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Sony punta ai professionisti con la α9 II

Secondo i dati riguardanti i market trend delle macchine fotografiche relativi al periodo aprile-agosto 2019, Sony è al secondo posto nella classifica dei vendor, con uno “share” pari al 25% del mercato globale.
In sostanza, si assiste a un calo complessivo delle vendite (in valore) pari a -11%, che vede numeri in negativo in quasi tutti i comparti. Compatte e compatte “premium” con sensore da 1 pollice sono in caduta libera (rispettivamente -18% e -12%) mentre le fotocamere a obiettivo intercambiabile (raccolte sotto la sigla ILC, dall’inglese interchangeable lens camera) contengono i danni, registrando un -3%. Attenzione però: andando ad approfondire la quota relativa a reflex (DSRL) e mirrorless (CSC) scopriamo che le prime registrano un severo calo, -26%, mentre le seconde sono premiate da un sonoro +22% – con Sony saldamente sul primo gradino del podio con uno share del 39%). E spulciando ulteriormente i dati, notiamo che mentre le ILC con sensore APS-C sono a -16%, i modelli full-frame sono in ottima salute: +21%. È chiaro dunque che sono le fotocamere a pieno formato a tenere vivo il mercato ed è ai professionisti (nonché agli appassionati che non badano a spese) che Sony punta, come dimostrano il lancio estivo della α7R IV e quello più recente della α9 II. Abbiamo assistito alla presentazione della Sony α9 II a 200 fotoreporter sportivi durante il meeting di atletica di Antalya (Turchia).

Sony α9 II: la mirrorless per lo sport e l’azione 

La nuova Sony α9 II è basata sul modello originale, da cui eredità il sensore full-frame da 24,2 MP e le doti velocistiche (a partire dallo scatto continuo che raggiunge i 20 fps), ma è stata aggiornata tenendo conto proprio del feedback dei professionisti: ecco dunque connettività e invio dei file ottimizzati, raffiche fino a 10 fps con otturatore meccanico, prestazioni AF e rapporto segnale rumore migliorati grazie a nuovi algoritmi, struttura dal design più resistente e pratico, e molto altro ancora.
«Il parere dei clienti è fondamentale per Sony, siamo sempre all’ascolto», ha dichiarato Yann Salmon Legagneur, Director of Product Marketing e Digital Imaging di Sony Europe. «Sony α9 II è il risultato diretto di innumerevoli consultazioni con agenzie, fotografi di sport e fotogiornalisti a seguito del lancio della prima α9. Abbiamo aggiunto funzioni di connettività e di rete che migliorano significativamente il flusso di lavoro e modificato leggermente il design, l’interfaccia e la potenza di elaborazione che vanno a completare l’esperienza utente». In particolare, è il reparto connessioni ad aver subito le maggiori revisioni. La Sony α9 II include un’uscita Ethernet 1000BASE-T integrata, supporta la cifratura FTPS (File Transfer over SSL/TLS) e vanta tempi di ritardo ridotti e un minore lag nella visualizzazione della scena in tempo reale nelle riprese in remoto dal PC. Sono state migliorate anche le performance della WLAN integrata, con l’aggiunta di una banda stabile e veloce da 5 GHz (IEEE 802.11ac) ad affiancare la banda da 2,4 GHz già presente su α9. Non manca una presa USB Type-C con pieno supporto al recentissimo standard USB 3.2 Gen 1 che facilità il trasferimento dei file al computer quando si fotografa in tethering.

Workflow super veloce

Per velocizzare il flusso di lavoro delle agenzie di stampa, la nuova mirrorless di Sony vanta anche una nuova funzione Voice Memo che permette di allegare messaggi vocali alle immagini (con la possibilità di una conversione automatica in testo), al fine di rendere più rapido il lavoro degli editor. C’è anche un’opzione per trasferire automaticamente le immagini con nota vocale tramite FTP. Il corpo macchina, già resistente a polvere e umidità, è stato ulteriormente rivisitato con l’implementazione di giunzioni, copribatteria e slot per le schede di memoria protetti da guarnizioni più resistenti – e ora è ancor più capace di soddisfare le necessità dei professionisti nelle condizioni esterne più estreme.  Da sottolineare, infine, la crescita 6x in 24 mesi degli utenti che si affidano al servizio di assistenza professionale Sony Imaging PRO Support, sempre sul campo in occasione dei più importanti eventi sportivi al mondo.

