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Fotogiornalismo di guerra: per ricordare che il mondo è anche un inferno

Un campo base Vietcong brucia

Fare il fotoreporter di guerra non è facile. Entri ed esci dalle follie del mondo di continuo. Il giorno prima sei seduto con i tuoi cari a guardare la televisione e il giorno dopo ti ripari dalle schegge di una bomba mentre intorno a te i feriti urlano di dolore. E prima che tu li possa aiutare li devi fotografare. Perché questo è il mestiere di un fotoreporter di guerra. Un mestiere vecchio quasi quanto la storia della fotografia. Infatti il potere straordinario del nuovo mezzo viene immediatamente intuito dal potere. È l’esercito di sua maestà britannica che per primo ingaggia un fotografo per raccontare un conflitto, quello di Crimea. Ed è Roger Fenton, il primo fotografo autorizzato e obbligato a stare al seguito delle truppe, che accetta l’incarico nel 1855. Nasce così ufficialmente la fotografia di guerra. E la sua iconografia classica: foto in posa e paesaggi, perché i limiti dello strumento non permettono nient’altro. Ma che tuttavia rendono un’importante servizio alla storia come le foto realizzate da Alexander Gardner che ha immortalato la guerra di secessione americana e la scoperta dei nuovi territori indiani dell’Ovest. Le potenzialità del nuovo mezzo sono intuite anche dall’editoria: si moltiplicano le testate dei giornali illustrati nel nord Europa e nei paesi anglosassoni. Il fotografo John Burke, ad esempio, testimonia la guerra afgana del 1878 con l’album “The Afghan War”. Alla fine dell’800 lo strumento si evolve: i tempi di esposizione si accorciano, le lastre possono essere preparate molto prima e sviluppate molto dopo.

Nasce il fotoreportage contemporaneo

Nasce il fotoreportage contemporaneo: l’attimo è finalmente colto in movimento. E si sviluppa la rete: fotografi free-lance forniscono alle agenzie immagini che vengono distribuite ai giornali. Già con il primo conflitto mondiale la fotografia di guerra delle origini raggiunge la sua maturità espressiva con risultati di una qualità e modernità eccezionale. Mentre le foto della seconda guerra mondiale diventano già a colori avvalendosi di una tecnica acquisita nel 1936 grazie alle pellicole della Agfacolor. Dunque il fotoreportage di guerra come oggi lo concepiamo non se l’è inventato Robert Capa negli anni ’30 durante la Guerra di Spagna come vuole la leggenda. Ma è negli anni ’30 che si afferma il concetto del fotografo di reportage come autore e artista che ha il diritto di firmare la sua opera. Ed è ancora con Robert Capa e i suoi colleghi della Magnum che inizia formalmente il dibattito sulla figura del fotoreporter e sulla sua autonomia espressiva. Che tradotto significa la libertà di essere una continua spina nel fianco dei governi. Se ne accorge l’America con la guerra in Vietnam. L’appoggio al conflitto finisce quando i genitori, nelle immagini dei fotoreporter, guardano in faccia i loro figli disperati mentre stanno per morire. L’editoria fotografica internazionale, con la rivista americana Life a fare da traino, sarà in continua espansione fino agli anni ‘70. Ma è proprio in quegli stessi anni che comincia anche la sua lenta decadenza durata fino a oggi. A toglierle lo scettro di regina dell’informazione è il mezzo televisivo a colori, un concorrente formidabile. Le grandi riviste che vivono di fotoreportage chiudono una dopo l’altra. I soldi sono sempre meno. E la crisi economica mondiale del 2008 certo non ha aiutato. Ma il fotogiornalismo di guerra ciononostante non è scomparso. A tenerlo in vita un possibile futuro offerto dai nuovi mezzi di informazione dell’era digitale, sempre affamati di immagini. E soprattutto i fotografi che credono ancora nella loro missione: ricordarci che il mondo è anche un inferno.

