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Denis Curti

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Denis Curti
Comitato di redazione della rivista Il Fotografo, Editore incaricato delle riviste Digital Camera, Nphotography, PhotoProfessional

Lettera a un (giovane) fotografo: editoriale di Denis Curti

Sto sistemando le ultime pagine di un libro di prossima pubblicazione, che spero sia capace di raccogliere le diverse esperienze a cui ho avuto modo di partecipare in oltre trent’anni di mestiere. Ho immaginato di scrivere una lunga lettera a un ipotetico giovane fotografo che si propone come uno spunto di riflessione sui molti cambiamenti avvenuti in questo specifico settore. Dagli incontri con i grandi maestri ai libri fondamentali, alle avventure di successo e anche a quelle meno felici: sì, perché a volte si impara anche e soprattutto dai fallimenti. La pubblicazione si chiude con un decalogo a me molto caro che da sempre ritengo indispensabile e che desidero condividere con voi. Dice il saggio cinese: «Rispetta le regole nel 99% dei casi». Le scuole e le accademie hanno fatto proprio questo motto. Insegnano codici, linguaggi creativi, canoni estetici e fanno continuo riferimento a un certo gusto e a una certa scuola. Spingono gli studenti ad assorbire questo grande edificio di regole, senza le quali non c’è futuro, e non incoraggiano certo chi le viola. Succede però che, davanti a un talento, di tutte queste regole si fa un bel falò. Si osannano e si consacrano proprio i suoi punti di rottura. E allora verrebbe da dire: «Ma scusate, a saperlo non le seguivo nemmeno io le vostre regole». Il tema in realtà è delicato e anche doloroso. La ricerca dell’arte procede sempre sulla linea di confine fra le strutture della narrazione e del saper fare, da una parte, e l’audacia, l’innovazione e la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo, dall’altra. Quel che è certo è che di fronte a strade percorse per la prima volta nessuno potrà esclamare: «Si fa così!». Questo, per la semplice ragione che non c’è mai stato un prima. Cercare l’equilibrio tra regole e sperimentazione è una tensione fertile che deve accompagnarci per tutta la vita. Un pizzico di saggezza mi porta a considerare che le due facce del problema non siano poi così opposte come sembrano; anche se si dice che è necessario violare le regole, esiste un universo in cui queste due teorie del mondo in qualche modo convivono. Quindi, giovane fotografo, ti lascio con un piccolo decalogo che ti farà da bussola nel mare tempestoso che ti appresti a solcare. Libero di seguire le mie raccomandazioni o di violarle nel modo più talentuoso ed eclatante. O di fare entrambe le cose, a seconda di quello che ti conviene.

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La fotografia: non è solo questione di tecnica ma anche di valore

La fotografia, come ben assodato da molto tempo, non è solo questione di tecnica e contenuto ma anche di valore, dove le immagini sono intese anche come bene culturale.

Il collezionismo come imprescindibile attore protagonista

Intorno alla cultura dell’immagine si è sviluppato un indotto che vede nel mercato del collezionismo un imprescindibile attore protagonista, che incide sull’affermazione o la storicizzazione di un fotografo piuttosto che un altro. Quattro sono i grandi appuntamenti annui per i collezionisti che si ritrovano tra Londra e New York per aggiudicarsi i lotti alla miglior offerta. Il primo martello a battere dell’anno è quello di Phillips ad aprile, che ha proposto lo scorso 2017 ben 346 lotti fotografici con una straordinaria percentuale di vendita pari all’80 per cento rispetto al 2016. In catalogo alcuni scatti di grandi nomi della storia della fotografia internazionale tra i quali Gustave Le Gray, con un passaggio d’asta di 200.000 dollari, e uno scatto di Lázló Moholy-Nagy, aggiudicato a 212.500 dollari, ma anche interpreti della fotografia italiana come Picnic Allée  di Massimo Vitali battuto a 81.250 dollari. Alle porte dell’estate è la volta dell’inglese Sotheby’s che nell’ultimo appuntamento ha puntato su un mix ben riuscito fra talenti emergenti e pezzi pregiati di autori come Helmut Newton e Peter Lindbergh. Tra ottobre e novembre Christie’s, sempre nel 2017, ha ottenuto i migliori risultati rispetto ai suoi competitors, battendo in un sol colpo 672.500 dollari per un pezzo di Peter Beard dal titolo Orphaned Cheetah Cubs . Chiudono il calendario a novembre Phillips a Londra e gli appuntamenti di Sotheby’s e Christie’s che, come ormai di consuetudine, spostano la loro piattaforma a Parigi in concomitanza con la fiera fotografica del Paris Photo.

