Richard Mosse
© Richard Mosse, Hombo, Walikale, eastern Democratic Republic of Congo, 2012 – Courtesy of the artist and Jack Shainman Gallery, New York – Serie Infra

Displaced: l’emozionante mostra di Richard Mosse al MAST

Fino al 19 settembre Fondazione MAST a Bologna ospita la mostra fotografica di Richard Mosse. 77 fotografie di grande formato, due monumentali installazioni immersive, un video wall e un video per la prima antologica dell’artista irlandese. Curata da Urs Stahel e intitolata Displaced, la mostra esplora i temi del conflitto, della migrazione e del cambiamento climatico muovendosi tra fotografia documentaria e arte contemporanea.

Richard Mosse e i limiti della fotografia documentaria

Spiega Urs Stahel: «Richard Mosse crede fermamente nella potenza intrinseca dell’immagine, ma di regola rinuncia a scattare le classiche immagini iconiche legate a un evento. Preferisce piuttosto rendere conto delle circostanze, del contesto, mettere ciò che precede e ciò che segue al centro della sua riflessione. Le sue fotografie non mostrano il conflitto, la battaglia, l’attraversamento del confine, in altri termini il momento culminante, ma il mondo che segue la nascita e la catastrofe».

«L’artista è estremamente determinato a rilanciare la fotografia documentaria, facendola uscire dal vicolo cieco in cui è stata rinchiusa. Vuole sovvertire le convenzionali narrazioni mediatiche attraverso nuove tecnologie, spesso di derivazione militare, proprio per scardinare i criteri rappresentativi della fotografia di guerra».

Per non distogliere lo sguardo

Per i quattro progetti in mostra – Infra, Heat Maps, Ultra e Tristes TropiquesRichard Mosse si serve di pellicole e fotocamere molto particolari. Più che macchine fotografiche, strumenti militari, in alcuni casi vere e proprie armi. Un tempo usate per individuare i nemici, controllare i confini, puntare il fuoco. Oggi, nelle mani di Richard Mosse, strumenti in grado di far fermare lo sguardo su problemi che vorremmo allontanare da noi.

I conflitti in Congo e la catastrofe umanitaria spesso dimenticata. La distruzione della foresta amazzonica e i crimini ambientali divenuti ormai la norma. Il dramma dei campi profughi sparsi per mezza Europa. Un’Europa che – ricorda Urs Stahel – oscilla «fra solidarietà e rifiuto, tra calda umanità e fredda razionalità politica ed economica».

Attraverso le sue immagini, Richard Mosse ci invita a non distogliere lo sguardo. E, complice il grande formato, inevitabilmente siamo spinti ad andare oltre una fugace occhiata. Le immagini sembrano attirarci a sé. Ci costringono ad avvicinarci, a scendere dalla vista d’insieme al particolare.

Infra

Tra il 2010 e il 2011 Richard Mosse si reca nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Kivu Nord. Qui viene estratto, perlopiù a mani nude o con piccoli strumenti, il coltan, un minerale altamente tossico da cui si ricava il tantalio, materiale presente in tutti i nostri smartphone. A questo tema sono dedicati il progetto Infra e la complessa videoinstallazione a sei canali The Enclave. Paese ricchissimo di risorse minerali, il Congo è però dilaniato da conflitti e da una crisi umanitaria che affondano le radici nella prima Età moderna.

Richard Mosse
© Richard Mosse, Lost Fun Zone, eastern Democratic Republic of Congo, 2012 – Courtesy of the artist and carlier | gebauer, Berlin/Madrid – Serie Infra

Spiega Urs Stahel: «Per la serie Infra Mosse utilizza la Kodak Aerochrome, una pellicola da ricognizione militare sensibile ai raggi infrarossi ormai fuori produzione, che registra la clorofilla presente nella vegetazione. Il risultato è la lussureggiante foresta pluviale congolese trasfigurata in uno splendido paesaggio surreale nei toni del rosa e del rosso. Mosse fotografa paesaggi, scene con i ribelli, raduni all’aperto, ritrae civili e soldati, ma anche le abitazioni mobili di una popolazione costretta a spostarsi senza sosta, perennemente in fuga, in una zona di guerra in cui le milizie ribelli sbucano fuori dal nulla per poi scomparire di nuovo nella giungla, in un conflitto senza fine combattuto senza armi pesanti, ma principalmente con machete e fucili».

Una realtà che diviene surreale

«L’artista crea una sorta di mappa visiva di un paesaggio bellico popolato da molti attori, vittime e carnefici, nel folto di una giungla lussureggiante. L’impiego della pellicola Kodak Aerochrome, attraverso l’alterazione cromatica fotochimica che trasforma il paesaggio da verde intenso a rosso rosato, filtra la realtà, la proietta in una dimensione teatrale, surreale. Questo procedimento straniante la trasforma ai nostri occhi facendola apparire artefatta, visionaria, un racconto per immagini di grande respiro, complesso, frammentario, che fino a oggi sembra senza uno scopo e una conclusione, e senza alcun tipo di catarsi».

«Una dura lezione del tutto priva di una spiegazione chiarificatrice. Un immaginario splendido e terribile che si colloca a metà strada tra fotografia e arte, tra documento e simbolo, colorato nei toni rosa acceso della vegetazione, saturo della miseria di una guerra senza fine».

