Author

Giorgia Avallone

Giorgia Avallone has 13 articles published.

Giorgia Avallone

Mario Giacomelli e Edmo Leopoldi: storie celate di fotografia aerea

Mario Giacomelli: Paesaggio. 1990 circa. Archivio Mario Giacomelli - Fondo Simone Giacomelli

S’intitola “Mario Giacomelli e Edmo Leopoldi: storie celate di fotografia aerea” la mostra, a cura di Simona Guerra, in mostra allo Spazio Piktart di Senigallia.

Come nasce la mostra

Terminato il riordino dell’Archivio dello Studio Fotografico Leopoldi di Senigallia, fra gli album e i negativi sono state trovate delle cartelle molto speciali. Tra le oltre 330.000 immagini sulla città e le Marche, almeno 220 immagini, tra stampe a contatto, fogli di provinatura e negativi, erano infatti riconducibili all’opera di Mario Giacomelli. Enormi campi arati, case e vigne lavorate: erano tutte vedute aeree della campagna marchigiana, diverse delle quali cancellate a penna, tracciate con prove di inquadratura oppure contenenti appunti.

Perché queste fotografie erano conservate fra il materiale prodotto da Leopoldi?
Quando dal fondo di una busta è uscito un appunto scritto a penna con la calligrafia inconfondibile di Mario la risposta è parsa più chiara.Il messaggio diceva: “Edmo, se non andiamo oggi per i paesaggi ho l’impressione che non ci andiamo più. Dobbiamo farli ad ogni costo – almeno 30 rullini”. Così, da questa piccola annotazione, è iniziata una ricerca che ha permesso la ricostruzione di una vicenda sconosciuta alla maggior parte di noi.
Una storia che ha come oggetto il coinvolgimento attivo di Leopoldi alla produzione di una serie specifica di opere del maestro Giacomelli: i paesaggi aerei. Dalle ricerche è infatti emerso che Leopoldi, ottimo fotografo e appassionato di volo, sia stato l’esecutore delle fotografie aeree di Mario Giacomelli.

Cosa si può vedere

Il cuore della mostra è dato da 143 provini e 10 fogli di provinatura scattati da Leopoldi su indicazione di Mario Giacomelli provenienti dall’Archivio Storico Leopoldi. Ci sono poi altre immagini e testi autografi scritti da Mario a Edmo che aiutano a comprendere la ricerca.
Non mancano poi alcune opere di Mario Giacomelli originali provenienti dall’Archivio Mario Giacomelli di Senigallia, riferite ai provini esposti.

Edmo Leopoldi. Foglio di provinatura con paesaggi aerei. Dopo il 1974. Archivio Storico Leopoldi, Senigallia . G. c.

INFO

Dove – Spazio Piktart, via Mamiani 14, Senigallia, Ancona
Quando – Dal 23 novembre 2019 al 5 gennaio 2020
Orari – da martedì a venerdì 18-20; sabato e domenica 16–20
Ingresso – libero

 

Intimate strangers. La personale di Susan Meiselas a Palermo

Shortie on the Bally. Barton, Vermont, USA,1974 @Susan Meiselas _Magnum Photos HR
Shortie on the Bally. Barton, Vermont, USA,1974 © Susan Meiselas Magnum Photos

E’ una delle pioniere del fotogiornalismo moderno, che con le sue tecniche e serie fotografiche ha rivoluzionato il reportage. Susan Meiselas, (Baltimora, 1948), tra le prime donne ammesse alla celebre agenzia Magnum Photos, arriva a Palermo sabato 14 dicembre per inaugurare la sua mostra al Centro Internazionale di fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia.

Intimate Strangers, il lavoro di Susan Meiselas a Palermo

Intimate strangers, questo il titolo dell’esposizione, presenta Carnival Stripes e Pandora’s Box, due dei lavori più potenti della pluripremiata autrice, nota per aver fatto della fotografia un importante mezzo di denuncia sociale per combattere ogni tipo di violenza, da quella domestica – che racconta in vari progetti come Archives of Abuse (1992) e Room of their Own (2017)- a quella delle guerre (celebre il suo reportage sulla guerra civile in Nicaragua) oltre che strumento di impegno civile per la difesa dei fondamentali diritti umani, e in particolare delle donne, per cui quest’anno ha vinto il premio Women In Motion.

