sulla crisi nello Yemen, Brent Stirton con la serie Rangers, Ivor Prickett con il reportage The End of the Caliphate e Louie Palu con una serie che documenta la crescente militarizzazione dell’Artico nord-americano. www.visapourlimage.com

 

 

 

 

 

EverydayClimateChange: la mostra a Orbetello

Una volpe artica in una tana di ghiaccio vicino a Kluane National Park, Canada, 2017 © Peter Mather

Nell’ambito del Festival ImagOrbetello, dal 5 luglio al 18 agosto, il Museo Archeologico “Polveriera Guzman” di Orbetello, in provincia di Grosseto, ospita la mostra fotografica EverydayClimateChange, a cura di Photo Op, in collaborazione con James Whitlow Delano e Matilde Gattoni e con il supporto di Fujifilm. Nato come feed di Instagram, per sensibilizzare l’attenzione sull’emergenza ambientale ormai diffusa in ogni angolo del pianeta, il progetto EverydayClimateChange si è ampliato anno dopo anno con l’obiettivo di mostrare, attraverso le fotografie, le prove visibili del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Negli anni Cinquanta, una parte della comunità scientifica aveva già iniziato a lanciare l’allarme sui danni provocati dall’inquinamento e dal crescente aumento delle temperature. Nel tempo, le denunce, gli appelli, gli studi si sono moltiplicati ma – per quanto le ripercussioni del cambiamento climatico siano sempre più evidenti – poco è stato fatto di concreto e c’è addirittura chi continua a negare l’esistenza del fenomeno.

EverydayClimateChange: per testimoniare quanto il cambiamento climatico sia concreto

Facendo propria la massima di Berenice Abbott, secondo cui la fotografia aiuta le persone a vedere, il progetto EverydayClimateChange vuole testimoniare quanto il cambiamento climatico sia concreto e come nessuno sia immune ai suoi effetti. Lo fa attraverso le immagini di fotografi militanti che operano in diverse parti del pianeta e che, con le loro differenti visioni, cercano di raggiungere un pubblico sempre più vasto. A ImagOrbetello saranno esposti gli scatti di Rodrigo Baleia, Nina Berman, Ashley Crowther, James Whitlow Delano, Bernardo Deniz, Sima Diab, Luc Forsyth, Sean Gallagher, Katharina Hesse, Esther Horvath, Ed Kashi, Suthep Kritsanavarin, Matilde Gattoni, Balazs Gardi, Georgina Goodwin, Mette Lampcov, Peter Mather, Gideon Mendel, Palani Mohan, John Novis, Matthieu Paley, Paolo Patrizi, Michael Robinson Chavez, J.B. Russell, Vlad Sokhin, Jeremy Sutton-Hibbert, Sara Terry, Franck Vogel ed Elisabetta Zavoli.

Info: www.imagorbetello.com/everydayclimatechange

 

 

 

 

Viaggio in Myanmar con i consigli di Jonathan Brioschi

La piana di Bagan, capitale degli antichi regni birmani © Jonathan Brioschi

Uscito faticosamente dall’isolamento cui la dittatura militare lo aveva costretto, il Myanmar, ex Birmania, ha saputo conservare intatte la bellezza dei paesaggi, la maestosità dei templi, la sacralità di tradizioni che si riflettono nella serenità dei suoi abitanti. Jonathan Brioschi, fotografo e viaggiatore, abituato a girovagare in ogni angolo del pianeta, ha trovato una terra che ha saputo nuovamente sorprendere il suo sguardo e regalargli inedite emozioni. Emozioni che si sono impresse nell’obiettivo della sua macchina fotografica e nella sua memoria, dando vita a ricordi che il fotografo ha voluto condividere con noi.

Intervista a Jonathan Brioschi

Jonathan, ci racconti la tua esperienza in Myanmar? Che cosa ti ha colpito maggiormente di questo Paese?
Avevo già visitato gran parte dei Paesi del Sudest asiatico tralasciando la Birmania: temevo che non potesse trasmettermi quelle emozioni di cui ero alla ricerca. Non poteva essere sensazione più sbagliata. Mai, come in questa terra, ho avuto modo di respirare quelle atmosfere di “raffinatezze orientali” di cui si legge nei diari dei primi viaggiatori che hanno raggiunto questa porzione di mondo. Qui il tempo pare essersi magicamente fermato: è l’immagine eterea di un Estremo Oriente che altrove è ormai irrimediabilmente perduto. La tranquillità e la pace si respirano a pieni polmoni e non solo nei templi, ma anche nelle strade, nei mercati, nell’incontro quotidiano con le persone, ovunque abbia avuto modo di andare. Tutti sono sorridenti, ospitali, sereni. Oltre alla magnificenza dei templi, è la gente il vero regalo dato in dono al viaggiatore.

