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Mauro Fabbri

Mauro Fabbri has 211 articles published.

Mauro Fabbri
Da vent’anni si occupa di cultura fotografica e consumer technology. Ha diretto testate storiche nel settore, come Almanacco Fotografare, Foto-Notiziario, Digital Lifestyle, ImageMAG e Foto-News. A fine anni ’90 ha ideato e lanciato alcune tra le prime pubblicazioni on-line legate al mondo imaging e hi-tech. Grazie alle diversificate esperienze nel campo della comunicazione, oggi si divide fra l’attività giornalistica e l’ideazione di nuove operazioni editoriali, progetti speciali e infoprodotti digitali.

Ray Holt, l’uomo che iniziò per caso la rivoluzione digitale

Ray Holt, l’ingegnere che per caso ha iniziato la rivoluzione digitale.
La storia di Ray Holt è eccezionale. È la storia del progettista del primo chip che avrebbe potuto darci un’informatica diversa: il personal computer e lo smartphone forse sarebbero stati molto differenti e l’Internet of Things sarebbe la normale quotidianità già da decenni. Ma il progetto fu secretato per trent’anni dai militari. Giovane promessa del baseball, in seguito a un infortunio, Holt abbandonò il suo sogno di diventare un giocatore professionista. Contro ogni sua aspettativa, nel 1968 si laureò in Ingegneria Elettronica. Tra i diversi colloqui di lavoro ne ebbe uno con la Garrett AiResearch, una grande azienda di progettazione di aerei, tutti con controlli meccanici. Il manager Dick Gentry gli spiegò che l’azienda stava cercando il progettista di un sistema di controllo digitale per gli aerei di nuova generazione. Holt, con l’aiuto del suo team, sviluppò il chipset MP944, il rivoluzionario circuito usava la tecnologia dell’epoca e rispettava le rigide specifiche militari. Il progetto fu secretato per riemergere solo nel 1998. Il primo chip commerciale della storia fu invece il 4004, sviluppato dall’italiano Federico Faggin in Intel circa 18 mesi dopo l’MP944.

Holt ha reso possibile Indiana Jones e Star Wars.

All’inizio degli anni ’80,  Ray Holt ha poi lavorato per la Digital Optics, che ricevette molti premi per la sovrapposizione di immagini digitali a quelle ottiche in tempo reale grazie a uno scanner 3D che fu usato nella trilogia di Indiana Jones, ma soprattutto in Star Wars: Il ritorno del Jedi. Questa tecnologia fu poi ceduta alla Industrial Light and Magic.
Il giornalista italiano Leo Sorge ha curato l’edizione di “The Accidental Engineer”, la biografia di Holt che  racconta i sogni, le speranze e i traguardi di un uomo che con il suo progetto avrebbe potuto cambiare radicalmente la storia dell’informatica e il mondo come lo conosciamo oggi. La lettura non è riservata solo agli appassionati di tecnologia, perché racconta una storia che pone interrogativi e riflessioni sugli eventi che avrebbero potuto cambiare il nostro presente. Sono molti i momenti significativi della vita di questo ingegnere per caso che, appena laureato, si è trovato al posto giusto nel momento giusto e ha proseguito la sua carriera partecipando alla creazione di altre tecnologie innovative.

 

 

Tano D’amico: la fotografia per pensare

Tano D’Amico, giornalista e fotoreporter, nato a Filicudi e romano di adozione, è un collaboratore storico de Il Manifesto e La Repubblica. Ha realizzato reportage su carceri, manicomi, rom, e ha documentato le manifestazioni di piazza a partire dagli anni sessanta vivendo la protesta studentesca e operaia in prima linea. Raccontando di sé e della sua vita di fotografo militante, ci rivela il potere che ha sempre avuto l’immagine come primo simbolo del cambiamento. Le sue fotografie, rigorosamente in bianco e nero, testimoniano la storia degli ultimi quarant’anni del nostro Paese, con particolare attenzione ai movimenti degli anni Settanta, e sono commentate da chi ha vissuto quei tempi in prima linea.

 

Cinque segreti per foto naturalistiche perfette

La ripresa naturalistica è un genere fotografico di grande fascino, molto emozionante, che conquista un numero sempre crescente di appassionati che si uniscono ai molti professionisti impegnati in questo settore. È un tipo di attività fotografica che richiede molta pazienza e pratica per ottenere buoni risultati. Inoltre richiede buone competenze tecniche, conoscenza dell’ambiente naturale in cui si opera e delle abitudini della fauna. Esiste una precisa etica associata a questo genere fotografico strettamente legata alla volontà di sensibilizzare il pubblico verso le problematica ambientali e di celebrare la bellezza della natura.

