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Gianni Berengo Gardin si racconta in un’intervista

Gran Bretagna, 1977 - Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Già agli inizi della sua carriera lo chiamavano “il Cartier-Bresson italiano”, oggi è uno dei fotografi più affermati della fotografia italiana e internazionale. L’artista non si limita a catturare l’attimo ma a raccontare vere e proprie storie, immortalandole sulla sua amata pellicola.

Gli scatti di Gardin sono il racconto di un “viaggio in bianco e nero” che svela con poesia una realtà in continua evoluzione.

Steve McCurry si racconta a Gianni Riotta: Il mondo di Steve McCurry

Dalla nascita alle esperienze della prima infanzia, dal collegio al liceo, dalla fuga per l’Europa alla scoperta dell’amore per il viaggio, soprattutto quello nel “resto del mondo” dove regna una povertà choc che può profondamente incidere sulprovincialismo di ragazzo dei sobborghi…
Mondadori Electa pubblica Il mondo di Steve McCurry. Steve Mccurry si racconta a Gianni Riotta, un libro avvincente, dedicato al racconto di uno dei maggiori fotografi al mondo. Alle storie affascinanti di McCurry, al suo sguardo epico, si affiancano le lucide e critiche riflessioni di Gianni Riotta che inquadra di volta in volta il momento storico e commenta le parole di McCurry. A raccontarci questo mondo è un giornalista e scrittore di grandissima esperienza, viaggiatore e ramingo: lo sguardo del reporter incontra quello del fotografo. Gianni Riotta discute con Steve McCurry e le voci si intrecciano, si mischiano, ognuna con diversa forza e portamento.
Dopo i bellissimi volumi fotografici Electa Le storie dietro le fotografie (2013), oltre 17.000 copie vendute, e India (2015), Mondadori Electa presenta questo nuovo progetto editoriale in anteprima mondiale.
Allegato di posta elettronica

“… girare per il pianeta fece di un ragazzino di Filadelfia che aveva detestato la scuola, una persona riflessiva, meno superficiale … alla fine l’aspetto semplice, solitario, della fotografia mi attrasse … sei solo con te stesso, la tua personalità, la macchina fotografica e il soggetto da inquadrare, l’immagine da costruire … non si tratta di tecnica, ma di attendere, di pazientare, di lasciarsi assorbire dalla scena per poi isolarne un frammento … È la fusione tra etica ed estetica che mi avvince”.

Steve McCurry

Effetti speciali – Le migliori tecniche

DISEGNI SCINTILLANTI
Fotografa un amico di sera e in esterno usando la lunga esposizione, mentre fa ruotare una stella filante o una torcia. Usa un’esposizione manuale di 10sec a f/11 con ISO100. I disegni circolari funzionano bene, ma puoi chiedere al tuo amico di provare a scrivere anche delle parole.

EFFETTO STELLATO LO-FI
Fotografare in pieno controluce provoca effetti di flare causati dal sole. Sfrutta questo “difetto” sottoesponendo di un paio di diaframmi per ottenere una marcata silhouette. Se usi un diaframma abbastanza chiuso, per esempio impostandolo a f/22, il sole apparirà come una stella.

EFFETTO ZOOMATA
L’effetto zoomata crea un’esplosione di forme e colori di grande effetto anche con il soggetto più banale. Per ottenere un tempo d’esposizione di circa 1/15sec, usa la modalità A. Zooma verso la focale più corta dolcemente e scatta non appena hai iniziato la zoomata.

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ZUCCHERO CONGELATO
Un colpo di flash dura circa 1/40.000sec se sei vicino al soggetto. Se c’è buio, questo sarà il tempo d’esposizione effettivo della foto (indipendentemente dal tempo impostato sulla macchina), ideale per congelare il movimento.

BLU BACKLIGHT
L’illuminazione con gli UV si usa in discoteca per dare un bagliore agli oggetti bianchi, ma può anche essere usata in fotografia. Gli speciali tubi fluorescenti “blacklight” non sono molto luminosi, quindi la modella dovrà stare ferma per diversi secondi (oppure dovrai sfruttare il mosso creativo).