La Sony α9 II (modello ILCE-9M2) costa 5.400 € IVA inclusa.

 

 

 

Man Ray. Le seduzioni della fotografia

Man Ray, l’oeuvre photographique à la Bibliothèque nationale de France. Collezione privata, Parma © Man Ray Trust by SIAE 2019

Man Ray è stato uno dei protagonisti assoluti del Dadaismo, tra correnti artistiche più rivoluzionarie della storia dell’arte. Grazie alle sue rayografie, l’autore americano di nascita e francese d’adozione è entrato a pieno titolo tra i grandi maestri della fotografia. Grazie alla creatività, ha reinventato non solo il linguaggio fotografico, ma anche la rappresentazione del corpo, del volto, i generi stessi del nudo e del ritratto. Da Camera, la mostra curata dal direttore Walter Guadagnini e da Giangavino Pazzola offre al visitatore la scoperta di alcune delle immagini che hanno fatto la storia della fotografia del XX secolo. Arricchiscono l’esposizione una selezione di opere, datate tra gli anni Trenta e Quaranta, dedicate alle muse dell’autore parigino come Dora Maar e Berenice Abbott.

 

Dove: Camera. Centro Italiano per la Fotografia
Via Delle Rosine 18, 10123 Torino
Orari: lunedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica
ore 11-19; giovedì 11-21
Tel.: 011.08.81.151.
Ingresso: 10 euro
E-mail: camera@camera.to

Web: www.camera.to

Yasuhiro Ogawa: L’imprevedibilità del presente

Winter Journey Discarded flowers, Sado island, Niigata, Japan 2017

Il cinema è un referente importante nel lavoro di Yasuhiro Ogawa che cita Tarkovskij e Wong Kar-wai. Ma a nutrire la sua immaginazione fortemente legata al reale, ad avere un ruolo significativo sono soprattutto la musica e la letteratura. In particolare, nell’elaborazione dei suoi lunghi progetti invernali, frutto di viaggi nelle isole più lontane del Giappone, in Cina, Corea, Europa, sembrano risuonare gli haiku di Matsuo Basho: «Vieni, andiamo,/ guardiamo la neve/ fino a restarne sepolti» o «Languore d’inverno:/ nel mondo di un solo colore/ il suono del vento». Parole che arrivano da tempi lontani, libere di spaziare verso il futuro.
In Winter Journey (alcune foto sono pubblicate nei libri Shimagatari e By the Sea) l’influenza che il fotografo giapponese dichiara più esplicitamente è la lettura di un capolavoro come La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Haruki Murakami. Nelle pagine di questo romanzo vincitore del premio Tanizaki 1985, Ogawa coglie la straordinaria visionarietà e l’approccio psicologico dello scrittore nel trattare temi come il subconscio, la perdita della memoria, l’isolamento, gli elementi soprannaturali, i mondi paralleli. Tracce che si ritrovano in tutte le sue serie fotografiche, indifferentemente che siano scatti in bianco e nero o a colori, analogici o digitali. Con un approccio intimistico il fotografo indaga oltre l’apparenza, inquadrando il soggetto da lontano oppure avvicinandosi tanto da cogliere dettagli che perdono la loro nitidezza per diventare immagini oniriche, quasi surreali. Alla monotonia del quotidiano, al gesto prevedibile, al particolare anonimo egli restituisce nobiltà, unicità, eternità.

Per Yasuhiro Ogawa il linguaggio fotografico è una pratica di osservazione e di ascolto

Per Yasuhiro Ogawa il linguaggio fotografico è una pratica di osservazione e di ascolto che parte sempre dal proprio mondo interiore. Il passo successivo è dar forma al pensiero. Anche di fronte alla perdita di una persona cara, oltrepassata la soglia del dolore e della mancanza, c’è nel suo lavoro una volontà di descrivere la fragilità del sentimento, trovando una nuova formula che ha in sé una nostalgia distante. È così nelle delicate immagini del libro Cascade (2017) dedicato a sua madre Hideko Ogawa, provenienti dai filmini super8 girati da suo padre, in cui la mamma è giovane e sorridente e lui un bimbo di due anni. Con il proiettore puntato su una parete bianca del salotto vuoto della casa di famiglia egli rivede le immagini mute scorrere velocemente, finché non prende in mano la macchina fotografica e si appropria di quei frammenti. La fotografia è un autoritratto in cui gli scatti, come le parole, possono esprimere sentimenti reconditi che si svelano senza timore mettendo a nudo ogni incertezza.

