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Torna a Ferrara “Riaperture”, il festival di fotografia

Riaprire con la forza delle immagini gli spazi chiusi di una città: Ferrara è pronta a ospitare la terza edizione di ‘Riaperture’, il festival di fotografia in programma dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile 2019. Autori da tutto il mondo, incontri e presentazioni, proiezioni e workshop, per una formula confermata dopo il successo nel 2018 con 3200 presenze, e che presenta diverse novità, tra i luoghi riaperti e gli autori in mostra a Ferrara. Il tema della terza edizione è il ‘Futuro’, che sarà sviscerato in molteplici direzioni grazie alle storie di autori nazionali e internazionali. Saranno presenti in mostra al festival: Gianni Berengo Gardin, Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher e Giovanni Cocco. Annichilito da prospettive curve su sé stesse, riposto in un asintoto irraggiungibile, ignorato da una realtà concentrata solo su ciò che è, atrofizzato da una narrazione contemporanea dove “il peggio” deve ancora venire, Riaperture ha scelto di (ri)portare al centro della scena il tempo che deve ancora arrivare, per raccontare scenari in arrivo o già presenti nella nostra società.

L’obiettivo di Riaperture è di riaccendere l’attenzione su luoghi pubblici o privati attualmente non in uso, per portare loro nuova energia. Rispetto alla seconda edizione, tra i luoghi ci sono conferme ma anche significative novità. La manifestazione sarà dislocata a Factory Grisù, ex caserma dei Vigili del Fuoco ora consorzio di imprese innovative e oggetto di un percorso di rigenerazione, a Palazzo Prosperi Sacrati, uno degli edifici storici più belli della Ferrara estense, situato al centro dell’Addizione Erculea e chiuso da anni. Riaperture riaprirà ancora una volta, la seconda dopo il terremoto del 2012, Palazzo Massari, storico edificio ferrarese in fase di restauro, che quest’anno potrà essere visitabile anche all’interno senza impalcature. Altri luoghi del festival saranno la “Salumaia” dell’Hotel Duchessa Isabella, uno spazio solitamente inaccessibile ai clienti dell’albergo, e il negozio di via Garibaldi 3, attualmente chiuso, come simbolo per le attività commer-ciali del centro storico da riqualificare. Infine, la grande novità: l’ex caserma dell’esercito ‘Pozzuoli del Friuli’, struttura mai stata riaperta dalla sua chiusura nel 1996. Tutti i luoghi del festival saranno accessibili anche alle persone con disabilità.

Saranno due weekend che trasformeranno ancora una volta Ferrara in un collettivo laboratorio fotografico, grazie al ricco programma che comprende, oltre alle mostre, concorso, workshop, letture portfolio, visite guidate, talk, presentazioni, proiezioni, reading, dj set e laboratori per bambini.

Per il programma completo clicca qui 

 

EIZO Wildlife Photo Contest

(C) Marco Colombo

La fotografia naturalistica è un genere straordinario che si presta a innumerevoli interpretazioni. Partecipa al contest organizzato in collaborazione con EIZO e condivi il tuo personale punto di vista. Scegli il soggetto che preferisci: gli animali rappresentano quello più popolare, è vero, ma nulla ti impedisce di montare il grandangolo e dedicarti al paesaggio, oppure di concentrarti su fiori e piante immortalandoli a distanza ravvicinatissima con la tua ottica macro. Una regola ferrea: i protagonisti degli scatti devono essere liberi: non rinchiusi in una gabbia o in una vasca.

Sfoga dunque tutta la tua creatività, e fallo con passione, ma senza cercare immagini sensazionalistiche e rispettando la Natura in tutti i suoi aspetti.
Le foto che arriveranno alla redazione entro il 15 settembre 2019 saranno selezionate da una giuria di esperti composta dalla redazione, da Denis Curti (direttore dell’area Fotografica Sprea), dal noto naturalista fotografo Marco Colombo e da Roberta Scalisi, Product & Marketing Manager di EIZO. Le foto più belle, oltre ad essere pubblicate sulle nostre riviste Il Fotografo, N-Photography, Photo Professional e Digital Camera, saranno esposte in una mostra che si terrà il prossimo autunno presso Photo Square, il prestigioso spazio espositivo all’interno dell’aeroporto di Malpensa, Terminal1.

