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I migliori appuntamenti espositivi dell’estate italiana: Helmut Newton

Paloma Picasso 1983 © Helmut Newton Foundation Berlin.

Nelle sale della Galleria d’Arte Moderna di San Gimignano arriva una grande retrospettiva dedicata al fotografo berlinese, conosciuto e celebrato in tutto il mondo per i suoi scatti di nudi femminili. La mostra, a cura di Matthias Harder della Fondazione Helmut Newton, si compone di sessanta fotografie che propongono allo spettatore una visione panoramica e completa della lunga carriera del fotografo tedesco. Ad aprire cronologicamente il percorso è il ritratto di Andy Warhol realizzato nel 1974 per Vogue Uomo  – si termina con il volto di Leni Riefenstahl realizzato nel 2000 –. Molti sono gli scatti esposti scelti tra i più importanti realizzati da Newton nella sua straordinaria carriera. Spiccano, tra gli altri, Gianni Agnelli, Paloma Picasso, Catherine Deneuve, Anita Ekberg, Claudia Schiffer e Gianfranco Ferré. Non mancano ovviamente le campagne di moda con i servizi per importanti marchi come Mario Valentino e Thierry Mugler, oltre alle fotografie che nel tempo sono diventare vere e proprie icone della nostra società e della nostra cultura.

Fino all’1 settembre 2019

Vivian Maier: The Self-Portrait and its Double, per la prima volta in Italia

Vivian Maier, la tata fotografa sarà in mostra fino al 22 settembre 2019 a Il Magazzino delle Idee a Trieste con Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double, per la prima volta in Italia.
70 autoritratti, di cui 59 in bianco e nero e 11 a colori, questi ultimi mai esposti prima d’ora sul territorio italiano, raccontano la celebre fotografa attraverso i suoi autoritratti scattati quando ancora, da sconosciuta bambinaia, passava il tempo a fotografare senza la consapevolezza di essere destinata a diventare una vera e propria icona della storia della fotografia. Nel suo lavoro ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di sconosciuti, il mondo dei bambini – il suo universo per così tanto tempo – e anche una predilezione per gli autoritratti, che abbondano nella produzione di Vivian Maier attraverso una moltitudine di forme e variazioni, al punto da essere quasi un linguaggio all’interno del suo linguaggio.
L’interesse di Vivian Maier per l’autoritratto era più che altro una disperata ricerca della sua identità. Ridotta all’invisibilità, ad una sorta di inesistenza a causa dello status sociale, si mise a produrre prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembrava non avere un posto per lei.

La mostra Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double

Il suo riflesso in uno specchio, la sua ombra che si estende a terra, o il contorno della sua figura: come in un lungo gioco a nascondino, tra ombre e riflessi, in mostra ogni autoritratto di Vivian Maier è un’affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. Caratteristica ricorrente è l’ombra, diventata una firma inconfondibile nei suoi autoritratti. La sua silhouette, la cui caratteristica principale è il suo attaccamento al corpo, quel duplicato del corpo in negativo “scolpito dalla realtà”, ha la capacità di rendere presente ciò che è assente. L’intenzione dell’esposizione – che ripercorre l’incredibile produzione di una fotografa che per tutta la vita non si è mai considerata tale, e che, anzi, nel mondo è sempre passata inosservata – è proprio quello di rendere omaggio a questa straordinaria artista, capace non solo di appropriarsi del linguaggio visivo della sua epoca, ma di farlo con uno sguardo sottile e un punto di vista acuto.

A Palermo nasce un nuovo Museo della Fotografia

I cittadini di Palermo dovranno aspettare solo diciotto mesi per avere il loro Museo della Fotografia.
Il Museo verrà realizzato all’interno del Villino Favaloro di piazza Virgilio, e secondo indiscrezioni potrebbe essere intitolato a Enzo Sellerio, fotografo e editore.
Il progetto aveva conquistato il cuore dell’assessore Sebastiano Tusa, scomparso qualche mese fa in un incidente aereo in Africa.
Il progetto è del Centro regionale per l’inventario, la Catalogazione e la Documentazione (Cricd) e sarà finanziato tramite i fondi del Mibac attraverso il Pon Cultura: 1.710.929 euro.
All’interno del museo saranno esposti pezzi di proprietà del Centro regionale del catalogo con opere di Seffer, Incorpora, Alinari. Inoltre ci saranno degli spazi riservati alle mostre temporanee.