Di Manuela De Leonardis

Mario Giacomelli: ha scelto la fotografia per compiere un viaggio interiore

Io sono nessuno, da una poesia di Emily Dickinson, 1996

Mario Giacomelli ha scelto la fotografia per compiere un viaggio interiore e affrontare i propri fantasmi. Senza perdere mai il contatto con la realtà.

«È l’uomo nuovo della fotografia italiana», disse di lui una voce autorevole come quella di Paolo Monti, trovandosi al cospetto di alcune delle sue prime stampe. Tipografo di mestiere, appassionato di pittura, di poesia e di corse automobilistiche, prima ancora che di fotografia, Mario Giacomelli comincia a scattare da autodidatta a metà degli anni Cinquanta frequentando il circolo “Misa”, fondato da Giuseppe Cavalli. Fin da subito il suo approccio appare rivoluzionario, sia rispetto al disincanto e all’impegno civile della visione neorealista, sia nei confronti del dogma dell’irripetibilità del momento decisivo bressoniano. Per lui la fotografia non è uno strumento d’indagine sociale o di denuncia, né la testimonianza di un accadimento, ma un mezzo che gli consente di cogliere nella realtà il riflesso del suo sentire più intimo. È nelle piccole cose che popolano il mondo a lui più prossimo che cerca le grandi occasioni per appagare i bisogni della sua anima, prima del suo sguardo. «Mentre altri si arrampicavano faticosamente per raggiungere il cielo dell’arte», ricorda oggi suo figlio Simone, «lui iniziava la sua discesa nel mondo, nel flusso del tempo, fin dentro la terra, dentro se stesso, perché le sue radici, la sua genealogia, affondavano nella terra e nel sacrificio. Per lui la terra non è un concetto ma un elemento vivo di cui fare esperienza, che si incarna nel moto dell’esistenza, nel continuo inseguirsi di vita e morte, dissoluzione e coagulazione, bianco e nero». La terra, dunque, luogo simbolico carico di contraddizioni, è uno degli elementi chiave della sua poetica: materia grezza e primordiale che racchiude in sé il ciclo della vita ed metafora del suo mondo interiore, oscuro e informe, illuminato solo dai lampi fugaci del sogno, dei ricordi, dell’amore. L’immaginario di Giacomelli è di una semplicità spiazzante, anche se solo apparente.

Mario Giacomelli: uno sguardo enigmatico e complesso sul mondo

Per tutta la vita egli ritrae il paesaggio marchigiano, la costa, la natura, i muri scalcinati. E poi gli uomini, quelli con cui sente di poter tessere una muta corrispondenza: i pellegrini di Lourdes e di Loreto, gli zingari della Puglia, gli anziani ricoverati in un ospizio. Tuttavia il suo sguardo a prima vista naïf si fa via via più enigmatico e complesso. I campi arati, le case e gli alberi che riprende dall’alto, escludendo l’orizzonte e il cielo, diventano composizioni grafiche astratte, fatte di linee, graffi, macchie. Il bianco e nero denso e materico ne amplifica la sensazione di smarrimento. Nei solchi del terreno Giacomelli vede le cicatrici dell’esistenza, come rughe su un volto invecchiato. E poi l’ombra della morte che aleggia in tutta la sua opera, ora in modo esplicito nei corpi disfatti e fragili della serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, ora evocata da sfocature ed evanescenze o da sagome nere stagliate nel bianco delle “vecchine” di Scanno. Un’anticipazione, quest’ultima, dei “pretini” che come ombre cinesi giocano in mezzo alla neve, in un’atmosfera sospesa; immagini in cui il presagio di morte cede alla gioia di un ritorno all’infanzia, alla felicità ingenua e fugace regalata dai piccoli miracoli della vita. «Perché le ricchezze per me sono le cose piccole che per molti non hanno senso», diceva Giacomelli. Cose minime che hanno reso grande in tutto il mondo un libero – per sua scelta – fotografo della domenica.