Questi sono solo alcuni dei numeri che ogni anno girano intorno al mondo del collezionismo, ma che fanno già ben intendere il valore commerciale dietro al settore della macchina fotografica.

L’immagine può essere considerata un surrogato della realtà? Editoriale a cura di Denis Curti

Jamie Diamond, Mother Brenda, 2012, Courtesy of the artist

Il dizionario della lingua italiana Treccani definisce con il termine surrogato “un riferimento a cose varie, anche non materiali, che sostituisce un’altra cosa in modo imperfetto”. Sulla base di questo insolito concetto, lo scorso 21 febbraio, l’Osservatorio, spazio che la Fondazione Prada ha dedicato interamente alla fotografia al centro di Milano, ha inaugurato la mostra Surrogati. Un amore ideale con le opere delle fotografe americane Jamie Diamond ed Elena Dorfman. Al centro dei loro progetti le artiste esplorano i concetti universali di amore familiare, romantico ed erotico ma con una declinazione alquanto insolita, analizzando il legame emozionale tra un uomo o una donna e una rappresentazione artificiale dell’essere umano. Ancora più nello specifico, la Diamond esplora la vita di una comunità outsider di artiste autodidatte chiamate Rebornes, che realizzano bambole iperrealistiche con cui interagiscono per soddisfare il proprio desiderio di maternità, mentre Elena Dorfman si è concentrata sulle persone che condividono la propria quotidianità domestica con realistiche bambole erotiche a grandezza naturale. La scelta di ospitare ora una mostra su tale argomento in un circuito ufficiale come quello della Fondazione Prada mi ha fatto riflettere sull’idea di surrogato. La fotografia stessa potrebbe rientrare in questa definizione? L’immagine può essere considerata un surrogato della realtà, una sua trasposizione, una finzione a tutti gli effetti benché venga riprodotta quasi perfettamente? D’altra parte è anche vero che, nonostante ciò, assegniamo un forte valore di testimonianza alla fotografia, soprattutto con l’avvento dei social network dove condividiamo con gli altri un surrogato della nostra vita. Allora mi domando, stiamo forse vivendo un’epoca in cui il surrogato ha più valore del reale?

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Ferdinando Scianna: fotografie messe in pagina

Vallelunga,1965

Ci sono sempre delle storie dietro le fotografie di Ferdinando Scianna. Racconti e aneddoti che riguardano persone e amicizie, sentimenti e desideri. I retroscena sulla nascita del libro sulle feste religiose raccontano una storia di quelle che capitano solo una volta nella vita e sono capaci di segnare un destino. Fernando Scianna (all’epoca tutti lo chiamavano così) a soli 20 anni, nel 1963, propone la sua prima mostra al circolo culturale di Bagheria. In parete, affissa con puntine da disegno, la sequenza della sua ricerca sulle feste religiose in Sicilia. Un reportage in bianco e nero che doveva servire come documentazione visiva di una tesi di laurea di antropologia. Leonardo Sciascia, concentrato sulla stesura del suo nuovo libro Morte dell’inquisitore, visita per caso l’esposizione, ne rimane colpito e, da vero gentiluomo, lascia un biglietto cortese al giovane Fernando, complimentandosi per il lavoro. Scianna, inorgoglito e incuriosito da quel messaggio, si mette sulla tracce dello scrittore. Il 16 agosto, accompagnato dal nonno Benedetto, Scianna si reca a Butera, per fotografare la festa del Serpentazzo, poi passa da Palma di Montechiaro dove documenta scene di dura miseria. Chiede informazioni sullo scrittore e lo raggiunge in campagna.