Nasce Henri Cartier-Bresson: È il 22 agosto del 1908

Henri Cartier-Bresson. Uno dei padri della fotografia nacque a trenta chilometri da Parigi da una famiglia dell’alta borghesia. A ventitré anni scoprì la gioia di fotografare: acquistata una Leica decise di partire per un viaggio che lo condurrà nel Sud della Francia, in Spagna, in Italia e in Messico. Con quella particolare maneggevolezza e la pellicola 24×36, la Leica divenne il suo strumento ideale per catturare le manifestazioni del reale. Con lui si inaugura un modo nuovo di rapportarsi all’uomo. È tra i fondatori, nel 1947, insieme agli amici Robert Capa, David “Chim” Seymour, George Rodger e William Vandivert della Magnum Photos, la cooperativa di fotografi destinata a diventare la più importante agenzia fotografica del mondo

Santo Piano: fotografare fuori dal tempo

Gente di Calabria, 1969

Testimone di un’Italia in pieno boom economico, Santo Piano ha sviluppato dagli anni Sessanta un interesse per la fotografia che lo ha avvicinato ai temi del cambiamento sociale e culturale caratterizzanti quegli anni. Ci incontriamo nel suo studio dove mi accoglie per mostrarmi l’archivio, i premi e i tanti libri su cui ha studiato. Ammira Dorothea Lange, William Eugene Smith, Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e Gordon Parks, modelli di riferimento che lo hanno spinto a cercare di non limitarsi al singolo scatto per raccontare storie capaci di fermare il tempo. Durante la mattinata trascorsa insieme mi racconta della sua camera oscura, allestita nelle cantine della casa in cui viveva, e dei tanti concorsi a cui ha partecipato

Santo Piano: fotografo autodidatta

Classe 1924, autodidatta, inizia a dedicarsi alla fotografia a trent’anni, avvicinandosi a vari circoli amatoriali locali – prima con l’Associazione Fotografica Ligure e poi dal 1960 con il Gruppo Fotografico Genovese – dove impara le tecniche di stampa da Giuseppe Goffis. Il suo primo premio è stato per un reportage sportivo ma dal corpus del suo lavoro si coglie che è il racconto sociale ciò che lo interessa maggiormente. Nella sua indagine è forte la lezione neorealista sia per il gusto compositivo che per l’interesse a temi talvolta antropologici. La sua è una narrazione a più piani che lo ha allontanato dal mondo amatoriale negli anni in cui i premi dilettantistici cercavano soprattutto chi proponeva l’immagine singola. Attraverso una personale visione ironica e ottimista,  si è distinto per l’abilità compositiva e di stampa impeccabile, fatta di mascherature, doppie esposizioni, manipolature e un bianco e nero nettamente contrastato. Ciò è evidente in Gente di Calabria , un reportage nato nel luglio del 1969 quando, assieme ad altri tre fotografi, fu chiamato da Italia Nostra  per documentare l’abusivismo edilizio sulle coste di Tropea. Affascinato dalle condizioni contadine delle campagne che lo riportavano visivamente al passato, decide di addentrarsi in alcuni villaggi per fotografare il vissuto quotidiano, fatto di vita nei campi e di religiosità, nobilitandone i soggetti. In questi luoghi l’autore trova tracce tangibili del terremoto del 1907 e ritrae quelle donne e i loro figli rimaste sole per l’emigrazione maschile al Nord. Queste immagini vinceranno successivamente vari premi e saranno esposte durante un convegno, tenuto a Sorrento nel 1970, dal titolo Uomini & immagini del centro- sud  insieme a quelle – tra i tanti – di Mario Giacomelli e Enzo Sellerio. Negli anni Settanta è chiamato a documentare gli stabilimenti siderurgici Italsider di Genova Cornigliano, dove segue gli operai nello svolgimento delle loro mansioni. In un ambiente che ricorda eccezionale, lo colpiscono le polveri, i fumi, il fuoco e soprattutto i contrasti dimensionali dei macchinari enormi dell’altoforno rispetto alle figure degli uomini. Ne nascono immagini nelle quali è evidente una ricerca volta a evidenziare la resistenza dei lavoratori e della luce in ambienti estremamente bui, dove i laminatoi «sembravano dei serpenti di acciaio infuocato». In quegli stessi anni fotografa il porto di Genova con immagini che si spingono fino all’astrazione geometrica delle forme, documenta l’alluvione del 1970 e la città che velocemente si dilata negli spazi sottolineandone le contrapposizioni urbanistiche. La sua città e la Liguria sono soggetti ricorrenti e, per una ventina d’anni, l’autore ne ha raffigurato i paesaggi e i personaggi, con scorci e contesti diversi, attraverso una ricerca compositiva grafica e attenta al risvolto emotivo delle figure ritratte, donando loro forte dignità. É da immagini come queste che il lavoro dell’autore in quegli anni fu innalzato come esempio a “molti fotografi non ancora formati”, per un uso lento e riflessivo della macchina fotografica unito alla volontà di cogliere il positivo dalla realtà.

