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La Fotografia della settimana: Piazza Fontana, Banca Nazionale dell’Agricoltura

Il 12 dicembre 1969, cinquanta anni fa, un attentato terroristico uccide diciassette persone in quella che viene definita “la madre di tutte le stragi”. Ecco la foto divenuta simbolo di quel giorno. Ecco i dati certi di questa fotografia. Interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano, 12 dicembre 1969, pochi minuti dopo l’esplosione della bomba che uccide diciassette persone, l’inizio degli Anni di Piombo. È un’immagine di pubblico dominio, sono trascorsi più di vent’anni dalla sua prima pubblicazione e, pare, non abbia alcun carattere creativo. Quindi può essere usata e condivisa senza rendere conto a nessuno. Non ci sono copyright su questa fotografia. È il 1969, il fotografo entra nella banca pochi istanti dopo l’esplosione, ma la fotografia è ancora lenta, nessuno immagina che un giorno si potrà scattare per condividere, si scatta ancora per documentare ed informare sui giornali la mattina dopo. Chi fotografa scene di questo genere, probabilmente non si pone domande su fotografia e Fotografia, sa di essere un tramite tra un fatto di interesse pubblico ed un’intera nazione che chiede solo di conoscere. Questa è la fotografia che documenta e che realizza, finalmente, una funzione certa e consapevole: informare.

Steve McCurry si racconta. Le storie dietro le fotografie

Steve McCurry. Le storie dietro le fotografie” offre uno sguardo inedito sul lavoro del celebre fotoreporter americano.

14 fotoreportage, realizzati in tutto il mondo nel corso della sua lunga carriera, scandiscono il ritmo di questo volume: ogni storia è illustrata con appunti, immagini, ricordi e circa 120 tavole fotografiche con i lavori più significativi. Accanto alle foto, un vasto archivio formato da materiali non fotografici, molti dei quali inediti: oggetti, diari, documenti, come articoli di giornale, mappe, i lasciapassare iracheni per la stampa. Un affascinante libro fotografico, ma anche storico edito da Electa e Phaidon, che spiega i contesti sociali e storico-politici in cui ciascun reportage è stato realizzato.

Nino Migliori tra incanto e illusione

Il Tuffatore – 1951

Gestualità, sperimentazione, concettualismo, performance e narrazione sono solo alcune delle definizioni possibili per decifrare la portata progettuale dell’autore bolognese. Artista audace e poliedrico, Nino Migliori ha seguito, da protagonista, l’evoluzione linguistica della fotografia all’interno del contesto culturale italiano. Il suo esordio è negli anni del dopoguerra, quando la presenza ingombrante dell’industria cinematografica lo porta a confrontarsi con quel sentimento inedito di libertà ed entusiasmo che guidava la ricostruzione del Paese: è la scuola del Neorealismo. All’interno di questo movimento si distingue con una produzione capace di costruire un ponte espressivo tra le avanguardie europee. Certo, da fotografo neorealista, fa uso del bianco e nero e ritrae il mondo che lo circonda, ma già lavora per brevi sequenze, spostando la sua attenzione verso l’universo concettuale, che già da tempo aveva superato l’idea del fotografico come specchio della realtà. Una consapevolezza, riguardo alla sua poetica, che matura negli anni Cinquanta grazie anche ai sussulti intellettuali generati dalla straordinaria stagione dell’Informale, soprattutto con Pulga e Bendini, artisti capaci di intuire le qualità del giovane Migliori e di coinvolgerlo in un dibattito attivo nella Bologna dell’epoca. Affascinato dall’esperienza dei fondatori dell’agenzia Magnum, introduce nel linguaggio fotografico il valore dell’etica e della soggettività. Sono gli anni dedicati all’indagine senza tregua sul rapporto tra la fotografia e la realtà. La sua è un’esplorazione delle idee legate alla percezione e alla rappresentazione, a partire dall’assunto che la fotografia raramente può essere oggettiva. A interessarlo è anche il rapporto tra le immagini con la storia per giungere a un chiarimento della funzione di testimonianza e della formazione della memoria collettiva.Dalle sequenze in scala di grigio all’esaltazione del particolare sulla pellicola a colori, il passo è breve e, proprio in questo passaggio, Nino Migliori inaugura il suo personalissimo percorso conoscitivo, fondato sulla sperimentazione che lo accompagna per tutta la sua carriera. Come una successione di livelli esplorativi, le prime opere lasciano il passo alla riflessione sulla spontaneità del segno, colto sulle ruvide superfici urbane: è il momento di Manifesti strappati e Muri, realizzati a partire dagli anni Cinquanta. A seguire, con la serie Il tempo rallentato approda all’esaltazione simbolica della natura e dei suoi frutti. Più recente è, invece, la produzione di Cuprum, il lavoro inedito dell’artista bolognese che si lascia stupire dalle tracce umide dei bicchieri di birra sui tavolini di un pub londinese. Il risultato è l’incanto e l’illusione di una favola che assume le variabili fisionomiche e cromatiche della luna. Instancabile sperimentatore, egli rimane un convinto sostenitore dell’ineluttabilità del cambiamento fotografico dovuto al suo essere tecnologia.