Carnival Strippers, la svolta nella storia del fotogiornalismo

In Carnival Strippers, confluisce un lavoro lungo tre estati consecutive, dal 1972 al 1975, in cui la Meiselas segue le spogliarelliste delle fiere di paese in New England, Vermont e South Carolina. Una documentazione attenta e scrupolosa fatta delle istantanee in bianco e nero non soltanto delle esibizioni sul palcoscenico ma anche dei loro momenti più intimi, alla quali la fotografa affianca le registrazioni audio delle voci delle protagoniste da lei stessa intervistate. Il risultato è un racconto multimediale che per la sua originalità e profondità segna un punto di svolta nella storia del fotogiornalismo, aprendo alla Meiselas le porte della Magnum, la più ambita e celebre agenzia di fotogiornalismo del mondo di cui entra a far parte nel 1967. Da quel momento il coinvolgimento dei soggetti fotografati attraverso la testimonianza diretta diventa una caratteristica del lavoro di Susan Meiselas, una metodologia d’indagine che costituisce per l’artista non solo una pratica analitica ma anche una forma di impegno civile.

Pandora’s Box, la “Disneyland” del sadomaso

Risale a vent’anni più tardi, Pandora’s Box (1995) -seconda parte del percorso espositivo- reportage che può considerarsi l’ideale prolungamento di Carnival Strippers . La serie realizzata in un club sadomaso di New York, svela l’esistenza di un altro rapporto con la violenza e il dolore, che qui è cercato e auto-inflitto per scelta. Pandora’s Box ci trasporta in un luogo esclusivo di 4000 metri quadrati all’interno di un loft di Manhattan, definito la ‘Disneyland della Dominazione’. Oscuramente teatrali e allo stesso tempo non studiate, queste fotografie esplorano una rete di stanze opulente e di set di uno storico “dungeon” newyorkese, dove la protagonista Mistress Raven insieme al suo staff di 14 giovani donne, si esibisce in riti di dolore e piacere fortemente formalizzati.

Info sulla mostra
Dal 15 dicembre al 16 Febbraio 2020
Centro Internazionale di Fotografia
Cantieri Culturali alla Zisa
Via Paolo Gili, 4
Ingresso gratuito
Orari Apertura Mostra:
Mar-Dom dalle ore 9.30 alle ore 18.30
Chiusura: Lunedì.

“L’invenzione del buio” in mostra a Palazzo Simi

Invenzione_Del_Buio

Il 15 dicembre inaugura a Bari la mostra “L’invenzione del buio”, a cura di offthearchive e Sabap Bari. Un appuntamento doppio, in cui sarà raccontato il progetto di valorizzazione della Fototeca regionale pugliese e lo spirito con cui è stato portato avanti dagli autori Marco Paltrinieri, Mirko Smerdel, Tommaso Tanini Discipula e Pierangelo Di Vittorio/ ACTION30. L’itinerario espositivo, che prende le mosse dal libro omonimo, non punta a documentare un processo mentale già svolto, quello della produzione editoriale, appunto, ma intende coinvolgere il pubblico nel suo processo creativo, tornando sul materiale da cui è nata l’opera per ampliarlo, espanderlo, rilanciarlo, rielaborarlo – facendo della mostra un’opera ispirata da un’altra opera.

L’invenzione del buio, la mostra a Palazzo Simi

L’invenzione del buio” è un libro dove testo e immagini si inseguono nella creazione di un racconto in cui i confini tra ricerca documentaria, speculazione teorica e finzione sembrano dissolversi gli uni negli altri.
La mostra allestita all’interno di Palazzo Simi, sede della Soprintendenza ABAP per la città metropolitana di Bari Soprintendenza Archeologica, intende mettere in luce il processo creativo che ha portato alla pubblicazione a cura dell’editore Of(f) the archive. Il punto di vista assunto all’interno del percorso espositivo è quello degli autori che hanno vissuto la produzione artistica come esperienza, dalla prima conoscenza dei luoghi e dell’archivio, fino alla condivisione di pensieri e prospettive. L’itinerario espositivo, che prende le mosse dal libro omonimo, non punta a documentare un processo mentale già svolto, quello della produzione editoriale, appunto, ma intende coinvolgere il pubblico nel suo processo creativo,tornando sul materiale da cui è nata l’opera per ampliarlo, espanderlo, rilanciarlo, rielaborarlo – facendo della mostra un’opera ispirata da un’altra opera. L’allestimento è strutturato come un grande tavolo da lavoro su cui si alternano e si sovrappongono fotografie, libri, oggetti e parole che hanno ispirato e contribuito alla valorizzazione dell’archivio attraverso i linguaggi delle arti visive e della ricerca filosofica; per incrociare e abbracciare nel percorso della mostra i reperti archeologici esposti – emersi nel corso dei lavori di tutela effettuati sul territorio barese, indicando le linee di traiettorie ibride di conoscenza e interpretazione delle opere.