Di Gloria Viale

Personaggi da ricordare: Tullio Farabola. Fotografia e memoria

Figlio d’arte, Tullio Farabola (1920-1983) inizia a occuparsi di fotografia nel 1939, lavorando con il padre Alessandro, detto Giuseppe. Chiamato alle armi nel 1940, viene trasferito come operatore cinematografico presso l’Istituto LUCE di Roma, dove conosce Adolfo Porry Pastorel, creatore dell’agenzia VEDO, che diviene per lui un punto di riferimento. Nel 1943, Farabola torna a Milano e qui segue i momenti conclusivi della guerra, proseguendo poi negli anni successivi il suo lavoro di documentazione fotogiornalistica, testimoniando le difficoltà di una città messa in ginocchio dai bombardamenti e dalla fame, le sofferenze della gente ma anche il lento cammino della ricostruzione. Al reportage fotogiornalistico si affiancano i ritratti in bianco e nero e le copertine di importanti riviste dell’epoca, nonché la nascita dell’agenzia Farabolafoto, nella quale confluirono sia le sue fotografie sia quelle di altri autori, in particolare di Adolfo Porry Pastorel, di Mario Agosto (fotografo ufficiale della Società di navigazione) e del ritrattista Attilio Badodi. Arricchito da sostanziosi fondi di fine Ottocento e inizi Novecento, l’archivio è – nelle parole dello stesso Farabola – uno “fra i più ricchi e meglio organizzati in Italia”.

La fotografia in viaggio: curiosità e tecnica si mescolano alla ricerca

Franco Cappellari è convinto che il viaggio fotografico sia un arricchimento culturale legato non solo alla storia, alla geografia e alla situazione politica dei luoghi visitati, ma a qualcosa di più personale: all’esperienza che diviene conoscenza, al desiderio di incontrare persone con abitudini e sentimenti diversi che, con la fotografia, si possono raccontare. Siamo curiosi di comprendere quando inizia, per lui, il viaggio. Il tempo di premere il tasto “REC” ed è subito un debordare di pensieri: “Il viaggio inizia nel momento stesso in cui scelgo la destinazione. Ne segue un accurato studio e un’attenta e meticolosa costruzione delle tappe e dell’organizzazione logistica. Questa fase è indispensabile per riportare a casa scatti che sappiano restituire bellezze, emozioni, condizioni di vita e, magari, qualcosa di mai visto prima“. Non sempre, però, un’attenta programmazione mette al riparo dagli imprevisti.

La fotografia in viaggio

A volte, le sorprese possono rivelarsi magnifiche: “La più bella”, racconta, “mi è capitata quando sono stato in Kenya per un servizio fotografico sul Lago Bogoria, un luogo caratteristico per i suoi meravigliosi fenicotteri rosa. Solitamente è facile trovarli, ma una volta giunto non mi sarei mai aspettato di vederli tutti sistemati a mo’ di corona lungo la foce del fiume che va nel lago, come potete vedere (alle pagine 20-22, ndr). È stato qualcosa di unico che poi non ho più rivisto. Mi sono sentito super fortunato e soprattutto molto felice“ Emozioni dall’alto. Da sempre gli aerei rappresentano, oltre a un’opportunità lavorativa, una grande passione di Franco Cappellari: “Sin da piccolo ero innamorato dell’idea del volo, anche perché è sempre stata sinonimo di avventura e di scoperta. Mi ricordo che il primo viaggio in aereo l’ho fatto a quindici anni, destinazione Londra. Ero con un amico e dopo un mese siamo tornati a casa senza un soldo. Da lì in poi, ho sempre continuato a viaggiare e a fotografare

