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A Brescia protagonisti e percorsi della fotografia italiana del secondo novecento

© Tazio Secchiaroli

Protagonisti e percorsi della fotografia italiana del secondo novecento

Dal fotogiornalismo alla fotografia di ritratto, dalla ricerca al paesaggio, dalla fotografia di moda a quella di still life e di pubblicità, i percorsi della fotografia italiana del secondo novecento attraverso le opere di alcuni dei suoi maggiori protagonisti.

Attraverso 250 fotografie di 49 fra i maggiori protagonisti della fotografia italiana la collezione permanente del Macof offre una corposa testimonianza della storia della fotografia italiana del secondo novecento.
Racconta la nascita di una nuova fotografia documentaria nell’Italia liberata dal fascismo del dopoguerra e ne restituisce i diversi volti: la fotografia d’informazione legata all’affermazione di una stampa libera e alla stagione del rotocalco; le esperienze dei fotoamatori che scoprono in questi anni la fotografia come racconto della realtà; i percorsi di giovani freelance del Gruppo romano della Realfoto e del bar Jamaica a Milano, che rileggono con la loro cultura e il loro impegno civile le poetiche della fotografia umanista francese. La mostra segue poi l’evoluzione del linguaggio della fotografia giornalistica nel corso degli anni, con i grandi reporter inviati dei rotocalchi e una nuova generazione di autori che si dedicano ad una quotidiana indagine dei cambiamenti del costume e della società, ed evidenzia così il passaggio dagli stilemi e dalle sensibilità “neorealiste” degli anni cinquanta a forme narrative nuove legate alla modernizzazione della società italiana.
E via via documenta il dialogo sempre sempre più stretto tra i discorsi dell’arte e quelli della fotografia che caratterizza gli anni settanta, l’avvicinarsi della fotografia ad una sensibilità postmoderna e ancora il passaggio “da una fotografia dell’uomo a una fotografia dei luoghi” che segna la svolta culturale degli anni ottanta e apre la fotografia agli indirizzi di ricerca degli ultimi decenni.
Al percorso cronologico nei cambiamenti della fotografia, la mostra intreccia anche la riflessione sulle ricerche personali dei singoli autori, scegliendo di costruire il racconto su gruppi di immagini di uno stesso fotografo che ne evidenziano gli interessi e lo stile. E poi l’esposizione ragiona sui generi della fotografia, con un sala dedicata al ritratto e una che offre uno spaccato dei diversi stili e delle modalità con cui i fotografi italiani hanno interpretato la fotografia di moda, still-life e pubblicità.
Viene dunque offerto al pubblico un grande affresco, un affascinante canovaccio di temi, riferimenti, riflessioni, che rivelano l’ampiezza di interessi, modalità espressive, stili della fotografia italiana, un importante strumento di conoscenza della storia della fotografia del nostro paese e anche un insieme di spunti e suggestioni da cui partire per costruire una riflessione sulle peculiarità e identità della fotografia italiana.

I fotografi in mostra

Paola Agosti, Maria Vittoria Backhaus, Studio Ballo, Marina Ballo Charmet, Gian Paolo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Carlo Bavagnoli, Sandro Becchetti, Gianni Berengo Gardin, Giovanna Borgese, Giuseppe Bruno, Romano Cagnoni, Lisetta Carmi, Alfa Castaldi, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Francesco Cito, Mario Cresci, Luciano D’Alessandro, Tano D’Amico, Mario De Biasi, Mario Dondero, Franco Fontana, Federico Garolla, Caio Mario Garrubba, Giovanni Gastel, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Paolo Gioli, Frank Horvat, Mimmo Jodice, Giorgio Lotti, Uliano Lucas, Pepi Merisio, Nino Migliori, Ugo Mulas, Occhiomagico, Carlo Orsi, Giuseppe Palmas, Federico Patellani, Gianni Pezzani, Franco Pinna, Piero Raffaelli, Tazio Secchiaroli, Enzo Sellerio, Gianni Turillazzi, Massimo Vitali.