Da Il Fotografo

 

Foto di viaggio – Le migliori tecniche

Ecco le migliori tecniche per le tue foto di viaggio!

Le migliori tecniche per le foto di viaggio

PROVA IL “DUTCH TILT”. Questo è un trucco che dovresti usare solo ogni tanto: fotografare dal basso strutture particolarmente slanciate, può produrre risultati di grande effetto. Invece di cercare di mantenere dritto l’edificio, inclina la fotocamera di circa 45°; in gergo cinematografico, questo stratagemma si chiama “Dutch Tilt”. L’edificio riempirà meglio il fotogramma e apparirà più imponente.

PRENDI UN TREPPIEDI.Hai portato con te un treppiedi? Nei brevi weekend urbani, poter scattare di sera aumenta notevolmente il tempo “fotografico” e le opportunità di scatto a tua disposizione. Anche a mano libera comunque, puoi ottenere scatti accettabili delle luminose insegne al neon.

PREPARATI PRIMA. Prima di partire, fai un’attenta ricerca in Rete sui posti in cui andrai. È facile perdere un evento interessante da fotografare, specie durante un viaggio breve. I mercati settimanali per esempio, sono ricchi di soggetti interessanti, ma devi sapere in anticipo quando e in che luogo saranno.

CERCA L’ORA DORATA. Nella classica vacanza familiare, bilanciare le esigenze dei tuoi cari con la tua voglia di fotografare può essere davvero difficile. Una soluzione, è quella di mettere via la fotocamera durante le ore del giorno in cui il sole è alto nel cielo e ci sono un sacco di altre belle cose da fare con i tuoi familiari. Programma le tue attività fotografiche all’alba quando tutti dormono ancora, così potrai raggiungerli in tempo per la colazione. In genere la luce più bella è proprio subito dopo l’alba, perché il sole basso produce una luce calda e colorata e genera ombre migliori. Durante il resto della giornata, cerca belle location da visitare il mattino dopo. Anche il tramonto è un ottimo momento per fotografare, anche in questo caso, potrai andare a scattare mentre gli altri si preparano per uscire la sera. Se stai facendo un viaggio in giornata, cerca di essere nel posto giusto all’ora del tramonto: scegli un posto con una buona visuale, che ti dia le migliori possibilità per fotografare il sole che scende.

IL RICHIAMO DEI MERCATINI.Cerca pile di oggetti identici nei negozi e nei mercati, e zooma per isolarne i disegni. La luce laterale è quella migliore!

VETRATE PIOMBATE. Le grandi chiese e cattedrali, ti tentano fotografica- mente con la loro architettura, ma spesso le vetrate piombate sono tra i soggetti più belli da fotografare. Spesso sono tanto luminose da permetterti di scat- tare senza treppiedi. Per evitare problemi, inquadrale in modo da non includere grandi parti di pareti, perché altrimenti la finestra risulterà certamente sovraesposta o le pareti saranno completamente nere e senza alcun dettaglio. Piuttosto, cerca di riempire completamente il fotogramma con la finestra.