 

Fotolibro: Viaggio in Italia a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati

Il fotolibro: Viaggio in Italia a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati è stato pubblicato in occasione della mostra tenuta nel gennaio- febbraio del 1984 presso la Pinacoteca provinciale di Bari, e rappresenta il manifesto della nuova fotografia di paesaggio, raccolta attorno alla figura carismatica di Luigi Ghirri, autore capace di coagulare attorno a questo progetto una sensibilità e uno sguardo condivisi nel leggere, attraverso la fotografia, la realtà del belpaese costretto a fare i conti con una rapida antropizzazione e trasformazione del territorio. Una mostra itinerante fino a Reggio Emilia, di trecento fotografie, con il catalogo che propose in copertina una semplice carta geografica:  «un’immagine che sembrava volersi sbarazzare dei riferimenti artistici e letterari. L’Italia appariva semplicemente come un luogo geografico della terra», scriveva Giorgio Messori. Viaggio in Italia  è il racconto corale, non sempre omogeneo, ma vitale, che volle rifondare il linguaggio fotografico accettando la banalità e rifiutando abbellimenti e indulgenze per mostrare, secondo Celati, «il mondo così com’è», nella consapevolezza che la fotografia non poteva più essere semplice illustrazione, ma era costretta a riflettere su se stessa e sui propri codici.

Viaggio in Italia a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati: «il fotolibro più nuovo sull’antropologia del paesaggio, non solo in Italia»

Quintavalle, in Appunti , ripercorre la storia della fotografia di paesaggio e indica questo fotolibro come: «il più nuovo sull’antropologia del paesaggio, non solo in Italia», che fa i conti con il mito dei «viaggiatori delle immagini», che dal Grand Tour  ha costruito un immaginario visivo confluito nella retorica del pittoresco e del suggestivo fin nei circoli fotografici di impronta crociana ambiguamente combattuti tra pittorialismo e realismo. Quintavalle cita le Verifiche  di Mulas e New Photography USA , da lui organizzata nel 1971, come momenti di formazione della nuova fotografia italiana per un’iconografia che rifiuta il falso e l’irreale della cartolina, per puntare lo sguardo sui confini della città diffusa, sui margini della campagna, fino agli spazi vuoti e desolati. Quentin Bajac spiega bene la preoccupazione curatoriale di Ghirri: «promuovere una generazione: la sua, quella dei fotografi nati per la maggior parte tra il 1940 e il 1955, con cui intrattenere un rapporto di prossimità, quando non di amicizia, e con il cui lavoro sente delle affinità. Proponendo una pratica modesta della fotografia all’ascolto del mondo e rispettosa di esso, esprimendo una certa empatia nei confronti del suo soggetto». Ghirri rimase fondamentalmente fedele all’approccio al reale nella lezione delle «carezze fatte al mondo» di Walker Evans e Paul Strand e, per dirla con le parole di Rossellini: «cercando un’immagine semplice, per mostrare senza dimostrare», accettando l’ovvio e il banale come realtà del paesaggio umano in cui viviamo, nel «bisogno di scoprire la normalità della cose, antieroica, antimitica, quotidiana e non retorica», come sostenne vent’anni dopo Gabriele Basilico. Viaggio in Italia  si propose così, autorevolmente, all’interno del dibattito internazionale sulla fotografia di paesaggio scaturito con la mostra americana New Topographics. Photographs of a man altered landscape  del 1975, portando a importanti e felici sviluppi, come L’archivio dello spazio  per la Provincia di Milano e l’emiliana Linea di Confine . L’importanza di questo fotolibro è ribadita a ogni anniversario con pubblicazioni e convegni, ma l’invenduto dell’edizione originale, pubblicata da una piccola casa editrice, finì al macero anche per i problemi distributivi che affliggono l’editoria italiana. Per questa ragione Viaggio in Italia  è diventato una rarità bibliografica di difficile reperibilità e per cifre che raggiungono i 600-800 euro.

