Réhahn: il fotografo francese che vive per documentare le culture del mondo prima che svaniscano

Il tempo è un ingrediente essenziale della fotografia. Per il fotografo francese Réhahn, la creazione dei suoi ritratti intimi e vibranti non dipende solo da luce o composizione, ma anche dal tempo che passa con i suoi soggetti, che sia fumando sigari con anziani Cubani o bevendo tè con capi tribali vietnamiti.

Il segreto di un grande ritratto è una grande interazione

«Il segreto di un grande ritratto è una grande interazione», dice. Il fotografo, oggi residente in Vietnam, al momento è impegnato su un grande progetto, intitolato Precious Heritage. Punta a fotografare tutte le 54 diverse tribù del paese e a documentarne costumi e tradizioni. Quando gli abbiamo parlato, era arrivato a 49, ma ne aveva già in programma altre. Réhahn è anche responsabile del museo Precious Heritage di Hoi An, dove le sue immagini sono esposte accanto a esempi di costumi e artefatti tribali. Réhahn è chiaramente sincero quando parla di un profondo rapporto con i suoi soggetti e racconta che molti diventano amici, “come gente di famiglia”. Fa loro visita o li invita a casa regolarmente. Con i profitti della sua galleria sta sovvenzionando al 100% la costruzione di un museo etnografico per la minoranza dei Co Tu, nel distretto di Tay Giang, vicino al confine con il Laos. Si è fatto carico anche dell’istruzione di diversi bambini e ha finanziato cure mediche o acquisti di barche, moto, bestiame e fotocamere per avviare piccole attività. Ci parla della creazione di ritratti indimenticabili, dei paesi in cui preferisce lavorare e di come è stato passare del tempo con le tribù del Vietnam.

Intervista a Réhahn

Qual è per te il fascino del ritratto, rispetto ad altri generi fotografici?
Ho scelto di essere un fotografo per via del mio amore per le persone e le culture. Sono curioso, mi interessano le diversità, dalle tradizioni ai tessuti. Posso passare ore ascoltando persone parlarmi delle loro vite e dei loro costumi. Ho imparato moltissimo di storia e geografia, grazie ai miei viaggi. Ho dovuto studiare inglese, spagnolo e vietnamita per poter comunicare. Dopo sette anni in Vietnam, posso dire di conoscere questo paese meglio del mio!

Senti di essere stato influenzato dall’opera di altri fotografi ritrattisti o documentaristi?
Seguo da anni le carriere di Sebastião Salgado e Steve McCurry. Anche se hanno stili completamente diversi, li trovo entrambi di grande ispirazione: uno per il suo approccio documentaristico e sociologico, l’altro per i colori e le composizioni vibranti. Oggi le immagini di persone e culture diverse sono molto diffuse, tanto in rete quanto sulle riviste.

Cosa fa emergere dalla massa un grande ritratto?
La storia che un’immagine può raccontare fa la differenza. I colori di un abito tipico, gli occhi o le rughe del soggetto… qualsiasi dettaglio conta. Nella mia collezione ho immagini di una ragazza vietnamita con gli occhi azzurri, di un’anziana signora con tatuaggi a inchiostro sulle mani, di vecchi con le barbe lunghe. I visitatori della galleria spesso reagiscono a questi scatti con emozione evidente.  Si sente spesso dire che gli occhi siano lo specchio dell’anima e io credo sia vero: gli occhi possono davvero raccontare una storia

Come approcci la composizione di un ritratto?
Il segreto di un grande ritratto è una grande interazione. Trascorro del tempo con le persone e cerco di conoscerle prima di fotografarle. Sono un tipo aperto, mi aiuta ad amare i miei soggetti. A Cuba, mi fumo un sigaro con il soggetto prima di scattare. In un remoto villaggio del Vietnam, bevo tè o mangio frutta con il capo. Posso passare ore e giorni a chiacchierare con le persone.

Quanto sono importanti gli aspetti tecnici, come la luce?
Io uso sempre luce naturale e cerco di spostare il soggetto, quando è necessario. Se fotografo intorno a metà giornata, porto la persona verso la porta di casa, per avere luce che entra dall’esterno e sfondo buio. Il risultato alla fine sembra realizzato in studio, ma senza usare flash. Di rado alzo la sensibilità oltre ISO 1.000, quindi in interni chiedo spesso al soggetto di sedere vicino alla finestra e ottengo un’illuminazione a forte contrasto.

