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Nove anni fa il terremoto che sconvolse Haiti: foto di Luc Delahaye

Immagine in evidenza  Foto di Luc Delahaye, courtesy La Galerie Nathalie Obadia
Immagine in evidenza  Foto di Luc Delahaye, courtesy La Galerie Nathalie Obadia

L’ARTE DELLA NARRAZIONE: Quando la bellezza incontra la drammaticità

A gennaio del 2010 Haiti veniva colpita da un terremoto catastrofico, i danni alle costruzioni sarebbero stati innumerevoli come le vittime, e benché i soccorsi da parte di diverse onlus furono immediati, non bastarono per scongiurare il peggio A raccontare l’accaduto giunsero numerosi fotografi, fra cui Luc Delahaye, ex collaboratore della storica agenzia Magnum, che realizzò un reportage che gli valse il Prix Pictet, grazie alle sue immagini che oltre a essere di pura eccellenza artistica risultavano di una rara intensità drammatica e di una estrema potenza narrativa. Fotografie che sanno raccontare più delle parole.

Immagine in evidenza  Foto di Luc Delahaye, courtesy La Galerie Nathalie Obadia

Le foto al tramonto possono essere più suggestive con i nostri consigli

Le foto al tramonto sono le più suggestive

Le foto “wow”, quelle che lasciano sicuramente a bocca aperta chi le guarda, hanno un misto magico di atmosfera,forme e colori. Ma quando scattarle? Nessun momento è migliore del tramonto: l’illuminazione è molto direzionata, e permette di giocare con le ombre, con le forme. La luce, per via della sua dominante, è molto calda. Anche questo porta ad avere soggetti con un rilievo e una plasticità unici, senza eguali in altri momenti della giornata. Il soggetto preferito al crepuscolo è spessoproprio il sole che, pian piano, scompare dietro l’orizzonte. Magari si tuffa nel mare: una foto di sicuro effetto, soprattutto se si usa un potente teleobiettivo che, grazie all’effetto prospettico, ingigantisce la palla solare, che pare infuocata. In ogni caso, non dobbiamo aver fretta di andarcene, dopo il tramonto. A volte le sfumature, nei momenti immediatamente successivi al calar del sole, sono altrettanto d’effetto.

Le regolazioni

Sulla compatta:

  • Scegliere il programma specifico “Tramonto”, che poi è lo stesso dell’alba, visto che le condizioni di luce sono equiparabili. È una modalità molto simile a quella “paesaggio”, ma adattata per realizzare fotografie quando c’è scarsa illuminazione. Nei ritratti in controluce, con il sole che tramonta dietro il soggetto, attivare il flash in modalità “Lampo di schiarita”.

Sulla reflex:

  • Usare il D-Lighting attivo: riduce la perdita di dettagli nelle aree con alte luci e ombre.
  • Impostare l’esposizione a “priorità dei diaframmi”, per avere il controllo sulla profondità di campo.
  • Impostare la lettura esposimetrica a matrice su tutto il campo inquadrato, per ridurre l’importanza della forte luce del sole.
  • Azionare la sovraesposizione intenzionale di 1 EV quando si riprende con il sole in macchina. Altrimenti l’esposimetro viene ingannato e fornisce indicazioni errate che portano anche a forti sottoesposizioni.
  • Se si usa il flash accessorio per schiarire le ombre impostarlo nella modalità “TTL Fill Flash”. Esponendo per il cielo è possibile ottenere l’effetto silhouette, ovvero una sottoesposizione molto forte degli oggetti in controluce, che diventano sagome nere.

L’accessorio 

Per fotografare al tramonto serve un paraluce, perché l’illuminazione laterale porta alcuni raggi a “entrare nell’obiettivo”, provocando riflessi all’interno delle lenti che causano il cosiddetto “flare”: un deciso decadimento dell’incisione dell’immagine. Il paraluce elimina anche quei dischetti di luce sovrapposti all’immagine con la forma del foro del diaframma, chiamati “fantasmi”.

I consigli

  • Per avere il sole molto grande è necessario usare una potente focale tele. Almeno 200mm, meglio se più lunga.
  • Per un ritratto sulla spiaggia della vacanza scegliere sempre l’ora del tramonto. In modo particolare i minuti che precedono la scomparsa del sole e quelli immediatamente successivi. Si hanno sfumature di luce come in nessun altro momento della giornata.
  • Il tramonto è l’unico momento della giornata in cui si può fotografare con il sole che illumina direttamente il soggetto. Il momento adatto è quando lo stesso soggetto può guardare l’astro senza socchiudere gli occhi.