PERDI IL BILANCIAMENTO
l bilanciamento del bianco è uno strumento essenziale per ottenere foto con il colore giusto. Ma potresti sempre impazzire… e usare delle impostazioni selvaggia- mente sbagliate! Non c’è bisogno nemmeno di aprire Photoshop, ti basterà agire sul comando manuale del Bilanciamento del bianco.

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ACCIAIO IN FIAMME!
Per ottenere questo fiammeggiante effetto, bisogna mettere un filo di cotone sottile dentro della lana d’acciaio e fissare il tutto a una catena, poi basta incendiare il cotone e far ruotare la catena. Ti servirà un volontario coraggioso e un’esposizione di circa 15sec con f/11 a 100 ISO.

STORIE DI RUOTE
Con le loro linee morbide e i colori brillanti, le automobili dovrebbero essere facili da fotografare. In verità, però, bisogna usare diverse accortezze. Innanzitutto, devi trovare una location adatta in cui fotografare il veicolo. Poi devi scattare quando la macchina non è esposta direttamente al sole per evitare i riflessi, e devi inquadrarla da un punto di vista angolato per esaltare la dinamica della composizione.

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AGGIUNGI AI FLASH DELLE GELATINE
Dai un look spettrale alle foto dei tuoi party mettendo una gelatina blu sul flash. Le gelatine, sono pezzi di cellophane colorato e sono disponibili in kit per i fotografi, ma anche l’involucro blu di una caramella può funzionare allo stesso modo! Naturalmente puoi colorare anche la luce del flash incorporato della tua fotocamera.

STRISCIATE SUL PARABREZZA
Per fotografare le strisciate luminose del traffico in maniera differente, scatta da un’automobile in movimento di notte, mentre un amico guida lentamente lungo una strada ben illuminata. Ti servirà un’esposizione di circa 30 secondi. Usa un treppiedi o poggia la macchina sul cruscotto.

Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950

Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.

Osservatore curioso, narratore fantastico, Doisneau ha raccontato il mondo che lo circondava con una naturale dolcezza rimasta, ancora oggi, ineguagliata.
Ha immortalato la vita quotidiana che scorreva leggera su una Parigi elegante e ordinaria, raccontando i gesti semplici e spontanei delle persone, con le loro anime generose e gli sguardi sfuggenti.
Con le sue immagini, ci accompagna all’interno di un mondo ideale, popolato da uomini e donne incontrati per strada, senza forzature e senza comunque rinunciare mai a riflessioni autentiche e profonde sull’umanità.
Uomo dallo spirito indipendente, nella sua carriera ha prodotto un numero incredibile di opere fotografiche che rivelano non solo i suoi retroscena professionali, ma parlano anche del Doisneau uomo, lasciando emergere i tratti più intimi della sua personalità libera e un po’ selvatica.
Nei suoi ritratti di negozi e botteghe, bambini che giocano, vie del centro, i luoghi d’amore feste e quotidianità emozionale, si riconosce la volontà di sviluppare dei “reportages sull’umanità”, per restituire vitalità a un mondo flagellato dal ricordo cupo della Seconda Guerra Mondiale

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che
questo mondo può esistere.

 

L'information scolaire, Paris 1956
L’information scolaire, Paris 1956

Doisneau è stato capace di raccontare storie in luoghi dove apparentemente non c’era nulla da vedere, con un mix tra esperienza istantanea e spontanea ed esperienza vissuta, costruita ad hoc con modelli e attori; è un “falso testimone” della realtà per la sua abilità nel fotografare il mondo come voleva che fosse: una realtà ideale intima che non esiste nel reale.
Istintivo, poco razionale, si affidava al caso e amava l’improvvisazione lavorando con un canovaccio, senza mai affidarsi a un copione definito.
Il suo rifiuto per l’esotismo e per il reportage impegnato lo rese un fotografo spontaneo, anche quando costruiva una realtà artificiale; nonostante questa avversità per la cateogrizzazione, era un uomo dalla personalità elastica e benevola, gentile e indipendente.
Il suo unico nemico era l’autorità: Doisneau era un fautore convinto della libertà creativa e individuale, amante di una finzione sempre e direttamente improntata alla realtà. La sua visione del mondo era priva di schemi preordinati, si presentava solo con una
forte e spontanea volontà di sviluppare una ricerca profonda dell’uomo e
dell’umanità, vagando “a casaccio” per Parigi e scattando là dove trovasse un qualcosa da raccontare.