Scopriamo 5 tecniche base per la fotografia naturalistica

PIU’ LUNGO È, MEGLIO È MA NON SEMPRE…
Di solito nella foto naturalistica più lunga è la focale che decidiamo di utilizzare meglio, 500mm o più. Se usi una reflex con sensore APS-C ricordati del fattore di crop che moltiplicherà la lunghezza focale. Per ottenere foto d’impatto di animali nel loro habitat, al contrario, prova a usare un obiettivo grandangolare. Posiziona la fotocamera su un supporto e scatta da lontano usando un telecomando. Ci vorrà un po’ perché i tuoi soggetti si abituino alla fotocamera. Prova ad attirarli piazzando del cibo nei punti in cui vuoi inquadrare.

SFOCA LO SFONDO
In genere, le foto di animali funzionano meglio se riduci il più possibile la profondità di campo. Un obiettivo con una focale lunga è già un buon punto di partenza, usalo con il diaframma aperto al massimo per sfocare il più possibile lo sfondo. Scattare a distanza ravvicinata, significa avere una profondità di campo di pochi millimetri, ma uno sfondo può distrarre anche se è completamente sfocato. Fai attenzione alle forme più chiare e troppo riconoscibili sullo sfondo e sposta la fotocamera per eliminarle dall’inquadratura.

COME ESPORRE
Il modo d’esposizione che usi più di frequente dipende solo dal tuo gusto personale. In fondo, puoi usare i modi P, A, S o M della tua fotocamera e ottenere comunque risultati identici. Per la foto naturalistica, spesso vorrai ridurre la profondità di campo il più possibile per evitare sfondi che possono distrarre e per mantenere il tempo d’esposizione rapido. Per questo motivo, il modo migliore da usare è la priorità dei diaframmi (A), se vorrai variare la luminosità della scena, potrai usare la compensazione dell’esposizione. Lavorando così, dovrai fare più attenzione, ma avrai il vantaggio di poter compensare l’esposizione molto velocemente.

TEMPI RAPIDI
Per fare foto agli uccelli in volo, ti servirà un tempo d’esposizione più rapido di quanto tu possa immaginare. Con una focale lunga, probabilmente sarà necessario un tempo d’esposizione di 1/2.000sec. Di conseguenza, dovrai usare un diaframma aperto e un’alta sensibilità ISO.

ALLENATI AL PARCO
Per fotografare gli animali nel loro ambiente naturale, possono essere necessarie ore d’attesa se non giorni, quindi non potrai permetterti di perdere delle opportunità così rare per realizzare buone foto, e le tue capacità fotografiche dovranno essere perfette. Ma come puoi allenarti velocemente a fotografare gli animali? Il modo più semplice è quello di visitare parchi, oasi naturalistiche e riserve. In questi luoghi, gli animali sono più abituati alla presenza umana e si trovano in zone delimitate. Questo “allenamento” ti aiuterà a prevedere e gestire i movimenti degli animali e a prendere familiarità con molte situazioni che si presenteranno quando scatterai in contesti

 

 

La fotografia maledetta di Joel-Peter Witkin

Joel-Peter Witkin è il fotografo autore delle celebri (famigerate?) immagini che hanno scioccato tutto il mondo in cui ritrae i cosiddetti freak, figure deformi, protesi o cadaveri messi in posa all’interno del set fotografico. Witkin spiega che le sue visioni, le sue “distorte” ricerche di una bellezza oltraggiosa e maledetta sono state causate da un episodio a cui ha assistito quando era ancora bambino: un incidente d’auto avvenuto di fronte a casa sua in cui una bambina è stata decapitata.Joel-Peter Witkin è nato nel ’39 da padre ebreo e madre cattolica. Tra il 1961 e 1964 lavorò come fotografo di guerra durante in Vietnam. Tornato in Usa, dal 1967 inizia a lavorare come fotografo free lance  ad Albuquerque in Nuovo Messico. Witkin prepara da solo la scena dello scatto e ne studia meticolosamente i dettagli e la disposizione di essi preparando bozzetti e disegni. Il marchio di Witkin è senza dubbio l’utilizzo del bianco e nero con l’inserimento successivo di graffi e macchie sui negativi. La tecnica richiama il decadimento che subiva il negativo quando, da supporto per un ricordo di luce gioiosa, si trasformava “in una matrice dove le luci si manifestavano come ombre, i colori assumevano tonalità distorte e inquietanti. Queste striscioline di celluloide se ne stavano chiuse prudentemente nelle buste che ti restituiva il negozio all’angolo. Erano immagini che non si guardavano, né in privato né in pubblico, erano immagini tenute fuori dalla scena: erano o-scene“. Una interessante analisi dell’opera di Witkin che propone Germano Celant nel libro “Fotografia maledetta e non” che esplora l’opera dei fotografi definiti più “inaccettabili e oltraggiosi, eppure incredibilmente affascinanti”.