Macof – Centro della fotografia italiana
Via Moretto 78
25121 Brescia

Al calar del sole: Le foto al tramonto sono le più suggestive. Ecco i consigli per scatti perfetti

Le foto “wow”, quelle che lasciano sicuramente a bocca aperta chi le guarda, hanno un misto magico di atmosfera,forme e colori. Ma quando scattarle? Nessun momento è migliore del tramonto: l’illuminazione è molto direzionata, e permette di giocare con le ombre, con le forme. La luce, per via della sua dominante, è molto calda. Anche questo porta ad avere soggetti con un rilievo e una plasticità unici, senza eguali in altri momenti della giornata. Il soggetto preferito al crepuscolo è spessoproprio il sole che, pian piano, scompare dietro l’orizzonte. Magari si tuffa nel mare: una foto di sicuro effetto, soprattutto se si usa un potente teleobiettivo che, grazie all’effetto prospettico, ingigantisce la palla solare, che pare infuocata. In ogni caso, non dobbiamo aver fretta di andarcene, dopo il tramonto. A volte le sfumature, nei momenti immediatamente successivi al calar del sole, sono altrettanto d’effetto.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: le regolazioni

Sulla compatta:

  • Scegliere il programma specifico “Tramonto”, che poi è lo stesso dell’alba, visto che le condizioni di luce sono equiparabili. È una modalità molto simile a quella “paesaggio”, ma adattata per realizzare fotografie quando c’è scarsa illuminazione. Nei ritratti in controluce, con il sole che tramonta dietro il soggetto, attivare il flash in modalità “Lampo di schiarita”.

Sulla reflex:

  • Usare il D-Lighting attivo: riduce la perdita di dettagli nelle aree con alte luci e ombre.
  • Impostare l’esposizione a “priorità dei diaframmi”, per avere il controllo sulla profondità di campo.
  • Impostare la lettura esposimetrica a matrice su tutto il campo inquadrato, per ridurre l’importanza della forte luce del sole.
  • Azionare la sovraesposizione intenzionale di 1 EV quando si riprende con il sole in macchina. Altrimenti l’esposimetro viene ingannato e fornisce indicazioni errate che portano anche a forti sottoesposizioni.
  • Se si usa il flash accessorio per schiarire le ombre impostarlo nella modalità “TTL Fill Flash”. Esponendo per il cielo è possibile ottenere l’effetto silhouette, ovvero una sottoesposizione molto forte degli oggetti in controluce, che diventano sagome nere.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: l’accessorio 

Per fotografare al tramonto serve un paraluce, perché l’illuminazione laterale porta alcuni raggi a “entrare nell’obiettivo”, provocando riflessi all’interno delle lenti che causano il cosiddetto “flare”: un deciso decadimento dell’incisione dell’immagine. Il paraluce elimina anche quei dischetti di luce sovrapposti all’immagine con la forma del foro del diaframma, chiamati “fantasmi”.

Le foto al tramonto sono le più suggestive: i consigli

  • Per avere il sole molto grande è necessario usare una potente focale tele. Almeno 200mm, meglio se più lunga.
  • Per un ritratto sulla spiaggia della vacanza scegliere sempre l’ora del tramonto. In modo particolare i minuti che precedono la scomparsa del sole e quelli immediatamente successivi. Si hanno sfumature di luce come in nessun altro momento della giornata.
  • Il tramonto è l’unico momento della giornata in cui si può fotografare con il sole che illumina direttamente il soggetto. Il momento adatto è quando lo stesso soggetto può guardare l’astro senza socchiudere gli occhi.

Palazzo Grassi presenta “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu”

© Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos | Henri Cartier-Bresson, Simiane-La Rotonde, France, 1969

Palazzo Grassi presenta “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu”, realizzata con la Bibliothèque nationale de France e in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson. Il progetto della mostra, ideato e coordinato da Matthieu Humery, mette a confronto lo sguardo di cinque curatori sull’opera di Cartier-Bresson (1908 – 2004), e in particolare sulla “Master Collection”, una selezione di 385 immagini che l’artista ha individuato agli inizi degli Settanta, su invito dei suoi amici collezionisti Jean e Dominique de Menil, come le più significative della sua opera. La fotografa Annie Leibovitz, il regista Wim Wenders, lo scrittore Javier Cercas, la conservatrice e direttrice del dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque nationale de France Sylvie Aubenas, il collezionista François Pinault, sono stati invitati a loro volta a scegliere ciascuno una cinquantina di immagini a partire dalla “Master Collection” originale, della quale esistono cinque esemplari. Attraverso la loro selezione, ognuno di loro condivide la propria visione personale della fotografia, e dell’opera di questo grande artista. Rinnovare e arricchire il nostro sguardo sull’opera di Henri Cartier-Bresson attraverso quello di cinque personalità diverse è la sfida del progetto espositivo “Le Grand Jeu” a Palazzo Grassi. La mostra “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu” sarà presentata alla Bibliothèque nationale de France, a Parigi, nella primavera 2021.

