18 Marzo 2020 di Redazione Redazione

Nell’America degli anni Sessanta improvvisamente inquieta e insicura di sé, tra guerra del Vietnam, proteste giovanili e l’ombra nera di Charles Manson, Diane Arbus – nata Nemerov – figlia di un’agiata famiglia ebrea di New York e fotografa di moda con il marito Allan Arbus, abbandona famiglia e professione per una personalissima ricerca che la condurrà in un mondo oscuro e inesplorato. Non è un lavoro improvvisato, è una ricerca meditata frutto di due borse della Guggenheim Foundation (1963 e 1966) con le autorevoli presentazioni di Walker Evans e Robert Frank. A ispirarla sono le foto grottesche, antigraziose e impietose di Weegee e Lisette Model, oltre al mitico film Freaks (1932) di Todd Browing.

Lo scandalo

Diane Arbus si considerava un entomologa che, con il brivido del collezionista, in un misto di vergogna e di terrore, catalogava i suoi eccentrici personaggi fotografandoli, raggelati e infilzati come farfalle, dal raggio di luce del flash della sua Mamiya C330. La retrospettiva curata da John Szarkowski al Museum of Modern Art diNew York nel 1972, un anno dopo il suicidio, ne decretò il definitivo successo e la consacrazione nel mondo dell’arte. Esposte lo stesso anno nel padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia, le foto avevano già fatto parte della mostra New Documents (MoMA, 1967) insieme a quelle di Lee Friedlander e di Garry Winogrand, provocando sdegno e incontenibile scandalo – ogni sera, le immagini dovevano essere ripulite dagli sputi dei visitatori indignati –. La mostra innescò un acceso dibattito che Susan Sontag riassunse in On Photography (1973): «Bunuel faceva film per mostrare che questo non è il migliore dei mondi possibili. Arbus faceva fotografie per mostrare qualcosa di più semplice: che esiste un altro mondo. La sua sensibilità armata di macchina fotografica poteva insinuare angoscia, eccentricità o malattia mentale con qualsiasi soggetto».
Insomma, la fotografia di Diane Arbus era considerata eticamente ambigua, politicamente indifferente, antiumanista e priva di compassione per i suoi soggetti. Al di là di facili interpretazioni psicoanalitiche, la sua ricerca intima e sofferta afferma un originale e autentico approccio apparentemente voyeuristico e disimpegnato, ma che svela la parte nascosta ed emarginata dell’ottimistico American Way of Life. Nessuna speranza di cambiare il mondo, ma un tentativo di conoscerlo meglio, attraversando la linea d’ombra che si cela nella vita delle persone, nella loro umanità, anche la più strana e sgradevole.

La raccolta

Complicata fu la ricerca di un editore che pubblicasse il catalogo di questa scabrosa mostra. Aperture, casa editrice no profit, si assunse l’impegno pensando a 2.500 copie. Oggi il volume è un long seller: più volte ristampato veleggia verso le 500.000 copie. Icona della storia della fotografia, continua a interrogarci e a provocare una fascinazione perturbante sul nostro immaginario, rendendolo un fotolibro necessario e indispensabile per ogni appassionato. Nella tradizione di Aperture, la gabbia è molto semplice: pagine non numerate e immagini proposte nello stesso formato e montate sulla pagina di destra con la didascalia nella pagina di sinistra. All’inizio sono raccolte delle citazioni tratte da lezioni e interviste di Diane Arbus. La prima edizione, prima stampa, con la fotografia di Two girls in identical raincoat. Central Park. N.Y.C. 1969 è rara e ricercata dai collezionisti. La quotazione varia da 1.000 a 1.200 euro.
Info sul libro
Titolo: An Aperture Monograph. Special Edition for The Museum of Modern Art, New York. 1972.
Pagine:184 – 80 fotografie in nero
Formato: 282×242 mm
Cura e impaginazione di Doon Arbus e Maarvin Israel

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