 

 

 

 

Ralph Gibson il “dio delle piccole cose”

Ralph-Gibson-Bikini-and-Breast Durante una conversazione, ti butta lì frasi come “Henri mi disse che” o “Dorothea voleva che”. E sta parlando di Henri Cartier-Bresson e Dorothea Lange, che conosceva molto bene. E non è che lasci cadere i nomi per vantarsi di amicizie famose, è semplicemente un veterano che riflette sulle lezioni che ha appreso e sui geni che ha incontrato nel corso di una straordinaria carriera che non mostra segni di cedimento.
Ralph Gibson è uno dei più celebrati fotografi americani. Anche se è spesso classificato come “fotografo artistico” nelle sue squisite opere non c’è nulla di oscuro o elitario. Ralph si concentra su frammenti e dettagli e questo processo ruota più sulla percezione che sulla narrazione di una grande storia, una personalità o un evento.Ralph Gibson-02
Potremmo considerarlo un “dio delle piccole cose”, ma uno che approccia queste piccole cose con estrema serietà, alimentata dalla passione di una vita per la filosofia, la storia dell’arte e la critica artistica. Solo di recente convertito alle versioni digitali delle sue amate fotocamere Leica, Ralph ripercorre per noi il suo lungo viaggio creativo parlandoci dallo studio in cui lavora a New York.
“Quando mi arruolai in marina, a diciassette anni, nel 1956, fui sottoposto a una batteria di test, che superai molto bene. Mi inviarono alla scuola di fotografia, ma inizialmente venni respinto. L’ufficiale incaricato accettò di riprendermi, a condizione che pulissi le latrine per sei settimane. Erano le latrine di seicento ragazzi. La scuola era dura, ma era la prima volta che decidevo di fare qualcosa, di essere qualcosa. Mi ricordo che una notte, nel mezzo di un temporale, mi misi a urlare che sarei diventato un fotografo!”Ralph Gibson-apertura

Ralph Gibson: con Dorothea Lange e Robert Frank

Dopo il congedo dalla marina, Ralph tornò nella natia Los Angeles, per poi trasferirsi di nuovo
per studiare al San Francisco Art Institute. “Un amico mi aveva invitato a un ballo in maschera lì al college. Dopo la festa decisi di iscrivermi”, riassume. “Ora, tenete presente che era il 1960, era l’epoca d’oro della fotografia documentaristica: la rivista LIFE, The Americans di Robert Frank e così via.
Tolti Ansel Adams ed Edward Weston, la fotografia sociale era considerata la forma più elevata dell’arte.
Io ero abbastanza sicuro dal punto di vista tecnico, così quando Dorothea Lange contattò il mio tutor chiedendo un assistente di talento, le fui raccomandato io.
La Farm Security Administration, per cui Dorothea aveva lavorato negli anni della Depressione, aveva trattato piuttosto male i suoi negativi, così ebbi l’opportunità di lavorare sulle sue famosissime immagini. Un giorno chiesi a Dorothea qualche notizia su una particolare immagine di una donna con profonde occhiaie nere, in piedi contro un muro. Mi raccontò che si trattava di una ragazza con un ritardo mentale, presa in giro e abusata, e mentre me ne parlava i suoi occhi si riempirono di lacrime. Compresi in quel momento come la fotografia avesse ancora un notevole impatto emotivo su di lei, anche dopo così tanti anni”.Ralph-gibson-lou-reed Nel 1967 Ralph conobbe il secondo grande fotografo di cui sarebbe stato assistente, Robert Frank. “Incontrai Frank all’apice della carriera e mi invitò ad aiutarlo con i suoi negativi. Frank e Dorothea Lange mi insegnarono una lezione importantissima: fare qualunque sforzo per essere unico e non copiare.
Certo, ho le mie influenze, come tutti i fotografi, ma non le si vede nei miei lavori. In realtà, ho molte,
molte influenze – pittura, architettura, teoria della critica, filosofia, Schoenberg e la lista potrebbe continuare.
Ma la mia posizione è valida solo nei termini del mio impegno personale, del mio studio costante, della mia ‘formation perpetuelle’ come direbbero i francesi. Sto ancora soprattutto imparando”.
“La domanda più importante per me è: posso continuare a crescere? È facile finire incasellati e sono ben conscio della ‘maledizione delle prime opere’. Non sei niente senza tutto il corpo di lavori che ti hanno portato all’attenzione. Le persone assoceranno sempre Robert Frank a The Americans, o Dorothea Lange ai suoi scatti della Depressione”.