Flickr cancellerà tutte le foto: la guida per riuscire a salvarle

Salvare le tue foto da Flickr prima che vengano cancellate

A partire dal 5 Febbraio Flickr inizierà a cancellare le foto di molti utenti: se infatti possedete un account gratuito con molte fotografie, la piattaforma di photo-sharing inizierà l’eliminazione delle stesse. E difatti da qualche giorno gli account gratuiti della piattaforma non possono ospitare più di 1000 foto. si tratta di brutte notizie per migliaia di utenti, ma non tutto è perduto! Per conservare le vostre foto due sono le strade percorribili: innanzitutto potrete abbonarvi alla versione Pro da 49 euro l’anno; in seconda battuta, in ogni caso, avrete la possibilità di scaricare i vostri scatti sul vostro pc prima che la nuova proprietà di Flickr ( venduto da Yahoo a SmugMug) inizi la cancellazione.

Come si scaricano le foto da Flickr

Come si scaricano però le foto? Ecco i semplici passaggi:

  1. effettuate il login sulla piattaforma;
  2. cliccate sull’icona in alto a destra;
  3. selezionate la voce “impostazioni”;
  4. da impostazioni scorrete la pagine fino in fondo e cliccate su  “richiedi i miei dati di Flickr”;
  5. a questo punto i dati verranno spediti alla casella mail utilizzata per l’iscrizione.

A questo punto si consiglia il salvataggio delle foto in un hard disk esterno.

Carlo Naya: la veduta di Venezia più famosa del mondo

Carlo Naya

Carlo Naya (1816-1882). Dal 1857 apre a Venezia uno stabilimento fotografico per riproduzioni d’arte e vedute, che vende singolarmente o in serie. La sua attività continuò per opera degli eredi fino al 1918. A tutt’oggi la sua produzione è la più cospicua che ancora si conservi su Venezia nella seconda metà dell’Ottocento. Partecipa a numerose esposizioni aumentando, con le medaglie ricevute, il prestigio dell’atelier.
Piazza San Marco a Venezia è tra le vedute più conosciute al mondo. Questa fotografia riassume con la sua perfezione compositiva la lunga scuola vedutista veneziana, ma allo stesso tempo la rinnova. È stata scattata intorno al 1860, periodo in cui la fotografia esce dalla prima fase più sperimentale per definirsi come nuovo mezzo di comunicazione, inserendosi perfettamente nello spirito del tempo. L’Ottocento è il secolo dell’evoluzione della società industriale e l’industria inizia a produrre per la fotografia: è un nuovo modo di vedere il mondo che conosce una rapidissima espansione. L’ Italia, sia per i viaggi di studio sia per il turismo d’élite dedito al Grand Tour, offre itinerari nelle città d’arte e nei contesti naturali e paesaggistici. In questo contesto la fotografia diventa un souvenir a costi accessibili: oltre agli apparecchi e agli obiettivi, diventano disponibili sul mercato lastre pronte all’uso, carte sensibili e altri materiali chimici. I turisti comprano stampe singole, album e ricordi fotografici che trovano facilmente in vendita nei negozi specializzati e anche dai venditori ambulanti. La veduta fotografica sostituisce l’incisione e in Italia si aprono molti atelier specializzati in panorami, riproduzioni d’arte, folklore. A Venezia uno tra i più noti è quello di Carlo Naya. Apprezzato per la qualità delle sue riprese e delle sue stampe organizzò il suo stabilimento come una piccola industria con molti assistenti e rappresentanze in Italia e all’estero.