Dennis Hopper: un attore che ha fotografato per indagare la propria inquietudine

Paul Newman by Dennis Hopper

Per gli attori come Dennis Hopper cominciava, alla fine degli anni  50, con la crisi del cinema classico hollywoodiano, un periodo buio dovuto alla necessità di riorientarsi nel lavoro, ma soprattutto nella vita. Bisognava cambiare pelle, approccio, presenza nel mondo come persona oltre che come attore, per cui tra il 1961 e il 1969 non lavorò molto per il cinema e la televisione, ma si dedicò moltissimo alla fotografia con il desiderio di indagare la propria inquietudine. Narra la leggenda che la sua prima macchina fotografica la ricevette in regalo da James Dean; pare invece accertato che fu un regalo della prima delle sue cinque mogli in occasione del suo venticinquesimo compleanno. Da quel momento Dennis Hopper cominciò a documentare la trasformazione dell’America da Paese vincitore della Seconda guerra mondiale, impegnato in Vietnam, sostenuto da Dio e da famiglie sorridenti con casetta e giardino, in un Paese dove le giovani generazioni cominciavano a produrre orizzonti di senso contrari a quelli seguiti dai propri genitori.

Dennis Hopper: fotografava, sviluppando nei drugstore,

Fotografava, sviluppando nei drugstore, i primi gruppi di paesaggi urbani desolati, biker tatuati, musicisti come Miles Davis, Ike e Tina Turner, Byrds, Jefferson Airplane, Grateful Dead e i raduni del movimento hippy a cui sentiva di appartenere. Ci sono anche i ritratti degli amici famosi Jack Nicholson, Paul Newman e scatti del matrimonio a Las Vegas della sua amica Jane Fonda con Roger Vadim. Nel frattempo documenta anche se stesso con una serie di autoritratti in cui appare bellissimo e sempre più sull’orlo del precipizio. Questo non gli impedisce di continuare a stare al centro del cambiamento: è nelle università durante i tumulti e si troverà anche a Selma, in Alabama, città da cui partì la marcia per i diritti civili capeggiata da Martin Luther King. Nel 1968 torna sul set per dirigere e interpretare Easy Rider  che esce nel 1969, il primo film che cambierà il cinema americano e che indicherà a una generazione come arginare, purtroppo solo per un breve periodo, il potere ignorante delle grandi major e che dimostrerà come autoprodurre film di successo. Finiranno ammazzati, ma questi motociclisti non sono dei banditi e il loro viaggio verso il carnevale di New Orleans esprime il desiderio di chiamarsi fuori dalla religione delle merci e dai credo dell’Occidente. Easy Rider  ebbe un successo enorme e attualmente è all’ottantaquattresimo posto nella classifica dei migliori cento film americani stilata dall’American Film Institute. Terminato il film, Dennis Hopper sparisce a Taos nel New Mexico da dove lo stanerà Coppola per Apocalypse Now . Fu così sorpreso dal suo lavoro, nonostante lo avesse fatto impazzire, da richiamarlo per recitare nel ruolo del padre di Matt Dillon in Rusty il selvaggio . Marlon Brando, il colonnello Kurtz, non voleva essere sul set con Hopper perché non sopportava le sue improvvisazioni e anche gli altri gli stavano un tantino alla larga perché non si lavava. Probabilmente aveva deciso di calarsi davvero nei panni di un fotoreporter che viveva in mezzo alla foresta della Cambogia sendaza doccia e con un comandante fuori controllo. La cosa curiosa è che poi Dennis Hopper diventò repubblicano e solo alla fine si rappacificò con i democratici sostenendo Obama. Seguendo la sua storia forse si intuisce quale sarebbe potuto essere anche l’iter del suo amico James Dean, a cui Dennis Hopper avrebbe voluto assomigliare.

Un consiglio: ascoltate la colonna sonora di Apocalypse Now , immergetevi in quella energia, e fotografate ciò che fa capire da che parte state.