 

 

Ralph Gibson: trovare il proprio percorso

Sarebbe comprensibile se l’influenza di Lange e Frank avessero spinto Ralph a diventare a sua volta un fotografo documentario, ma lui ha scelto una strada diversa. “Dorothea usava lo strumento della fotografia per mostrare la vita dei lavoratori migranti. Aveva un messaggio molto chiaro. Anche Frank sapeva molto bene cosa voleva dire degli Stati Uniti ai tempi di The Americans. Io decisi che volevo usare la fotografia per ‘monumentalizzare’ le forme e i frammenti meno significativiRalph Gibson-personal
Ero più interessato al modo in cui la mia percezione diventava soggetto delle mie fotografie. Di conseguenza i soggetti non sono mai stati un problema per me, trovo ispirazione ovunque.
Non ho mai dovuto attendere un grande evento prima di scattare una fotografia”. Ralph è imperturbabile anche nei confronti della risposta critica ricevuta dai suoi molti libri e mostre. “Ho pubblicato una quarantina di libri e, per quanto sia molto grato per la risposta delle persone, io scatto queste foto per me”.

Prendere Confidenza con il digitale
L’esplorazione di come percepisce il soggetto e del modo in cui gli osservatori potranno mettere a confronto la loro percezione con la sua, è il tema costante della carriera di Ralph. È riluttante a parlare di immagini preferite: “Sono più interessato a come un’immagine possa annunciare e avviare un successivo progetto e, comunque, la fotografia preferita è sempre la prossima”, ma ammette un certo affetto per il suo ritratto di un prete. A prima vista sembra un semplice ritratto tagliato, ma un esame più attento rivela la struttura rigida e geometrica, fondata sulle diagonali, tipica delle immagini di Ralph.Ralph-gibson-Bicycle
“Sono molto legato anche a un’immagine molto più recente di una bicicletta accanto alla botola
di un tombino. Mi ricordo che l’ho scattata dopo aver ricevuto la digitale Leica M Monochrom.
Avevo giusto appena parlato con il mio analista e avevo detto che proprio non riuscivo a lavorare con le fotocamere digitali, ma questa immagine mi ha riempito di orgoglio, entusiasmo e speranza. È forte quanto qualsiasi altra abbia mai realizzato”.
Ralph è tuttora affascinato dalla fotografia in bianco e nero e dal modo in cui crea quella che lui definisce ‘un’astrazione della realtà’: “In bianco e nero interagisci in realtà con tre elementi: il bianco, il nero e l’assenza del colore”. Nel 2007, Ralph ha dichiarato che doveva ancora vedere un capolavoro prodotto da una fotocamera digitale.
Cosa pensa della tecnologia oggi? “Le fotocamere digitali di oggi sono molto diverse da quelle del 2007”, osserva. “Oggi la fotografia è ovunque. Negli anni ‘20, László Moholy-Nagy scrisse che l’illetterato del futuro sarebbe stata la persona ignorante nell’uso della fotocamera oltre che della penna.
Nel terzo Millennio non c’è nessuno che non sappia come scattare una foto! Ottengo ottimi risultati con Leica o Canon. A pellicola o in digitale, io sono sempre in cerca della verità fotografica e dei modi in cui l’atto percettivo in sé diventa soggetto stesso della fotografia”.

 

 

Letizia Battaglia: le sue armi sono state i sogni, i bisogni, il coraggio e la generosità

Il giudice Giovanni Falcone ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia, Palermo 1982.
Il giudice Giovanni Falcone ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia, Palermo 1982.