Per iscriverti e caricare le tue foto clicca qui 
Carica le foto JPEG nella risoluzione originaria della tua fotocamera, no RAW. Solo la redazione avrà accesso al file in grande formato (necessario per la stampa su carta), online apparirà automaticamente in formato ridotto

©Marco Colombo
©Marco Colombo
©Marco Colombo

Oltre la percezione: le immagini multidimensionali di Aydın Büyüktaş piegano il tempo e lo spazio

Chi abbia visto almeno una volta un’immagine del Gran Bazar, del ponte di Galata o della Yeni Cami, la Moschea Nuova di Istanbul, non può che rimanere sorpreso di fronte alle fotografie di Aydın Büyüktaş, paesaggi che si curvano all’infinito e che mostrano più punti di vista nello stesso scatto, distorcendo le prospettive e sovvertendo la percezione dell’osservatore. Non si tratta, però, di un semplice – per quanto tecnicamente complesso – esercizio di stile. Dietro a queste immagini si nasconde una precisa filosofia che il fotografo turco ha tratto dal romanzo fantascientifico Flatlandia di Edwin Abbott: un romanzo rivoluzionario per la sua epoca, la seconda metà dell’Ottocento, in cui si raccontano le vicende degli abitanti di Flatlandia, figure geometriche che vivono nella sicurezza del loro mondo bidimensionale, improvvisamente sconvolto dall’arrivo di una misteriosa sfera.
A queste pagine, Büyüktaş si è ispirato per la sua serie Flatland, che riunisce immagini della città di Istanbul e dei suoi monumenti più famosi, catturate con un drone e fuse con un software 3D per dar vita a paesaggi surreali. Fotografie di fronte alle quali non si può fare a meno di seguire l’esempio delle creature di Flatlandia, lasciandosi condurre nella terza dimensione, pronti ad abbandonare le nostre sicurezze e ad aprirsi a uno sguardo nuovo sulla realtà.

Dieci domande a Aydın Büyüktaş

Aydın, come ti sei avvicinato alla fotografia?
A livello professionale, ho iniziato a fotografare quando lavoravo nel campo degli effetti speciali e dell’animazione 3D, per gli sfondi, le texture, gli stop motion. Però fotografo sin da quando sono piccolo.

Come è nata la tua serie Flatland?
Era il 2006. Stavo leggendo Iperspazio di Michio Kaku dove ci sono molti riferimenti al romanzo di Edwin Abbott, Flatlandia. Sono rimasto molto impressionato dal modo in cui questo libro, scritto nel 1884, esemplifichi la difficoltà di comprendere le interconnessioni tra le dimensioni e i passaggi interdimensionali. Il fatto che il romanzo cerchi di raccontare la transizione interdimensionale e la terza dimensione come seconda dimensione corrispondeva alla mia indagine sulla terza dimensione. Quando uno degli abitanti di Flatlandia, il quadrato, incontra una sfera proveniente da Spacelandia (il mondo a tre dimensioni), che gli rivela la presenza della terza dimensione, per la prima volta egli si rende conto di come finora abbia vissuto in un mondo a due dimensioni. L’idea di “curvare” lo spazio e il pensiero che potessi vedere Istanbul da questa prospettiva hanno portato alla nascita di questo progetto per cui non avrei potuto trovare titolo migliore di quello scelto dallo stesso Abbott.

