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Sguardi (Dinamiche del volto), in mostra Richard Avedon, Gianni Berengo Gardin, Elliott Erwitt, Sebastião Salgado

Elliott Erwitt, Marlene Dietrich, New York 1959. Courtesy Contrasto Galleria Milano

La mostra Sguardi (Dinamiche del volto) presenta una selezione di 30 opere dei più importanti artisti rappresentati dalla Galleria Contrasto intorno al tema del ritratto. Dall’iconico ritratto di Marella Agnelli, il Cigno di Richard Avedon, all’ironia degli scatti di Gianni Berengo Gardin e Piergiorgio Branzi, ai miti dello spettacolo immortalati nelle fotografie di Federico Garolla ed Elliott Erwitt, alle interpretazioni più contemporanee e misteriose del tema nelle coloratissime opere di Bill Armstrong e Janet Sternburg, la mostra propone inoltre alcuni scatti di Sebastião Salgado e Marco Gualazzini, oltre a Martin Schoeller, quest’ultimo noto per i suoi a volte impietosi “close up”. Il titolo della mostra è preso a prestito da un interessante saggio sull’argomento dello scrittore Paolo Donini, che si sofferma sull’etimologia della parola volto: “Viso deriva da visum, participio passato del verbo videre, e sta per cosa vista, immagine, visione apparizione. L’etimo è illuminante: visum è nella sua radice ciò che è visto; l’immagine. Il pittore nel dipingere il viso, dipinge il visum. Egli dichiara in arte ciò che è visto e l’immagine-volto diviene la sua dichiarazione di poetica. (…). Volto deriva dal latino voltum, con una corrispondenza che alcuni studiosi allegano al gotico *uel che è vedere. (…) il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva. Un’ultima ricognizione lessicale rimanda poi a volto come participio passato del verbo volgere. Volto sta per rivolto, girato. In questa accezione, la pittura del volto è l’arte di ciò che è rivolto, girato, voltato. Legando infine le accezioni delle parole viso e volto nel loro disvelamento etimologico complessivo, ecco che la pittura di viso e di volto diverrà la pittura di ciò che è in vista e, ad un tempo, girato: la pittura del mistero di portare alla vista ciò che è voltato.(…) Ancora il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva”.

Sguardi (Dinamiche del volto)
Fotografie di
Richard Avedon, Bill Armstrong, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Elliott Erwitt, Federico Garolla, Marco Gualazzini, Sebastião Salgado, Martin Schoeller, Janet Sternburg
In mostra dal 19 settembre al 23 dicembre 2019
Via Meravigli, 5
20123 Milano
ingresso gratuito

 

 

I libri da avere: “8 Fotografi italiani d’oggi”

La vigilia di Natale del 1942 fu pubblicato 8 fotografi italiani d’oggi a cura di Mario Finazzi, redattore editoriale dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, che scrisse l’introduzione e le presentazioni degli autori in accordo con Giuseppe Cavalli. L’istituto aveva commissionato questo fotolibro come strenna a Finazzi, che ne seguì la preparazione, ne curò la grafica, controllando la qualità della stampa «in rotocalco» e sperimentando diversi tipi di carta.
Stampato in mille copie, ai fotografi ne furono riservate ben tre e cinque a Finazzi, per l’impegno profuso. Tra il 1946 e il 1947 furono poi pubblicate tre splendide cartelle fotografiche di 20 tavole sciolte, per la collana Immagini, sempre a cura di Finazzi, dedicate a Cavalli, Vender e Fotografie di montagna; una interessante proposta editoriale che purtroppo non ebbe seguito. Nell’introduzione, gli otto fotografi si dicevano: «accomunati per la loro tendenza a sciogliersi da ogni vieto tradizionalismo, pur senza accostarsi a forme di sterile accademia»; un impegno, anche morale, che rifiutava la retorica fotografica del periodo fascista, per proporre una nuova identità fotografica nazionale e un confronto con esperienze fotoamatoriali internazionali, come il Groupe des XV francese. «L’idea di dar vita a un gruppo d’avanguardia, e di lanciare un Manifesto venne assunta, nel novembre 1942, dal sottoscritto, da Cavalli e da Vender, con l’intesa – peraltro – di darle vita al termine del conflitto che all’epoca precludeva ogni attività di quel genere» (lettera di Finazzi a Italo Zannier 1997).