 

PALAZZO GRASSI
22/03/2020 – 10/01/2021

Fotografia come linguaggio di Arte Contemporanea

Paola Mattioli, Immagini del No/4, 1974, stampa baritata ai sali d’argento, cm 40×30 crediti fotografici e copyright: l’artista Courtesy l’artista e Frittelli arte contemporanea, Firenze

La rassegna ideata da MIA Photo Fair in collaborazione con il Consiglio Regionale della Lombardia, ripercorrerà, dalla metà degli anni sessanta a tutto il decennio successivo,il periodo che ha visto la fotografia spostarsi dal reportage alla fotografia come linguaggio d’arte contemporanea.
Il percorso espositivo è composto da 80 opereda Ugo Mulas, Gabriele Basilico, Paola Mattioli, Luigi Erba, Nino Migliori, Mario Giacomelli, Gianfranco Chiavacci, Franco Vaccari, Mimmo Jodice, Ketty La Rocca, Mario Cresci ,Luigi Ghirri, solo per citarne alcuni. La mostra avrà un approfondimento a The Mall a Milano, durante MIA Photo Fair (19 – 22 marzo 2020). 

Dal 26 febbraio al 22 marzo 2020
Spazio Eventi del Consiglio Regionale della Lombardia,
Palazzo Pirelli Milano 

Giovanni Chiaramonte brilla nel firmamento della fotografia italiana

Chiesa di Sant’Egidio Abate, Cavezzo (Modena), 2012

Fotografo, ideatore e direttore di collane di libri, insegnante, ma prima di tutto intellettuale. Giovanni Chiaramonte brilla nel firmamento della fotografia italiana e come un corpo celeste, errante e solitario, prosegue ancora oggi il suo percorso nello spazio dell’arte, senza satelliti o stelle attorno alle quali orbitare. La sua storia di fotografo è difficilmente classificabile perché fortemente intrecciata alla sua vicenda esistenziale, agli incontri e alle amicizie strette lungo il cammino. Parlare di fotografia con Giovanni Chiaramonte significa parlare dell’origine dell’uomo, del suo destino e della sua possibilità di redenzione. L’atto di fotografare come ricerca di senso. E proprio “l’origine perduta” è il soggetto delle sue prime fotografie in bianco e nero. Siamo nel 1970, è estate, e Giovanni Chiaramonte si trova in Sicilia, luogo di provenienza dei suoi genitori, con due Leica al seguito. Le primissime immagini che realizza sono dunque un ritratto di quella terra che gli è particolarmente cara e a cui sente di appartenere anche culturalmente, grazie all’affinità con autori come Quasimodo e Vittorini, «la grande avventura della letteratura italiana della generazione precedente alla mia», prendendo in prestito le sue parole.