A Mantova presentata la biennale della fotografia femminile

Foto di Sandra Hoyn

A marzo 2020 Mantova ospiterà la prima edizione della BIENNALE DELLA FOTOGRAFIA FEMMINILE, ideata dall’Associazione la Papessa e con la direzione artistica di Alessia Locatelli; un evento unico al mondo, che porterà in città a partire dal 5 marzo mostre di grandi fotografe italiane e internazionali, talk, letture di portfolio, workshop e residenze artistiche. Il tema di questa prima edizione della Biennale è il lavoro. Alla manifestazione verrà presentata una selezione di progetti di fotografe professioniste nazionali e internazionali. Queste mostre verranno allestite nei luoghi storici della città e rimarranno attive nei fine settimana per tutto il mese di Marzo.
Nel corso delle quattro giornate, si svolgeranno inoltre workshop creativi, conferenze, presentazioni delle autrici e delle mostre, con la partecipazione di personaggi di rilievo non solo nel settore della fotografia. Ci saranno anche letture portfolio, interviste, e una Open Call aperta a tutte le nazionalità sulla tematica scelta per l’evento, un’opportunità unica per esporre i propri scatti nei luoghi pubblici di Mantova.

Per maggiori informazioni www.bffmantova.com

Immagine via giornaledimantova.it

Fulvio Roiter: Il sublime quotidiano

Bruges (Belgio), 1961 ©Courtesy Archivio Storico Circolo Fotografico La Gondola
Bruges (Belgio), 1961 ©Courtesy Archivio Storico Circolo Fotografico La Gondola

Fulvio Roiter e la fotografia

Cresciuto nel fertile humus fotoamatoriale del Dopoguerra, Fulvio Roiter è diventato professionista con il reportage di viaggio in cui rivela il suo innato senso estetico e la capacità di cogliere il lato sorprendente della prosa quotidiana.
«Voglio andare in Sicilia per vedere se posso fare il fotografo o il chimico», disse una sera a suo padre che sognava per il primogenito un futuro meno duro e incerto del suo, nel nascente polo petrolchimico di Marghera. Era il 1953 e il giovane Fulvio viveva a Meolo, nell’entroterra veneziano. Proprio suo padre una decina di anni prima gli aveva regalato una modesta Welta 24×36 con cui, da autodidatta, aveva ripreso in lungo e in largo il suo territorio. Alcune di quelle immagini le aveva portate al Circolo Fotografico “La Gondola” di Venezia, dove era riuscito a catturare l’attenzione di Paolo Monti e Gino Bolognini. I due finiscono per “adottarlo” mettendogli a disposizione la loro cultura, i loro libri e le conoscenze tecniche nella ripresa e nella camera oscura. Tornando a quella sera d’inverno del 1953, Fulvio Roiter ottiene il benestare del padre per il suo viaggio in Sicilia. Ma si tratta di un ultimatum: al ritorno dovrà decidere cosa fare da grande. Sull’isola Fulvio trova un’Italia ancora arretrata che per la sua ripresa non punta all’industrializzazione come al Nord ma alla riforma agraria e a sterili politiche assistenziali. Percorre tutta la Sicilia in bicicletta e, scatto dopo scatto, costruisce un ricco e vario percorso visivo. Dopo quasi due mesi rientra a Meolo e si affretta a sviluppare e a stampare in casa le sue fotografie. Ne spedisce un pacchetto alla prestigiosa casa editrice svizzera Guilde du Livre e aspetta; da quella risposta dipende il suo futuro. Finalmente il direttore gli scrive entusiasta, proponendogli di includere alcuni ritratti di bambini siciliani in un libro di prossima uscita. Inizia così una fruttuosa collaborazione con l’editore di Losanna che l’anno seguente pubblica il volume Venise à fleur d’eau e, subito dopo, Ombrie. Terre de Saint François con cui riceve a Parigi il Premio Nadar nel 1956. A questi seguiranno molti altri volumi di fotografie riprese in Italia e all’estero, in Spagna, Messico, Brasile e Turchia, dove, più che alimentare immaginari esotici e lontani, rivela la sua indole di cacciatore di bellezza, pronto ad accogliere in modo istintivo lo stupore con cui la realtà si presenta ai suoi occhi. Il tempo e l’esperienza, il ritorno nei suoi luoghi come Venezia, sua città di adozione, o in Paesi già visitati come il Brasile, non hanno mai tolto freschezza alle sue fotografie. «Dicono che l’abitudine distrugga l’occhio, che finisci con il non vedere niente. Può darsi, ma non vale per me, forse perché non ho mai perso la curiosità e la capacità di emozionarmi», diceva qualche anno fa. Un’idea questa che filtra nei suoi scatti essenziali e poetici della realtà, grazie ai quali ha lasciato una traccia profonda nella storia della fotografia italiana.