Letizia Battaglia

Letizia Battaglia non è solo la fotografa dei delitti di mafia. Per lei la fotografia è una missione che vive sulla sua pelle, animata dall’amore e dal rispetto per la giustizia e la libertà. Un dovere verso la società e verso se stessa.
Le sue armi sono state i sogni, i bisogni, il coraggio e la generosità. La sua divisa, quella della reporter, dell’ecologista, del politico, dell’editore. Ma, prima ancora, quella della donna. «Noi donne», dice «abbiamo un altro modo di esistere, di amare, di procedere nel mondo e anche di raccontare». Nella fotografia, come nella vita, Letizia non segue un modello ma entra in contatto con la realtà in modo istintivo, fisico, mettendo al centro del suo sguardo i sentimenti e le azioni delle persone, anche i più primordiali, estremi. Il suo primo incontro con la fotografia avviene in un momento difficile, dopo un periodo di psicoanalisi. «Avevo più di trent’anni e tre figlie. Ero sola, senza un lavoro, ma dovevo tornare a vivere», racconta. Così, all’inizio degli anni Settanta lascia Palermo e si trasferisce a Milano. Qui si guadagna da vivere scrivendo per alcune testate. Spesso insieme agli articoli riesce a vendere anche le sue fotografie. Ed è grazie a uno dei suoi servizi che viene richiamata nella sua città per dirigere l’ufficio fotografico dell’”Ora”, il quotidiano del capoluogo siciliano con cui collabora già da qualche tempo. È il 1974. Di lì a poco a Palermo scoppia una guerra feroce tra cosche mafiose per il controllo del territorio, una mattanza in cui cadono capi di clan antagonisti e servitori dello Stato. Letizia è lì, con la sua Leica, a documentare una delle stagioni più buie e sanguinose della storia d’Italia. Con lei c’è Franco Zecchin, per molti anni suo compagno nel lavoro e nella vita, con cui ha fondato da poco l’agenzia Informazione Fotografica. Letizia riprende senza sosta omicidi, arresti, processi. Raccoglie il pianto delle madri e delle mogli. Testimonia connivenze scomode tra politica e malaffare, come quella tra Giulio Andreotti e il mafioso Nino Salvo. Sono immagini che le danno fama internazionale ma le procurano anche molta sofferenza. Così, nei primi anni Novanta continua le sue battaglie sul fronte politico, come assessore alla Vivibilità Urbana a fianco al sindaco Leoluca Orlando, del partito della Rete. Inizia un periodo di rinascita per la città e anche per lei «(…) perché ho avuto la possibilità di aiutare concretamente la gente, di migliorare l’aspetto della città». Le cronache dure del sacco di Palermo acuiscono la sua fame di vita e di dignità che va a cercare nei rioni dimenticati, nei volti dei loro abitanti, nelle processioni, negli sguardi di tante bambine in cui ritrova i sogni e il desiderio di libertà della sua infanzia. Porterà con sé immagini poetiche, cariche di umanità, in cui la bellezza e il degrado, l’odio e l’amore per la sua terra trovano una pacifica armonia.

Letizia Battaglia alla Casa dei Tre Oci

Dal 21 marzo al 18 agosto 2019, la Casa dei Tre Oci di Venezia ospita una grande antologica di Letizia Battaglia, una delle protagoniste più significative della fotografia italiana, che ne ripercorre l’intera carriera.
La mostra, curata da Francesca Alfano Miglietti, organizzata da Civita Tre Venezie, in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia, con la partecipazione della Fondazione di Venezia, presenta 200 immagini, molte delle quali inedite, che rivelano il contesto sociale e politico nel quale sono state scattate.
Per maggiori informazioni clicca qui

Immagine in evidenza

Il giudice Giovanni Falcone ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia, Palermo 1982.

Mimmo Dabbrescia: L’arte di rinnovarsi

Salvador Dalì, Port Ligatt (Spagna) 1962
Salvador Dalì, Port Ligatt (Spagna) 1962