TROVA L’ANGOLO GIUSTO.La sfida che devi affrontare quando arrivi in una nuova location è la non conoscenza del posto e quindi devi impegnarti per trovare dei punti di ripresa interessanti. Una strategia che puoi attuare è quella di cercare subito dei punti di ripresa in posizione elevata, perché possono darti una veduta d’insieme della scena. Cerca, per esempio, edifici con balconi o finestre a cui puoi accedere, e chiediti costante- mente se c’è un modo per andare ancora più in alto così da scoprire una nuova prospettiva sul posto che stai visitando.

MASSIMIZZA LA PROFONDITA’.  Per massimizzare la profondità di campo, usa una focale corta, imposta un diaframma chiuso come f/22, quindi metti a fuoco su un punto posto a circa un terzo di distanza tra i soggetti vicini e quelli lontani. Se nell’inquadratura c’è anche l’orizzonte, metti a fuoco con la distanza “iperfocale”.

APPROFITTA DEL RISTORANTE. Il cibo dei posti che visiti può raccontare molto di un paese o di una città, tanto quanto le sue bellezze architettoniche. Quando mangi al ristorante, trova il tempo per fotografare i piatti che ti vengono serviti. Scegli quelli migliori visivamente e fotografali con uno sfondo neutro.

LIBERATI DEL FILTRO UV!. Quando sei in viaggio, può essere utile proteggere l’obiettivo con un filtro UV o Skylight. Ricordati però di smontarlo quando fai delle foto urbane in lunga esposizione o in controluce, perché quel pezzo di vetro in più può provocare immagini fantasma o riflessi indesiderati con le luci più intense.

ATTIVITA’ IN VOLO.Comincia subito a documentare il tuo viaggio, tirando fuori la Nikon dal bagaglio a mano e trovando un posto vicino al finestrino dell’aereo. Se sei fortunato, potrai fotografare delle bellissime vedute aeree della tua destinazione. Per fotografare, metti l’obiettivo più possibile vicino al finestrino.

FAI SPARIRE LE FOLLE. Le persone che passeggiano davanti a un famoso monumento ti irritano? Usa un Filtro ND di forte intensità e un treppiedi, così potrai scattare con un tempo d’esposizione molto lungo che renderà invisibili tutti i turisti, anche quelli che si muovono più lentamente, lasciando nella foto solo gli elementi più fermi e pittoreschi.

RIPRESE ULTRA GRANDANGOLARI.Quando fai foto d’architettura, cerca l’acqua. I riflessi sono un ottimo sistema per riempire lo spazio in primo piano mentre usi obiettivi grandangolari. Se l’acqua è in movimento, puoi rendere i riflessi ancora più forti con un filtro ND e un tempo d’esposizione lungo.

FOTO IN PRIMA SERATA.La sera, non abbandonare la tua Nikon in stanza. Portala con te, assieme a un obiettivo luminoso, un economico 50mm f/1.8 andrà benissimo. Fotografa la vita notturna a diaframma tutto aperto e con una sensibilità ISO alta, così non ti servirà flash né treppiedi.

CACCIA AL PRIMO PIANO.Per ottenere foto interessanti di città famose e monumenti celebri è indispensabile concentrarsi sulla composizione. Cerca soggetti interessanti da mettere in primo piano per dare più forza a un edificio iconico, oppure trova angoli di ripresa che mostrino uno sfondo più adatto alla scena urbana.

 

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Brassaï. Paris de Nuit

di Vittorio Scanferla


Paris de Nuit. Fotografie di Brassaï. Introduzione di Paul Morand. Parigi. Edizioni di Arts et Metiers Graphiques.1933 (2 dicembre 1932). 250x193mm. 74 pag. 62 fotografie in bianco e nero. Copertina illustrata. Legatura a spirale. Edizione inglese. Paris after Dark. London. Batsford. 1933.