Ferdinando Scianna e Leonardo Sciascia: inizio di un’amicizia infinita

Fra i due c’è subito sintonia e l’invito a pranzo. Sciascia chiede di poter avere le fotografie di Palma di Montechiaro e le invia al settimanale Vie Nuove. Ne uscirà una pubblicazione di otto pagine con didascalie secchissime dello stesso Sciascia, che in seguito si proporrà di scrivere il testo per il libro, Feste religiose in Sicilia, pubblicato nel 1965 per Leonardo da Vinci Editore nella collana Piccolo Orizzonte. Ferdinando Scianna ricorda: «Sciascia mi fece capire che la mia idea di usare le foto delle feste religiose come supporto per la tesi di laurea era contraddetta dalle immagini stesse, che rivelavano, secondo lui, ambizioni diverse, e forse più importanti, di narrazione del mondo, anche di quel mondo, piuttosto che della sua analisi e catalogazione. Per me è stata una salvezza. Nonostante io abbia incontrato Sciascia dopo che già da un paio d’anni facevo seriamente fotografie, la sua influenza è stata determinante. Io dico addirittura retroattiva. Finché non mi ha fatto l’offesa terribile di morire, è rimasto il mio angelo paterno.
Il libro sulle feste religiose ottiene un successo incredibile: 7.500 copie ufficiali – in realtà ne uscirono 15.000 –. Durante le presentazioni volano sedie e non sono risparmiati insulti, a causa del contenuto considerato dissacrante. L’Osservatore Romano esce con una stroncatura clamorosa e scrive di un giovane artista – nemmeno fotografo, artista! – plagiato dallo scrittore comunista, che si prende gioco della fede. Ma il libro continua a suscitare interesse. Fernando diventa Ferdinando e ottiene premi e riconoscimenti. Organizza mostre e continua a pubblicare quelle fotografie che riflettono sulla condizione materiale della religione, dando inizio a un percorso professionale e autoriale che non si è mai interrotto. Nel 1967 entra nello staff de L’Europeo e nel 1968 è già inviato in Cecoslovacchia. Nel 1974 altri due incontri sono destinati a segnare la sua vita, quelli con Henri Cartier-Bresson e Romeo Martinez. Il 1982 è l’anno del suo ingresso nella celebre agenzia Magnum. Nel 1987 comincia la sua esperienza nel mondo della pubblicità e della moda –celebre è la collaborazione con Dolce e Gabbana e la musa ispiratrice Marpessa –. Una parentesi di otto anni che lo porta in giro per il mondo sperimentando una nuova dimensione di fotografo.
Scianna riprende la parola: «L’ho già ripetuto fino alla nausea, i libri sono per me scopo e senso del fare. Ne ho pubblicati una cinquantina e ancora altri ne voglio realizzare. Molto di quanto ho tentato di combinare nel mio mestiere, nel bene e nel male, in qualche modo è finito nei miei libri. Libri riusciti e libri sbagliati. Del resto, una fotografia messa in pagina cambia di senso… ho sempre cercato di fare libri con le fotografie e non di fotografie. Ma ci sono vari tipi di libri che può fare un fotografo come me. Ci sono libri che affrontano un tema, un argomento e sono strutturati come saggi o racconti. Ci sono quelli che io chiamo repertorio, nei quali si mettono insieme immagini che rivelano percorsi o ossessioni tematiche e persino estetiche. Delle quali magari non avevi piena coscienza nell’imprevedibile azzardo del fotografare e che prendono senso diventando libro». Insomma, la passione di Ferdinando Scianna per i libri è la somma delle sue eredità culturali e sentimentali. Per lui contano le sue radici, le letture, le poesie, gli incontri, ma anche gli odori e i sapori, in una parola contano i sentimenti. I suoi insegnamenti più preziosi sono la sua costanza e il suo impegno verso una fotografia che continua a essere racconto e memoria.