Porti con te molto equipaggiamento quando lavori?
La mia borsa contiene una Canon EOS 5D Mk IV e qualche obiettivo (70-200 mm, 16-35 mm e 85 mm). Penso che attrezzature troppo voluminose, luci comprese, impedirebbero alle persone di apparire naturali. Non riuscirei ad avere altrettanta emozione, quindi le evito.

Réhahn e l’esperienza in Vietnam

Qual è stato il motivo che ti ha spinto nell’impresa di fotografare tutte le tribù del Vietnam?
Sono sempre stato interessato a culture e tradizioni. Vivere in Vietnam mi ha offerto questa straordinaria opportunità di un progetto a lungo termine sulle minoranze etniche locali. Parliamo di culture che cambiano rapidamente, man mano che internet e le nuove tecnologie raggiungono i villaggi. Almeno dieci dei 49 gruppi che ho incontrato non riescono più a produrre i loro costumi tradizionali. Molti anziani sono preoccupati di vedere svanire le loro culture. Lo stile di vita dei giovani spesso è migliore, ma ha un prezzo: la globalizzazione della loro cultura. Il progetto iniziale era entrare in contatto con le tribù, raccogliere i loro costumi tradizionali e aprire un museo gratuito per mostrarne bellezza e diversità. Abbiamo inaugurato il museo il primo gennaio dell’anno scorso.

Qual è stata la più grande difficoltà finora?
Ottenere i permessi di accesso ad alcune aree sensibili e trovare persone che avessero ancora i costumi tradizionali. Realizzare le immagini, alla fine, è la parte più semplice del progetto. Con alcuni gruppi molto piccoli ho impiegato anche tre anni per ottenere un’autorizzazione alla visita. Oggi è un po’ più semplice perché ormai ho pubblicato immagini del progetto in quasi tutti i giornali e le riviste del paese.

Sei stato testimone di tradizioni singolari o uniche?
Molte di queste tribù sono animiste e hanno convinzioni e credenze per noi insolite. Per esempio, i M’nong, che vivono sulle alture centrali del Vietnam, sposano gli elefanti e pensano che l’elefante sia parte della famiglia. Purtroppo, gli elefanti sono in via di rapida estinzione in Vietnam. Ne sono rimasti meno di cinquanta, pochissimi rispetto ai cinquecento del 1980. Solo le persone che li hanno ancora ricordano questa tradizione e interagiscono con gli animali. Su questo argomento, in realtà, sto scrivendo un libro in collaborazione con un etnologo.

Dei gruppi che ti restano ancora da fotografare, qualcuno ti emoziona in particolare?
I cinque rimasti vivono in zone davvero remote, non ho idea di cosa troverò, né se indossino ancora i costumi tradizionali. È emozionante, anche se, allo stesso tempo, ho paura di arrivare troppo tardi. Ho letto che una di queste tribù viveva nelle grotte, e so che alcune altre portano costumi simili a quelle di altri gruppi della zona.

Come hai avuto la tua prima occasione in fotografia?
Ho vinto il photocontest estivo del Los Angeles Times qualche anno fa e così ho cominciato a entrare in contatto con giornalisti internazionali. Vivendo qui a Hoi An, ho deciso di avviare il mio progetto – credo che ogni fotografo debba averne uno. Ho avuto l’occasione di pubblicare alcune immagini su National Geographic, alla BBC e con altri media. A gennaio del 2014, ho pubblicato il primo libro, Vietnam: Mosaic of Contrasts, che ha raccolto molto interesse. Ho deciso di aprire una galleria. Alcune mie immagini sono state inserite nelle raccolte dei musei nazionali di Vietnam e Cuba. Di recente, una mia fotografia è stata offerta al presidente francese Emmanuel Macron dal governo vietnamita. Ho partecipato a grandi produzioni televisive in Francia, Germania, Brasile e, ovviamente, Vietnam. Il mio nome ha iniziato a girare in alcune liste di “Top 10” e i social media hanno reso virale il tutto. Non potevo prevedere una simile esposizione, che è un grande stimolo a continuare. La possibilità di vendere a buon prezzo le edizioni limitate delle mie immagini ha contribuito a finanziare il mio progetto e così salvaguardare la mia libertà.