Qual è il messaggio che vuoi comunicare?
Viviamo in luoghi che, la maggior parte delle volte, non catturano la nostra attenzione, luoghi che trasformano la nostra memoria, a cui gli artisti regalano una nuova dimensione, dove le percezioni che attraversano la nostra mente vengono demolite mentre altre prendono il loro posto. Questo lavoro aspira a lasciare l’osservatore da solo con un punto di vista ironico, romantico e multidimensionale.

Quanti luoghi hai fotografato e dove?
La serie Flatland è dedicata a Istanbul. Per la serie Flatland II ho scattato fotografie in quarantacinque luoghi diversi, in Arizona, Texas, California e New Mexico. Ho realizzato trentacinque collage tra cui ho scelto le diciannove immagini finali.

Quanto tempo impieghi a scegliere i soggetti che vuoi fotografare e da che cosa dipende la tua scelta?
Impiego circa due mesi a cercare i luoghi da fotografare su Google Earth e a pianificare i voli. A volte mi capita di trovarli casualmente mentre sono impegnato in sessioni fotografiche. Cerco soprattutto luoghi che siano caratterizzati dal ritmo, da pattern particolari, da linee che creino la prospettiva. Preferisco questi luoghi perché mi danno la sensazione di poter vivere nei miei sogni.

Quali sono i luoghi più belli che hai fotografato?
Le fotografie del Gran Bazar di Istanbul e del deserto dell’Arizona sono le mie preferite. Amo molto anche le città storiche, per esempio dell’Italia, ma è davvero difficile ottenere i permessi per fotografare con il drone in quei luoghi.

A livello tecnico, come realizzi queste fotografie? E come le post-produci?
Per ogni immagine sono necessarie almeno diciassette fotografie. Mi occorrono circa quattro mesi per trovare la giusta composizione. All’inizio creavo dei collage in modo analogico ma non ero soddisfatto e sono passato al digitale: ci vogliono molti giorni di lavorazione con Photoshop per arrivare al risultato desiderato.

Quali sono le difficoltà maggiori che trovi nel tuo lavoro?
Innanzitutto occorre aspettare le giuste condizioni meteorologiche. Capita spesso di tornare a casa senza fotografie a causa del maltempo, di problemi tecnici, di uccelli che attaccano il drone o di mancati permessi.

Ci parli delle altre tue serie Parallel Universe e Gravity?
Amo i soggetti fantascientifici. Mi piace ricrearli nel nostro mondo e giocare con la percezione delle persone.

Ci parli della tua attrezzatura?
La maggior parte delle volte fotografo con il drone. Per la serie Parallel Universe, ho attaccato la macchina fotografica a uno stativo (Manfrotto 269 HDBU) così che potessi fotografare da un punto più alto e ho scattato in remoto dal mio cellulare

 

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1914, nasce la foto aerea di guerra

1943 © Mondadori Portfolio

Anche se già nel 1912 (per la precisione, il 5 marzo) ebbe luogo per iniziativa dell’Esercito Italiano la prima missione fotografica di guerra al mondo, fu con la Prima Guerra Mondiale che questa specialità divenne una pratica diffusa e articolata. Dal volo di quei due dirigibili, che portavano le sigle P.2 e P.3, che sorvolarono la zona di Zamburi in Libia, per effettuare una “ricognizione con rilievi fotografici del territorio nemico” alle riprese aeree del 1914 erano passati, in fondo appena pochi mesi. Ma, sotto l’impulso delle esigenze belliche, il salto della tecnologia delle riprese e delle stesse attrezzature fu in realtà enorme. Per limitarsi al solo fronte italo-austriaco, bastano poche cifre a dimostrarlo. Le fotocamere aeree, sempre più efficienti, leggere e maneggevoli, in dotazione all’Esercito Italiano passarono dall’esiguo numero di 22 del 1915 alle 391 del 1917. Il neonato Reparto Fotocinematografico del Regio Esercito prese così a cimentarsi in ogni genere di specialità, dai complessi mosaici fotografici necessari per il servizio di ricognizione alla documentazione degli scontri, dei bombardamenti e dei danni che le azioni belliche provocavano. Dall’altra parte del fronte, la sola Aeronautica austriaca arrivò, verso la fine della guerra, qualcosa come 4mila fotografie aeree al giorno. Aggiornando l’intera mappa dei fronti di sua competenza almeno ogni 15 giorni. Un record di ampliamento superato dalle più ricche e numerose flotte aeree tedesca, inglese, francese e statunitense. In poco tempo, la tecnologia portò a sviluppi prima di allora impensabili: basti citare, a questo proposito, che la creazione della “quasi perfetta” fotocamera Laica porta la data del 1914. Fu l’inizio di una cavalcata travolgente: di guerra in guerra, la fotografia aerea ha affinato sempre più metodi e strumenti. Fino ad arrivare ai sofisticati sistemi di sorveglianza e controllo fotografico satellitare a disposizione degli eserciti di oggi.