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Una felice alchimia ha prodotto un’icona dell’epoca d’oro dell’editoria europea: Paris de Nuit, il primo fotolibro di Gyula Halasz, che dalla Transilvania si trasferì a Parigi nel 1924, dopo aver frequentato le Accademie di Belle Arti di Budapest e Berlino e assunto lo pseudonimo di Brassaï, dalla città di Brassò, dove era nato nel 1899. Giornalista, fotografo, disegnatore, poeta, scultore, scrittore, film-maker e scenografo: intellettuale a tutto tondo, profondamente inserito nel clima culturale e artistico della capitale del XX secolo, come la definì Walter Benjamin, Brassaï era rimasto colpito dalle immagini di Atget che documentavano la trasformazione della città, convinto che la fotografia fosse lo strumento ideale per la narrazione del mondo oscuro della Ville Lumiére scoperto durante le sue peregrinazioni notturne.


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«Brassaï: l’occhio nascosto del vampiro, l’occhio calmo del Budda che abbraccia il Tutto e non si ferma mai, l’occhio insaziabile, l’occhio di Parigi» Henry Miller


Nel 1929 acquistò una Voigtlander Bergheil 6×9 a lastre, con ottica Heliar 105mm, allestì nel suo hotel una camera oscura, condivisa con Dora Maar, e studiò, da autodidatta, tutti i testi di tecnica e chimica fotografica disponibili, seguendo sempre personalmente le fasi di sviluppo e stampa delle sue fotografie. Per realizzare il suo progetto Brassaï frequentò, con la medesima complicità e partecipazione, tutti i luoghi e gli ambienti sociali, dai più umili ai più trasgressivi, dai più poveri ai più ricchi e aristocratici. Voleva restituire una nuova percezione della città, come se si scoprisse per la prima volta, forte del pensiero che «la notte non ci mostra le cose, ma le suggerisce e ciò ci disturba e sorprende». Il suo è uno sguardo diretto in un paesaggio trasfigurato dalla modernità della luce elettrica, documentato da una poetica fotografica semplice: un treppiede in legno, un’ottica fissa, un cordino per controllare la distanza e il tempo di posa scandito dalla durata di una o più sigarette a seconda della luce ambientale, corretta da un sapiente uso, open flash, di lampi al magnesio.


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«A lungo ho avuto un’avversione per la fotografia. Fino a trent’anni ignoravo l’uso della macchina fotografica. A Parigi io vivevo di notte vagando per la città da Montparnasse a Montmartre, andavo a letto all’alba e mi svegliavo al tramonto. Una profusione di immagini della mia vita notturna non cessava di sedurmi, di perseguitarmi e di ossessionarmi; non vidi altro mezzo per afferrarle che attraverso la fotografia» Brassaï


Accompagnato da altri irriducibili flâneur, come i suoi amici Jacques Prévert, Henry Miller, Leon-Paul Fargue e Raymond Queneau, il fotografo affinò, work in progress, la propria tecnica nelle notti parigine, ricche di incontri e di scontri con un mondo non sempre amichevole; furti e aggressioni non mancarono, portandolo a realizzare, sia in esterni che in interni, immagini di straordinaria suggestione, che la luce e il magnesio scolpivano in forme nitide, ma morbidamente plastiche e scultoree.