Qual è la stagione migliore per visitare il Myanmar dal punto di vista fotografico e quali sono gli aspetti da considerare nel momento in cui si pianifica il viaggio?
Dal punto di vista fotografico il periodo migliore per visitare il Myanmar va dal nostro autunno alla primavera. Sconsigliata la nostra estate poiché, soprattutto a Sud, il Paese diventa estremamente piovoso: la celebre Golden Rock, per esempio, risulterebbe piuttosto complicata da immortalare. Di particolare interesse fotografico per la pianificazione del viaggio è considerare la possibilità di riprendere le mongolfiere in volo sulla piana di Bagan. Di norma, volano in corrispondenza dei nostri mesi invernali. Bagan fu la capitale di antichi regni birmani e oggi sito archeologico disperso nelle campagne. Una passeggiata in bici o con una carrozza trainata dai cavalli è il modo migliore per spostarsi nella piana e assaporare il lento scorrere della quotidianità. Indispensabile trovarsi al tramonto in cima a uno stupa (monumento religioso buddista): al di sotto, centinaia e centinaia di templi che si perdono alla vista si incendiano in una composizione di tonalità che spaziano dal ruggine delle costruzioni al verde oliva misto sabbia del terreno, per poi fondersi con lo zafferano, l’ambra, l’indaco e le striature cobalto del cielo. Non a caso, anche Marco Polo la definì “uno dei luoghi più belli del mondo”.

Hai incontrato usanze particolari e inusuali nel corso del tuo reportage? Quali accorgimenti fotografici consiglieresti per riprenderli?
Sul lago Inle, l’ingegno ha fatto sì che i pescatori abbiano imparato a navigare muovendo il remo con una gamba e mantenendosi in piedi, con un equilibrio quasi circense, con l’altra, in modo da avere le mani libere per maneggiare le nasse da pesca. Il lago si trova su un altopiano, quasi a 1.000 metri di altitudine, nella zona centrale della Birmania. Migliaia di persone abitano letteralmente sull’acqua. I villaggi, infatti, sono costruiti su palafitte, in legno di bambù o teak. In questo mondo fluttuante, gli spostamenti sono affidati a semplici imbarcazioni che sembrano volare sull’acqua. Nella borsa fotografica uno zoom, con una focale di non meno di 200 mm, risulterà indispensabile per riprendere i pescatori. Spesso sono lontani, per cui una focale corta potrebbe risultare inutilizzabile.

Dal punto di vista dell’attrezzatura fotografica, che cosa non deve mai mancare nella borsa del fotografo?
I volti birmani rapiscono l’attenzione. Soprattutto quelli femminili: indispensabile pertanto un buon obiettivo per i ritratti. Le donne, infatti, hanno l’abitudine di abbellire le guance con una crema cosmetica, di colore giallo, che si ricava dalla corteccia del thanaka, un albero simile al sandalo. Spesso ci si ritrova a fotografare all’interno dei templi, dove, naturalmente, si lavora in condizioni di scarsa luminosità. Particolarmente apprezzati quindi gli obiettivi luminosi e con un diaframma che consenta un’apertura di almeno f 2.8. L’uso del flash sarebbe superfluo e non restituirebbe la meraviglia incantata delle lame di luce che tagliano l’oscurità all’interno degli edifici di culto. I moderni sensori, che consentono di scattare anche a ISO elevati senza eccessivo rumore digitale, non fanno sentire la necessità di luci artificiali aggiuntive.

Dalle tue immagini emerge il desiderio di stabilire un rapporto con le persone: come si deve comportare un fotografo per avere un approccio corretto con le persone e le situazioni?
Nessuno è infastidito dall’essere fotografato. Anzi, le persone paiono apprezzarlo. Qui il Buddismo è fortemente sentito. È cosa comune che tutti, per almeno una parte della loro vita, trascorrano un periodo come monaci. La religione è vissuta profondamente, non come credo dogmatico, ma come stile di vita. Con la macchina fotografica provo a fermare queste atmosfere rarefatte che sono la cosa più difficile da imprimere in un sensore digitale. Davanti all’obiettivo scorrono immagini che vanno dirette all’anima: la timidezza di una bimba celata dietro un sorriso, la disciplina silenziosa di un monaco mentre attende – con la sua ciotola in mano – che gli sia servito il pasto, la dolcezza di una madre addormentata… Un caleidoscopio di emozioni fuori dal tempo. Qui è indispensabile prendersi il gusto antico, caro ai fotografi, di saper pazientemente osservare, in silenzio, la vita che scorre davanti a noi.

 

Gianmaria Gava: tra rappresentazione e manipolazione della realtà

Vincitore dei Sony World Photography Awards 2018, categoria professionale “Architecture”, con il progetto Buildings, da diversi anni Gianmaria Gava porta avanti una ricerca molto interessante sulle potenzialità del mezzo fotografico: strumento capace non solo di documentare ciò che ci circonda ma anche di manipolarlo. Le sue immagini sospendono lo spettatore tra reale e irreale, mettendolo di fronte a una scelta radicale.