Programma della mostra

h. 17.00
Presentazione della mostra e del libro “L’invenzione del buio” presso l’aula conferenze di Palazzo Sagges, Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia e della Basilicata, Strada Sagges 3, Bari.

h. 17.45
Inaugurazione della mostra negli spazi di Palazzo Simi, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bari, Strada Lamberti 1, Bari.

info: sabap-ba-fototeca@beniculturali.it
offthearchive@gmail.com
Palazzo Simi: 080 527 5451
Invenzione del buio - libro
“L’invenzione del buio”, Offthearchive edizioni, di Discipula e Pierangelo Di Vittorio.

Canon EOS Ra: la mirrorless full-frame per l’astrofotografia

CanonEOSRa

Canon ha lanciato una speciale versione della sua mirrorless EOS R, la EOS Ra (2.900 €), con un nuovo filtro passa-basso capace di trasmettere al sensore quattro volte più luce H-alfa (o Idrogeno-alfa, Ha, quella emessa da oggetti molto deboli nel cielo, come la nebulosa Rosetta o quella di Orione, con il loro tipico colore rosso) rispetto al modello “normale”. La capacità della fotocamera di “filtrare” l’inquinamento luminoso rende gli scatti notturni più nitidi e contribuisce ad aumentare il contrasto tra gli oggetti che “brillano” sulla particolare lunghezza d’onda dei 656 nm.

Canon EOS Ra, pensata per gli amanti delle stelle

La fotocamera condivide le funzioni della EOS R, dalla quale eredita la messa a fuoco velocissima, la capacità di mettere a fuoco in condizioni di luce scarsa fino a -6 EV, il sensore CMOS full-frame da circa 30,3 milioni di pixel e il processore di ultima generazione DIGIC 8.
La possibilità di utilizzare file RAW da 14 bit e la flessibilità offerta dal range di sensibilità nativo da ISO 100 a 40.000 garantiscono performance nettamente superiori ai risultati già eccezionali prodotti dai precedenti modelli “astro” EOS 20Da e EOS 60Da.
Il design leggero e compatto della EOS Ra consente di collegare facilmente la fotocamera al telescopio. Possiamo fissarla direttamente al supporto dell’oculare tramite un adattatore a ghiera T2-RF oppure utilizzando un adattatore EF-EOS R e una ghiera T2-EF. In alternativa, è possibile montare sulla mirrorless un obiettivo classico e poi attaccare il tutto sul telescopio tramite dispositivo statico o inclinabile che consenta di allineare telescopio e fotocamera in modo da seguire in parallelo la rotazione del cielo notturno.
La connessione con EOS Utility e l’app Canon Camera Connect permette di controllare la fotocamera da remoto via USB o in modalità wireless (anche tramite smartphone o Tablet) evitando di introdurre anche la ben che minima vibrazione indesiderata. Grazie al touchscreen snodato si può scattare da qualsiasi angolazione verificando al volo che la messa a fuoco sia impeccabile sfruttando l’ingrandimento fino a un fattore di 30x dell’immagine. Il mirino elettronico, inoltre, mostra esattamente ciò che si inquadra, vedendo chiaramente il soggetto anche quando è buio.
Qualora l’ottica del telescopio collegato non coprisse l’intera dimensione del sensore, la EOS Ra può ridurre la porzione del CMOS utilizzato al formato APS-C, pari a circa 11,6 MP o di selezionare altri rapporti di crop.
Attenzione, però: per via del filtro IR utilizzato e la capacità della macchina di cogliere frequenze infrarosse che il nostro occhio non è in grado di percepire, l’impiego della macchina fotografica per altri scopi diversi dall’astrofotografia è sconsigliato: potrebbero esserci potenziali problemi con il bilanciamento e la resa di alcuni colori.