Come mai ha scelto di vivere in Vietnam, in particolare a Hoi An?
Mi piacciono lo stile di vita e l’ottimismo della gente di qui. Hoi An è una piccola cittadina, circondata da spiagge e risaie. Il sole splende tutto l’anno e la temperatura minima è intorno ai 20° – come d’estate in Normandia, da dove vengo. Il Vietnam poi ha un’economia stabile, quindi è facile aprire una galleria qui.

Com’è vivere lì?
Quando non sono in viaggio, ho una routine quotidiana tranquilla. Alle sei faccio colazione nel mio bar preferito, incontro i miei assistenti, rispondo alle email, intorno alle dieci vado a nuotare, pranzo presto, mi riposo e poi esco a fare foto. Finisco la giornata con un sigaro sul fiume con un amico. Qui mi muovo solo in moto e già solo questo mi dà un senso di libertà che non ho mai provato altrove.

Il Vietnam è un buon posto dove lavorare come fotografo?
Il Vietnam è una meta sempre più popolare, accoglie più di dieci milioni di turisti all’anno. Esporre in gallerie in aree frequentate mi ha assicurato un’enorme esposizione. In termini di fotografia in senso stretto, la varietà di culture e paesaggi è sorprendente: l’intero paese è uno studio a cielo aperto e la gente ama la fotografia. Che tu sia un paesaggista, un fotografo di strada o uno specialista di reportage, questo è un paese straordinario.

Vietnam a parte, dove ti piace passare del tempo con la fotocamera?
Sono un gran fumatore di sigari, quindi Cuba è decisamente in cima alla mia lista dei posti preferiti nel mondo. Ci sono stato quattordici volte e mi sento a casa a L’Avana. Mi porto sempre dietro sigari Cohiba da dividere con le persone che incontro. A volte arrivo a fumare cinque sigari al giorno – comunque, meno di Churchill. L’India è un altro dei miei luoghi preferiti. Ci sono stato cinque volte e mi sono innamorato di Varanasi e del Rajasthan. È il paradiso per un ritrattista, e una buona palestra per migliorare le capacità di interazione con le persone.

Ci sono altri Paesi che hai coperto di recente che ti hanno fatto altrettanta impressione?
Nella mia vita ho visitato più di trentacinque paesi, ma ho passato quasi tutti gli ultimi sette esplorando il Vietnam. Vado ancora in India e a Cuba una volta all’anno. Di recente, ho visitato la tribù dei Bajau in Borneo e ho passato una settimana sul posto. È stato frustrante non poter comunicare, ma ho amato il luogo e penso di tornarci. I turisti ci vanno per le immersioni ed è stato difficile persino trovare un’imbarcazione per raggiungere i miei soggetti. Sono tornato con immagini straordinarie, però.

Molti tuoi progetti oggi puntano a restituire qualcosa alle persone che fotografi, attraverso la vendita delle stampe.  Perché è importante per te?
Come artista che vende le sue immagini, credo di avere una responsabilità. Mi sono specializzato in ritratti di viaggio: non sarei qui senza le persone che fotografo. Spesso sono povere e io credo nella giustizia. Usare le mie gallerie per aiutarle mi sembra giusto. Ho un rapporto speciale con  molti miei soggetti. Diventano come di famiglia, ci vediamo tutti gli anni. È chiaro che ami esplorare.

Qual è la tua strategia quando arrivi in un luogo che non conosci?
Dipende se sono lì per Precious Heritage o solo per la passione per la fotografia. Nel primo caso, incontro il capo del villaggio, ascolto la sua storia e gli chiedo di presentarmi alcune famiglie. Poi cerco qualcuno che abbia ancora costumi tradizionali e li documento per il museo. In altri casi, cerco uno sfondo fuori dall’ordinario o un soggetto interessante per la composizione. Vado in giro e lascio decidere all’ispirazione. Credo che il potere di un’immagine sia la storia che racconta, quindi cerco persone che abbiano voglia di condividere. Cerco sempre storie e culture più che soggetti strettamente fotografici. Magari rimango in un posto un’intera giornata senza fotografare niente, solo ascoltando e registrando storie. Il mio lavoro va al di là della fotografia.

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