La primavera della fotografia: editoriale di Denis Curti

© Rune Guneriussen, At No Time Defeat Sunrise, 2014

La primavera della fotografia

Con l’arrivo di marzo riparte l’anno dei grandi eventi della fotografia europea. Il primo appuntamento è a Milano (22-25 marzo) con l’imperdibile MIA Photo Fair, ormai giunta alla sua nona edizione. La kermesse italiana, punto di riferimento per il nostro collezionismo ma anche per appassionati e addetti ai lavori, apre la stagione fieristica che vedrà protagoniste: Londra a maggio con il Photo London, Amsterdam a settembre con Unseen Photo Festival e, a conclusione dell’anno, l’intramontabile Paris Photo. Il MIA Photo Fair è una realtà ormai consolidata e vicina al suo decimo anno di attività ma se tanto è stato fatto, molto altro c’è ancora da fare. Senza alcun dubbio, cercare di fare ordine tra passato, presente e futuro delle immagini è uno dei compiti da assolvere. Ormai da qualche anno la fotografia internazionale ha iniziato a delineare nuovi temi d’interesse
e approfondimento, trovando in altri ambiti inaspettati alleati. Scienza e tecnologia sono state le protagoniste indiscusse degli ultimi decenni aprendo a frontiere inimmaginabili, e la fotografia, in quanto espressione del nostro tempo, non è rimasta a guardare. Il nuovo binomio, scienzafotografia, raccoglie da tempo un sempre maggiore interesse e il MIA Photo Fair, in qualità di assodato riferimento, intende approfondire tale tema. Il comitato direttivo, composto da Fabio e Lorenza Castelli, ha deciso di dedicare un ampio spazio a questo nuovo dialogo, concentrando il dibattito in particolar modo sul tema delle neuroscienze, promosso in collaborazione con l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Gli incontri vedranno la partecipazione di figure accademiche dell’area umanistica e scientifica che discuteranno su arte, neuroscienze e filosofia. Di buon auspicio è anche il numero di adesioni da parte delle gallerie che raggiunge il numero di ottantacinque presenze, delle quali un terzo straniere. Da tali premesse si prospetta un evento del tutto eccezionale, con l’augurio che la sovrapposizione di data tra la primavera meteorologica e l’inaugurazione del MIA Photo Fair possa essere una fortunata coincidenza per una nuova primavera della fotografia italiana.

Il realismo della finzione: editoriale a cura di Denis Curti

Il realismo della finzione

Nessun errore, nessuna sfocatura, tutto perfettamente nitido. No! Non è lo slogan dello spot di una nuova macchina fotografica… o forse, indirettamente, sì. Quelle sopra elencate sono le principali caratteristiche che si possono cogliere, a un primo sguardo, dell’immagine che riprende il panorama di Shanghai dall’Oriental Pearl Tower. 195 gigapixel – l’equivalente di altrettanti miliardi di pixel – compongono una delle fotografie tridimensionali realizzate con la più alta definizione della storia, così alta che è possibile zoomare fino a mettere a fuoco un uomo affacciato alla finestra a centinaia di metri di distanza o il volto di un passante in strada. Grazie alla tridimensionalità dell’immagine è possibile avere una vista dalla torre a 360 gradi sulla città e muoversi dall’alto verso il basso o da destra verso sinistra come se effettivamente ci si affacciasse da essa. L’iniziativa è stata promossa e prodotta dall’azienda cinese Jingkun Technology, conosciuta anche come Big Pixel, che ha voluto così dimostrare le possibilità delle fotocamere professionali, ed ecco, forse, svelata l’azione di marketing strategico dietro il progetto, nonostante non sia stato svelato il marchio delle macchine fotografiche. L’immagine, visibile all’indirizzo www.bigpixel.cn, in realtà è il prodotto finale dell’unione di più foto scattate con centinaia di macchine fotografiche e ben due mesi di minuziosa post-produzione, così da ottenere la straordinaria quantità di dettagli che è possibile cogliere. Il risultato è impressionante, la ricostruzione è talmente vicina alla realtà che è come se si spalancasse ai nostri occhi un nuovo mondo. Ovviamente l’immagine apre a non poche riflessioni. Prima su tutte è certamente l’aspetto della privacy che oltre alla questione sollevata dall’immagine stessa, dove al suo interno è possibile identificare chiaramente centinaia di persone, ci svela in quale misura realmente la tecnologia sia in grado di invadere il nostro spazio privato.