 

Hans Feurer: uso della luce naturale e assenza di fotoritocco

Hans Feurer, Chesterfield Stockings, 1974.

L’uso della luce naturale e l’assenza di fotoritocco sono le caratteristiche che rendono riconoscibili all’istante le immagini realizzate dal fotografo svizzero Hans Feuer. Dopo aver fatto studi artistici, lavora a Londra come grafico, illustratore e direttore artistico per diverse agenzie di pubblicità. Nel 1966 lascia il proprio lavoro e acquista una Land Rover per recarsi nell’Africa del Sud. Tornato a Londra affitta uno studio e inizia a lavorare come fotografo. In meno di un anno riesce ad affermarsi sul mercato e, nel 1974, viene chiamato a realizzare il calendario Pirelli. Collabora con le maggiori riviste di moda del mondo, da Elle a Vogue, da Numéro all’ultimo numero monografico di Antidote, interamente a lui dedicato. Nelle sue fotografie Feurer ha sempre mostrato una grande originalità, sempre unita a un grandissimo controllo sotto il profilo tecnico e a uno sguardo attento e acuto che lo ha spinto a indagare e sottolineare la natura in tutte le sue forme, con una particolare attenzione all’Africa e al fascino femminile.
Sul fotografo anche il volume Hans Feurer, edito da Damiani, in cui viene ripercorsa la carriera dell’autore a partire dagli anni Settanta per arrivare fino al Duemila.

Venezia Photo, il nuovo appuntamento per la fotografia

Venezia Photo: 4 giorni di stage fotografici in piccoli gruppi, insieme ai più grandi fotografi contemporanei sull’isola di San Servolo a Venezia, per tutti gli appassionati di fotografia.

Venezia Photo: programma

30 workshop di 4 giorni: stage fotografici teorici e pratici della durata di 4 giorni, aperti a tutti. Sviluppa il tuo sguardo fotografico, migliora la tecnica e vivi momenti unici direttamente sul campo.

32 fotografi di fama internazionale: un programma eccezionale di workshop, serate di dibattiti e conferenze, per vivere e imparare la fotografia al fianco di professionisti di fama internazionale.

Previsti più di 400 partecipanti: ti accoglierà l’isola di San Servolo a Venezia, per vivere un’avventura fotografica fuori dal comune. A scandire il tuo soggiorno momenti di apprendimento, condivisione e convivialità tra professionisti e appassionati.

Per il programma completo clicca qui 

Il ritratto del mostro di Loch Ness: uno dei “falsi” più famosi della fotografia

Il tabloid inglese Daily Mail pubblica un’immagine destinata a rivelarsi uno dei “falsi” più clamorosi della storia della fotografia: il ritratto del mostro che, secondo la leggenda, vive nelle acque di Loch Ness in Scozia. Lo scatto, che immortala la testa e il collo di un animale, fu realizzato dal ginecologo Robert Kenneth Wilson e per molti anni contribuì ad alimentare il mito di Nessie che, oggi come allora, attira curiosi, turisti e “cacciatori di mostri” sulle rive del lago. Solo negli anni Ottanta si riuscì a dimostrare che l’animale visibile nella fotografia era, in realtà, un sottomarino giocattolo al quale era stata attaccata una sagoma a forma di testa di serpente: lo strano marchingegno era opera di un amico di Wilson, Christian Spurling, a sua volta genero di Marmaduke Wetherell, il quale sosteneva di aver trovato delle impronte di Nessie, venendo poi smentito dal Daily Mail.