Immagine in evidenza Io sono nessuno, da una poesia di Emily Dickinson, 1996

Douglas Kirkland: un fotografo fortunato

From Here to Eternity Natalie Wood, 1978
From Here to Eternity Natalie Wood, 1978

Douglas Kirkland ha ritratto i miti del cinema degli ultimi sessant’anni. Li ha resi umani, accessibili, vulnerabiliQuando sono state create le sequenze fondamentali del nostro immaginario, lui era lì, nell’intimità del set, a riprendere da un’angolatura privilegiata gli eroi dei nostri sogni.
Douglas Kirkland è alto quasi un metro e novanta, ha occhi azzurri scintillanti, carnagione chiara, i capelli bianchi di un mago buono e un sorriso luminoso. È un signore di ottantaquattro anni, ma ha l’aspetto e le movenze di un giovane. Se il tempo non l’ha cambiato è perché, dopo sessant’anni di carriera, nel suo sguardo si legge un entusiasmo paragonabile a quello della sua prima scoperta della camera oscura. Douglas Kirkland non si è mai fermato: lavora, studia, ricerca, sperimenta; è un uomo e un professionista che affronta ancora la vita e i suoi imprevisti con passione e curiosità. La continuità con se stesso è tale, da rendere facile immaginarselo quando, a undici anni, decide di diventare fotografo e a quattordici lavora come garzone di bottega in uno studio dove scatta fototessere, impara a sviluppare e a stampare.

Douglas Kirkland: riuscì a convincere Elizabeth Taylor a farsi fotografare per la prima volta

Nella monografia A Life in Pictures , colpisce la sua capacità di trasformare e di trasformarsi, di adattarsi ai cambiamenti della professione, alle richieste dei clienti, alle rivoluzioni della tecnologia. La sua storia è quella di un ragazzo che da Toronto, spinto dalla grande passione e da una instancabile energia, scrive a Irving Penn, il suo mito, e senza alcun appoggio riesce a diventare assistente. Si dedicherà con tutto se stesso a quel lavoro, sempre pronto a lavorare più del richiesto. Rimasto solo in studio, quando il resto dello staff è fuori per un servizio, e ansioso di compiacere il maestro, decide di pulire i vetri dello studio daylight, ma, come scoprirà a sue spese, era proprio il loro essere sporchi a rendere così particolare e attenuata la luce delle immagini di Penn. Quando l’aumento che aveva chiesto gli sarà rifiutato, si vedrà costretto a lasciare la grande città, per trasferirsi a Buffalo, ma dopo neanche un anno, si rilancia come freelance nell’avventura newyorkese. La sua filosofia? Cercare i giornali meno importanti, clienti potenziali, muoversi in più direzioni, coltivare più progetti nello stesso momento. La tattica funziona ed è chiamato da Look magazine – sei milioni di copie mensili – per il quale inizia con servizi e copertine di moda. Nel 1961, gli viene assegnato un compito proibitivo: cercare di convincere l’allora inafferrabile Elizabeth Taylor a farsi fotografare. Quella copertina e quel servizio, strappato alla Taylor grazie ai suoi modi sinceri e disarmanti, lanciano la sua carriera. L’anno successivo ritrae l’indimenticabile Marilyn. Il ragazzo canadese finalmente ce l’aveva fatta, aveva conquistato la fiducia dei colleghi del giornale e, soprattutto, dei suoi soggetti: Coco Chanel, Romy Schneider, Brigitte Bardot, Jeanne Moreau, Judy Garland, Audrey Hepburn. Gli anni Sessanta sono un viaggio in prima classe in un mondo magico. Douglas Kirkland sarà il fotografo del cinema per eccellenza, riuscendo a far diventare questo ambiente la sua casa per quasi sessant’anni. Con Faye Dunaway, nel 1968, realizza un selfie ante litteram. Al volante di una cabriolet, con l’attrice sorridente, seduta sul bordo della macchina, il braccio a prendere l’aria sopra il parabrezza. La macchina in movimento, i capelli al vento, il sole in controluce, un pomeriggio luminoso: proprio come due amici in gita. Nel 1970 finisce l’avventura di Look  che chiude improvvisamente le pubblicazioni. Sbarrata una porta, se ne apre un’altra. Comincia a collaborare con Life  e, nel 1974, trasloca da New York a Los Angeles. In estate, Douglas e Françoise, la sua seconda moglie sposata nel 1967, attraversano il Paese a bordo di una Mustang decappottabile e si installano sulle colline di Hollywood. Il suo approccio al cinema è descritto da Grazia Neri, sua agente italiana per decenni, nell’autobiografia La mia Fotografia : «Douglas Kirkland ha scelto la celebrazione della persona fotografata. Con infinita professionalità, sapiente esperienza… riesce a immortalare la persona ritratta così come lei stessa vorrebbe apparire. Douglas è un uomo di spettacolo. E sa che il cinema non è mai così veritiero come quando ricrea una situazione artificiosamente». Fuori dalla comfort zone del contratto di Look,  Kirkland si lancia nel mondo delle nascenti agenzie fotogiornalistiche, dalla Contact Press di Bob Pledge alla Sygma di Huber Henrotte. Continua a lavorare con Life , lavora per il New York Times  e per il leggendario Michael Rand del londinese Sunday Times.  Il cliente più esigente del periodo è People .