 

 

 

 

Immagine in evidenza Venezia, 1860 ca – © Carlo Naya/ Wikimedia Commons

Andreas Gursky: il paesaggio e una nuova visione influenzata dalle tecniche fotografiche

Amazon, 2016 - © Andreas Gursky / SIAE 2016, Courtesy Gagosian
Amazon, 2016 - © Andreas Gursky / SIAE 2016, Courtesy Gagosian

Andreas Gursky

Andreas Gursky, (1955). Tedesco, è uno dei fotografi contemporanei più conosciuti. Allievo di Hilla e Bernd Becher, si è dedicato al paesaggio con una nuova visione strettamente influenzata dalle tecniche fotografiche. I suoi lavori sono esposti nelle più prestigiose sedi. Insegna all’Accademia di belle arti di Dusseldorf.
I panorami in Andreas Gursky diventano paesaggi astratti? Ecco la provocazione del titolo scelto dall’artista. Con Andreas Gursky la fotografia si appropria di una dimensione che fino ad ora era stata dominio incontrastato della pittura e della decorazione. La conquista della fotografia digitale ha, di fatto, annullato il procedimento di stampa chimica, liberando il fotografo dalle costrizioni del formato. Andreas Gursky sfrutta le nuove possibilità fotografando i grandi spazi e proponendoli in grandi formati. La sua visione è spesso rialzata, con un effetto “fuori-scala” che annulla la specificità degli individui, così come la società attuale si annulla nella globalizzazione. Ma non è una visione astratta, tutt’altro. L’obiettivo di Andreas Gursky tende a riflettere sulla contemporaneità partendo dall’emozione della visione.

 

Immagine in evidenza Amazon, 2016 – © Andreas Gursky / SIAE 2016, Courtesy Gagosian

L’avventura del bianco e nero: da necessità a virtù

La postazione del lustrascarpe, Sud-Est degli U.S.A., 1936, Walker Evans. FSA/OWI/Library of Congress
La postazione del lustrascarpe, Sud-Est degli U.S.A., 1936, Walker Evans. FSA/OWI/Library of Congress

L’avventura del bianco e nero

Quando la fotografia viene scoperta – o inventata – il mondo diventa improvvisamente in bianco e nero. Una necessità e un limite che, con l’avvento del colore, si trasforma in una scelta consapevole e virtuosa.
Un battito di ciglia durato otto ore. Tanto impiega Joseph Nicéphore Niépce nel 1826 per realizzare la prima fotografia della storia: una vista sui tetti a Le Gras, in Borgogna, ottenuta cospargendo una lastra di stagno con bitume di Giudea ed esponendola alla luce del sole dalla finestra del suo studio. Neanche a dirlo, si tratta di un’immagine approssimativa e labile in bianco e nero. Dopo diversi tentativi per  perfezionare le tecniche di Niépce, Louis Daguerre mette a punto un procedimento di ripresa più rapido e in grado di restituire soggetti più dettagliati, la dagherrotipia, presentata al pubblico nel 1839. In seguito, vengono introdotte nuove tecniche al collodio umido e all’albumina con cui nel 1855 Roger Fenton riprende le prime immagini di guerra della storia al seguito dell’esercito britannico in Crimea. Intanto, i pittori avvertono la minaccia dell’invenzione meravigliosa per i loro affari e, per scoraggiare i clienti affascinati dall’idea di farsi ritrarre con il nuovo strumento, accusano la fotografia di scarsa artisticità poiché generata da un processo tecnico. Salvo utilizzarla in privato, benché ancora monocromatica, per riprendere scorci e vedute da riprodurre su tela, nel chiuso dei loro atelier. Anche la fotografia, dal canto suo, verso la fine dell’Ottocento, cerca di avvicinarsi allo stile e al linguaggio dei dipinti, imitandone le atmosfere sognanti in languidi ritratti e paesaggi sfocati come quelli dei pittorialisti Julia Margaret Cameron, Eugène Durieu e l’italiano Guido Rey. Ma la vera rivoluzione tecnologica, oltre che culturale, arriva nel 1925 con la Leica I, piccola e leggera fotocamera 35mm funzionante con rulli di pellicola preforata. Un’invenzione che darà forte impulso al reportage e farà la fortuna di riviste come «Time» e «Life», sempre più ricche di immagini, perlopiù in bianco e nero. I costi della stampa a colori sono ancora troppo alti fino alla metà del secolo scorso. La crescente richiesta di conoscere i fatti del mondo porta, nel 1947,  alla nascita dell’agenzia fotogiornalistica Magnum Photos. Nel frattempo, oltreoceano il presidente Roosevelt istituisce nel 1937 la Farm Security Administration per documentare le condizioni di vita nelle campagne e nelle città degli Stati Uniti dopo la Grande Depressione e ingaggiando alcuni fotografi tra cui Walker Evans, Gordon Parks e Dorothea Lange. Tutto questo mentre in Europa soffia un vento diverso: quello dell’immagine à la sauvette, dell’istantanea colta al volo, magari di nascosto, così coniata da Henri Cartier-Bresson. Naturalmente, poeticamente, in bianco e nero.