Per la scheda tecnica della Canon EOS Ra, clicca qui.
Se siete degli amanti della fotografia notturna, scoprite il nostro contest di astrofotografia!

Intervista a Stephanie Gengotti: come si racconta la felicità

Stephanie-Gengotti, Circus Love, Les-Pàcheurs de Ràves, 2017

Stepanie Gengotti con il progetto Circus Love –  The magical life of Europe’s Family Circuses mostra la quotidianità dei piccoli circhi itineranti, concentrandosi sui legami affettivi che reggono l’equilibrio di queste comunità fuori dal tempo. Dopo il trionfo all’ottava edizione del festival Happiness ONTHEMOVE (ve ne avevamo parlato qui), l’abbiamo incontrata per capire come sia riuscita a tradurre l’intensità dei rapporti umani in immagini sapientemente costruite nella loro spontaneità.

Stephanie Gengotti e il progetto Circus Love

Come è iniziato il progetto Circus Love? «La redazione di un magazine femminile mi chiese di fare dei ritratti a due coppie di artisti del Cirque Bidon, un circo francese contemporaneo parte del movimento Cirque Nouveau, nato negli anni Settanta in contrapposizione al circo tradizionale. Circhi senza animali esotici e condotti da piccoli nuclei familiari. In scena, storie scritte da loro e raccontate anche attraverso la poesia di musiche originali. Ci si siede tra il pubblico, le luci si abbassano e si viene trascinati in un racconto ipnotico di suoni, acrobazie, danza e recitazione. Varcando la soglia di quel mondo diverso ebbi la sensazione di entrare in una bolla spazio temporale, come se l’orologio avesse smesso di scandire il tempo, per lasciare il passo a un’epoca sospesa e onirica. Mi coinvolse al punto di voler raccontare il sogno e la bellezza di un mondo girovago, lontano dalla velocità di un’esistenza eccessivamente tecnologica. Iniziai così la mia ricerca e scoprii una serie di festival europei che accoglievano le realtà dei piccoli circhi, come il festival di Avignone in Francia, o Tutti Matti per Colorno in Italia. La mia avventura è iniziata proprio da quest’ultimo».

Quanto di reale e spontaneo sei riuscita a fotografare di questi personaggi così abituati a indossare delle maschere e calcare i palcoscenici? «Amo il cinema e la messa in scena ne è la naturale conseguenza. Li coinvolgo condividendo con loro la tavola, le pause, parlando come fossi anch’io parte del circo, fino al risultato di una spontanea collaborazione dove set e costruzione dell’immagine altro non sono che la rappresentazione del loro vissuto. Si crea un’atmosfera di leggerezza e di gioco, come l’idea di far indossare i miei vestiti a uno di loro per un ritratto di gruppo, un modo per essere anch’io parte della storia. La messa in scena spesso viene però sorpresa dalla casualità di un momento inaspettato dove il controllo lascia spazio all’imprevisto».

L’approccio alla fotografia e i progetti futuri

Qual è stato il motivo che ti ha spinto a intraprendere questo lavoro? «Era il 1998 e per superare il grande dolore della perdita di mia sorella avevo deciso di fare la cosa che da sempre mi rendeva felice: viaggiare. Mi trovavo in Sud Africa quando, al tramonto su una spiaggia, ho visto un uomo in piedi su una scogliera e la sua ombra proiettata sulla sabbia. L’ho fotografato. In quel preciso istante ho capito che quello sarebbe stato il mio destino e che non avrei potuto fare altro. Poco dopo conobbi Erico Menczer, grande direttore della fotografia del cinema, che mi insegnò a osservare il mondo attraverso l’obiettivo e a comprendere la luce».

Come mai nei tuoi lavori ritorna spesso questa tua intenzione di rappresentare lo status di comunità? «Sono attratta dai nuclei familiari numerosi perché la mia è una famiglia numerosa, ma divisa dai cinque continenti. Non ho vissuto quel senso di protezione e aggregazione, il sentirsi parte di un nucleo così coeso. Forse è stata proprio la mancanza di questa condivisione ad accompagnarmi verso il naturale amore per le comunità».