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Brassaï, dopo due anni di riprese, mostrò un centinaio di queste fotografie a Charles Peignod editore di Arts et Metiers Graphiques, che accettò di pubblicare il fotolibro con le più moderne tecniche di riproduzione in héliogravure, una qualità di stampa memorabile. Il montaggio e una grafica d’avanguardia, con fotografie a piena pagina senza didascalie, fecero il resto. La legatura a spirale permise una perfetta planeità del libro aperto e una lettura più efficace della sequenza e dei dettagli. La qualità degli inchiostri dona una straordinaria profondità dei neri, la scansione dei grigi e la brillantezza delle luci rimangono esemplari a tutt’oggi, realizzando secondo Martin Parr e Gerry Badger «probabilmente la più splendida stampa mai vista».
Paris de Nuit fu un successo editoriale e di critica e diede il via al filone della fotografia notturna che influenzò fotolibri importanti a partire da Night in London (1938) di Bill Brandt e costituì una svolta determinante nella vita professionale di Brassaï. L’edizione del 1933 escludeva le immagini più esplicite della Parigi trasgressiva fatta di bordelli, prostitute, fumerie di oppio e ritrovi di omosessuali e lesbiche, che Brassaï era riuscito a fotografare conquistandosi la fiducia e la complicità del popolo della notte. Solo nel 1976 l’editore Gallimard pubblicò la versione integrale di Brassaï. Le Paris secret des années 30, con centotrenta fotografie e il commento appassionato dell’autore, ma senza riuscire a riprodurre il fascino grafico e tipografico dell’edizione originale. Un buon esemplare di questo seminale fotolibro-oggetto – il suo punto fragile è nella legatura a spirale che ne può compromettere l’integrità –, si può trovare a 1.500/2.000 euro.

Fausto Giaccone: il fotografo del Sessantotto

Italy / Rome / February 24th, 1968. Students protest against police in front of Philosophy Faculty at Sapienza University. In the middle of the crowd, the student on the right pointing against the police, is senator Cesare Salvi, former minister during the center-left government, led by Giuliano Amato and Massimo D'Alema. © Fausto Giaccone/Anzenberger

Fausto Giaccone è considerato un testimone di mezzo secolo di storia per le sue immagini rappresentative di un’epoca. Toscano di nascita, Fausto Giaccone cresce a Palermo e poi a Roma, dove si trasferisce nel 1965 per terminare gli studi di architettura. I movimenti, la voglia di cambiamento, l’effervescenza del Sessantotto spingono Giaccone a dedicarsi alla fotografia. Dopo le prime collaborazioni con riviste politiche italiane, il fotografo toscano inizia a viaggiare collaborando con realtà italiane e straniere di news e geografia creando anche documentari per la televisione. Ha partecipato a molte mostre personali e collettive. Tutto iniziò nel 1968 e arrivato ai suoi cinquant’anni di carriera Fausto Giaccone si racconta.

Fausto Giaccone si racconta

Tra le foto divenute simbolo di quel tempo e dei tuoi primi lavori ve ne sono alcune ricordate più di altre? “Sicuramente quelle scattate durante la battaglia di Valle Giulia. Queste immagini mi hanno segnato in tutti sensi, le considero come un timbro che ha siglato l’inizio vero e proprio della mia carriera, in un anno molto ricco di stimoli e di temi investigativi. Era il primo marzo del 1968 e da Piazza di Spagna si era formato un corteo con l’inten- zione di riprendere l’occupazione della facoltà di Architettura che era stata sgomberata ed era presidiata dalla polizia.[…] Non ero mai stato in mezzo a uno scontro e non ero neanche bene attrezzato, ma aiutandomi anche con un teleobiettivo avuto in prestito, riuscii a fare una serie di immagini interessanti. Alla fine la polizia trattenne tutti quelli che riusciva a bloccare e mi ritrovai allineato insieme ad altri studenti fermati in un’aula della facoltà, perchésprovvisto di tessera stampa. Mi avevano anche sequestrato le macchine fotografiche, ma i rullini li nascosi nelle tasche.[…]”

Cosa ha significato per te il Sessantotto dal punto di vista del lavoro? “Oggi posso constatare che a ogni anniversario decennale è stato pubblicato sempre qualcosa del mio lavoro su quel periodo. Mi sono accorto che quel momento storico è stato raccontato a livello nazio- nale soprattutto con le mie foto. Non riesco a spiegarne il motivo, eravamo in parecchi a seguire le manifestazioni del movimento degli studenti, ricordo a Roma Adriano Mordenti, Massimo Vergari e Vezio Sabatini, a Milano Uliano Lucas e Massimo Vitali. Certamente seguivo gli avvenimenti con un forte senso di partecipazione emotiva.[…] Mi rendevo conto, in quei mesi, che avevo un ruolo nel racconto della storia del mio Paese“.