Douglas Kirkland: Special Photographer 

Continua a essere invitato come Special Photographer  sui set, cercando un punto di vista personale e supplementare a quello dei fotografi di scena. Una delle avventure più emozionanti ed esilaranti è il Kenya de La mia Africa , partito con idee irrealizzabili, si adegua agli spazi e ai tempi rapidi delle riprese e si immerge nell’atmosfera cameratesca e familiare del set, condivide le giornate e i safari con Sidney Pollack, Robert Redford, e Meryl Streep. Nel 1991 la Kodak fonda il Digital Center e inaugura la mostra Light Years , dal primo libro di Kirkland (uscito nel 1988). Sempre disponibile alle novità, abbraccia le nuove tecnologie senza spaventarsi, due anni dopo esce Icons , una raccolta di suoi storici ritratti elaborati in digitale. Il talismano della sua lunga e inarrestabile carriera è forse il suo essere stato disponibile, con il suo luminoso sorriso, ai cambiamenti e alle curve non segnalate della vita. E le occasioni hanno continuato a presentarsi. Nel 1996 gli viene proposto di lavorare al libro sulle riprese di Titanic . Dieci giorni dopo è già sul set ad Halifax, in Nova Scotia. «Si gira dal tramonto – racconterà –, cast, comparse e tecnici insieme su una grande barca per il primo ciak notturno. Quando la camera inizia a riprendere, c’è un’innegabile tensione nell’aria. Dal mio punto di vista, questo è il momento in cui devo diventare invisibile e, allo stesso tempo, trovare il luogo migliore per scattare immagini potenti». Douglas Kirkland si è sempre dimostrato l’uomo giusto al momento giusto. Trova i suoi spazi e, se non ci sono, li crea. La vita non l’ha cambiato. Si ritiene la persona più fortunata della terra. A chi gli chiede qual è il segreto, risponde: «Faccio la cosa che desidero di più: fotografare». Kirkland è un raro caso di chi è pronto a consegnare, con estrema generosità, una parte della propria fortuna al mondo, ai colleghi, agli innumerevoli amici, alle star del cinema. Era il 1996 e Tom Ford era la nuova stella di Gucci. I giornali italiani erano alla ricerca di suoi ritratti. L’occasione si presenta quando Tom Ford arriva a Los Angeles. Dall’agenzia Grazia Neri si pensa subito a Kirkland. Anche senza un assegnato da parte di un giornale e un vero e proprio accredito, accetta di scattare in mezzo ai paparazzi. Il giorno dopo arriva una mail stizzita della moglie Françoise: come ci siamo permessi di chiedergli di scattare in mezzo ai “pap”?! Questo è stato il mio primo contatto con i Kirkland. Nonostante tutto, le foto di Tom Ford erano perfette

Immagine in evidenza

From Here to Eternity Natalie Wood, 1978

Di Livia Corbò

Case history: in esterni con Martin Parr

Martin Parr/Magnum Photos

Martin Parr è uno storiografo del nostro tempo. A fronte del sempre crescente numero di immagini che intasano ogni media, le sue opere ci offrono l’opportunità di vedere il mondo dalla sua personale prospettiva. Svaghi, consumi e comunicazione sono i temi principali esplorati da Parr per decenni, nel corso di viaggi in tutto il mondo. La sua Gran Bretagna è un altro argomento cruciale. In cinquant’anni di carriera, Parr ha costruito un immenso archivio e documentato la vita contemporanea britannica, producendo diversi volumi fotografici, come il fondamentale The Last Resort. Per The Art of Street Photography, Parr si muove tra due classici eventi britannici: una fiera agricola del Somerset e il Chelsea
Flower Show di Londra. Parr partecipa regolarmente a eventi del genere e dice che non se ne stanca mai perché, per lui, «dove ci sono persone, ci sono fotografie». Sulla base della sua considerevole esperienza, l’autore offre preziosi consigli per fotografia e post-produzione.