La lettura delle immagini: incontri ravvicinati surreali fra fotografi e teorici delle immagini

La lettura delle immagini: editoriale di Denis Curti

Qualche numero fa ho raccontato dei tic dei fotografi a proposito delle modalità di presentazione dei portfolio. Mi hanno scritto in molti. Alcuni si sono riconosciuti, altri mi hanno invitato (e sfidato) a riflettere sulle pratiche di lettura critica da parte di esperti (critici, galleristi, photo editor, curatori), suggerendo, e neppure tanto tra le righe, che anche dall’altra parte della scrivania si ripetono cliché e frasi fatte. Mi sono quindi accostato a qualche collega e, naturalmente, mi sono messo in gioco ripensando a quanto sia complesso “criticare” o semplicemente offrire suggerimenti a chi decide di mettere le proprie immagini sul tavolo in cerca di un confronto, di un parere e, perché no, di un giudizio. Dunque, sarà capitato anche a voi… come recita il vecchio ritornello di Zum Zum Zum cantata dalla mitica Sylvie Vartan, di sentirvi dire: «Questa immagine l’avrei tagliata così… Avrei preferito delle stampe, la visione su monitor è troppo fredda… Questa sequenza è troppo lunga… Questa stampa l’avrei fatta più piccola, questa più grande… Questo progetto lo avrei stampato su carta opaca, il lucido lo mortifica…

Editoriale di Denis Curti

Questa sequenza io la ricostruirei a partire da qui… Questo lavoro non ti rappresenta, conosco troppo bene la tua storia precedente… La dimensione teorica del tuo lavoro è nettamente inferiore a quella estetica che hai prodotto… Cosa vuoi farne di questo lavoro? Pensi a un libro o a una mostra? Il tuo lavoro sarebbe meglio apprezzato nel mondo dell’arte contemporanea… Chi è il committente? Questo tema è già stato trattato innumerevoli volte… Quali sono i tuoi riferimenti culturali e visivi? È troppo evidente la citazione… Fai un uso eccessivo delle figure retoriche e i rimandi a quel maestro sono troppo scontati… ». Insomma, potrei andare avanti ancora molto, ma mi fermo qui e invito i miei amici lettori a inviarmi il resoconto delle loro esperienze con i critici, perché credo valga la pena approfondire le dinamiche di questa relazione. Ho letto con interesse il blog di Michele Smargiassi quando ha posto la questione dei testi critici al fianco delle immagini. La sua raccolta di pareri conteneva tutto e il contrario di tutto, ma un dato certo era comune: le parole, spesso, non riescono a raccontare le fotografie. E per me, per noi autori delle teorie critiche de Il Fotografo, questo resta un fatto cruciale costruire un equilibro armonico tra testo e immagine. Da una parte c’è la necessità di “spiegare” la complessità di un progetto, dall’altra l’obbligo di raccontare, di storicizzare e di contestualizzare. Ma questa è cosa diversa dalla lettura critica delle fotografie. Ho già denunciato a gran voce l’attività di critici non sempre competenti e poco rispettosi dell’intimità altrui. Sì, perché io credo che mostrare le proprie fotografie sia rivelare una parte intima di se stessi. E a questo gesto va portato enorme rispetto. Forse le fotografie potrebbero anche non essere interessanti, ma le storie accanto alle immagini raramente non lo sono.