Mimmo Dabbrescia

Nel suo futuro di giovane uomo del Sud Italia c’era il mare. Ma quando nel ’53 emigra a Milano con la sua famiglia, gli studi iniziati qualche anno prima all’istituto nautico gli serviranno a poco. Un giorno in zona Porta Ticinese nota in una vetrina alcuni bellissimi ritratti di attori. D’istinto bussa alla porta e si propone per lavorare come fotografo. «Ti chiameremo», gli dicono. Nessuno lo cercherà mai da quella che era la sede dell’agenzia Farabola, già alla seconda generazione di fotografi. Più tardi impara a sviluppare e a stampare in una piccola agenzia e, in seguito, entra nella Rotofoto di Fedele Toscani che, alla fine degli anni Cinquanta, ha in appalto i servizi di cronaca del Corriere della Sera. Nel ’61, con l’apertura di un reparto fotografico interno al quotidiano, Dino Buzzati e Alfredo Pigna – figure di peso in via Solferino – vogliono Dabbrescia nella squadra della Domenica del Corriere. Il legame con una sola testata, però, gli va stretto. Così apre una propria agenzia per collaborare anche con altre riviste. Di lì a poco incontra Gigi Vesigna e Rosanna Miani, direttore e vice direttore del settimanale Tv Sorrisi e Canzoni. In poco tempo ne diventa il fotografo di riferimento ritraendo divi e cantanti e seguendo le principali manifestazioni canore, tra cui il festival di Sanremo. Il rapporto di fiducia che crea con alcuni personaggi gli assicura diverse esclusive, come il matrimonio del discografico Piero Sugar con Caterina Caselli, nel 1970, e quello chiac- chieratissimo di Johnny Dorelli – dopo la rottura con la soubrette Lauretta Masiero – con Catherine Spaak. Nello stesso periodo il settimanale Lo Specchio gli commissiona un servizio sugli ultimi pittori bohémiens che lo mette in contatto con molti artisti dell’ambiente di Brera. Scopre così una nuova vena nella miniera del suo lavoro. Gli artisti gli commissionano la riproduzione dei loro dipinti per i cataloghi; per Sorrisi, invece, fa posare i cantanti con gli artisti nei loro atelier. Il suo primo ritratto d’artista, però, lo aveva scattato a Salvador Dalì nel 1962 a Port Lligat, mentre era in Spagna per un reportage. «Mi divertii molto. Dalì aveva una fisicità prorompente e lo lasciai libero di esprimersi davanti alla fotocamera», racconta. Ma un posto privilegiato nella carriera e nei ricordi privati di Dabbrescia è il lungo sodalizio con Fabrizio De André, iniziato nel 1969 con un servizio commissionato dalla sua casa discografica. Verso la fine degli anni Settanta i rotocalchi iniziano il loro declino per l’avanzata della televisione. Così Dabbrescia apre una casa editrice dedicata a pubblicazioni artistiche e una galleria d’arte, oggi seguite dai suoi figli Paolo e Riccardo, mentre lui continua a viaggiare per il mondo con una reflex digitale al collo.

4 segreti per foto d’azione perfette

I fondamentali per la fotografia d’azione e sportiva

Nel vasto ambito della fotografia d’azione troviamo generi diversi tra i quali i più celebri: la fotografia sportiva e il reportage di guerra e cronaca. Per realizzare buoni scatti di soggetti dinamici è importante avere buona dimestichezza con i fondamentali della fotografia, l’attrezzatura e le funzioni della fotocamera come: tempo di esposizione, valore ISO, apertura di diaframma, stabilizzatore d’immagine e luminosità dell’obiettivo. Chi muove i primi passi può trovarsi in difficoltà davanti alla ripresa di soggetti dinamici. Per realizzare foto d’azione di qualità occorre un misto di conoscenza della fotocamera, tecnica e pratica.

Fotografia d’azione e sportiva: congela il movimento con il flash

Il flash non si usa solo di notte, può dare una marcia in più alle tue foto anche in pieno giorno. È particolarmente utile negli sport in cui puoi avvicinarti abbastanza all’azione magari usando un grandangolare, per esempio nello skateboard e nel ciclismo. Il lampo del flash, illuminerà il soggetto rendendo vivi i colori e facendolo risaltare rispetto allo sfondo. Anche il flash incorporato della tua fotocamera può essere usato in questo modo, ma usando un flash esterno avrai molta più potenza e un maggior controllo. Un ulteriore vantaggio è dato dal fatto che potrai posizionare il flash esterno lateralmente al soggetto, ottenendo un’illuminazione di maggiore impatto. La breve durata del lampo, ti aiuterà anche a congelare i movimenti del soggetto.

Segui il soggetto e osserva

Tanto più allunghi la focale, tanto più è difficile mettere a fuoco dei soggetti in movimento, anche se questi vengono verso di te. Imposta l’autofocus su Continuo (AF- C), così la tua fotocamera potrà prevedere dove si troverà il soggetto quando scatterai la foto. È consigliabile utilizzare quasi sempre il punto di fuoco centrale con calcolo dell’esposizione spot e, se possibile, utilizzare più punti di messa a fuoco centrali in modo da allargare la zona di calcolo della scena. Insieme ai parametri di scatto e di messa a fuoco è fondamentale anche selezionare una velocità di raffica di scatto elevata. I movimenti veloci con una luce scarsa possono rappresentare un problema a meno che tu non voglia ottenere un’azione caratterizzata dal mosso artistico. Una soluzione è quella di scattare in un momento in cui l’azione è più statica, lasciando che siano le pose a suggerire il senso di movimento.