Come sono stati i tuoi rapporti con l’editoria? “A Roma non c’erano testate commerciali tranne L’Espresso, e io lavoravo soprattutto per le riviste legate ai partiti di sinistra e ai sindacati, come Noi Donne, Rinascita, Vie Nuove, L’Astrolabio, Mondo Nuovo. Mi sono trasferito a Milano anche perché volevo confrontarmi e verificare personalmente il mio lavoro con le varie case editrici con le quali fino ad allora collaboravo a distanza.[…] In ogni caso dopo pochi anni nel capoluogo lombardo, in cui ho lavorato molto per Panorama, Epoca, Grazia, mi sono reso conto che la qualitàdel lavoro che avevo fatto a Roma di mia iniziativa soltanto seguendo i miei interessi, senza nessuna certezza e protezione non aveva niente a che fare con l’esperienza che stavo facendo e che avrei fatto a Milano. In un certo senso ci voleva l’esperienza milanese per farmi capire l’importanza della mia formazione da autodidatta romano. Certo, Milano mi ha dato una grande lezione di professionalità; ho imparato presto ad avere solo due giorni per fare un servizio, senza limiti di spese, ma con tempi ristrettissimi. Lavoravo a colori in diapositiva ed era difficilissimo esporre bene, soprattutto se di fretta, e in inverno. Ho imparato a usare i flash elettronici che portavo sempre dietro. È stata una grande scuola, soprattutto di tipo professionale. Capivo però che stavo tradendo la mia vocazione“.

Com’è configurato il tuo archivio?”Il mio archivio è composto di negativi bianco e nero e diapositive colore 35mm. Dal 2004 ho iniziato a lavorare su commissione in digitale ma i miei ultimi due libri, Macondo e Volti di Cavallino Treporti li ho realizzati tra il 2006 e il 2012 entrambi con negativo medio formato. Una buona parte dei negativi e delle diapositive è stata già scansio- nata. Il bianco e nero è rimasto protagonista fino agli anni Ottanta, poi si è cominciato a lavorare a colori, in diapositiva anche se non riuscivo a staccarmi dal bianco e nero e quindi scattavo in entrambi i modi. Trovo però che la cosa non funzioni. Si pensa, si vede, o a colori o in bianco e nero“.

 

Glasgow 1969, gli esordi scozzesi di Gabriele Basilico

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Nell’estate del 1969 Gabriele Basilico, ancora studente, fece un viaggio a Glasgow, in Scozia, dove scattò un rullino di tutte le immagini e le sfaccettature sociali che lo colpirono. Una volta rientrato a Milano, Basilico stampò le foto e le mostrò a Lanfranco Colombo, che decise di allestirgli una mostra nella sua galleria milanese Il Diaframma. Fu la prima mostra di Basilico. Queste foto mostrano uno stile attento all’attimo e al movimento, diverso da quello che lo farà conoscere in tutto il mondo come uno tra i più autorevoli interpreti della fotografia italiana del Novecento. Il libro Glasgow 1969, edito da Humboldt Books, completa la trilogia Basilico prima di Basilico, dopo Iran 1970 e Marocco 1971, ed è accompagnato dai testi di Umberto Fiori, Pippo Ciorra e di Giovanna Calvenzi, che lo accompagnava nell’estate del 1969: «È un tardo pomeriggio dell’estate 1969. Siamo nella periferia di Glasgow e Gabriele Basilico imbraccia una Nikon F scattando un solo rullino. È in uno stato di grazia, ma nessuno può ancora sapere che quel rullino costituisce l’atto di nascita di Basilico come fotografo».