L’avventura del bianco e nero: lo scenario italiano

L’inizio del percorso visivo è segnato dalla scena amatoriale che ha avuto un grande seguito nel Secondo Dopoguerra, intorno a due principali orientamenti iniziali: quello della fotografia dai toni alti, intesa come “pura arte”, sostenuta da Giuseppe Cavalli e dal gruppo “La Bussola”, e quello di Paolo Monti, fondatore del Circolo “La Gondola”, fedele a un linguaggio rigoroso sotto l’aspetto tecnico e formale e all’idea del documento come prova del reale. Un corposo filone dei maestri italiani del bianco e nero accoglie i grandi del fotogiornalismo, eredi del pioniere di questo genere in Italia, Adolfo Porry-Pastorel, arguto reporter e irriverente paparazzo ante litteram attivo dai primi del Novecento e per tutto il Ventennio. Dal Secondo dopoguerra c’è spazio per tutti: cronisti della ricostruzione e reporter militanti, paparazzi e ritrattisti, fotografi di moda, sperimentatori e concettuali, antropologi e paesaggisti, fan della pellicola e dei sensori digitali. Per tutti loro il bianco e nero non è solo una scelta dettata dai tempi o da ragioni pratiche, né un vezzo estetico. È, invece, un modo deliberato di entrare in relazione con la realtà e con il visibile per coglierne i significati meno espliciti. Un linguaggio che toglie in superficie per restituire in profondità, riducendo i soggetti alle loro forme essenziali e rinunciando alla prosa fin troppo prevedibile del colore.

Immagine in evidenza

La postazione del lustrascarpe, Sud-Est degli U.S.A., 1936, Walker Evans. FSA/OWI/Library of Congress

Lisetta Carmi: la bellezza della verità

Operaio all’Italsider, 1962 © Lisetta Carmi courtesy galleria Martini & Ronchetti
Operaio all’Italsider, 1962 © Lisetta Carmi courtesy galleria Martini & Ronchetti

Lisetta Carmi

Al Museo di Roma in Trastevere giunge la mostra dedicata alla mitica fotografa genovese. La rassegna si propone di valorizzare l’opera dell’autrice attraverso un percorso espositivo suddiviso in tre livelli di narrazione costruiti come progetti di pubblicazione su tematiche molto diverse: la metropolitana parigina, il mondo dei travestiti e la Sicilia. In mostra sono presenti anche le fotografie più celebri che ripercorrono una carriera lunga e intensa a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. A essere evidenziato è uno sguardo attento, empatico e originale della Carmi nei confronti della realtà. Fortemente legata alla città di Genova, ha saputo raccontare il mondo del lavoro nei difficili anni del dopoguerra con uno straordinario reportage realizzato nel 1964 nel porto del capoluogo ligure. Le sue immagini hanno viaggiato per il mondo, testimoniando la vita quotidiana di alcuni paesi lontani come l’Afghanistan, l’India e l’America Latina. Ad arricchire la mostra romana, una serie di immagini inedite dedicate ai ritratti di artisti e a volti noti della cultura.

MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE
Piazza S. Egidio 1/b – 00153 Roma
martedì – domenica ore 10-20
Fino al 3 marzo 2019
museodiroma.trastevere@comune.roma.it
www.museodiromaintrastevere.it

Operaio all’Italsider, 1962 © Lisetta Carmi courtesy galleria Martini & Ronchetti

Terry O’Neill: STARS in mostra a Trieste

Bono in Sunset Boulevard, Los Angeles 1988 © Iconic Images
Bono in Sunset Boulevard, Los Angeles 1988 © Iconic Images