Giovanni Chiaramonte e la fotografia

Così racconta: «Pensavo che la via della fotografia in Italia fosse quella segnata dalla genealogia dei reporter come Gianni Berengo Gardin. Seguendo questa logica, scattavo con una macchina di piccolo formato e guardavo a essa come a uno strumento di conoscenza del mondo. Già dopo quel primo lavoro, tuttavia, fu l’esperienza della vita a condurmi verso una nuova direzione perché comprendevo di non poter più esprimermi con quella lingua. Il reportage non rispondeva ai miei bisogni, avevo necessità di capire come e perché.
Una prima via la trovai nella cinematografia di Andrej Tarkovskij, che mi colpì profondamente. Quell’immagine davvero mi riguardava, pescava in un orizzonte del mondo e del cuore che era quello che sentivo essere oltre la disperazione e la rivoluzione, le due possibilità offerte dal mio tempo (siamo nel 1968, ndr)». A influenzare l’autore non sono solo le opere del grande regista e sceneggiatore russo, ma anche la fotografia di Paul Strand, il confronto con l’arte contemporanea e la frequentazione di spazi come la Galleria San Fedele, a Milano, all’interno della quale incrocia figure come il famoso collezionista d’arte Giuseppe Panza di Biumo, che un giorno, vedendolo con una macchina fotografica in mano, ironicamente gli dice: «Non è più tempo di immagine figurativa, se proprio devi usare la fotografia togli l’obiettivo!». Altri incontri cruciali sono quelli del 1973 con Carlo Arturo Quintavalle, Paolo Monti e Luigi Ghirri. «Un giorno scopro un cofanetto di fotografie di Luigi, Colazione sull’erba  – rivela Chiaramonte –. Mi faccio dare subito il suo numero di telefono e lo chiamo, inaugurando una stagione di amicizia e di condivisione totale… Fratelli. Questo vuol dire che io, pur stando a Milano, e conoscendo tutti in città, non mi ritrovavo nella dimensione milanese del reportage o della fotografia professionale del mondo del design. Io mi sentivo decisamente altro e con Ghirri inizio un cammino». Tantissime, le esperienze affrontate insieme; la più nota, sicuramente, è quella che prende le mosse nel 1978 quando i due fotografi fondano la casa editrice Punto e Virgola, dando vita a una indagine sul paesaggio italiano che segnerà una svolta importante nella ricerca della nuova fotografia italiana e che, a sua volta, troverà espressione nel 1984 con la celebre mostra Viaggio in Italia . Tornando all’inizio degli anni Settanta, dopo aver realizzato la prima personale presso la galleria Il Diaframma di Milano, nel 1974, Chiaramonte, messo in crisi dalle Verifiche di Ugo Mulas e dalla fine della rappresentazione figurativa nell’arte, sostenuta dai critici del tempo, smette di fotografare per un lungo periodo di meditazione e silenzio, dal quale riemergerà alla fine del 1978, arricchito dallo studio e dall’approfondimento di autori come Paul Strand, Robert Frank e Minor White. Dopo questa interruzione, riprende la propria attività artistica con vigore, facendo «dell’intreccio tra forma dei luoghi, destino degli uomini e viaggio come via di conoscenza e salvezza» il fulcro della propria opera.  Instancabile, organizza mostre in Italia e all’estero rassegne come Luogo e identità nella fotografia europea contemporanea (1982) e si dedica alla scrittura realizzando una Storia della fotografia che sarà pubblicata in Italia, negli Stati Uniti e perfino in Giappone. Gli anni Ottanta sono segnati dall’impegno come fotografo di architettura e paesaggio. Chiaramonte collabora con riviste come Lotus , realizza progetti fotografici per istituzioni come la Triennale di Milano e viaggia tra Berlino, Roma, Atene, Istanbul, Gerusalemme e poi in Messico e negli Stati Uniti per un progetto di ampio respiro sul destino dell’Occidente.  «La parola paese ha la stessa radice indoeuropea di paesaggio e indica prima l’atto del seppellire e poi quello di piantare un albero – spiega l’autore –. È dalla veduta urbana che si declina il paesaggio. Ed è a partire da questa consapevolezza che si forma la mia visione fotografica. Con grande sorpresa ricevo commissioni da riviste come Lotus  proprio perché la mia fotografia è misura armonica, capace di mettere in scena il terribile ordine caotico della periferia. Mi chiamarono per interpretare con il mio linguaggio l’architettura e questo era un risultato straordinario per me che odiavo la decontestualizzazione tipica della fotografia professionale di questo genere».