Per acquistare il libro clicca qui

Bruges (Belgio), 1961 ©Courtesy Archivio Storico Circolo Fotografico La Gondola

Noah Kalina, il fotografo che ha scattato un selfie ogni giorno per 20 anni

Noah Kalina

Il fotografo Noah Kalina ha presentato il suo ultimo lavoro: un video di 8 minuti dove presenta 20 anni della sua vita. Il fotografo, infatti, ha deciso di scattarsi un selfie tutti i giorni e mostrare al mondo il risultato in soli 8 minuti.  Il video include 7.263 foto e il progetto continua a essere in corso d’opera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intesa Sanpaolo apre a Torino un nuovo museo dedicato alla fotografia

Intesa Sanpaolo si prepara ad aprire a Torino la quarta sede, dopo Milano, Napoli e Vicenza, delle sue Gallerie d’Italia.
Il nuovo museo sorgerà in Piazza San Carlo, a Palazzo Turinetti, sede legale di Intesa Sanpaolo.
Continua così il progetto fotografico del gruppo bancario già tra i soci fondatori di Camera – Centro Italiano per la fotografia.
La nuova sede di Torino, su progetto dell’architetto e designer Michele De Lucchi, si estenderà per sei mila metri quadrati, e custodirà le collezioni fotografiche della banca, tra cui l’Archivio Publifoto, costituito da circa 7 milioni di scatti.
Il progetto del nuovo museo verrà presentato ufficialmente il prossimo 14 gennaio.

 

Immagine via Ansa

Gli scatti di Letizia Battaglia e Pino Guerra in mostra a Vinci

A conclusione delle celebrazioni per il 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci, il Museo Leonardiano ospiterà tra il 19 gennaio e il 29 febbraio 2020, la mostra di due dei più grandi fotografi italiani: Letizia Battaglia e Pino Guerra. La mostra, che rappresenta la seconda parte della terza edizione del Vinci Photo Festival iniziato il 21 dicembre scorso, è intitolata “Tra Guerra e Battaglia”, ed è curata dal Foto Club Vinci, con il patrocinio del Comune di Vinci. Gli scatti esposti mostreranno la mafia sotto due profili, tanto lontani quanto indissolubili. Da un lato la dimostrazione di forza e violenza ostentata a tutti i costi e immortalata nelle brutali e significative immagini della reporter di fama internazionale Letizia Battaglia; dall’altra, grazie alla forte sensibilità del fotografo Pino Guerra, sarà possibile sbirciare nel quotidiano delle famiglie delle Vele di Scampia, i cui occhi sembrano comunicare una sincera e ferma volontà di riscatto. Entrambi dotati di una sensibilità fuori dal comune, hanno dedicato anima e corpo a raccontare le “cose di mafia” con uno strumento tanto immediato quanto potente: l’immagine fotografica.
“Prima che l’obbiettivo della macchina fotografica, dovevamo metterci il cuore, per frugare tra le croste spellate dell’animo”, dice Pino Guerra, che nel suo reportage di umanità dentro le mura delle Vele a Scampia ricerca sempre “immagini nelle quali, alla crudezza nella sua evidenza, [… ] si contrapponga un segno di intatta purezza”.
“Reportage può significare tante cose, per ognuno cose diverse [… ] per me significa andare al cuore delle cose, di un luogo, di una città [… ]”, dice Letizia Battaglia che con le sue foto sembra rievocare il neorealismo cinematografico italiano, mostrandoci la dura e spietata realtà, senza mai dimenticare l’ingrediente per lei più importante, l’Amore. Il percorso espositivo, ordinato tematicamente, coinvolgerà il pubblico grazie alla sua forte carica emotiva.
L’inaugurazione delle mostre è prevista per domenica 19 gennaio alle 17:30 presso la nuova sala espositiva del Museo Leonardiano, in via Montalbano 6, a Vinci. Il taglio del nastro sarà anticipato dalla conferenza stampa di presentazione della mostra, alle ore 17, durante la quale Battaglia, Guerra, gli altri autori in mostra e i rappresentanti istituzionali risponderanno alle domande dei giornalisti.