Martin Parr: consigli di scatto e strategie di elaborazione

«Il tasso di fallimento è altissimo, continuate a scattare anche i disastri». Parr spiega che, per arrivare a un’ottima immagine, può essere necessario scattarne un mucchio da cestinare. Anche per uno come Parr, con incredibili esperienza e competenza, è un buon risultato ottenere appena due o tre scatti validi da una sessione. «La teoria è che più scattate, più chance avete di vedere emergere una buona immagine, quindi continuate a fotografare qualsiasi cosa, anche i disastri». «Volete che ogni elemento funzioni». In un’immagine i dettagli sono “tutto” e solo quando tutti gli elementi lavorano per noi la fotografia ha davvero successo. Quando Parr seleziona i suoi scatti, esclude tutti quelli che, malgrado la presenza di alcuni ingredienti forti, non rispettano questa tesi. Ogni passaggio, dalla composizione alla tecnica, deve funzionare e puntare in una stessa direzione: offrire un istante di gioia, interesse o rivelazione.  La post-produzione di Parr comprende diversi passaggi chiave. Inizia con una “generosa” prima selezione degli scatti di ogni sessione, a schermo. Queste prime scelte vengono poi stampate per una seconda cernita, più spietata, che riduce a una manciata le immagini che trasmettono l’essenza dell’evento. «Preferisco eseguire la selezione finale in stampa anziché a video perché, se ci sono due o tre immagini dello stesso soggetto, posso studiarle insieme per capire quale funzioni meglio. Inoltre, credo sia un modo più impietoso di osservare un’immagine, perché permette di vedere davvero come rende». «È importante essere severi con se stessi. Magari avete passato la giornata riprendendo un evento per strada, e pensate di averlo catturato bene, ma in realtà i risultati possono essere meno forti di quanto sperate. Succede a tutti: siate onesti con voi stessi e non lasciate che il ricordo dell’impegno che ci avete messo offuschi la vostra capacità di giudizio».

 

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Alberto Prina presenta “Diagnosis” di Emile Ducke

Diagnosis di Emile Ducke

Alberto Prina, fondatore e coordinatore del Festival della Fotografia Etica di Lodi, ci parla di “Diagnosis” di Emile Ducke, progetto vincitore della sezione SHORT STORY del World.Report Award 2019. Le immagini, in mostra a Lodi fino al 27 ottobre, raccontano del treno medico che viaggia in città remote della Siberia, garantendo uno screening sanitario gratuito per la popolazione.

 

 

 

Peter Lindbergh: una rivoluzione nella fotografia di moda

Scomparso lo scorso 3 settembre all’età di settantaquattro anni, Peter Lindbergh ha cambiato per sempre l’immagine della donna nella fotografia di moda, realizzando ritratti in bianco e nero divenuti iconici. Una vera e propria rivoluzione che ha fatto, però, fatica a imporsi e che ha visto tra i suoi principali sostenitori Anna Wintour che, da poco alla direzione di Vogue America, sceglie uno scatto di Lindbergh per la copertina che avrebbe dovuto rilanciare la rivista: un modella sorridente, con poco trucco, jeans e maglietta, immortalata nelle strade di New York. Nel gennaio del 1990, un’immagine di Lindbergh è sulla copertina di British Vogue: è la celebre fotografia che ritrae le supermodelle Linda Evangelista, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Christy Turlington e Tatjana Patitz, all’epoca ancora agli inizi delle loro carriere. Da quel momento il fotografo – nato a Leszno, in Polonia, il 23 novembre 1944 – lavorerà con attrici e top model, firmando servizi per le più importanti riviste del panorama internazionale. Mettendo da parte l’ideale di perfezione ricercato dalla fotografia di moda, nei suoi ritratti Lindbergh cerca di far emergere una bellezza semplice, naturale, che riveli la personalità dei soggetti immortalati.