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Chi decide cosa sia arte o no? Un editoriale di Denis Curti

Ispirazione o plagio? Un editoriale di Denis Curti 

Un vero e proprio colpo di scena, che segna un indiscutibile precedente storico, quello accaduto qualche mese fa nella vicenda legale che vedeva coinvolti Franck Davidovici e Jeff Koons. Lo scorso novembre, infatti, il fotografo francese è riuscito a vincere la causa contro Koons per il plagio di una propria fotografia scattata nel 1985 per la campagna pubblicitaria di NafNaf, ottenendo un risarcimento pari a 168.000 $. Ma la vicenda non finisce qui. La coautrice dello scatto, Elisabeth Bonamy, nonostante in un precedente accordo con Davidovici avesse rinunciato ai suoi diritti d’autore, alla luce del mancato onore di questo ha accusato a sua volta Davidovici per appropriazione indebita. Lo scontro tra il fotografo francese e l’artista inglese certamente si aggiunge a una lunga serie di celebri procedimenti legali, riguardanti l’appropriazione non autorizzata di un prodotto creativo. In questa lunga lista come non citare il celebre caso di Patrick Cariou contro Richard Prince del 2013, che, al contrario, vide vincitore Prince in quanto il giudice americano qualificò l’utilizzo che lui fece delle immagini di Cariou abbastanza trasformativo da qualificarlo come Fair Use, ossia uso lecito dell’opera precedente con nessuna violazione del copyright. La questione del Diritto d’Autore sulle immagini è senza dubbio uno dei terreni più spinosi e ambigui in ambito fotografico, soprattutto negli ultimi dieci anni con l’avvento di Internet e dei social network. Sebbene esista una tutela sulle riproduzioni di opere visive, quando si parla di fotografia non tutti i lavori fotografici sono tutelati dal diritto d’autore, in quanto la legge italiana distingue tre categorie fotografiche – opere d’arte, foto semplici e fotografie documentarie – a cui sono associati diritti di paternità e utilizzo completamenti diversi. Ora, le mie parole, lontane dal voler essere un approfondimento sul Diritto d’Autore, vogliono sollecitare delle riflessioni. Come si può categorizzare le immagini e di conseguenza tutelarle in maniera diversa? Su quali conoscenze estetico, filosofiche e formali un giudice può definire un’immagine secondo le tre categorie? E soprattutto, chi decide cosa sia arte o no?

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La fotografia italiana si mostra: l’autorialità del bel paese è raccolta da M9. Editoriale di Denis Curti

La fotografia italiana si mostra

Mi hanno chiesto di pensare a un grande evento che desse evidenza del valore e dell’impegno autorale. Un anno fa ho iniziato a selezionare i nomi che hanno scritto la storia della fotografia in Italia nell’arco di un secolo – vi assicuro che non è stato facile, avendo dovuto escludere comunque delle grandi firme visto un limite numerico – e di comporre in un mosaico visivo le esperienze che potessero offrire il volto di una nazione. La ricerca mi ha costretto a scegliere la direzione del racconto e a stabilire una modularità e un’articolazione, tenendo conto dell’imprescindibile rapporto osmotico che si instaura tra micro e macro storia, fra gli autori e i relativi contesti culturali. In queste pagine cercheremo di dare conto di tutto questo, nella convinzione di dover incorrere in una parzialità inevitabile. L’occasione è stata anche quella di approfondire un tema di carattere storico: Quanto è italiana la fotografia italiana?

Quanto è italiana la fotografia italiana?