STARS in mostra a Trieste

Arrivano a Trieste i ritratti delle più grandi celebrità mondiali. Al Magazzino delle Idee è proposta la retrospettiva dedicata al mitico fotografo britannico che raccoglie gli scatti di alcune tra le personalità più influenti del secolo scorso. La mostra, a cura di Cristina Carrillo de Albornoz, mette in scena gli scatti dei miti del cinema degli anni Sessanta e Settanta, dei grandi musicisti come Rolling Stones, Elton John e David Bowie, oltre ai ritratti dei volti noti della politica, dello sport e della moda, come Nelson Mandela, Pelè, James Bond e molti altri. Il percorso espositivo è diviso in sei sezioni tematiche: Top Model , Politici, sovrani e sportivi , Gli anni Sessanta , Gli anni Settanta , Hollywood e gli anni Ottanta , Star del pop e del rock . Sessantacinque fotografie a colori e in bianco e nero sono state capaci di «creare un nuovo stile di ritratto, più intimo e reale e più in sintonia con lo spirito spontaneo e fresco degli anni Sessanta, senza tuttavia mai sminuire l’aura, il carisma e il mistero del personaggio ritratto», racconta la curatrice Carrillo de Albornoz. E ancora: «ogni opera esposta è frutto di una pazienza illimitata, da parte del fotografo, nel ricercare l’angolo perfetto, a volte per mesi interi, mantenendo una salda fiducia in se stesso e un’idea molto chiara di ciò che voleva ritrarre. Il risultato dimostra una maestria davvero inimitabile»

MAGAZZINO DELLE IDEE
Corso Cavour 2 – 34132 Trieste
Orari: martedì-domenica 10-18 chiuso lunedì
Fino al 17 febbraio 2019

 

Bono in Sunset Boulevard, Los Angeles 1988 © Iconic Images

Bob Dylan negli scatti di Jerry Schatzberg

Bob Dylan negli scatti di Jerry Schatzberg

Il libro racconta la nascita dell’album che ha fatto la storia della musica rock attraverso gli occhi del grande fotografo e regista Jerry Schatzberg
“Come soggetto fotografico, Dylan era il migliore. Bastava puntargli addosso l’obiettivo e le cose semplicemente accadevano. Abbiamo avuto un buon rapporto e lui era disposto a provare qualsiasi cosa”. Nel 1965, Jerry Schatzberg incontra un giovane Bob Dylan, all’epoca impegnato nelle registrazioni dell’album Highway 61 Revisited, che includeva la leggendaria Like a Rolling Stone. Schatzberg cattura Dylan durante uno dei momenti più cruciali della storia della musica realizzando immagini essenziali destinate a sopravvivere allo scorrere del tempo. Il volume riunisce alcuni degli scatti più celebri tra quelli realizzati dal fotografo, i ritratti di studio, le immagini in sala di registrazione, le rarità e i concerti.
«Quando scattammo quelle foto era già evidente che tanti volevano vestirsi come lui, muoversi come si muoveva lui. Non so che cosa avesse davvero in mente, nessuno lo sa, credo che lui stesso avesse dei modelli di riferimento, persone che ammirava da ragazzo e che ora imitava, nell’abbigliamento e nell’atteggiamento. Comunque io non gli ho mai chiesto di indossare o fare qualcosa, non ci ho mai neppure provato. Era Bob Dylan!» Così racconta Jerry Schatzberg quando qualcuno gli chiede dei retroscena dei suoi scatti che immortalano Bob Dylan nello studio dove stava registrando l’album che sarebbe diventato Highway 61 Revisited . All’epoca di quelle fotografie Schatzberg aveva ventotto anni e Dylan ventiquattro, due giovani che in quel momento stavano riscrivendo la storia della cultura pop del Novecento. Oggi, oltre duecentocinquanta scatti di quelle memorabili giornate sono raccolti in un volume edito da Skira che presenta allo spettatore una completa e originale cronaca per immagini della costruzione di un’icona della musica mondiale.