 

Larry Fink: il fotografo filosofo di Hollywood

Dall’introduzione di Enrica Vigano’ a The Vanities: Hollywood Parties 2000-2009 esposta a Savignano nel 2015

Larry Fink è uno di quegli autori da cui non si può prescindere se si vuole capire la storia della fotografia contemporanea. Nasce nel quartiere di Brooklyn (New York) nel 1941 in una famiglia che fa politica militante con un’impronta fortemente progressista. Le sue prime foto le scatta a dodici anni con una macchina fotografica che gli regala il padre. Ne ha diciassette quando incontra un gruppo di ragazzi che sta vivendo il momento di passaggio tra l’epoca beat e la nuova rivoluzione culturale giovanile che travolgerà gli anni Sessanta. Inizia a frequentarli, divenendo il cantore della loro vita volutamente ai margini della società. Già in quelle prime foto emergono quelle che saranno le sue caratteristiche più importanti di reporter: la capacità di entrare in empatia con i soggetti che ritrae e uno sguardo sulla realtà che ha a che fare più con la filosofia che con il fotogiornalismo. Due attitudini che renderanno sempre i suoi servizi, anche quelli realizzati per le grandi riviste glamour, qualcosa di più di semplici lavori su commissione.

Intervista a Larry Fink

Come ti descriveresti come fotografo? «Sono essenzialmente un fotografo umanista. Mi piace raccontare storie. Non sono un mero autore di immagini di gossip neppure quando fotografo un party di gente famosa. Infatti, il gossip ha a che fare con il momento. Mi piace pensare, e spero che sia così, che le fotografie che realizzo abbiano, invece, qualche relazione con il destino e forse con l’eternità».

Fotografi spesso eventi. Che cosa ti attira in particolare di una festa? «Ho cominciato a realizzare immagini di eventi perché ero interessato a come la gente si relaziona con gli altri in quelle occasioni. Come fotografo, quando sei a una festa, puoi osservare le persone. E spesso durante un party la gente è molto naturale. Uno stato mentale che mi interessa molto. Cerco sempre in queste situazioni di scattare foto alla gente mantenendo una certa distanza per catturare quella naturalezza».

Che cosa cerchi quando ritrai i volti di chi partecipa a un evento? «Cerco l’energia che emerge quando ci sono degli scambi tra persone. Quando fotografo durante un party, voglio, in fin dei conti, aumentare la mia comprensione della realtà. Cerco di catturare l’emozione fisica che la realtà mi presenta. Infatti, considero la fotografia come uno strumento filosofico per aumentare e approfondire la mia conoscenza del mondo».

Come reagisce la gente quando ti vede? «Ho sempre cercato di non turbare nessuno con la mia presenza mentre lavoro. Mantengo sempre un comportamento assolutamente corretto. Ritengo che il fatto di essere un fotoreporter non significhi avere il diritto divino di entrare con prepotenza nella vita delle persone. È una visione invasiva e imperialista di certi autori che non condivido».

Qual è la storia di The Vanities: Hollywood Parties 2000-2009, un progetto che ti ha reso molto famoso? «Ho cominciato a fotografare i party di Hollywood per la rivista Vanity Fair. Come spesso accade, è diventato successivamente un progetto personale. In realtà, ogni lavoro su commissione della mia vita è stato l’inizio – o parte – di qualcuno dei miei progetti personali. Da questo punto di vista mi ritengo un fotografo fortunato perché ho sempre condotto le mie ricerche mentre realizzavo dei commissionati, senza nessuna contrarietà o lamentela da parte dei clienti».