La diagonale des marches, Paris 1953
La diagonale des marches, Paris 1953

Inizia a fotografare fin da giovane e acquista una Rolleiflex 6×6 che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1931 diventa assistente del fotografo André Vigneau che lo introduce all’ambiente fotografico del tempo e qualche anno più tardi diventa fotografo per le officine Renault: per lui questo è l’inizio ufficiale della sua carriera.
Durante gli anni tragici della guerra documenta gli anni bui e tristi per tutto il Paese, collaborando con la resistenza; è lui a fotografare il corteo di liberazione con a capo De Gaulle e dopo il conflitto lavora per varie riviste pubblicando numerosi reportages.
Proprio in questi anni di rinascita sviluppa il suo reportage umanistico, in cui l’uomo è sempre
protagonista dell’immagine.
Nel 1946 crea il gruppo dei XV insieme a grandi fotografi del tempo come Jean Michaud, Marcel Bovis, Henri Lacheroy e Willy Ronis: un gruppo eterogeneo ma ricco di molti stili differenti, con l’obiettivo di dare dignità alla fotografia e creare una poetica tutta parigina.

Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E’ una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.

Negli anni che seguono il lavoro diminuisce, e Doisneau riesce a dedicare più tempo alle sue ricerche; dai lavori grafici ai fotomontaggi, da esperimenti come quello della Tour Eiffel deformata, fino alla grande documentazione sulla trasformazione del quartiere Les Halles.
L’ ultimo importante incarico che lo vede protagonista è dato dalla partecipazione al progetto della DATAR (Delegazione interministeriale alla gestione del territorio e all’attrattiva regionale) un progetto creativo che lo vede impegnato insieme ad altri 14 grandi fotografi europei, tra i quali Gabriele Basilico e Raymond Depardon, per la documentazione di paesaggi, luoghi di vita e lavoro della Francia del 1980. Una vera e propria consacrazione per Doiseanu che in questo caso si affida all’immagine a colori per descrivere il cambiamento triste e degradante delle periferie negli anni.

Autoportrait au Rolleiflex, 1947
Autoportrait au Rolleiflex, 1947

 

La Fotografia della settimana: il Concorde di Peter Marlow

G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport, The last days of Concorde. Landing prior to retiring from service in October 2003

Il 24 Ottobre del 2003 il Concorde effettua il suo ultimo volo passeggeri. Peter Marlow ha documentato i viaggi della sua ultima estate. “Concorde. The Last Summer” è il libro che Peter Marlow ha dedicato agli ultimi voli dell’aereo supersonico attraverso l’Oceano Atlantico. Nel Concorde c’è tutta l’Europa e l’America degli anni ’70 e ’80: gli affari, lo star system, la ricerca della velocità a qualsiasi prezzo, la distanza culturale tangibile verso tutto ciò che può essere green o low cost. Nell’immaginario c’è anche l’incidente al Charles De Gaulle nel luglio del 2000: quel volo era un charter noleggiato da una comitiva di turisti, il che ci ha fatto immediatamente capire quanto il business di questo aereo fosse ormai diffuso, popolare, al tramonto. Il suo ultimo volo passeggeri è del 24 ottobre 2003, mentre l’ultimo volo in assoluto è del 26 novembre, un mese dopo.