A cura di Vittorio Scanferla

PHOTOSTORIES: Roberto Tomesani e l’ispirazione

Milano, Roberto Tomesani

In questo nuovo appuntamento delle PHOTOSTORIES, Roberto Tomesani spiega l’importanza per i fotografi di “uscire” dal mondo della fotografia e trovare l’ispirazione in ambiti diversi.

Per maggiori informazioni clicca qui 

 

 

 

 

Dorothea Lange: esempio per generazioni di fotografi

Migrant Mother, 1936 - © Dorothea Lange/ Library of Congress Prints - Photographs Division Washington

Dorothea Lange: il suo contributo alla fotografia documentaria sarà di esempio a generazioni di fotografi.
Nel 1918 parte per il giro del mondo, si ferma a Los Angeles, apre uno studio; vi resterà tutta la vita. Fotografa della Farm Security Administration dal 1935 al 1939. Tra i fondatori della rivista Aperture, collabora con Edward Steichen per The Family of Man. Il suo contributo alla fotografia documentaria e di reportage sarà di esempio a generazioni di fotografi.

Dorothea Lange: esempio per generazioni di fotografi

Florence Owen Thompson guarda verso un orizzonte che forse sarà migliore, ma sembra non riesca a scorgerlo. Non ha voglia di parlare, di guardare in macchina, ugualmente si lascia fotografare. Dorothea Lange le si avvicina sempre più facendo scattare diverse volte l’otturatore. Sta documentando le condizioni di vita dei contadini costretti a migrare per le conseguenze della Depressione, della crisi agricola e della siccità. È parte del team della Farm Security Administration; altri giovani fotografi si muovono insieme a lei nel sud ovest degli Stati Uniti, del gruppo fanno parte Walker Evans, Carl Mydans, Gordon Parks, tutti con un unico preciso scopo: documentare nel miglior modo possibile, con lo sguardo del fotografo professionista, la crisi. Non era richiesto lo scoop giornalistico, ma un’informazione precisa. I reportage realizzati dal team erano allo stesso tempo documentazione e materiale che l’FSA divulgava alla stampa periodica. Questo rende tutte le fotografie ancora più sincere, incisive capaci di smuovere l’opinione pubblica. Sicuramente la madre migrante di Dorothea Lange è tra le più conosciute ed emblematiche fotografie realizzate per questo progetto. Il suo contributo alla fotografia documentaria e di reportage sarà di esempio a generazioni di fotografi

 

Margaret Bourke-White: l’immagine simbolo dei movimenti per i diritti civili in tutto il mondo

© Margaret Bourke-White

Tratta dal reportage di Margaret Bourke-White sull’alluvione in Kentucky del 1937, è divenuta l’immagine simbolo dei movimenti per i diritti civili in tutto il mondo

Ci sono fotografie che rimangono impresse nella memoria e che segnano la visione di un’epoca in maniera irreversibile. Sono immagini che realizzano un processo di sintesi sulla storia così denso di sensibilità e conoscenza, da essere riconosciute pubblicamente e universalmente come icone della memoria collettiva. Al pari di una “sineddoche visiva”, ciascuna di queste immagini è in grado di eleggere un singolo frammento storico come simbolo di un periodo ben più ampio e complesso. Come nel caso dell’alluvione del 1937 che, seppur abbia interessato esclusivamente il territorio del Kentucky, ha rappresentato il senso del profondo disagio sociale che a più livelli dominava gli Stati Uniti d’America degli anni Venti e Trenta. A compiere questo grande atto espressivo, nonchè riassuntivo della Grande Depressione, è stata una fotografia di Margaret Bourke-White: At the time of the Louisville Flood (La fiumana di Louisville). L’immagine in questione incarna quel duplice valore della fotografia che si evolve dal particolare all’universale, passando per la coscienza e la visione popolare. È questo il processo creativo che collega la storia dei grandi eventi alla microstoria delle esperienze personali, di piccoli gruppi o territori circoscritti. In quest’ordine di idee, l’istantaneità e la popolarità del messaggio visivo invitano a leggere le sotto trame di un racconto articolato, che l’icona tende a nascondere e custodire.