 

Idee viaggio per fotografare l’aurora boreale

La caccia all’aurora boreale attira ogni anno migliaia di persone da tutto il mondo speranzose di ammirare e fotografare i suoi colori. Ecco alcuni suggerimenti per organizzare il tuo “safari fotografico”

L’aurora boreale è un fenomeno ottico dell’atmosfera terrestre che da sempre affascina chiunque e porta ogni anno migliaia di turisti a invadere il Grande Nord per godersi uno spettacolo unico nel suo genere. Un fenomeno così incredibile e imprevedibile attira soprattutto i fotografi, non solo professionisti, che vogliono mettersi alla prova con una fotografia naturalistica non comune e che richiede, a parte la pazienza dell’attesa, l’uso della giusta tecnica. Proprio per questo motivo i workshop fotografici verso queste mete sono molto richiesti tanto da diventare un vero e proprio business. Hai tempo fino a marzo per ammirare l’aurora, ecco quindi, alcuni suggerimenti logistici per prenotare il tuo safari fotografico nel grande nord!
Le località non sono poche: in tutto il nord della Scandinavia, in Svezia, in Finlandia e in Norvegia, soprattutto nelle regioni della Lapponia, ma talvolta anche in Scozia (nelle isole Shetland e nelle Orcadi). A Ronas Hill, il punto più alto delle Shetland, d’estate il sole non tramonta mai ed è possibile ammirare l’aurora boreale. Mete privilegiate ma più a lungo raggio e difficili da raggiungere sono Canada, Alaska e Groenlandia.

Quando vedere l’autora boreale

Il periodo migliore è tra febbraio e marzo e la fine dell’autunno, in coincidenza degli equinozi, i fenomeni di aurora boreale sono più frequenti.
Più facile ammirarli da febbraio a marzo, durante la lunga notte polare, quando l’iridescenza delle luci brilla nel buio più intenso. L’orario migliore va dalle nove di sera all’una di notte. Molti tour operator forniscono l’abbigliamento termico necessario per questo tipo di avvistamento ma, in generale, è consigliabile portare capi caldi e corpire in modo accurato le estremità del corpo, visto che sono le prime a entrare in contatto col freddo e sono le ultime cui il sangue arriva a scaldare. Guanti e calze, anche se li raddoppiate, sono essenziali, come sciarpa e copricollo in pile che può essere tirato su fino a coprire il naso. Indispensabile un cappello di lana o colbacco in modo da coprire le orecchie. E’ consigliabile indossare scarpe da trekking, con una buona presa e le pareti impermeabili per poter camminare sulla neve e sul ghiaccio.

 

Non rimane che fare la valigia!

Maison de la Photographie de Marrakech

Terrazza © Maison de la Photographie de Marrakech

Marrakech è uno storico crocevia di culture non solo proprie del Marocco, ma di tutto il Nord d’Africa e dell’Europa moderna e contemporanea. La Maison de la Photographie è stata aperta al pubblico nel 2009 da Hamid Mergani e Patrick Manac’h nella Medina, la zona più antica e tradizionale della città. L’istituzione si propone come un punto di riferimento della memoria e del racconto, grazie all’utilizzo di un linguaggio pratico e funzionale composto da raccolte storiche, fotografie e serie di autori di valore internazionale e nazionale. L’obiettivo dei fondatori è di celebrare la straordinaria diversità del Marocco attraverso le testimonianze di coloro che hanno visitato il Paese, raccogliendo documenti e memorie all’interno di un importante territorio di aggregazione e di dialogo interculturale. Il nome scelto per il museo, ovvero la casa della fotografia, contiene intrinsecamente un invito collettivo a entrare e mettersi comodi per ascoltare e scoprire tutto ciò che ha da offrire questa splendida nazione dalla storia millenaria.