Peter Marlow, fotografo inglese della Magnum morto nel 2016 e che negli anni ‘70 ha documentato le situazioni sociali più complesse in Irlanda del Nord, ha seguito il Concorde per un’estate, l’ultima. Alcune fotografie della serie sono pubblicate qui (https://pro.magnumphotos.com/Package/2TYRYDMCLX9S). Il progetto è corporate, ma queste immagini non parlano di aerei e di tecnologia, anche perché non era più tanto una questione di biglietti da vendere ma di un fenomeno sociale da documentare. La realizzazione è quindi perfettamente in linea con l’occhio di Peter Marlow: il Concorde non è stato solo un aereo ad alta tecnologia o un modo per viaggiare da Londra a New York su uno status symbol con due ali. È stata la vita di migliaia di abitanti delle aree periferiche di Heathrow, del Charles De Gaulle, del JFK e di tutti gli altri aeroporti del mondo che il Concorde ha toccato (i primi voli erano verso Dakar, Rio e il Barhein, gli Stati Uniti sono arrivati dopo) che per trent’anni hanno avuto un appuntamento quotidiano con l’unico mezzo “capace di arrivare prima di partire”.

G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport. The last days of Concorde. Taking off in the days prior to retiring from service in October 2003.
G.B. ENGLAND. London. Heathrow Airport. The last days of Concorde. Taking off in the days prior to retiring from service in October 2003.

Per questo, una buona parte del libro è dedicata alle persone comuni che escono dalle loro case con un gilet, una tuta ed un binocolo e, immerse nelle banali campagne inglesi, osservano il decollo e l’atterraggio di questo triangolo molto piccolo che si avvicina tra gli alberi, un modellino più che un aereo.

“Concorde. The Last Summer” non è un libro di foto spettacolari, non ci sono Boeing che sfiorano la testa delle persone sulle spiagge tropicali (tutte quelle cose che ci piace cliccare oggi nelle gallery online), è una documentazione realizzata da un grande fotoreporter, senza effetti speciali. La fine di un momento irripetibile, sia per chi ha viaggiato, sia per chi è rimasto a terra.

Jem Cresswell: il fotografo del “profondo blu”

Jem Cresswell fin da ragazzo ha passato il più della sua vita sott’acqua scattando immagini subacquee fino a farne una professione. Jem Cresswell è l’uomo del “profondo blu” che ha fatto della sua passione per l’oceano il suo lavoro arrivando a nuotare affianco a balene di 15 metri! Australiano, di 33 anni, Jem Cresswell ha collezionato negli anni una quantità infinite di scatti subacquei: non solo animali ma anche il lifestyle di marinai e pescatori, nonché i ritratti subacquei. Da queste immagini sono nati progetti come Merge, di nudi subacquei con l’artista Martine Edmur, e Jem Giants, realizzato tra il 2014 e il 2016, le cui stampe sono disponibili presso la Galleria Michaeal Reid di Sydney, Australia.

Jem Cresswell: intervista

L’ambiente in cui sei cresciuto ha avuto una grande influenza sul tuo lavoro?
Decisamente. Sono cresciuto ad Adelaide, ma ho passa- to la maggior parte dei miei vent’anni viaggiando e facen- do surf sulla costa. […] Gli anni passati a fare camping, esplo- rare e fare surf con i miei amici mi ha dato un senso di libertà, di fuga. Credo di esse- re ancora in cerca di qualcosa di simile in tutto quello che faccio. Provo sempre a torna- re a quelle mie radici, lontano dalle persone, in posti in cui ti senti piccolo e insignificante.”

Dove hai trovato l’ispirazione per la serie Giants?
Le balene sono creature incredibili. Le adoro, tutte; ma le megattere sono quelle che più spesso attraggono l’attenzione delle persone. Ero affascinato dalla scoperta, nel 2006, del fatto che il cervello della megattera contiene tre volte il numero di cellule fusiformi di quello umano. Queste cellule, negli umani, sono responsabili delle capacità cognitive, dell’empatia, dell’organizzazione sociale. Non possiamo affermare con certezza che anche nelle megattere siano deputate a queste stesse funzioni, ma molti dei comportamenti osservati in questi cetacei sembrano supportare questa tesi. Formano reti sociali complesse, hanno metodi di comunicazione strutturati e, per me che ho passato affianco a loro parecchio tempo, è piuttosto evidente che abbiano un’emotività evoluta.”