Gli otto fotografi si raccoglievano attorno alla figura carismatica dell’avvocato pugliese Giuseppe Cavalli, colto intellettuale, che aveva frequentato con il gemello Emanuele, anch’egli raffinato fotografo, il movimento pittorico del Realismo Magico di Casorati, Cagli e Donghi. Le fotografie sono in Tono Alto/High Key, frutto di laboriose alchimie in camera oscura, preziosi virtuosismi tecnici degli appassionati fotoamatori. Nitide ed eleganti immagini, attentamente costruite e composte in una narrativa intimista e minimale, immerse nella luminosità di una fotografia che verrà definita Mediterranea e accostata ad atmosfere metafisiche, alla pittura di Morandi e alla poesia di Montale. 8 fotografi italiani d’oggi era comunque una coraggiosa proposta per esprimere, tipograficamente, la meditata ricerca estetica di una nuova via teorica e artistica che Cavalli codificherà nel Manifesto della Bussola pubblicato su Ferrania del maggio 1947 e firmato da Veronesi, Leiss, Vender e Finazzi. Una ricerca di stile che voleva apparire originale e innovativa; unaFotografia d’Arte programmaticamente indifferente a ogni riferimento di realtà documentaria e di impegno sociale. La forma che prevale sul contenuto, assioma dell’Estetica Idealistica Crociana, pervadeva la cultura italiana del periodo, condizionando anche la fotografia nella sua presunta minorità e perciò alla ricerca di una legittimazione di artisticità, perché: «il fatto estetico è forma e solo forma. L’elemento naturale e irriducibile della fotografia non la rende del tutto arte». Questa forzatura ideologica provocherà un asprodibattito nel mondo fotografico, radicalizzato tra Formalisti e Realisti e diviso sulle riviste e nei circoli fotoamatoriali. Cavalli tentò di sfuggire all’etichetta di elitarismo e di accademismo, cooptando nella Bussola autori non riducibili a questo formalismo tecnico-ideologico. Il suo merito fu quindi quello di individuare, stimolare e promuovere i talenti che segneranno la modernità della fotografia italiana: Piergiorgio Branzi, Alfredo Camisa, Fosco Maraini, Nino Migliori, Luigi Veronesi e soprattutto Mario Giacomelli

Di Vittorio Scanferla

Piergiorgio Branzi: la poesia della realtà

Gru nei nuovi quartieri (dalla serie: Mosca, 1962-1966)
Gru nei nuovi quartieri (dalla serie: Mosca, 1962-1966)

Piergiorgio Branzi

Giornalista per mestiere, fotografo per passione, ha puntato il suo sguardo colto e rigoroso sul rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. Nel “realismo metafisico” delle sue visioni trapela anche la parte più nascosta di sé.
«Anche se quel “fondo di bicchiere” è rivolto verso l’esterno, l’immagine proviene dalla nostra intimità, ci racconta, ci smaschera». Fotografare, dunque, secondo Branzi è un’azione compromettente per l’autore perché rivela molto di lui. Anche quando nel lontano 1952 vede per la prima volta gli scatti di Cartier-Bresson in una mostra a Palazzo Strozzi e ne resta ammaliato, non immagina che, a distanza di tempo, il fascino di quelle eleganti istantanee gli permetterà di scoprire qualcosa di più prezioso e insospettabile: l’uomo Bresson. Dopo quella mostra compra una Ferrania Condor e, con lo sguardo pieno del rigore rinascimentale di Firenze, la sua città, e della folgorazione per l’istante decisivo bressoniano, comincia a scattare.