Le ricerche svolte dal giornalista Michele Smargiassi hanno dato un esito che non lascia dubbi: all’inizio la fotografia in Italia o almeno quella degli esordi e poco oltre, parla francese. Nel ritardo italiano fioriscono studi, atelier, botteghe, grandi e piccole. Tutte attività di mestiere, animate da un intento puramente classificatorio, prive di un carattere a eccezione degli Alinari a Firenze e dei Villani di Bologna. Contagiati dallo spirito cavouriano, i fotografi furono chiamati a colmare una lacuna identitaria: fatta l’Italia si doveva far conoscere con l’immagine la nazione agli italiani. Il carattere nazionale doveva emergere da un censimento corale che spesso si rivelò lacunoso e incompiuto. Nell’approfondita ricerca di Michele Smargiassi che arricchisce il catalogo che accompagna la mostra si coglie che anche durante il regime fascista, nazionalizzando lo sguardo fotografico sul Paese e lasciando il resto all’innocuo giocherellare dei pittorialisti tardivi, fu posta una pietra tombale sullo sviluppo di una cultura fotografica italiana consapevole di se stessa, proprio in un momento in cui la fotografia internazionale sviluppava i linguaggi e i generi della sua modernità – tra le poche voci fuori dal coro si rileva l’indagine di Ermanno Scopinich nel sondare le profondità segrete e semisconosciute di quel territorio di sperimentazione che diede i natali ad alcune menti straordinarie –. Fino all’ultimo dopoguerra – scriverà Bertelli nel libro La nascita della visione, in Italia: ritratto di un paese in sessant’anni di fotografia – «pesa sulla fotografia italiana […] un anonimato che ne fa quasi un’opera collettiva, […] che autorizza a parlare della fotografia che precede il 1950 come in altre età storiche si parlerebbe del mosaico o della pittura parietale». Dobbiamo attendere gli anni del boom economico e oltre per cogliere un’uscita dal ghetto della periferia e proporsi, in un tempo relativamente breve, nel confronto internazionale. Ed è di enorme importanza – e al contempo rivelatore –, che questo processo di emersione e di indipendenza sia passato in grande misura per le stesse strade che avevano costretto la fotografia italiana al suo opposto, il conformismo e l’omologazione dello sguardo: quelle della fotografia del paesaggio, della città, del territorio. In fin dei conti, sottolinea Smargiassi, quel che di italiano c’è nella fotografia italiana forse consiste in questo paradosso, di essere cioè una fotografia «fuori di sé», che ha saputo approfittare di una storia senza spiccate connotazioni per emanciparsi da ossessioni nazionaliste e scioviniste, farsi camera d’eco intelligente, che raccoglie, rivive e rilancia le tensioni di un medium a vocazione planetaria. La storia della fotografia italiana potrebbe essere letta allora come un percorso di liberazione da una condizione di oggetti destinatari e perfino vittime dello sguardo altrui; una lunga, secolare lotta di spiazzamento, in senso proprio: da oggetti a soggetti, da destinatari a protagonisti di un linguaggio che, quando è stato nazionale, lo è stato quasi sempre in funzione aggressiva, coloniale, imperialista.

M9
via Giovanni Pascoli 11
30171 Venezia Mestre

E se fosse tutto per una questione di like…Editoriale a cura di Denis Curti

E se fosse tutto per una questione di like…

Qualche mese fa in Malesia è accaduto un fatto alquanto curioso ma simbolico. Curioso perché la nota azienda asiatica Samsung ha utilizzato, per scopi promozionali, una fotografia scattata con una classica macchina fotografica professionale. Fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che quella stessa immagine sarebbe stata utilizzata per pubblicizzare la qualità della fotocamera del nuovo modello Samsung Galaxy A8 Star. Il vaso di Pandora è stato aperto quando l’autrice dell’immagine, Dunja Djudjic, ha notato casualmente che il suo scatto campeggiava sul sito malesiano della multinazionale lasciando, più o meno esplicitamente, intendere che quella stessa fotografia era stata realizzata grazie alle capacità tecniche della fotocamera di quel modello di smartphone.