Per maggiori informazioni:
vinciphotofestival.com

La viralità della fotografia: cosa fare perché una foto acquisti notorietà in rete

Navigatori accaniti o neofiti della rete, vi sarete imbattuti in portali e community che vi promettono di diventare famosi grazie alla viralizzazione di una vostra foto. Tutti vorremo che un nostro scatto entri in quel vortice di passaggi che consente di accrescere velocemente la notorietà. Attenzione però. È bene diffidare di quei siti, soprattutto se a pagamento, che sembrano avere la ricetta pronta per il successo. Secondo un recente articolo comparso su about.com non esiste una formula magica e l’arte della creazione di un prodotto virale è nelle mani di un numero limitato di agenzie che hanno un’influenza su larga scala nel mondo 2.0. Questo significa che non abbiamo nessuna speranza? No, significa semplicemente che dobbiamo “pagare un prezzo” in preparazione e in consapevolezza.

La viralità della fotografia: le immagini che stimolano determinate sensazioni inducono maggiormente gli utenti a condividerle sui loro canali social, dando avvio al processo di diffusione

La viralità ha diversi livelli. Quanti like  su Facebook deve avere una foto per considerarsi famosa? Quanti utenti dovranno regrammarci  su Instagram per sancirne il successo? La verità è che non esiste una scala quindi potreste essere virali all’interno della vostra cerchia di amici oppure in un determinato luogo geografico (la vostra città) o, ancora, in una nicchia di interesse (tutti i fan di un libro, di un personaggio televisivo o di una squadra di calcio). La vostra foto potrebbe essere la più vista tra gli amanti di Quentin Tarantino se sarete stati bravi a individuare e a entrare in quelle community in cui si discute del regista americano. Sul web si è spesso alla ricerca di contenuti informativi, di notizie fresche o di guide How to . Non saremo forse ricordati come degli artisti di eccelso valore, ma le immagini divulgative sono tra le più richieste sui motori di ricerca. Se uno dei nostri scatti riesce a posizionarsi in quel settore e comparire tra i risultati di Google (il motore di ricerca per eccellenza) avremo raggiunto la più vasta visibilità possibile. Esiste, poi, un aspetto emotivo . Le immagini che stimolano determinate sensazioni inducono maggiormente gli utenti a condividerle sui loro canali social, dando avvio al processo di diffusione. Alcune delle più interessanti emozioni da innescare sono il buonumore  (pensiamo alle innumerevoli pagine satiriche), l’affetto/sentimentalismo (vedi gli animali), lo stupore  (eventi straordinari o contenuti nonsense ), la nostalgia (per esempio con degli scatti evocativi di un determinato decennio). Inutile ribadire quanto sia importante il canale di diffusione . Se le nostre immagini sono pubblicate su un sito che nessuno ha mai visto e vedrà nel futuro non è possibile attivare nessuna viralizzazione. Oggi non è semplice essere nelle condizioni di creare un proprio repository online  di fama, quindi è consigliabile utilizzare i social network o le piattaforme di condivisione dedicate alle immagini . All’interno di questi canali bisognerà seguire le regole specifiche di categorizzazione per permetterne un reperimento quanto più semplice. Il periodo e il contesto in cui l’immagine è pubblicata può determinarne il suo successo. Se siete in possesso di una vecchia foto di Kobe Bryant quando da bambino muoveva i primi passi, il momento della sua ultima partita in NBA è quello giusto per diffondere la vostra immagine. Non un giorno prima e non un giorno dopo. La tempestività può cambiare la storia del vostro contenuto online. A volte la sola immagine non basta. Bisogna essere non solo dei bravi fotografi, ma anche abili comunicatori, riuscendo a proporre delle suggestioni che possano fungere da corredo alle fotografie. Queste potranno essere firmate dal fotografo oppure si può pensare a delle collaborazioni tra professionisti