Il panning: grande opportunità creativa

È quasi impossibile congelare il movimento dei soggetti in rapido movimento usando solo un tempo d’esposizione veloce, specie se questi sono vicini al punto di ripresa. Dovrai piuttosto provare a seguire il soggetto con un movimento uniforme mentre attraversa il fotogramma, questa tecnica è comunemente conosciuta come “Panning”. Puoi far diventare il panning un effetto ben più artistico se combini il movimento della fotocamera con un tempo d’esposizione più lento. Così, il movimento della macchina produrrà delle strisciate mosse sullo sfondo, mentre il soggetto rimarrà relativamente nitido. Il tempo d’esposizione giusto dipende dalla velocità del soggetto. Per un podista, prova a scattare con 1/15sec, per un ciclista o un’auto prova con 1/125sec. Paradossalmente, proprio quando congeliamo il soggetto e muoviamo lo sfondo per mezzo del panning, la fotografia restituisce una più pronunciata sensazione del movimento.

Prima di Instagram: la Polaroid e Warhol

Polaroid e Warhol

Sembra ieri ma sono già passati … 81 anni! Correva l’anno 1937 quando il mitico Edwin Land diede vita a quella che in breve divenne l’azienda produttrice di materiale fotografico che rivoluzionò il concetto stesso di di fotografia: la Polaroid.

La prima macchina Polaroid venne messa in vendita nel 1948

La prima macchina Polaroid venne messa in vendita nel 1948, ma la macchina che ebbe più successo fu la Folding Pack. Il maestro della pop art Andy Warhol fu (come si direbbe oggi) il testimonial più celebre della fotografia a sviluppo immediato e tra i più grandi appassionati delle iconiche fotografie quadrate tanto da farne un elemento centrale di molte sue opere. Warhol invitava gli ospiti a pranzo, poi li faceva sedere di fronte a un muro, li truccava e poi scattava.  “Una foto significa sapere dove mi trovavo in ogni momento. Per questo motivo scatto fotografie. È un diario visivo” – spiegava Andy Warhol.

Warhol:  instancabile cronista della vita:

Warhol era un instancabile cronista della vita: dalla fine degli anni ’60 alla sua scomparsa nel 1987, ha portato con sé, praticamente ovunque andasse, una Polaroid, accumulando così un’enorme collezione di istantanee di amici, personaggi famosi e oscuri, elementi scenografici e di moda e autoritratti. A chi ama la pop art e la magia delle Polaroid consigliamo Andy Warhol. Polaroids una bellissima monografia realizzata da Richard B. Woodward, critico d’arte del New York Times, in collaborazione con la Andy Warhol Foundation che raccoglie centinaia di istantanee, la maggior parte delle quali inedita. Ritratti di celebrità come Mick Jagger, Alfred Hitchcock, Jack Nicholson, OJ Simpson, Pelé, Debbie Harry compaiono accanto a immagini del suo entourage e della sua vita, panorami e nature morte. Spesso spontanee, le Polaroid di Warhol documentano la sua era in modo analogo a quanto Instagram fa oggi nei suoi quadrati digitali pubblicati on-line da milioni di persone che hanno reso così, forse, ancora più “pop” la creazione di immagini evocative che congelano frammenti della realtà quotidiana.
 
 
 

Da Tokina un super grandangolare dedicato al Sistema Sony E

Rinowa ha il piacere di annunciare il nuovo Tokina Firin 20mm f/2,0 FE AF

Un’ottica super-grandangolare “full-frame” con grande luminosità, disponibile in montatura Sony E.

L’ottica è l’evoluzione del Firin 20mm f/2.0 FE MF, con il quale condivide lo schema ottico e molte delle caratteristiche principali. La nuova versione, che si affianca a quella sopra citata (che resta nella gamma), mette a disposizione del fotografo la messa a fuoco automatica.

Il Firin 20mm f/2,0 FE AF presenta uno schema ottico con 13 lenti in 11 gruppi. L’adozione di due elementi asferici garantisce planeità di campo, nitidezza e contrasto su valori di assoluta eccellenza, anche alla massima apertura. Le aberrazioni cromatiche vengono pressoché eliminate grazie all’adozione di ben tre lenti SD (Super Low Dispersion).

La messa a fuoco automatica è garantita da un motore ad ultrasuoni configurato “ad anello”. L’adozione di questo componente assicura una risposta veloce ed affidabile senza compromettere la compattezza dell’ottica. L’ottica stessa si interfaccia elettronicamente al sistema Sony, mettendo a disposizione della fotocamera tutte le informazioni necessarie all’ottimale funzionamento del sistema di stabilizzazione elettronica dell’immagine e di ottimizzazione ottica di cui le fotocamere sono dotate.