Libri rari che ogni fotografo dovrebbe possedere

Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del volume Mosca di William Klein (1964) – di cui si è parlato in questa stessa rubrica viene pubblicato in Italia, nel 1965, Milano, con fotografie di Giulia Pirelli e Carlo Orsi e con una presentazione di Dino Buzzati. Il progetto su Milano fa pensare che in qualche modo gli autori italiani abbiano fortemente sentito l’influenza dirompente del linguaggio – sia fotografico sia di impaginazione – di Klein, che aveva dato alle stampe nel 1956 il suo primo volume, New York  concepito in modo nuovo e con cui si era imposto a livello internazionale. Ricordiamo che New York, e i successivi volumi di Klein dedicati alle grandi capitali, fu concepito in grande formato e con un’impaginazione a dir poco vivace, con fotografie al vivo o assemblate secondo un criterio apparentemente anarchico, fuori dalle consuete gabbie grafiche. Questa scelta esaltava il linguaggio fotografico del grande fotografo americano, caratterizzato dall’immediatezza dell’immagine in cui spesso i soggetti interloquiscono con il fotografo che, grazie anche a un uso maggiore o consueto del grandangolo, pare entrare direttamente nella scena. In un modo molto simile viene concepito il volume su Milano, anche in questo caso ricorrendo al grande formato, in cui un’impaginazione vivace presenta fotografie sgranate, con forti contrasti, adeguate a un linguaggio che non poteva più essere quello pacato del reportage tradizionale, dove le immagini erano il frutto di calcolati equilibri formali. La tradizione fotografica italiana, d’altra parte, discendeva dai due grandi filoni del linguaggio fotografico nazionale: il formalismo, che aveva dominato nella fotografia cosiddetta artistica, e l’impronta neorealista che aveva caratterizzato tutto il periodo del dopoguerra.

Milano, con fotografie di Giulia Pirelli e Carlo Orsi e con una presentazione di Dino Buzzati

Le fotografie sul capoluogo padano realizzate da Carlo Orsi (per la maggior parte) e da Giulia Pirelli sono dunque caratterizzate da un linguaggio eclettico che spazia dalla documentazione neorealista alla sperimentazione grafica, raccontando di una città in piena espansione, con le sue contraddizioni, i primi grattacieli e le vecchie case di ringhiera, la neonata metropolitana e le periferie sterminate e informi, con i suoi luoghi deputati alla frequentazione della folla – la Stazione Centrale, Piazza Duomo, lo stadio di San Siro… – e con i più raccolti angoli di una città ottocentesca: in questo contesto visivo si inseriscono le pagine iniziali con gli appunti in forma di poesia di Dino Buzzati, uno dei più grandi scrittori e giornalisti italiani del dopoguerra. Giulia Pirelli e Carlo Orsi sono due figure di operatori visivi legati a una Milano illuminata, capace di esaltare i suoi pregi ma anche di analizzare i limiti e i problemi connessi alla veloce espansione socio-economica. Si tratta di temi e paesaggi consueti, relativi allo sviluppo rapido di una grande città che risorge dalle distruzioni del dopoguerra per candidarsi a città guida dell’economia italiana negli anni del boom economico. Quasi cinquanta anni dopo Milano è diventata una città completamente diversa: le fabbriche e le nebbiose e malinconiche periferie non esistono più, sostituite da luccicanti centri commerciali, e la struttura economico-sociale si è trasformata, con la città-fabbrica diventata città dei servizi, segnata da profonde trasformazioni urbanistiche che negli ultimi anni ne stanno modificando lo skyline. Anche la pubblicistica fotografica è del tutto cambiata e se in quegli anni Sessanta la pubblicazione di un libro fotografico in Italia costituiva un evento, oggi sono numerosissime le pubblicazioni specifiche: mi pare che manchi, però, un volume fotografico che davvero racconti in modo nuovo la Milano dei nostri giorni