Giovane modella muore tentando di scattarsi una foto

Muore tentando di scattarsi una foto

Madalyn Davis modella britannica di 21 anni è morta cercando di scattarsi un selfie (per un approfondimento sui selfie clicca qui). La ragazza ha perso la vita mentre si trovava ad un party a Vaucluse sabato notte, vicino Sydney, quando insieme ad altri sette amici ha deciso di recarsi sulle scogliere di Diamond Bay ed è caduta da circa 30 metri di altezza.  Secondo le prime informazioni pubblicate sul Mirror l’errore sarebbe da attribuire all’incoscienza della ragazza e dei suoi amici.  Il gruppo ha scavalcato la recinzione per sedersi ai bordi della scogliera di Diamond Bay conosciute per essere uno dei punti preferiti dei turisti per farsi selfie; data la pericolosità del luogo le scogliere sono circondate da recinzioni e barriere.
La famiglia di Madalyn ha confermato che la ragazza è morta dopo essere volata da 30 metri nel tentativo di scattarsi un selfie Maddie era bella sia dentro che fuori. Era uno spirito libero“.
Le autorità stanno ricordando ai giovani che un selfie non vale quanto una vita umana. 

Camera Torino rende omaggio al maestro della fotografia MAN RAY

Man Ray. The Fifty Faces of Juliet, 1941/1943. Collezione Privata. Courtesy Fondazione Marconi, Milano © Man Ray Trust by SIAE 2019

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia rende omaggio al grande maestro con la mostra wo/MAN RAY. Le seduzioni della fotografia che racchiuderà circa duecento fotografie, realizzate a partire dagli anni Venti fino alla morte (avvenuta nel 1976), tutte dedicate a un preciso soggetto, la donna, fonte di ispirazione primaria dell’intera sua poetica, proprio nella sua declinazione fotografica. In mostra alcune delle immagini che hanno fatto la storia della fotografia del XX secolo e che sono entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità di Man Ray di reinventare non solo il linguaggio fotografico, ma anche la rappresentazione del corpo e del volto, i generi stessi del nudo e del ritratto. Attraverso i suoi rayographs, le solarizzazioni, le doppie esposizioni, il corpo femminile è sottoposto a una continua metamorfosi di forme e significati, divenendo di volta in volta forma astratta, oggetto di seduzione, memoria classica, ritratto realista, in una straordinaria – giocosa e raffinatissima – riflessione sul tempo e sui modi della rappresentazione, fotografica e non solo.

Omaggio alle donne di MAN RAY

Assistenti, muse ispiratrici, complici in diversi passi di questa avventura di vita e intellettuale sono state figure come quelle di Lee Miller, Berenice Abbott, Dora Maar, con la costante, ineludibile presenza di Juliet, la compagna di una vita a cui è dedicato lo strepitoso portfolio “The Fifty Faces of Juliet” (1943-1944) dove si assiste alla sua straordinaria trasformazione in tante figure diverse, in un gioco di affetti e seduzioni, citazioni e provocazioni. Ma queste donne sono state, a loro volta, grandi artiste, e la mostra si concentrerà anche su questo aspetto, presentando un corpus di opere, riferite in particolare agli anni Trenta e Quaranta, vale a dire quelli della loro più diretta frequentazione con Man Ray e con l’ambiente dell’avanguardia dada e surrealista parigina. Una mostra unica, dunque, sia per la qualità delle fotografie esposte, sia per il taglio innovativo nell’accostamento insieme biografico e artistico dei protagonisti di queste vicende. Un grande repertorio di immagini a disposizione del pubblico reso possibile grazie alla collaborazione con numerose istituzioni e gallerie nazionali e internazionali dallo CSAC di Parma all’ASAC di Venezia, dal Lee Miller Archive del Sussex al Mast di Bologna alla Fondazione Marconi di Milano. Realtà che hanno contribuito, tanto con i prestiti quanto con le proprie competenze scientifiche, a rendere il più esaustiva possibile tale ricognizione su uno dei periodi più innovativi del Novecento, con autentici capolavori dell’arte fotografica come i portfoli “Electricitè” (1931) e il rarissimo “Les mannequins. Résurrection des mannequins” (1938), testimonianza unica di uno degli eventi cruciali della storia del surrealismo e delle pratiche espositive del XX secolo, l’Exposition Internationale du Surréalisme di Parigi del 1938. Curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola, la mostra sarà accompagnata da un catalogo contenente la riproduzione delle opere esposte, i saggi dei curatori e di altri studiosi, nonché essenziali note bio-bibliografiche.