Margaret Bourke-White e la fiumana di Louisville. Dietro la fotografia

L’immagine (probabilmente la più famosa) di Margaret Bourke-White è parte di una sequenza fotografica unitaria, commissionata dalla rivista Life per raccontare la tragedia della grande alluvione. In quel frangente l’esondazione del fiume Ohio provocò più di quattrocento vittime e mise in ginocchio migliaia di famiglie, rimaste senza casa e senza terra. I territori dell’est degli Stati Uniti subirono un duro colpo e le popolazioni ancora sofferenti per i danni e le conseguenze della crisi del ’29 videro sfumato ogni segno di ripresa. Tuttavia la pubblicazione della fotografia sulla copertina del mensile più importante d’America offuscò la complessità e la profondità dell’indagine documentaria, e accentuò la forza comunicativa dell’immagine singola. In tale processo di selezione mediatica, l’impeccabile struttura della fotografia, ormai slegata dal contesto narrativo d’origine, ha giocato un ruolo fondamentale. La sua composizione è rigida come implacabile il suo messaggio. Non c’è alcun riferimento diretto all’alluvione ma solo alla gravità dell’emergenza umanitaria. Nella parte inferiore dell’inquadratura, un gruppo di afroamericani è in fila per accedere a un centro di assistenza, mentre sulle loro teste si estende un cartellone della propaganda politica del New Deal, in cui lo stereotipo del benessere americano è incarnato dalla famiglia bianca, composta da una madre, un padre, due figli e un cane, tutti sorridenti durante il viaggio in automobile. Appare evidente che nonostante il contrasto tra i soggetti sia di per sé efficace ed eloquente, l’immagine acquisisca l’asprezza intollerabile dell’ingiustizia sociale solo nel confronto con le parole dello slogan: «World’s highest standard of living. There’s no way like the American Way» (I più alti standard di vita del mondo. Non c’è altra strada che quella americana). La scelta di inserire il testo nell’immagine amplifica il messaggio finale, mentre la sottile ironia con cui Margaret Bourke-White esprime la differenza tra la realtà del suo Paese e l’ideale del sogno americano si rivela subito uno strumento espressivo universale.

Margaret Bourke-White e la fiumana di Louisville. Il linguaggio universale delle immagini

La celebre copertina di Life è riuscita a interpretare non solo le rivendicazioni di intere fasce sociali ma anche, e soprattutto, l’intima esigenza espressiva di Margaret Bourke-White, per la quale la fotografia stava diventando una scelta etica, il collante tra arte e vita, una duplice forma di comunicazione estetica e militante. Quello dell’ancora giovane fotoreporter non era un pensiero isolato ma fortemente condiviso nel contesto della compagna fotografica della FSA (Farm Security Administration, ente governativo a sostegno dei contadini degli Stati Centrali), che intendeva raccontare al mondo intero la crisi economica conseguente alla Grande Depressione, attraverso il linguaggio delle immagini. Con queste parole Susan Sontag, nota scrittrice e intellettuale statunitense, argomenta la possibilità della fotografia di esprimere i sentimenti e le passioni della storia, includendo At the time of the Louisville Flood nella serie delle «memorie visive» che nel tempo hanno acquisito funzioni educative e morali. E in effetti, i contenuti paradossali di questa immagine hanno rappresentato un monito e una ragione di lotta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti, per poi integrare fino ai nostri tempi, e ben oltre i confini americani, un più ampio e sfaccettato desiderio d’uguaglianza.

La fotografia è stata esposta nella mostra Sguardo di donna. Da Diane Arbus a Letizia Battaglia, la passione e il coraggio, dall’11 settembre all’8 dicembre 2015, presso la Casa dei Tre Oci, a Venezia.
Nel 1963 è stata pubblicata l’autobiografia di Margaret Bourke-White, divenuta subito un best seller con il titolo Il mio ritratto. Il libro è stato l’ultimo lavoro della grande reporter che, nello stesso anno, si ritirò nella casa in Connecticut fino alla fine dei suoi giorni.

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