Milano, Fotografie di Carlo Orsi e Giulia Pirelli;
presentazione di Dino Buzzati; grafica Giancarlo Iliprandi;
pagine 90, formato 30x40cm.
Bruno Alfieri editore, Milano, 1965

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Robert Mapplethorpe: il grande anticonformista senza tempo

Robert Mapplethorpe, White Gauze, 1984 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Fotografia e danza in dialogo tra loro, unite dalla medesima matrice performativa: è questo il concept della mostra che Madre – museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli dedica a Robert Mapplethorpe, uno dei maestri della fotografia del Novecento, morto nel 1989 a soli quarantatré anni. Curata da Laura Valente e Andrea Viliani, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation, l’esposizione vuole creare un confronto tra l’azione del “fotografare” in studio (nell’implicazione autore / soggetto / spettatore) e del “performare” sulla scena (nell’analoga implicazione performer / coreografo / pubblico). «Le opere del fotografo americano non erano mai state poste in un confronto diretto, prima d’ora, con quell’evidente componente performativa che sembra animarle», spiegano i curatori. «L’obiettivo di questa mostra, dunque, è di coniugare l’aspetto espositivo e quello fotografico, attraverso il coinvolgimento di artisti che, per tutta la durata della mostra, realizzeranno interventi site specific in dialogo con le opere e con le suggestioni che esse evocano». Preceduta da un’Ouverture, dove  ammirare le due “muse” – femminile e maschile – mapplethorpiane, Patti Smith e Samuel Wagstaff Jr., la mostra-coreografia si snoda in tre sezioni: nella prima il pubblico è condotto sul palcoscenico, fra ballerini, atleti, body-builder, modelle e modelli; nella seconda ci si sposta in un’immaginaria platea, attraverso decine di ritratti che immortalano le amicizie del fotografo e restituiscono un affresco collettivo del jet-set internazionale fra gli anni Settanta e Ottanta del Ventesimo secolo; chiude il percorso una sequenza di autoritratti di Mapplethorpe.

Madre
Via Settembrini 79, Napoli
www.madrenapoli.it

Book show: Looking for Alice Sian Davey

«Alice è mia figlia e ho iniziato a fotografarla quando aveva un anno. É nata con la sindrome di Down, ma non è diversa da ogni altra bambina o essere umano; lei prova quello che tutti noi proviamo e ha bisogno di ciò di cui voi e io necessitiamo. Allo stesso modo, la mia famiglia è un microcosmo per le dinamiche che si verificano in tante altre famiglie – tutte le gioie, le tensioni, gli alti e bassi che accompagnano il territorio dell’appartenenza a un nucleo familiare». Le prime righe del testo introduttivo di Looking for Alice  presentano in maniera cristallina la protagonista del libro che si sta per sfogliare: si tratta di Alice, la più piccola dei quattro figli della fotografa inglese Sian Davey. L’autrice la ritrae nei momenti di vita quotidiana, mentre piange, urla, dorme, gioca con i fratelli Luke, Martha e Joseph, soprattutto mentre osserva quello che le sta accadendo intorno. É uno studio silenzioso e a distanza, mite come i colori e le luci che avvolgono i personaggi in scena, talvolta schietto nel mostrare le difficoltà di comprensione. É un processo conoscitivo di una madre nei confronti di una figlia, la storia fotografica dell’amore incondizionato di una famiglia, un invito a riflettere sul modo col quale ci confrontiamo con la diversità, di qualsiasi natura essa sia

 