Richard Mosse e la migrazione

Con la serie Heat Maps e la videoinstallazione a tre canali intitolata Incoming, Richard Mosse affronta il tema delle migrazioni di massa. Lo fa attraverso delle termocamere che registrano le differenze di calore. Per approfondire questo progetto, Urs Stahel si sofferma su uno scatto in particolare, Skaramagas, che immortala l’area portuale dell’omonima città greca, dove oggi sorge un campo profughi. Un’opera monumentale di 7 metri che riunisce 1.500 esposizioni.

Richard Mosse
© Richard Mosse, Skaramagas, Athens, Greece, 2016 – Collezione MAST – Serie Heat Maps

«Container su container, uno accanto all’altro, uno sopra l’altro. Di fronte, una colonna interminabile di camion che arrivano e ripartono, consegnano e ritirano, senza sosta… Lo sguardo si sposta lentamente verso destra. I container sono ora più piccoli, allineati sullo stesso piano. Sul tetto sono montati condizionatori e antenne paraboliche, sulla facciata si aprono una porta e una o due finestre. Il deposito merci globale si trasforma in un deposito di esseri umani».

«I container sono disposti geometricamente, come un villaggio o un reticolato urbano, con strade principali e incroci. Tra un container e l’altro è steso ad asciugare il bucato, una persona siede sulla soglia, di fronte un gruppo di persone gioca a pallavolo, più a destra un altro gruppo è impegnato in una partita di calcio, alcuni stanno a guardare, alcune ragazze girano l’angolo. Sullo sfondo luccica il mare».

Nitido eppure invisibile

«Quella che a prima vista sembra una vasta area di libero scambio globale è delimitata da una recinzione e da filo spinato. Da una parte le merci libere, dall’altra le persone soggette al controllo. Qui la massima velocità, là il massimo immobilismo».

«Lo sguardo vaga sulla vastissima superficie dell’immagine, rivelazione di grandiosità in bianco e nero, neri profondi, luci chiarissime, contrasti seducenti che catturano l’attenzione. Una presenza fisica quasi irritante, vigorosa, iridescente nella mia percezione. È una stampa in negativo? È un’immagine solarizzata? Richard Mosse qui non si serve della luce visibile, ma utilizza una termocamera in grado di registrare le differenze di calore nell’intervallo degli infrarossi. Il principio generale è: la luce è calda, l’oscurità è fredda. Quindi non vediamo i riflessi della luce visibile a occhio nudo, ma la registrazione delle differenze termiche, le cosiddette heat maps, mappe termiche».

Tecnica di ripresa utilizzata in ambito militare, la termocamera sembra offrirci immagini nitide, precise e ricche di contrasto. Avvicinandoci, tuttavia, non riusciamo a distinguere alcun dettaglio. Solo astrazioni. Tutto è chiaramente riconoscibile, ma solo come tipologia, nei suoi contorni. Non nella sua individualità, nella sua intimità. Ancora una volta, Richard Mosse va oltre il linguaggio della fotografia documentaria.

Quello che noi abbiamo davanti agli occhi non è un campo profughi. È il fallimento di una politica che per anni ha tentato di mettere da parte i problemi, allontanarli, come se non esistessero. È il risultato di un sistema di segregazione e di emarginazione che sta, oggi, al cuore dell’Europa.

Ultra e Tristes Tropiques

Con le serie Ultra e Tristes Tropiques Richard Mosse si sposta nella foresta pluviale amazzonica per documentare la distruzione di questo immenso patrimonio. Una distruzione “organizzata” perpetrata attraverso crimini ambientali che ormai sembrano essere divenuti la norma.

Ancora una volta, l’artista sceglie di utilizzare un punto di vista e strumenti particolari. Per Ultra immagini macro di licheni, muschi, orchidee, piante carnivore ripresi servendosi di una torcia a luce ultravioletta e di esposizioni multiple. Il risultato, racconta il curatore, è «uno spettacolo pirotecnico di colori fluorescenti e scintillanti che ha dell’incredibile. La tecnica della fluorescenza UV ha la meglio sulle strategie di mimetizzazione messe in atto dalla natura e trasfigura le sembianze familiari in apparizioni insolite, fantastiche».

Richard Mosse
© Richard Mosse, Dionaea muscipula with Mantodea, Ecuadorean cloud forest, 2019 – Courtesy of the artist and carlier | gebauer, Berlin/Madrid – Serie Ultra

Per Tristes Tropiques Richard Mosse si serve, invece, di droni per riprese aeree. L’artista documenta, misura e mappa con grande precisione i diversi tipi di distruzione a cui la foresta pluviale sta andando incontro. Deforestazione, allevamento intensivo, piantagioni di palme da olio, miniere illegali per l’estrazione di oro e minerali… Immagini di grande impatto che sottolineano come ci sia rimasto pochissimo tempo per invertire la rotta. Per far sì che la foresta amazzonica possa continuare a sostenere se stessa e il Pianeta. E con esso anche il futuro di tutti noi.

Richard Mosse
© Richard Mosse, Sawmill, Jaci Paraná, State of Rondônia, Brazil, 2020 – Courtesy of the artist and carlier | gebauer, Berlin/Madrid – Serie Tristes Tropiques

Come visitare la mostra di Richard Mosse

La mostra è visitabile da martedì a domenica dalle 10 alle 20. L’ingresso è gratuito ma è necessaria la prenotazione, che può essere effettuata sul sito della Fondazione MAST.

Consigliamo di consultare sempre il sito per avere informazioni aggiornate, anche in base all’andamento dell’emergenza sanitaria.


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