La rivoluzione che Internet e i social network hanno portato alle nostre vite

Nelle sue dichiarazioni al giornale DIY Photography, la Djudjic racconta che per creare quello scatto aveva utilizzato una classica macchina fotografica digitale e che successivamente l’aveva caricato sul sito di archiviazione e condivisione di fotografie EyeEm per poi averlo selezionato, insieme ad alcune foto, per inserirlo nel catalogo dell’agenzia fotografica  Getty Images. Dunque l’immagine in questione oltre a non essere stata scattata con lo smartphone Galaxy A8 Star è risultata visibilmente modificata attraverso programmi di fotoritocco. La questione tuttavia, come anticipato nell’introduzione, non è solamente curiosa ma, a mio avviso, strettamente simbolica della rivoluzione che Internet e i social network hanno portato alle nostre vite. Spesso mi sono chiesto come mai multinazionali come Samsung, Apple ecc, promuovano i propri smartphone vantando prestazioni sempre migliori delle loro fotocamere. Perché limitare la comunicazione pubblicitaria di un prodotto a una sola delle sue, ormai moltissime, funzioni? Con molta probabilità questo aspetto si lega profondamente con la nostra vita. Oggi un’immagine fotografica privata non è più semplicemente un ricordo ma, al tempo dei social, belle foto da poter condividere significano like che colmano le nostre insicurezze, appagano la nostra vanità e costruiscono la nostra vita sociale. Detto ciò, sono aperte le riflessioni.

Denis Curti

Immagine in evidenza © Dunja Djudjic

La fotografia e le nuove frontiere della realtà: editoriale a cura di Denis Curti

Debbie Gerlach Facebook

La fotografia e le nuove frontiere della realtà

Debbie Gerlach, di cui vi abbiamo già parlato qualche mese fa ( per leggere l’articolo clicca qui) vive a Tucson negli Stati Uniti e qualche mese fa avrebbe dovuto sposarsi con il suo fidanzato Randy Zimmerman, ma il destino ci ha messo la mano. Randy muore in un’incidente stradale qualche mese prima del matrimonio. Debbie, distrutta dalla perdita, decide comunque che avrebbe celebrato il loro amore nel giorno stabilito per il loro matrimonio, nonostante ciò che era accaduto. Così la giovane, vestendosi con il suo abito da sposa, ha posato nei magnifici panorami desertici dell’Arizona facendosi immortalare assieme all’ologramma di Randy e le sue ceneri, proprio come nel più classico album di nozze. Qualche giorno più tardi Debbie ha condiviso gli scatti, a opera della fotografa Kristie Fonseca, nella sua pagina Facebook e in breve tempo le immagini hanno fatto il giro del mondo. Qualche anno fa, invece, la ragazza olandese Zilla Van Den Bon, finse di andare in vacanza in Estremo Oriente. Durante quei giorni, per testimoniare il suo viaggio, pubblicò costantemente nei suoi profili social fotografie che la ritraevano al mare, davanti a templi antichi, nella giungla e insieme ai monaci buddisti. Tutto era ovviamente rigorosamente finto, e ogni singola immagine era artificialmente costruita con l’ausilio di Photoshop dal computer di casa sua, con lo scopo di dimostrare quanto la realtà virtuale, ma non solo, possa essere manipolata con estrema facilità.

L’importanza e il ruolo che la fotografia ricopre nelle vostre vite.

Entrambe queste storie mi hanno fatto riflettere sull’importanza e il ruolo che la fotografia e, più in generale le immagini, ricopre nelle vostre vite. Questa in alcuni casi riempie un vuoto emotivo, soprattutto dal momento della diffusione di social network; le immagini che pubblichiamo sono la rappresentazione ufficiale delle nostre vite, più o meno, reali. Ecco allora che mi vengono in mente le parole del filosofo francese Cartesio che, nei primi anni del Seicento, si esprimeva con la locuzione “Cogito ergo sum” per manifestare la certezza indubitabile che ogni individuo ha della propria esistenza, e che oggi, con molta probabilità, andrebbe modificata con “Imago ergo sum”.

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