Il passaggio dalla messa a fuoco automatica a quella manuale è immediato. Basta ruotare la ghiera di messa a fuoco dell’ottica per commutare la fotocamera sulla funzione Manual Assist. Il mirino offre un ingrandimento dell’area centrale e la barra delle distanze appare nel display. Il sistema di apertura del diaframma è a nove lamelle e garantisce una resa del fuori fuoco  estremamente piacevole.

L’ottica è fornita con il paraluce dedicato BH-632 di corredo, e sarà disponibile per la vendita al pubblico nella seconda parte del mese di giugno 2018.

Per ulteriori informazioni:  www.rinowa.it 

Epson amplia la gamma di multifunzione: unione perfetta tra eleganza ed efficienza

Epson, eleganza ed efficienza: presentati i multifunzione XP-5100, XP-5105, WF-2860DWF e WF-2865DWF

In una stampante, la funzionalità deve essere sempre al primo posto. Se poi il suo design si integra con l’arredamento e l’ambiente circostante, ancora meglio. Con i nuovi modelli Epson, tuttavia, non è più necessario scendere a compromessi: i multifunzione XP-5100, XP-5105, WF-2860DWF e WF-2865DWF si caratterizzano infatti per le loro dimensioni compatte e il design elegante da qualsiasi angolazione, a cui si aggiungono numerose funzioni intuitive e molteplici possibilità di connessione.
Tra i nuovi modelli della gamma Epson, vi sono sia soluzioni ad alte prestazioni ideali per stampare a casa documenti di tutti i giorni (XP-5100 e XP-5105) sia 4-in-1 professionali (WF-2860DWF e WF-2865DWF), adatte soprattutto per chi lavora in remoto, da casa o in un piccolo ufficio. Tutti e quattro i multifunzione si inseriscono perfettamente in qualsiasi ambiente, unendo un design compatto ed elegante alla funzionalità del display LCD da 6,1 cm e dell’intuitiva interfaccia utente.

Epson: prezzo di acquisto conveniente e risparmio nel lungo periodo

Oltre ad avere un prezzo di acquisto conveniente, questi multifunzione offrono anche un risparmio nel lungo periodo se utilizzati insieme alle cartucce XL, che consentono di stampare un numero di pagine fino a 2,5 volte superiore. Convenienti e facili da utilizzare, i quattro nuovi modelli offrono una serie di utili funzioni, tra cui la stampa fronte/retro in formato A4 e il vassoio carta a caricamento frontale da 150 fogli.

I modelli WF-2860DWF e WF-2865DWF sono anche dotati di un alimentatore automatico di documenti e della testina di stampa PrecisionCore per una maggiore efficienza e velocità. I multifunzione Epson, inoltre, semplificano la configurazione e l’utilizzo quotidiano grazie a molteplici opzioni di connessione all’insegna della flessibilità, le quali riducono al minimo anche i grovigli di cavi, per una postazione sempre ordinata. Puoi così stampare da qualsiasi punto della casa sfruttando la connettività Wi-Fi® oppure utilizzare il Wi-Fi Direct per inviare stampe dai dispositivi compatibili senza che sia necessaria una rete Wi-Fi.
Per una versatilità ancora maggiore, Epson offre una serie di soluzioni e applicazioni gratuite per la stampa da mobile, come ad esempio l’app Epson iPrint
 per la stampa e la scansione in modalità wireless all’interno della casa mediante un dispositivo mobile. Ideale per chi si sposta sempre, Epson Email Print consente invece di stampare da qualsiasi luogo semplicemente inviando via e-mail i file alla stampante.
I modelli WF-2860DWF e WF-2865DWF offrono anche connettività Ethernet e NFC
. In particolare, quest’ultima consente di connettersi al multifunzione e di stampare un documento semplicemente avvicinando un dispositivo Android compatibile.

“Sono sempre di più le persone che necessitano di stampanti altamente funzionali da utilizzare a casa o nei piccoli uffici per stampare documenti di tutti i giorni e gestire le attività tipiche di un ufficio”, ha dichiarato Renato Salvò, Consumer Business Manager di Epson Italia. “È quindi importante progettare stampanti che uniscano funzionalità, facilità di utilizzo e connettività a un design elegante e compatto capace di integrarsi in qualsiasi ambiente. I nostri nuovi modelli rispettano questa esigenza, offrendo ai clienti ancora più scelta.”

I multifunzione XP-5100, XP-5105, WF-2860DWF e WF-2865DWF saranno disponibili a partire da aprile 2018.

Per ulteriori informazioni: 

www.epson.it

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