Helmut Newton e la rivoluzione della fotografia

Helmut Newton. Interessato alla fotografia sin da bambino, nel 1936 era già un fotografo professionista. Nel 1938, a seguito delle leggi razziali, lasciò la Germania e, dopo essersi imbarcato a Trieste sul Conte Rosso, si fermò a Singapore. Allo scoppio della II guerra mondiale fu deportato dalle autorità britanniche in Australia. Visse in Australia, di cui diventò cittadino nel 1945, in Europa e negli USA. Autore tra i più conosciuti, rivoluzionò la fotografia di moda che con lui, per la prima volta, fu accolta tra la fotografia d’autore ed esposta in gallerie d’arte. Morì per un incidente stradale a Hollywood nel 2004. Oggi a Berlino vi è la sede della sua Fondazione. Cosa succedeva nei bellissimi palazzi delle nostre città, nei saloni sontuosi che solo pochi potevano vedere, negli attici mozzafiato? Helmut Newton, con le sue fantasie, mostrò il lato nascosto della borghesia, le sottili perversioni che restano segrete, un erotismo urbano da alta società. Le sue donne, dai corpi atletici, apparivano come entità superiori, dotate di poteri speciali; Newton con il suo obiettivo, occhio che spiava per noi dalla serratura, come Luis Buñuel in Il fascino discreto della borghesia, immaginò un sovvertimento dei codici di comportamento in cui le sue donne, valchirie contemporanee, dominavano la scena del mondo con la loro sensualità. Newton compose un erotismo ambiguo con immagini dal bianco e nero assoluto, che non lasciavano mai indifferenti. Con Newton il corpo nudo diventò il nuovo abito da indossare. Dissacrante e allo stesso tempo ironico, Newton resta un maestro inimitabile anche quando sostiene che guardare attraverso l’obiettivo è come vedere il mondo attraverso il buco della serratura.

Helmut Newton e il banco ottico

L’uso del banco ottico nelle fotografie di Helmut Newton rende le sue opere particolarmente incisive. Tutta la scena è perfettamente a fuoco e leggibile, così come le sue donne, sempre in atteggiamento dominante. Una padronanza tecnica perfetta, un uso sapiente delle luci sia in esterno sia in interno, che bilancia fonti naturali, artificiali, ombre e contrasti: Helmut Newton sembra avere un senso innato per le composizioni, tanto da far apparire le sue opere come fossero delle istantanee. Anche grazie a questo le fotografie di Helmut Newton sono degli scorci su scene altamente verosimili e indimenticabili.
“Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia”. Helmut Newton

 

Immagine in evidenza via Flickr

Sebastião Salgado: il Fitzcarraldo della fotografia

Brasile, 2005 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Sebastião Salgado: un’estetica esemplare al servizio degli uomini

L’ uomo è al centro della sua opera. Da oltre quarant’anni investiga le tematiche sociali più urgenti per comprendere l’essere nella contemporaneità. Un’esplorazione che intreccia i diritti dei lavoratori, la povertà, gli effetti distruttivi dell’economia di mercato nei Paesi in via di sviluppo. Riguardo al suo progetto Genesi , il più grande fotografo dei nostri tempi così lo definisce: «Un tentativo di antropologia planetaria. Nato per documentare angoli del globo ancora non aggrediti dall’inquinamento e dall’economia selvaggia. Ma anche per proporre alle nuove generazioni l’immagine di un rapporto equilibrato, possibile, fra uomo e natura». In altre parole, Genesi è un grido di allarme che assume la forma di preghiera tradotta in immagini: non possiamo più consumare il nostro pianeta. Le risorse naturali sono allo stremo. Occorre fermarsi e ripensare ai modelli di consumo e di sviluppo.

Sebastião Salgado: un viaggio unico e straordinario attorno al globo

Lui, economista di formazione e con una forte esperienza professionale all’ONU, per dire tutto questo sceglie il linguaggio che gli appartiene in maniera più naturale: la fotografia. Così, sfogliando il catalogo monumentale o seguendo il percorso delle sue mostre, è possibile affrontare un viaggio unico e straordinario attorno al globo, dalle foreste tropicali dell’Amazzonia al Congo, dall’Indonesia alla Nuova Guinea, dai ghiacciai dell’Antartide ai deserti dell’America e dell’Africa. E Salgado, nel concreto, svela una parte del suo privatissimo album di famiglia che si compone di uomini che non conoscono la tecnologia, ma anche di animali, incredibilmente scampati al mondo contemporaneo. Un album, il suo, che racconta di zone remote nelle quali la natura ha ancora il sopravvento. A prevalere, dentro quelle fotografie, sono le emozioni: cerchi concentrici che esplorano la condizione umana. Vincitori e vinti, speranze e delusioni. Aspettative e convinzioni. Insomma, quelle di Salgado sono immagini che assomigliano sempre di più ai sentimenti. A pensieri paralleli che, capaci di trasportare l’immensità e il dramma, si fanno sguardi consapevoli.