Piergiorgio Branzi e la fotografia

Sono anni di fermento per la fotografia italiana, grazie alla nascita di diversi circoli amatoriali. Con Alfredo Camisa e Mario Giacomelli, nel 1954, entra nel “Misa” di Senigallia e, tre anni dopo, nel sodalizio milanese “La Bussola”. Presto, però, polemizza con il fondatore di quest’ultimo, Giuseppe Cavalli, e con la sua concezione assolutistica della “fotografia come arte”. Nella sua avversione al formalismo, Branzi incontra l’alleanza di Mario Giacomelli, con il quale sostiene la necessità di rinnovare il linguaggio fotografico, oltre a condividere l’idea di un bianco e nero espressionista, materi- co e contrastato, che con il tempo declinerà in chiave metafisica. Intanto il boom economico del dopoguerra spinge molti fotografi a rivolgere il loro sguardo all’Italia in trasformazione. Branzi convince suo cognato, possessore di una Guzzi 500, a fare insieme un viaggio nel Centro-Sud Italia e poi in Spagna; è durante questa “missione” che decide di intraprendere la strada del giornalismo. Al ritorno inizia a collaborare con il settimanale «Il Mondo» di Pannunzio e nel 1960 è assunto dalla Rai come videoreporter. Due anni dopo, il direttore del telegiornale Enzo Biagi lo invia a Mosca come corrispondente. Nella valigia Branzi mette anche la sua Leica che utilizzerà solo dopo che le autorità sovietiche avranno accertato che egli non sia una spia. Mentre per lavoro segue le fumose vicende dell’impero di Breznev, con il suo “fondo di bicchiere” ritrae la quotidianità e l’umanità di una città altrettanto sconosciuta all’Occidente. Nasce così il Diario moscovita che rende pubblico solo dopo un quarto di secolo, perché in piena Guerra Fredda non voleva che le sue fotografie fossero usate per la propaganda antisovietica. Nel 1966, dopo un periodo di permanenza a Parigi, rientra in Italia e lascia la fotografia per la pittura. Tornerà a scattare solo negli anni Novanta e, in seguito, sperimenterà con la tecnologia digitale e con il suo linguaggio.

Gru nei nuovi quartieri (dalla serie: Mosca, 1962-1966)

Il dvd con il racconto di Branzi stesso della sua vita, è disponibile cliccando qui

Piergiorgio Branzi: Parigi, 1954-2017

Parigi, 1997

Strascicare i piedi lungo i marciapiedi di quella invenzione letteraria che si chiama Parigi, per un fotografo è pur sempre sentirsi vampiro in una macelleria.

Piergiorgio Branzi


Dal 5 ottobre al 1 dicembre Contrasto Galleria ospiterà la mostra di Piergiorgio Branzi “Parigi, 1954-2017”. Saranno esposte 30 fotografie in bianco e nero, scattate negli anni tra il 1954 e il 2017 da questo grande interprete del nostro tempo.


Parigi, 1997

Per un fotografo Parigi è il luogo ideale: una vera e propria invenzione letteraria, dal fascino stimolante di una costante sorpresa. Lo sguardo raffinato di Piergiorgio Branzi si sofferma su dettagli, volti e scorci, offrendo una riflessione visiva profonda e sorprendente su una città che non smette mai di affascinare.

Il primo incontro con la fotografia di Piergiorgio Branzi è stato nella sua Toscana, nei primi anni ’50. Ben presto la macchina fotografica divenne un pretesto per girare prima l’Italia, poi il Mediterraneo, finché il suo lavoro di giornalista televisivo non lo portò in giro per il mondo, dal Nord Africa a Mosca, dove Branzi ha vissuto cinque anni in quanto inviato per la Rai. Approdò poi a Parigi, città per la quale nutre un antico amore visivo e che ha avuto modo di ammirare e rimirare più volte. In questi anni Branzi ha gironzolato per i suoi Boulevards come un flâner, cercando di cogliere quello spirito “femminile” di una città senza tempo; si è seduto ai suoi cafè per afferrare l’indole del suo popolo, ha viaggiato sui suoi metrò per osservarne le abitudini: nelle sue fotografie ha immortalato la vera essenza parigina, intrisa di arte, letteratura, sogno e mistero.

“Ma Parigi in realtà non esiste, è tutto e il contrario di tutto, un luogo comune sognato da lontano, una accattivante invenzione, un miraggio, un sortilegio, la “similitudine” di se stessa appunto. È da sempre come vuoi che sia, ci trovi quello che cercavi di trovare. Ma la puoi rovistare come la tua tasca e non scoprirai mai com’è, e qual è quella vera: come una “femmina”, appunto, della quale ti resterà sempre il desiderio di conoscerne compiutamente la natura profonda, anche se al tuo fianco da tutta una vita.
Colui che l’attraversasse a passo veloce perderebbe tutto questo: il fascino stimolante di una costante sorpresa.”
(da Il giro dell’occhio, ed. Contrasto 2015)


CONTRASTO GALLERIA

Via Ascanio Sforza, 29

20136 Milano

t. 02 89075420 – c. 339 7124519

lunedì – venerdì h. 10-13 e 15:30-18:30 e su appuntamento

Chiuso sabato e domenica

ingresso gratuito

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