Come ti comporti quando sei vicino alle balene?
Per la maggior parte del tempo, quando sono in acqua mi fingo morto e mi assicuro di avere un battito cardiaco quasi impercettibile. […] Una volta che la balena ha preso confidenza con la mia presenza, mi avvicino lentamente. La maggior parte delle foto in cui la balena appare molto vicina le scatto quando è lei a venire da me, per capire che cosa sono. […] Dopo tre anni che mi dedicavo a questo progetto, ero talmente sincronizzato con le balene che ho vissuto alcune esperienze incredibili con loro. Più volte ho nuotato con la stessa balena, quattro o cinque volte nella stessa stagione, accorgendomi che ci eravamo riconosciuti a vicenda.”

Cosa ti ha spinto a scegliere il bianco e nero per presentare la figura delle balene?

Quando converto le immagini in bianco e nero, le profonde acque tropicali diventano un nero puro che porta a isola- re la silhouette della balena, a sospenderla. […]”

 

 

Davide Monteleone: il fotografo delle questioni sociali

Stockholm, Sweden - November 2016. The building where once was the PUB shopping center and where Lenin bought a suit on his way to Russia. *** GENERAL CAPTION: In March 1917 Vladimir Ilych Ulyanov (LENIN) was leaving exiled and in poverty in Zurich. Within eight months he assumed the leadership on 16000000 people occupying one-sixth of inhabited surface of the world. On April 9th 1917, with the support of German authorities, at that time in war with Russia, he travelled back to his own country on a train across Germany, Sweden and Finland to reach Finland Station in St. Petersburg on April 17th where he started the first step to Soviet Power. 100 year later I recreated and reacted on a real non-invented trip Lenin’s epic journey, on the base of archival documents and historical books including “To Finland Station” by Edmund Wilson and “The sealed train” by Michael Pearson. ***ALL THE PICTURES OF THIS PROJECT REFERS TO HISTORICAL EVENTS HAPPENED 100 YEARS AGO BUT I TOOK THE LIBERTY TO INTERVENE ON SOME OF THE PICTURES DIGITALLY AND ANALOGICALLY TO BETTER REPRESENT THE HISTORICAL FACT AND MY PERSONAL PHOTOGRAPHIC VISION.

Davide Monteleone vive a Mosca e lavora a progetti indipendenti a lungo termine esplorando, attraverso fotografia, video e testi, la relazione tra potere e individui, specie nei Paesi post-sovietici. Il suo ultimo lavoro, The April Theses, ripercorre il viaggio di Lenin dalla Svizzera alla Russia attraverso la fotografia di paesaggio e i documenti per la ricostruzione storica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa ti ha portato a lavorare in Russia?
«Una coincidenza personale e professionale. Sedici anni fa ho avuto l’opportunita di fare un viaggio in Russia. Doveva essere breve e si è prolungato per due anni. E continuato fino a oggi».

Perché ti interessa questa parte del mondo?

«E un Paese molto grande dove c’e una relazione particolare tra l’individuo e il potere. E’ questo esperimento sociale che mi interessa».

Nel tuo libro ripercorri il viaggio di Lenin dalla Svizzera alla Russia. Perché hai scelto questo particolare momento storico?
«Volevo realizzare un lavoro sul centenario della Rivoluzione bolscevica. Naturalmente e un argomento su cui e gia stato detto e scritto molto, così ho cercato di restringere il campo, concentrando la mia attenzione sul viaggio che ha condotto Lenin dalla Svizzera in Russia. Un viaggio che èstato probabilmente agevolato dal governo tedesco. Insomma, una rivoluzione sponsorizzata da un altro Paese».

E’ un libro fotografico che contiene molti interventi personali, dalle manipolazioni sulle fotografie ad alcuni scatti nei quali interpreti Lenin.
«Innanzitutto, èun libro. Da sempre trovo molto piùstimolante l’aspetto narrativo della fotografia piuttosto che concentrarmi sulla singola immagine. Le manipolazioni e le ingerenze sono utili per comprendere la sottile linea che divide la cronaca e la propaganda. E’ vero che ci sono delle regole nella fotografia documentaria, e ancora piùforti nel fotogiornalismo, ma la fotografia deve lasciare un margine di interpretazione. Trovo interessante che si parli della manipolazione della fotografia e del fatto che molte immagini di questo lavoro siano una messa in scena. Da alcuni questo èconsiderato illegittimo, ma alla fine è l’onestàintellettuale, il fatto di dichiararlo, che fa la differenza. Non sono le fotografie che mentono, sono i fotografi».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Fotografia della settimana: Piazza Fontana, Banca Nazionale dell’Agricoltura

Il 12 dicembre 1969, cinquanta anni fa, un attentato terroristico uccide diciassette persone in quella che viene definita “la madre di tutte le stragi”. Ecco la foto divenuta simbolo di quel giorno.