A un lavoro sulla tua famiglia ci hai mai pensato? «Sì, è un’idea sulla quale sto riflettendo. Sarà un lavoro che ne ripercorrerà la storia, un percorso generazionale a ritroso che toccherà continenti diversi. Un progetto che però non ho ancora iniziato»

L’intervista completa di Francesca Orsi è presente nel numero 319 de Il Fotografo, ancora per pochi giorni in edicola! Per la versione digitale clicca qui.

Inge Morath, uno scatto inedito in mostra a Roma

Mostra Inge Morath

Fino al 19 gennaio 2020, il Museo di Roma in Trastevere ospita Inge Morath. La Vita. La fotografia, la prima retrospettiva italiana della Morath, la prima fotoreporter donna entrata a far parte della Magnum Photos, una delle più importanti agenzie fotografiche al mondo.

Viaggiatrice instancabile, poliglotta, donna dai poliedrici interessi e di profonda cultura, Morath nasce a Graz, in Austria, nel 1923. Non teme barriere culturali, linguistiche o geografiche: la sua conoscenza di diverse lingue straniere le permetteva di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto con la gente.
I rapporti lavorativi con personalità quali Ernst Haas, Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, contribuiscono a chiarire l’evoluzione professionale della Morath e il personale stile fotografico nutrito degli ideali umanistici successivi alla Seconda Guerra Mondiale, ma anche della fotografia quale “momento decisivo” come la definì Cartier-Bresson.

La retrospettiva a Roma

Curata da Marco Muniz, Brigitte Blum – Kaindl, Kurt Kaindl, la retrospettiva si sviluppa in 12 sezioni che ripercorrono tutte le principali esperienze professionali e umane della fotografa. Tra le oltre 140 fotografie e decine di documenti originali presenti, compaiono anche immagini realizzate da grandi maestri come Henri Cartier-Bresson e Yul Brinner, che ritraggono Inge Morath in diversi momenti della sua carriera.

Inge Morath, a diciassette anni dalla sua scomparsa

Attraverso i suoi scatti la Morath ha saputo raccontare la vita e l’intimità delle persone imprimendole in un’immagine. A Roma non manca naturalmente una sezione dedicata ai suoi celebri ritratti: da Pablo Picasso a Doris Lessing, da Alberto Giacometti a Marilyn Monroe, ma anche Jean Arp, Igor Stravinskij, Audrey Hepburn, fino a Fidel Castro. L’artista, scomparsa a New York nel 2002, ci stupisce ancora alla retrospettiva: è stato ritrovato postumo un ultimo inedito e potente scatto, scoperto in un rullino mai sviluppato. La Morath nel 2001 aveva fotografato dei rami secchi davanti al suo ritratto giovanile: quasi un addio, intenso e delicato, raccolto in un’immagine.

Tutte le info sulla mostra sono disponibili qui.

 

 

 

PHOTOSTORIES: Sebastiano Leddi e l’avventura di Perimetro

Photostories Leddi

Sebastiano Leddi ci parla di Perimetro, progetto nato con l’obiettivo di raccontare Milano – e il momento di grande fermento e trasformazioni che la città sta vivendo – attraverso lo sguardo di alcuni dei “fotografi più talentuosi della nostra generazione”.

 

 

Prenota un ritratto con Fabio Lovino

ricordi? Roma

A Roma dal 6 al 23 dicembre si terrà la terza tappa di RICORDI? Il progetto ideato da Settimio Benedusi per raccontare al grande pubblico la bellezza della fotografia e la bellezza dei ritratti stampati.

Ricordi? A Roma il ritratto è firmato Fabio Lovino

Fabio Lovino è uno dei fotografi più celebri della nostra generazione: colleziona nel portfolio personale artisti italiani e internazionali come Robert De Niro e Al Pacino, Benicio del Toro, Terry Gilliam, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Isabelle Huppert, David Cronemberg, David Lynch, Marco Bellocchio, Bertolucci, Moretti, Morante, Castellitto. Molti di questi sono diventati le copertine dei più famosi magazine italiani ed esteri, come Io Donna, Max, Elle, Vogue Pelle, Vanity Fair, Il Venerdì, Rolling Stone, Studio e l’Express.

Canon partner ufficiale di Ricordi?

