©Ferdinando Scianna/ Magnum Photos
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Ferdinando Scianna: il primo reporter italiano della Magnum Photos

Ferdinando Scianna

È stato il primo reporter italiano a entrare nell’agenzia Magnum Photos, utilizzando la fotografia come filtro per entrare in relazione con il mondo e per cercare il senso e la forma nel caos della vita.

La fotografia è, in senso filosofico, una sfida alla morte

La luce in Sicilia può essere una maledizione. Drammatica, distruttiva, rivelatrice e impenetrabile al tempo stesso, in rapporto dialettico con il suo opposto, l’ombra. Non è un caso che Scianna fotografi a partire da quest’ultima, riparando in essa per vedere meglio nell’abbaglio. Per questo le sue immagini sono spesso cupe, materiche. Fin dalle prime che scatta durante le feste religiose, all’inizio degli anni Sessanta, in cui il mistero della fede diventa metafora di una più laica e liberatoria esplosione dell’inconscio collettivo. Nell’estate del 1963 espone la serie sulle processioni di Bagheria. A vedere la mostra va anche lo scrittore Leonardo Sciascia che gli lascia un suo biglietto di apprezzamento. Subito dopo averlo letto, Scianna lo va a cercare “alla Nuci”, in campagna, dove lo scrittore – gli avevano detto – trascorre le sue estati. Nasce così una grande amicizia e una fruttuosa collaborazione professionale. In quelle scene Sciascia aveva visto molto più di una testimonianza della realtà contadina destinata a scomparire o un documento antropologico. Per lui era un racconto visivo autosufficiente che doveva diventare un libro. Cosa che accade nel 1965, quando il lavoro viene pubblicato con il titolo Feste Religiose in Sicilia e con i testi dello stesso Sciascia. L’accoglienza del volume suscita non poche polemiche, sia negli ambienti cattolici sia in quelli di sinistra. Ma Scianna non ne è scalfito e per diventare fotografo di reportage “fugge” a Milano. Dopo qualche mese viene assunto dall’Europeo, prima come reporter, poi come inviato e infine diventa corrispondente da Parigi, dove resta per dieci anni. Qui incontra Henri Cartier-Bresson con il quale stringe una solida amicizia tanto che nel 1982, quando si dimette dall’Europeo, lo invita a candidarsi per entrare nella Magnum Photos. Viene accettato, così torna a Milano senza un lavoro ma con il “distintivo” di primo reporter italiano ammesso nella mitica agenzia. Magnum, però, non è un paracadute, semmai una responsabilità, uno stimolo, una scommessa. Ricomincia a lavorare con diversi giornali producendo fotografie e testi per servizi che realizza in Italia, in Africa, in Europa e in Sud America. A metà degli anni Ottanta, un fortunato equivoco sull’attribuzione di alcuni scatti lo dirotta nella moda. Gli stilisti Dolce e Gabbana, allora esordienti, gli commissionano il catalogo del loro campionario dopo aver visto alcune sue fotografie. «Non ho mai capito di quali foto si trattasse e se fossero davvero mie, ma quando hanno saputo che ero siciliano e che non avevo mai fatto foto di moda si sono convinti ancora di più», racconta. Quel servizio lo realizza nella sua terra con l’approccio del reporter. Riprende la modella Marpessa nei luoghi delle processioni, in mezzo agli uomini con la coppola e alle donne in lutto perpetuo. Donne e madonne, sacro e profano, innocenza e turbamento si mescolano nelle immagini di quel bizzarro catalogo che riscuote un successo planetario. Così per alcuni anni riceve ingaggi nella moda e nella pubblicità anche per altri marchi. Non senza gli ammonimenti della Magnum, per la sua deriva poco consona a un fotogiornalista di razza. L’esperienza in questo ambito dura alcuni anni. Il reportage resta la sua vocazione e non smette di seguirlo. Si dedica più assiduamente alla scrittura pubblicando articoli e libri con le sue riflessioni sulla comunicazione visuale. Scianna ha scelto la fotografia per vivere un’avventura, fare esperienza del mondo. Non voleva fare arte. La forma delle cose, la loro geometria era funzionale al suo scopo. Per lui «La fotografia è, in senso filosofico, una sfida alla morte. Cerca di salvare l’attimo mentre lo uccide». È un modo per continuare questa insensata e necessaria avventura umana».

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