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Ecco i dati certi di questa fotografia. Interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano, 12 dicembre 1969, pochi minuti dopo l’esplosione della bomba che uccide diciassette persone, l’inizio degli Anni di Piombo. È un’immagine di pubblico dominio, sono trascorsi più di vent’anni dalla sua prima pubblicazione e, pare, non abbia alcun carattere creativo. Quindi può essere usata e condivisa senza rendere conto a nessuno. Non ci sono copyright su questa fotografia.  È il 1969, il fotografo entra nella banca pochi istanti dopo l’esplosione, ma la fotografia è ancora lenta, nessuno immagina che un giorno si potrà scattare per condividere, si scatta ancora per documentare ed informare sui giornali la mattina dopo. Chi fotografa scene di questo genere, probabilmente non si pone domande su fotografia e Fotografia, sa di essere un tramite tra un fatto di interesse pubblico ed un’intera nazione che chiede solo di conoscere. Questa è la fotografia che documenta e che realizza, finalmente, una funzione certa e consapevole: informare.

Fotografia della settimana: Steve McCurry e l’ultima Kodachrome 64

Il 19 dicembre 2012 Kodak dichiara il fallimento. Steve McCurry attraversa il mondo per scattare le 36 fotografie dell’ultimo rullino Kodachrome.


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© Steve McCurry

Quando il 19 dicembre del 2012 Kodak dichiara il fallimento attraverso la procedura del Chapter 11, Steve McCurry decide di scattare una serie di immagini con l’ultimo rullino uscito dalla mitica azienda produttrice di pellicole, che trent’anni prima deteneva una quota di mercato del 90% negli Stati Uniti.
Trentasei immagini per chiudere un’epoca. Una sfida personale attraverso il mondo per celebrare la produzione analogica, su cui oggi si può anche ironizzare viste le disavventure con il digitale e la post-produzione del fotografo americano. Ma d’altra parte, questa sorta di contrappasso è toccata alla stessa Kodak: era suo lo slogan “voi premete il pulsante, noi facciamo il resto”, una fotografia resa sempre più semplice da arrivare al giorno in cui non c’è stato più bisogno né di qualcuno che facesse il resto né, appunto, di rullini.
Ma torniamo alle trentasei foto di Steve McCurry e alla sua pericolosa idea di prendere treni e aerei con questo oggetto unico conservato al buio nella sua macchina fotografica. Tre foto le ha dedicate a Robert De Niro, a New York. Quindici foto le ha scattate in India, tra Mumbai and Rajastan. Altri scatti sono stati realizzati in Turchia, a Istanbul, dove il soggetto scelto è stato l’amico Ari Gulier, il Cartier-Bresson turco come lo definisce McCurry. Rientrato in America, erano state scattate trentacinque delle trentasei pose disponibili. Prima di portare il Kodachrome 64 al laboratorio di sviluppo Kodak di Paron, nel Kansas, uno dei migliori centri di sviluppo Kodak, McCurry sceglie di realizzare l’ultimo scatto nel cimitero della cittadina. Qui si chiude la storia del Kodachrome 64.Una storia simbolica, con altissime probabilità che tutto andasse a monte per un dettaglio. Quando chiediamo a fotografi che passano la loro vita in viaggio quale è la cosa che proteggono in caso di pericolo imminente, tutti ci rispondono: prima la vita, poi le schede di memoria. La macchina fotografica la puoi ricomprare, la puoi riparare, la puoi perfino ricostruire e tenere insieme con il nastro. Le schede e i rullini che contengono il tuo lavoro no, sono qualcosa di irripetibile. Steve McCurry ha attraversato mezzo mondo con l’ultimo rullino Kodachrome 64 nella sua Nikon F6 e immaginiamo che cosa possa aver pensato quando il funzionario della dogana dell’aeroporto di Mumbai, prima di imbarcarsi per tornare negli Stati Uniti, gli ha imposto di aprire la macchina fotografica per accertarsi che non contenesse esplosivo
Di Enrico Ratto