Looking for Alice
Fotografie di Sian Davey, testo di David Chandler

Per acquistare il libro clicca qui 

Fotogiornalismo di guerra: per ricordare che il mondo è anche un inferno

Un campo base Vietcong brucia

Fare il fotoreporter di guerra non è facile. Entri ed esci dalle follie del mondo di continuo. Il giorno prima sei seduto con i tuoi cari a guardare la televisione e il giorno dopo ti ripari dalle schegge di una bomba mentre intorno a te i feriti urlano di dolore. E prima che tu li possa aiutare li devi fotografare. Perché questo è il mestiere di un fotoreporter di guerra. Un mestiere vecchio quasi quanto la storia della fotografia. Infatti il potere straordinario del nuovo mezzo viene immediatamente intuito dal potere. È l’esercito di sua maestà britannica che per primo ingaggia un fotografo per raccontare un conflitto, quello di Crimea. Ed è Roger Fenton, il primo fotografo autorizzato e obbligato a stare al seguito delle truppe, che accetta l’incarico nel 1855. Nasce così ufficialmente la fotografia di guerra. E la sua iconografia classica: foto in posa e paesaggi, perché i limiti dello strumento non permettono nient’altro. Ma che tuttavia rendono un’importante servizio alla storia come le foto realizzate da Alexander Gardner che ha immortalato la guerra di secessione americana e la scoperta dei nuovi territori indiani dell’Ovest. Le potenzialità del nuovo mezzo sono intuite anche dall’editoria: si moltiplicano le testate dei giornali illustrati nel nord Europa e nei paesi anglosassoni. Il fotografo John Burke, ad esempio, testimonia la guerra afgana del 1878 con l’album “The Afghan War”. Alla fine dell’800 lo strumento si evolve: i tempi di esposizione si accorciano, le lastre possono essere preparate molto prima e sviluppate molto dopo.

Nasce il fotoreportage contemporaneo

Nasce il fotoreportage contemporaneo: l’attimo è finalmente colto in movimento. E si sviluppa la rete: fotografi free-lance forniscono alle agenzie immagini che vengono distribuite ai giornali. Già con il primo conflitto mondiale la fotografia di guerra delle origini raggiunge la sua maturità espressiva con risultati di una qualità e modernità eccezionale. Mentre le foto della seconda guerra mondiale diventano già a colori avvalendosi di una tecnica acquisita nel 1936 grazie alle pellicole della Agfacolor. Dunque il fotoreportage di guerra come oggi lo concepiamo non se l’è inventato Robert Capa negli anni ’30 durante la Guerra di Spagna come vuole la leggenda. Ma è negli anni ’30 che si afferma il concetto del fotografo di reportage come autore e artista che ha il diritto di firmare la sua opera. Ed è ancora con Robert Capa e i suoi colleghi della Magnum che inizia formalmente il dibattito sulla figura del fotoreporter e sulla sua autonomia espressiva. Che tradotto significa la libertà di essere una continua spina nel fianco dei governi. Se ne accorge l’America con la guerra in Vietnam. L’appoggio al conflitto finisce quando i genitori, nelle immagini dei fotoreporter, guardano in faccia i loro figli disperati mentre stanno per morire. L’editoria fotografica internazionale, con la rivista americana Life a fare da traino, sarà in continua espansione fino agli anni ‘70. Ma è proprio in quegli stessi anni che comincia anche la sua lenta decadenza durata fino a oggi. A toglierle lo scettro di regina dell’informazione è il mezzo televisivo a colori, un concorrente formidabile. Le grandi riviste che vivono di fotoreportage chiudono una dopo l’altra. I soldi sono sempre meno. E la crisi economica mondiale del 2008 certo non ha aiutato. Ma il fotogiornalismo di guerra ciononostante non è scomparso. A tenerlo in vita un possibile futuro offerto dai nuovi mezzi di informazione dell’era digitale, sempre affamati di immagini. E soprattutto i fotografi che credono ancora nella loro missione: ricordarci che il mondo è anche un inferno.

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