I ritratti saranno stampati con Canon imagePROGRAF PRO-1000, la stampante fotografica di qualità professionale progettata per grafici, designer e fotografi professionisti. Una soluzione in grado di produrre stampe di qualità eccezionale fino al formato A2 in soli sei minuti. Inoltre, per offrire la massima resa a ogni immagine sarà utilizzata la una carta fotografica professionale con effetto patinato, Canon Pro Luster LU-101: finitura uniforme e colori vivaci per onorare ogni singolo ritratto.

Prenota il tuo ritratto

Per prenotarti dovrai scegliere dal calendario la data, l’ora di arrivo e l’eventuale quantità di foto. Riceverai una e-mail di conferma che dovrai mostrare al tuo arrivo in negozio.
Prenota il tuo ritratto qui.

Roma, 6 – 23 dicembre 2019 – Mercato Centrale

Body Performance: intervista esclusiva al curatore Matthias Harder

M.Harder- Yang Fudong: V. Beecroft (backgr ph)

Per la prima volta la Fondazione Helmut Newton di Berlino presenta una grande collettiva dai tratti contemporanei che indaga la relazione tra fotografia e performance. Matthias Harder, curatore unico e dal 2019 anche direttore della fondazione, ci parla di Body Performance, una mostra che espone il corpo umano nella sua fisicità e nella sua capacità espressiva. Alcune immagini inedite di Helmut Newton si affiancano alle opere originali di Vanessa Beecroft, Yang Fudong, Inez & Vinoodh, Jürgen Klauke, Robert Longo, Robert Mapplethorpe, Barbara Probst, Viviane Sassen, Cindy Sherman, Bernd Uhlig ed Erwin Wurm.

Matthias Harder ci racconta Body Performance

Come nasce l’idea di questa mostra?
«L’intuizione è arrivata tramite la mostra Nudes, dedicata a Saul Leiter, David Lynch e Newton, inaugurata in fondazione proprio lo scorso dicembre. Facendo ricerche e trovandomi davanti a centinaia di immagini della collezione, ho notato che erano molti i casi in cui emergeva un aspetto performativo determinato proprio dal fatto che esiste una fotocamera. Il processo avveniva non solo nella fotografia di nudo, ma anche nei ritratti e negli scatti di moda. Era evidente in tutti gli aspetti legati allo stile di Helmut Newton. Così ho approfondito il concetto di body performance in fotografia ed è risultato che non vi erano tracce di precedenti mostre sul tema, quantomeno in Germania e in Europa».

In che modo il tema scelto avvicina Newton agli altri artisti?
«Il tema è interessante e rappresenta una novità per la fondazione. Alla base rimane l’idea che le mostre allestite mantengano in vita la nostra fondazione, andando contro il concetto di museo statico. Cerchiamo pertanto di far scaturire delle connessioni tra Helmut Newton e la fotografia più contemporanea. In Body Performance sono presenti diversi artisti provenienti da tutto il mondo. In particolare, è importante per noi includere il punto di vista femminile attraverso i lavori di Barbara Probst, Inez van Lamsweerde, Viviane Sassen, Vanessa Beecroft e Cindy Sherman».

L’intervista completa di Silvia Carapellese sul nuovo numero de Il Fotografo in edicola dal 20 novembre e disponibile online cliccando qui.
Vanessa Beecroft views
Vanessa Beercroft Views, Body Performance. Mostra a cura di Matthias Harder, curatore unico e direttore della Helmut Newton Foundation.

Epson presenta “Eden in Urbe”, il Calendario 2020 firmato da Tancredi Mangano

Calendario_Epson_2020

Nelle 12 foto, il dialogo tra ambiente naturale e umano all’interno della città viene rappresentato in una prospettiva inusuale, che si richiama alle origini, quando la natura era incontaminata.

Nel Calendario 2020 la natura riprende il suo spazio 

Il Calendario Epson 2020 è una narrazione della città per immagini secondo un inedito punto di vista: l’autore opera un completo ribaltamento della prospettiva, offrendo una nuova rappresentazione della natura nel contesto urbano, fino a rendere invisibile la città stessa. La vegetazione diventa la nuova protagonista della città: gli alberi si prendono la scena e torna il colore, delicato come una stampa giapponese; i palazzi, invece, appaiono sullo sfondo, anonimi ed estranei, spesso solamente intuibili.