Dylan by Schatzberg
Autori: Jerry Schatzberg
Editore: Skira
Anno: 2018
Pagine: 250

Per acquistarlo clicca qui 

Fotografie copertina Saturday Evening Post 1966

Il Molise al centro del mondo fotografico con la mostra di Steve McCurry

Mostra di Steve McCurry

Nuovo imperdibile appuntamento con uno dei fotografi più famosi del panorama mondiale. Dopo l’annuncio della mostra al Mudec Photo Di Milano, di cui vi abbiamo parlato nei giorni scorsi ( per leggere l’articolo clicca qui), Steve McCurry sarà in mostra alla fondazione Molise Cultura di Campobasso. I primi manifesti hanno invaso la città in queste ore e cresce l’attesa per il ritorno del grande fotografo in Molise. Il fotografo sarà ospite degli spazi di via Milano dal 26 gennaio 2019 al 28 aprile 2019.
La rassegna è stata concepita dallo stesso fotografo e dalla curatrice Biba Giachetti, promossa dalla Regione Molise in collaborazione con la Fondazione Molise Cultura ed è stata presentata nella giornata di domenica 13 Gennaio negli spazi di Palazzo Vitale.
«Siamo onorati di esporre questi simboli unici qualcuno ha detto che il simbolo è come una finestra aperta sull’infinito. In questo caso è un infinito che parte dalla luce e dal colore esterno per poi ribaltarsi in un infinito interiore, in un’evocazione di sentimenti forti che provengono dall’osservazione della realtà attraverso gli occhi di questo grande maestro della fotografia. Ringrazio l’assessorato e la Fondazione perché si stanno spendendo molto per l’evento e hanno creduto fortemente in questo nuovo modo di fare cultura. Se tutti lavorassimo sempre in squadra – ha aggiunto – potremmo raggiungere risultati eccezionali come questo. La mostra darà una visibilità elevata alla città di Campobasso e all’intero Molise. Prevediamo oltre 20mila visitatori da tutta Europa». Ha commentato il governatore a primopianomolise.it.
La mostra è costata alla Regione 43mila euro complessivi ed è in programma dal 26 gennaio.
«È un progetto molto ambizioso ma paradossalmente anche realistico. L’idea è quella di costruire un vero e proprio storytelling su questa regione attraverso un’arte estremamente complessa e sofisticata. Il nostro obiettivo è dunque coinvolgere tutte le associazioni di fotografi che operano sul territorio, ma anche chi vorrà dare un suo contributo da fuori regione, nell’individuazione di quelli che sono gli aspetti peculiari del Molise, quelli paesaggistici, enogastronomici ma soprattutto culturali, senza tralasciare il racconto della storia delle comunità e delle tradizioni, un racconto etnoantropologico dunque, con cui si possa poi costruire un grande puzzle della nostra meravigliosa regione». Ha spiegato Presutti a primopianomolise.it.

Fonte www.primopianomolise.it

Joe Rosenthal: il fotografo del conflitto nel Pacifico

La bandiera statunitense su Iwo Jima, Giapppone, 23 febbraio 1945 - © Joe Rosenthal/ AP Photo
La bandiera statunitense su Iwo Jima, Giapppone, 23 febbraio 1945 - © Joe Rosenthal/ AP Photo

Joe Rosenthal

Inizia a lavorare per il San Francisco News nel 1932; allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è già nello staff della AP di San Francisco, dal 1943 è al seguito dell’United States Marittime Service. Fotografa il conflitto nel Pacifico. Dal 1945 sarà alla Times Wide World Photos e poi al San Francisco Chronicle dove lavorerà per 35 anni, quando si ritirerà dalla vita attiva.

Joe Rosenthal: lo scatto storico

Iwo Jima, tra le più note battaglie del Pacifico. Rosenthal è lì, fotografa per l’AP. Sale sul monte Suribachi: dei marines issano una bandiera, l’isola è stata conquistata. Scatta. Si accorge di un altro gruppo: anche questo alle prese con una bandiera, più grande. Si volta e scatta di nuovo. Capisce che sarà un’ottima fotografia, ma non che sarà la fotografia più famosa della guerra, con cui vincerà il Premio Pulitzer lo stesso anno. È perfetta: il vessillo è in diagonale, la brezza dà volume alla bandiera, il gruppo sostiene l’asta in un unico movimento. Cosa altro occorre perché diventi subito la fotografia della Vittoria? Non vedere i volti fa si che tutti i marines possano identificarsi nel gruppo. Raising the flag sarà pubblicata già il 25 febbraio sulle prime pagine dei giornali e in seguito molte altre volte; stampata sui bonds per il 7° prestito di guerra, replicata come gruppo scultoreo del Marine Corps War Memorial, soggetto del film Flag of our Fathers di Clint Eastwood.

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La bandiera statunitense su Iwo Jima, Giapppone, 23 febbraio 1945 – © Joe Rosenthal/ AP Photo

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