La Fotografia della settimana: Marc Riboud. Con Fidel Castro il giorno dell’assassinio di JFK

© Marc Roboud, Cuba 1963

Il 22 Novembre 1963 viene assassinato a Dallas il Presidente John Fitgerald Kennedy. In quei giorni, Marc Riboud è Cuba per incontrare Fidel Castro.


© Marc Riboud, Cuba 1963
© Marc Riboud, Cuba 1963
Tra le molte, moltissime storie che si intrecciano con la Storia che si è compiuta a Dallas il 22 Novembre del 1963, ce n’è una in particolare che parla di fotografia. E di fortuna. Quel giorno, Marc Riboud si è trovato nel posto giusto al momento giusto: Cuba.
Inviato sull’isola per un reportage, alla vigilia dell’attentato di Dallas Marc Riboud era insieme al giornalista dell’Express Jean Daniel. Trascorrono parecchi giorni in attesa di incontrare Fidel Castro, il quale fissa un appuntamento quando ormai i due, un classico, erano pronti a rinunciare e a rientrare prima negli Stati Uniti e poi in Francia. Fidel Castro incontra i due francesi la sera del 21 novembre, nella sua residenza estiva a 120 Km da L’Havana. Inizierà a parlare alle dieci di sera e finirà alle quattro del mattino. Marc Riboud scatta foto in continuazione, documenta la gestualità di Fidel Castro, le persone che gli si avvicinano, che entrano ed escono da quella stanza, vuole fissare sulla pellicola il carisma del Lider Maximo. La mattina del 22 Novembre Marc Riboud riparte. Insieme a Fidel e ai suoi collaboratori resta solo Jean Daniel. Alle 13.30 Fidel Castro riceve una telefonata. “Como? Un atentado?” dice al telefono. E, dopo aver chiesto quali erano le condizioni del Presidente degli Stati Uniti, ripete tre volte a Jean Daniel e alle persone in quella stanza: “Ecco, una pessima notizia”.

La Fotografia della settimana: il ritratto di René Burri a Ernesto Che Guevara

© Rene Burri / Magnum Photos

Il 9 ottobre del 1967 moriva in Bolivia Ernesto Che Guevara, immortalato qualche anno prima da René Burri in un’immagine destinata ad entrare nella storia.

© Rene Burri / Magnum Photos
© Rene Burri / Magnum Photos

Per fortuna qualcuno conserva i provini a contatto, altrimenti ci ricorderemmo più delle icone, che fanno la Storia, che delle fotografie, che hanno una storia. René Burri, fotografo svizzero membro di Magnum, ha rischiato seriamente di restare identificato con questa fotografia di Ernesto Che Guevara, scattata a Cuba nel 1963 e diventata icona più di ogni altro suo ritratto ai personaggi chiave del XX Secolo. In quel periodo René Burri si trovava a Cuba con Henri Cartier-Bresson. Uno lavorava per a rivista Look, l’altro per Life. Burri incontra il Che, Ministro dell’Industria, nel suo ufficio a L’Avana e coglie la rara occasione di fotografarlo per una rivista americana, anche se il Che non la prende troppo bene: non lo guarderà per tutto il tempo. Il risultato sono otto rullini che ritraggono Che Guevara in ogni tipo di situazione: seduto, sorridente, arrabbiato, concentrato, mentre accende l’ennesimo Havana. Tra questo grande numero di scatti, solo uno diventerà l’icona che conosciamo e che condividiamo per gli anniversari. La rivista taglierà male quel ritratto ma Burri, pur sottolineando la cattiva messa in pagina della foto, ha sempre detto con grande modestia che “quella fotografia è entrata nel nostro immaginario grazie al Che e al suo grande sigaro, non al mio lavoro”.

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