Collezione e archivio

La prima grande avventura affrontata dai pionieri della Maison de la Photographie è stata quella di costruire un’imponente selezione d’archivio di fotografie e materiali di grande interesse storico. La collezione è composta da autori provenienti da tutto il mondo. Particolare, dovuto a un recente passato, è la presenza importante di autori francesi del tempo coloniale. Si scoprono le firme di René Zuber, Jean-Pierre Évrard, Viviana Pâques e di altri mecenati che hanno donato le loro opere al museo. All’interno delle serie custodite si possono individuare quattro sezioni diverse, ma legate a doppio filo tra loro. La prima, molto interessante, contiene un numero elevato di ritratti realizzati ai membri delle tribù berbere, agli avventurieri e ai viaggiatori europei dei primi anni del Novecento. La seconda sezione è riservata al paesaggio ed è composta da scatti in bianco e nero che mostrano la vita, la struttura urbana e la società del secolo scorso. Spettacolari, gli scenari dei monti innevati dell’Atlante che circondano Marrakech.
Le ultime due riguardano la cultura locale e le feste danzanti tipiche del Marocco. Grazie a quest’ambito di studio, il visitatore ha l’opportunità di entrare a diretto contatto con le più antiche e curiose tradizioni del Paese. Il museo dà ai visitatori la possibilità di acquistare le stampe di quasi tutta la collezione, anche attraverso un sito web ben curato e una piattaforma di e-commerce. La Maison de la Photographie offre una vasta scelta di volumi e di documenti preziosi che trattano la storia e la cultura del Marocco e del Maghreb. Tra una mostra e l’altra, è possibile sedersi comodi, rilassarsi e sfogliare i tanti libri disponibili. Oltre ai cataloghi delle mostre in corso e di quelle passate, si trovano pubblicazioni didattiche sulla tecnica fotografica, sulla fotografia di paesaggio, sulla storia dei lunghi e intensi rapporti tra Francia-Marocco-Europa e molto altro ancora.

Rue Ahl Fes, Medina, Marrakech, 46 Rue Bin Lafnadek, Marrakesh 400030, Marocco
www.maisondelaphotographie.ma

Gianni Berengo Gardin si racconta in un’intervista

Gran Bretagna, 1977 - Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Già agli inizi della sua carriera lo chiamavano “il Cartier-Bresson italiano”, oggi è uno dei fotografi più affermati della fotografia italiana e internazionale. L’artista non si limita a catturare l’attimo ma a raccontare vere e proprie storie, immortalandole sulla sua amata pellicola.

Gli scatti di Gardin sono il racconto di un “viaggio in bianco e nero” che svela con poesia una realtà in continua evoluzione.

Steve McCurry si racconta a Gianni Riotta: Il mondo di Steve McCurry

Dalla nascita alle esperienze della prima infanzia, dal collegio al liceo, dalla fuga per l’Europa alla scoperta dell’amore per il viaggio, soprattutto quello nel “resto del mondo” dove regna una povertà choc che può profondamente incidere sulprovincialismo di ragazzo dei sobborghi…
Mondadori Electa pubblica Il mondo di Steve McCurry. Steve Mccurry si racconta a Gianni Riotta, un libro avvincente, dedicato al racconto di uno dei maggiori fotografi al mondo. Alle storie affascinanti di McCurry, al suo sguardo epico, si affiancano le lucide e critiche riflessioni di Gianni Riotta che inquadra di volta in volta il momento storico e commenta le parole di McCurry. A raccontarci questo mondo è un giornalista e scrittore di grandissima esperienza, viaggiatore e ramingo: lo sguardo del reporter incontra quello del fotografo. Gianni Riotta discute con Steve McCurry e le voci si intrecciano, si mischiano, ognuna con diversa forza e portamento.
Dopo i bellissimi volumi fotografici Electa Le storie dietro le fotografie (2013), oltre 17.000 copie vendute, e India (2015), Mondadori Electa presenta questo nuovo progetto editoriale in anteprima mondiale.
Allegato di posta elettronica

“… girare per il pianeta fece di un ragazzino di Filadelfia che aveva detestato la scuola, una persona riflessiva, meno superficiale … alla fine l’aspetto semplice, solitario, della fotografia mi attrasse … sei solo con te stesso, la tua personalità, la macchina fotografica e il soggetto da inquadrare, l’immagine da costruire … non si tratta di tecnica, ma di attendere, di pazientare, di lasciarsi assorbire dalla scena per poi isolarne un frammento … È la fusione tra etica ed estetica che mi avvince”.

Steve McCurry

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