La città visibile. Savignano sul Rubicone, Città della fotografia: il bando che mette in palio 2000 euro per la fotografia

Premio “La città visibile. Savignano sul Rubicone, Città della fotografia”

È uscito il bando del Premio “La città visibile. Savignano sul Rubicone, Città della fotografia” che mette in palio 2000 euro per laureandi o laureati dei Campus della Romagna (scadenza 30 aprile). L’iniziativa, promossa dal Comune di Savignano sul Rubicone con il patrocinio dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita Rimini, si colloca all’interno del progetto Ide – Reconstruction of identities, che vede il Comune di Savignano sul Rubicone capofila di un partenariato europeo di cui fanno parte la spagnola Ad Hoc Gestión Cultural di Saragozza, l’olandese agenzia Noor di Amsterdam e il Copenhagen Photo Festival e grazie al quale Savignano ha ottenuto un finanziamento europeo. Ide ha come mission la ricostruzione dell’identità di un territorio e di una comunità attraverso il linguaggio della fotografia contemporanea e di conseguenza rappresenta la migliore opportunità per avviare una riflessione sulla progettazione di interventi in grado di contraddistinguere e dare forma alla relazione “Savignano sul Rubicone” e “fotografia”. Da tale premessa è nata la partnership con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna per promuovere un bando per una ricerca sullo sviluppo del tema. I lavori – che possono essere presentati in varie forme, testi, produzioni fotografiche o grafiche, analisi, proposte creative – devono partire dall’analisi del contesto cittadino di Savignano sul Rubicone rispetto alla percezione e alla visibilità del binomio “Savignano sul Rubicone, città della fotografia”. Potrebbe essere questo il punto di partenza per una riflessione sulle potenzialità di progettare interventi in grado di contraddistinguere e rendere viva, accolta e riconosciuta tale identità, che prende corpo dal percorso diversificato di ricerca, valorizzazione e produzione svolto in ambito fotografico a Savignano.

 “La città visibile. Savignano sul Rubicone, Città della fotografia”: in palio 2000 euro per laureandi o laureati

“Il premio La città visibile – dichiara il sindaco Filippo Giovannini – ci prende per mano per ripercorrere gli ultimi trent’anni e mettere a fuoco una parte di ciò che siamo stati e siamo oggi. Quello che qui, sulle rive del Rubicone, si è detto e fatto in questo ambito racconta tanto del nostro essere savignanesi, intimamente connessi con un linguaggio fortemente contemporaneo e moderno, che oggi tutti nel mondo parlano. Sostenere questo Premio per l’Amministrazione comunale significa confermare, anche nei piccoli passi, il forte legame della città con la fotografia”.

Il concorso è aperto a tutti i neo-laureati (a partire dall’anno accademico 2017-18) e/o laureandi (iscritti al terzo anno dei corsi di studio triennale e al secondo anno dei corsi di studio magistrale) dei Campus della Romagna (Rimini, Cesena, Forlì e Ravenna), la partecipazione è gratuita e può avvenire sia in forma singola che associata.

I risultati delle ricerche saranno presentati pubblicamente in occasione del SI FEST 2020, XXIX edizione, a conclusione del progetto Ide.