World Press Photo 2019 al Forte di Bard

Crying Girl on the Border di John Moore

Il World Press Photo, il più prestigioso premio al mondo di fotogiornalismo torna al Forte di Bard,  dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020.
Giunto alla 62esima edizione il concorso, ideato nel 1955 dalla World Press Photo Foundation, premia ogni anno i migliori scatti che hanno documentato e illustrato gli avvenimenti del nostro tempo sui giornali di tutto il mondo. In esposizione le 140 immagini vincitrici e più rappresentative del 2018, divise in otto diverse categorie: Contemporary issues, Environment, General news, Long Term Projects, Spot news, Nature, Portraits, Sport e Spot news. Le fotografie sono state scelte da una giuria composta da 17 professionisti e presieduta da Whitney C. Johnson, vice-presidente della sezione che si occupa di contenuti visivi ed immersivi del National Geographic. Tre fotografi italiani finalisti per il World Press Photo 2019, sono Marco Gualazzini, Lorenzo Tugnoli e Daniele Volpe. Marco Gualazzini ha ricevuto il primo premio nella categoria Ambiente – Storie; Lorenzo Tugnoli, primo classificato, grazie alla sua serie Yemen Crisis, nella categoria General News – Stories; Daniele Volpe con lo scatto sul soggiorno di una casa abbandonata a San Miguel Los Lotes, in Guatemala, secondo classificato nella categoria General news, foto single. Vincitrice di questa edizione è Crying Girl on the Border di John Moore. Lo scatto mostra la piccola Yanela Sánchez, originaria dell’Honduras, che si dispera mentre la madre viene perquisita da agenti della polizia di frontiera statunitense a McAllen, in Texas.

 

 

World Press Photo 2019
Forte di Bard. Valle d’Aosta
6 dicembre 2019 – 6 gennaio 2020

IMMAGinAZIONE: il primo evento dedicato all’immagine ed ai suoi molti volti

IMMAGinAZIONE è il primo Forum dedicato all’immagine nella sua più ampia accezione e declinazione, in programma il 25 e 26 ottobre a Milano. Questa I° edizione toccherà temi, mostrerà visioni incontera dibattiti rivolti non solo agli operatori del settore, ma a tutti coloro che, vicini al mondo dell’immagine, vorranno partecipare ai numerosi momenti dedicati alla condivisione, alla formazione e all’ispirazione.

IMMAGinAZIONE è il primo Forum dedicato all’immagine

IMMAGinAZIONE è una vera esperienza interattiva. Si calcola che su lnstagram si pubblichino quasi 95 milioni di foto al giorno, su YouTube si carichino oltre 300 ore di video al minuto, mentre su Facebook si siano superati i 300 milioni di contenuti visivi quotidiani. Per non parlare delle nuove possibilità offerte dalla realtà aumentata e dalle incredibili frontiere della post produzione video e della stampa. L’evoluzione tecnologica ci presenta scenari nuovi: nasce un modo diverso di vivere il concetto di “immagine”, più immediato, si sviluppano figure professionali legate al web, ci si chiede come comunicare attraverso la propria immagine, si creano fenomeni collettivi e mode. Nella nostra società Iiquida, senza frontiere, ciascuno ha la libertà di creare ed essere creativo attraverso le immagini.
La sfida che l’innovazione digitale lancia quotidianamente a professionisti, aziende, agenzie e persone comuni necessita più che mai di essere compresa, per poter gestire e sfruttare con consapevolezza questo straordinario strumento di comunicazione che sono le immagini. Per questo motivo IMMAGinAZIONE, una 2 giorni con oltre 50 appuntamenti tra workshop, masterclass e forum dedicati a professionisti e grande pubblico.

IMMAGinAZIONE: grandi ospiti e workshop, masterclass e forum

Tra i primi ospiti confermati, i giornalisti Riccardo Luna, Enrico Pagliarini e Federico Luperi, l’esperto di social media Luca La Mesa, il presidente italiano VRARA (VR/AR Association) Lorenzo Montagna, Layla Pavone, Consigliere e Chief Innovation Marketing and Communication Ocer di Digital Magics, noto incubatore di start-up digitali e ancora il fotografo, regista e viaggiatore Iago Corazza ed il noto curatore di mostre e rassegne fotografiche Denis Curti. Insieme ai molti altri esperti e professionisti che si stanno aggiungendo alla “squadra”, parteciperanno all’evento raccontando la loro esperienza anche importanti content creator che, grazie alle immagini, sono diventati delle vere web star, come il popolare Daniele Selvitella (alias Daniele Doesn’t Matter) e la seguitissima Lea Cuccaroni (leonciino su Instagram).
Direttore Creativo di IMMAGinAZIONE è Valentino Bertolini, Head of Marketing & Communication di Nital S.p.A.

Milano Torneria Tortona 25/26 Ottobre 2019
L’ingresso è gratuito previa registrazione al sito internet cliccando qui 

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