Eden in Urbe”: la prospettiva di Tancredi Mangano

“Il mio lavoro – spiega Tancredi – è nato osservando una realtà che di solito sfugge allo sguardo di chi vive in una città come Milano: l’idea era di rappresentare un luogo in cui la vegetazione è capace, nonostante gli innumerevoli ostacoli, di recuperare una dimensione quasi incontaminata. Dopo qualche giorno di lavoro ho cominciato a invertire la prospettiva in cui noi abitualmente ci muoviamo: ho iniziato a fotografare gli alberi facendo in modo che fossero gli edifici ad apparire come intrusi. E l’ho fatto in appena due mesi, a ribadire come oggi l’alternarsi delle stagioni sia frutto più dello sguardo e della memoria che di un reale avvicendarsi nel tempo”. I progetti completi del fotografo sono disponibili qui.

La tecnologia di Epson

Epson si è assunta il compito di tradurre su carta la visione artistica dell’autore: tutte le foto del calendario sono prodotte con stampanti, carte e inchiostri Epson e descrivono in maniera precisa i dettagli e le variazioni cromatiche degli scatti originali, grazie all’elevata tecnologia di stampa, oggi uno standard di qualità riconosciuto nel settore della fotografia internazionale. Il risultato è un Calendario da collezione a tiratura limitata: solo 800 copie numerate caratterizzate da immagini accurate e precise, stampate in originale e incollate a mano per ogni mese dell’anno.

Vent’anni di Calendario Epson

Il progetto del Calendario Epson compie vent’anni. Nasce dall’idea di offrire un tributo alla grande fotografia italiana e, nello stresso tempo, dimostrare in modo tangibile e con esempi prestigiosi la qualità della stampa fotografica Epson. Negli anni ogni Calendario ha raccontato sì l’autore, ma anche una storia, un sentimento, un impegno concreto, una visione del mondo. Massimo Pizzocri, amministrare delegato di Epson Italia, dice: “In questi vent’anni abbiamo sempre lavorato con fotografi di prestigio che ci hanno permesso non solo di dare concretezza alle loro immagini, ma anche di raccontare, in qualche modo, il mondo di Epson, laddove questo percorso è diventato comune. La visione di ognuno, sia essa artistica o di impegno concreto, magari per la salvaguardia del Pianeta, ha trovato nella nostra tecnologia lo strumento per dare vita a bellezza, precisione di racconto, potenza comunicativa delle loro immagini. E di tutto questo siamo felici e fieri”.

Wiki Loves Monuments 2019 in Italia: vince il Palazzo dei Diamanti di Ferrara

Wiki Loves Monuments 2019 in Italia: vince Palazzo dei Diamanti di Ferrara, argento a Bologna. Al terzo posto per la prima volta la Basilicata, con uno scatto di Castelmezzano.

I vincitori di Wiki Loves Monuments 2019

I vincitori dell’ottava edizione di Wiki Loves Monuments (vi avevamo parlato del concorso in questo articolo) sono stati svelati: tra oltre 25.000 fotografie e più di 13.000 monumenti italiani raccolte per l’edizione 2019 la Giuria nazionale del concorso composta da fotografi professionisti ed esperti wikipediani, ha scelto di premiare il bianco e nero di Maurizio Tieghi che ritrae Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Anche l’argento va all’Emilia-Romagna, regione che da anni sostiene il concorso e partecipa con entusiasmo, con una singolare prospettiva sul Portico di San Luca realizzata da Vanni Lazzari. Per la prima volta sul podio anche la Basilicata con le sue Dolomiti: il bronzo va allo scatto di Paolo Santarsiero che raffigura una Castelmezzano innevata in notturna. Tra le otto regioni italiane rappresentate in classifica, oltre a Basilicata, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia e Toscana, fanno il loro esordio quest’anno anche Abruzzo, Puglia e Umbria mentre la menzione speciale assegnata dalla Federazione Italiana Associazioni Fotografiche (FIAF), storico partner del concorso, va allo scatto realizzato da Michela Osteri al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato.

I vincitori italiani in corsa per lo scatto migliore al mondo

Le dieci immagini che compongono la classifica nazionale di Wiki Loves Monuments passeranno ora nelle mani della giuria internazionale del concorso, che le valuterà per eleggere entro la fine dell’anno la foto più bella a livello mondiale, scelta tra le migliori raccolte negli oltre 40 Paesi partecipanti alla competizione.

Scopri qui tutti gli scatti premiati

0 0,00
Go to Top