Intervista a Gianmaria Gava

Gianmaria, come ti sei avvicinato alla fotografia e cosa rappresenta per te?
Ho iniziato a occuparmi di fotografia ai tempi dell’università, quando studiavo Scienze Politiche; ho seguito un corso di fotografia all’Università di Trieste e mi sono subito appassionato. Credo che all’inizio, come capita a tanti fotografi, a interessarmi sia stata l’immediatezza del mezzo e soprattutto la capacità di registrazione del reale. In verità, poi, tutto il mio percorso fino adesso è stato praticamente opposto: sono partito dalla capacità della fotografia di rappresentare il reale e sono andato sempre più verso il surreale e quindi verso la possibilità di astrarre la realtà, di modificarla e manipolarla. È interessantissima nella fotografia questa doppia potenzialità: può sia rappresentare ciò che ci circonda sia camuffarlo, modificarlo e renderlo completamente diverso.

Questa doppia potenzialità si lega al tuo progetto Buildings: ci racconti come è nato e qual è il senso di questo lavoro?
Ho iniziato a occuparmi di architettura nel 2015 ma in studio: ho creato piccole sculture con forme geometriche di base, i classici blocchi di legno utilizzati dai bambini, che rappresentavano archetipi del costruire, e le ho fotografate. Mi interessava il rapporto tra architettura e geometria. Poi, nel 2017, ho iniziato a portare questa esperienza dallo studio alla strada. Ho fotografato diversi tipi di edifici e ho cercato di rendere il più chiara possibile la relazione tra l’architettura e la geometria. Per arrivare a questo ho fatto un lunghissimo processo di modifica digitale dell’immagine, togliendo le informazioni visive e la maggior parte degli elementi strutturali (porte, finestre). Ho quindi pulito le facciate degli edifici evidenziando la struttura geometrica di base, rendendoli semplici solidi di base. Questo è stato il mio primo intento. Successivamente, mi sono reso conto che la seconda conseguenza – che forse per me è diventata la più importante – sta nella reazione dello spettatore di fronte alle immagini. La maggior parte degli spettatori crede di trovarsi di fronte a qualcosa di reale, per altri si tratta di edifici irreali. Tutto il lavoro è basato sulla percezione, sulla linea sottile che divide reale e irreale, sul probabile: gli edifici sono reali, occupano una porzione di suolo, esistono nella realtà ma esistono in modo molto diverso da come appaiono nelle mie fotografie.

Quali elementi valuti per capire se un edificio entrerà a far parte del tuo progetto?
È sempre un percorso lungo che richiede moltissimo tempo e altrettanta ricerca. Fondamentalmente è un lavoro che si basa sul fatto di camminare per la città e cercare gli edifici adatti, dedicando moltissime ore per molti giorni. È un lavoro in negativo, di scarto, piuttosto che di ricerca di un edificio particolarmente interessante. Considerando 1.000 edifici, 999 non saranno fotografati e ne rimarrà uno su tutti. Ci sono molte difficoltà. Una è la struttura dell’edificio stesso, la superficie: una post-produzione di questo tipo si può fare in modo perfetto solo con il cemento. Quindi c’è un elemento architettonico di base e poi ci sono altri elementi: in tutte le immagini della serie non ci sono persone, automobili o altri tipi di veicoli (ci troviamo in uno scenario post-umano). E in una città trovare queste condizioni è praticamente impossibile. Se davanti alle finestre o alle porte ci fossero alberi, pali della luce, fili elettrici, questi edifici verrebbero scartati. Perché il lavoro è basato su una pulizia estrema. Anche il cielo, giusto per rendermi la vita più difficile, è sempre lo stesso: è un cielo invernale, latteo, quasi bianco che mi ha permesso poi di avere ombre ridottissime e di avere un approccio estremamente oggettivo, simile allo stile della Scuola di Düsseldorf, che per me è fondamentale come riferimento.

Hai detto che le tue immagini non possono essere consumate in fretta: che valore assume tutto questo in un’epoca in cui siamo saturi di immagini che passano senza lasciare il segno?
Ci vorrebbe un’altra vita come diceva Paolo Conte. Io sono un iper critico della velocità, del consumo di immagini, però sto cercando di aprirmi a questo. Fino a poco tempo fa non avevo nemmeno un account Instagram, ora ce l’ho e cerco di usarlo in modo intelligente. Ogni giorno vengono prodotti e messi in Rete due miliardi di immagini, ci troviamo di fronte a un’enorme rivoluzione che ci sta cambiando. È interessante notare come alle mie mostre molte persone credono davvero che esistano edifici senza porte e finestre. Assurdo, a ben pensarci. Nessun costruttore sano di mente butterebbe via i soldi per dei bunker. Significa che siamo completamente immersi nel digitale. Tanto da non capire più i limiti, che cosa è reale e che cosa non lo è.

L’intervista completa la trovate su Digital Camera Magazine n. 200

 

 

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