Per il bando e maggiori informazioni clicca qui

Helmut Newton, la mostra a Torino

Rushmore, Italian Vogue 1982/Helmut Newton Estate

Helmut Newton in mostra a Torino

GamGalleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino apre la stagione espositiva del 2020 inaugurando la grande retrospettiva Helmut Newton. Works, promossa da Fondazione Torino Musei e prodotta da Civita Mostre e Musei con la collaborazione della Helmut Newton Foundation di Berlino. Il progetto espositivo è di Matthias Harder, direttore della fondazione tedesca, che ha selezionato 68 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo che sin dagli inizi non ha mai smesso di stupire e far scalpore per i suoi concetti visivi veramente unici. Il risultato è un insieme di opere non solo particolarmente personali e di successo, ma che hanno raggiunto un pubblico di milioni di persone anche grazie alle riviste e ai libri in cui sono apparse, e alle mostre delle sue foto. Nel percorso di mostra si spazia dagli anni Settanta con le numerose copertine per Vogue, sino all’opera più tarda con il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora. Quattro sezioni che rendono visibile come in questo lungo arco di tempo, Newton abbia realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento, tra i quali Andy Warhol (1974), Gianni Agnelli (1997), Paloma Picasso (1983), Catherine Deneuve (1976), Anita Ekberg (1988), Claudia Schiffer (1992) e Gianfranco Ferré (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Thierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali. Il chiaro senso estetico di Newton pervade tutti gli ambiti della sua opera, oltre alla moda, anche nella ritrattistica e nella fotografia di nudi. Al centro di tutto le donne, ma l’interazione tra uomini e donne è un altro motivo frequente della sua opera. Helmut Newton morì improvvisamente il 23 gennaio 2004 a Los Angeles, prima di poter assistere alla completa realizzazione della Fondazione a lui dedicata.

Helmut Newton Works è il titolo del grande volume edito da Taschen che comprende anche le foto esposte in mostra e ne rappresenta idealmente il catalogo.

Per maggiori informazioni clicca qui 

“Tina Modotti, tra luci e ombre”: appuntamento con la fotografia d’autore

“Tina Modotti, tra luci e ombre”

Nuovo appuntamento con la fotografia d’autore: “Tina Modotti, tra luci e ombre” è il nuovo appuntamento culturale organizzato dalla Scuola Stabile di Fotografia di Palermo, lunedì dalle 18 alle 20 presso il locale bar, a Villa Zito, a Palermo.

“Indagheremo l’attività fotografica e la vita di una delle figure femminili più controverse dello scorso secolo. La storia di una donna che consacrò la vita all’arte ed alla rivoluzione – afferma Antonio Saporito Renier direttore della Scuola stabile di fotografia di Palermo -. Fotografa, passionale, diva e donna di archivio conobbe e fece anche innamorare follemente di sé artisti famosi e grandi rivoluzionari”.

Fonte e immagine palermo.gds.it

William Eugene Smith: il maestro della fotografia d’Essai

William Eugene Smith nacque il 30 dicembre 1918 a Wichita, Kansas e iniziò la sua carriera da fotografo molto presto: già a 9 anni, grazie al consenso della madre,  iniziò a scattare fotografie nei campi d’aviazione, e a 15 anni pubblicò i suoi primi scatti su quotidiani molto diffusi nella sua regione. Nel frattempo  Smith diventò un abile tecnico di camera oscura, sviluppando sempre da solo le sue pellicole, utilizzando esclusivamente il bianco e nero. Fu costretto a lasciare l’università a causa del suicidio del padre e dopo esserci trasferito a New York fu assunto dal prestigioso settimanale “Newsweek”, dove, in verità rimase ben poco a causa del suo rifiuto a lavorare con le fotocamere di grande formato,  preferendo le normali reflex 35 mm. La casa editrice Ziff-Davis lo volle ingaggiare, a quel punto, per seguire, come fotoreporter la Guerra nel Pacifico. Il fotografo si interessò soprattutto alle sanguinose conquiste di isole periferiche come Iwo Jima e Okinawa, con un approccio che, a differenza di altri suoi colleghi che ponevano l’attenzione sulle gesta eroiche dei combattenti, possiamo definire pacifista. La sua esperienza di reporter si interruppe quando rimase ferito a causa dello scoppio di un colpo di mortaio. Fu rimpatriato e sottoposto ad una serie di dolorose operazioni chirurgiche. Dopo un anno di inattività, riprese in mano la sua cara macchina fotografica e scattò la celebre immagine “Walk to Paradise Garden”.

William Eugene Smith fu il fotografo che riuscì a sfruttare la diffusione capillare dei mass media per portare avanti le sue battaglie ideologiche, soprattutto pacifiste e ambientaliste.

In questo video la sua vita e le sue opere.

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