Dal 17 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020

Prorogata fino al 2 Febbraio 2020

Un altro Robert Capa: Il ritrattista

Robert Capa

Pensiamo a Robert Capa come a un reporter di guerra che scattò fotografie in più di venti paesi di quattro continenti. Qualcuno che, pur conoscendo la paura, partecipò coraggiosamente a tutte le guerre importanti della metà del 1900. Qualcuno su cui gravò l’eterno tormento dei fotoreporter: essere sul posto per far notare al mondo la sofferenza, senza però poter aiutare direttamente i sofferenti stessi. Seguì con la massima intensità la sua vocazione, che gli imponeva continue sfide morali. Fotografò come prima nessun altro, perché nessuno osò andare così vicino al soggetto sul campo di battagia. “Se le tue fotografie non sono abbastanza buone, non eri abbastanza vicino”, soleva dire. Capa era vicino alla morte del miliziano, era nel mezzo del primo sanguinoso sbarco in Normandia, ed era naturalmente partecipe della guerra d’Indocina, quando calpestò la fatale mina. In realtà, con queste immagini diventate ormai icone, conosciamo solo una parte, seppur molto importante, della sua opera. Capa visse una vita intensa, appassionata e pronta a  provare tutto, da vero giocatore (d’azzardo).

Robert Capa: mostrava ciò che lo circondava solo vivendone l’esperienza e puntando sulle persone

Poteva mostrare ciò che lo circondava solo vivendone l’esperienza e puntando sulle persone. L’emigrato ungherese cosmopolita, che parlava male diverse lingue, volle avvicinarsi alla gente non solo in tempo di guerra, ma anche nei momenti di pace. Avvicinarsi mentalmente o fisicamente, combattendo, giocando, ridendo, piangendo o lavorando con loro. Ora, celebrando il centesimo compleanno del fotografo e avendo visto le ricerche e le mostre degli ultimi anni, è particolarmente evidente che la sua eredità di più di 70 mila negativi è una gigantesca miniera d’oro. Dobbiamo ancora scoprire il ritrattista, che fotografò i suoi amici John Steinbeck e Pablo Picasso, il suo amore Ingrid Bergman, che fece conoscere al cinema neorealista italiano, oltre a celebrità come Alfred Hitchcock, Gary Cooper, la regina d’Olanda Guglielmina e Benedetto Croce. Fotografò anche eroi di tutti i giorni, amici comuni o persone sofferenti, immortalandoli tutti in magnifici ritratti. Queste opere presentano un altro lato del variegato talento di Capa. Il talento che aveva tutti gli attributi importanti per il suo lavoro: la tenacia, l’indispensabile aggressività per arrivare nei luoghi degli avvenimenti, l’inventiva e la capacità relazionale, assieme alle doti di un grande artista: un’alta sensibilità, l’abilità nel riconoscere e scegliere un tema, la bravura di composizione. La delicatezza, l’umanità e la sensibilità delle sue fotografie di guerra riappare nei suoi ritratti, mostrandoci com’è possibile immortalare in modo indimenticabile persone famose e non, assieme ai momenti commoventi, terribili o felici della loro vita. Questo Capa deve ancora essere conosciuto meglio, proprio come Capa, il grandioso cultore della fotografia colorata.

 

Per scoprire la storia di Robert Capa clicca qui 

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