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Sguardi, in mostra Richard Avedon, Gianni Berengo Gardin, Elliott Erwitt, Sebastião Salgado

Gianni Berengo Gardin, Monaco 1960

La mostra Sguardi (Dinamiche del volto) presenta una selezione di 30 opere dei più importanti artisti rappresentati dalla Galleria Contrasto intorno al tema del ritratto. Dall’iconico ritratto di Marella Agnelli, il Cigno di Richard Avedon, all’ironia degli scatti di Gianni Berengo Gardin e Piergiorgio Branzi, ai miti dello spettacolo immortalati nelle fotografie di Federico Garolla ed Elliott Erwitt, alle interpretazioni più contemporanee e misteriose del tema nelle coloratissime opere di Bill Armstrong e Janet Sternburg, la mostra propone inoltre alcuni scatti di Sebastião Salgado e Marco Gualazzini, oltre a Martin Schoeller, quest’ultimo noto per i suoi a volte impietosi “close up”. Il titolo della mostra è preso a prestito da un interessante saggio sull’argomento dello scrittore Paolo Donini, che si sofferma sull’etimologia della parola volto: “Viso deriva da visum, participio passato del verbo videre, e sta per cosa vista, immagine, visione apparizione. L’etimo è illuminante: visum è nella sua radice ciò che è visto; l’immagine. Il pittore nel dipingere il viso, dipinge il visum. Egli dichiara in arte ciò che è visto e l’immagine-volto diviene la sua dichiarazione di poetica. (…). Volto deriva dal latino voltum, con una corrispondenza che alcuni studiosi allegano al gotico *uel che è vedere. (…) il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva. Un’ultima ricognizione lessicale rimanda poi a volto come participio passato del verbo volgere. Volto sta per rivolto, girato. In questa accezione, la pittura del volto è l’arte di ciò che è rivolto, girato, voltato. Legando infine le accezioni delle parole viso e volto nel loro disvelamento etimologico complessivo, ecco che la pittura di viso e di volto diverrà la pittura di ciò che è in vista e, ad un tempo, girato: la pittura del mistero di portare alla vista ciò che è voltato.(…) Ancora il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva”.

Sguardi (Dinamiche del volto)
Fotografie di
Richard Avedon, Bill Armstrong, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Elliott Erwitt, Federico Garolla, Marco Gualazzini, Sebastião Salgado, Martin Schoeller, Janet Sternburg
In mostra dal 19 settembre al 23 dicembre 2019
Via Meravigli, 5
20123 Milano
ingresso gratuito

Sguardi (Dinamiche del volto), in mostra Richard Avedon, Gianni Berengo Gardin, Elliott Erwitt, Sebastião Salgado

Elliott Erwitt, Marlene Dietrich, New York 1959. Courtesy Contrasto Galleria Milano

La mostra Sguardi (Dinamiche del volto) presenta una selezione di 30 opere dei più importanti artisti rappresentati dalla Galleria Contrasto intorno al tema del ritratto. Dall’iconico ritratto di Marella Agnelli, il Cigno di Richard Avedon, all’ironia degli scatti di Gianni Berengo Gardin e Piergiorgio Branzi, ai miti dello spettacolo immortalati nelle fotografie di Federico Garolla ed Elliott Erwitt, alle interpretazioni più contemporanee e misteriose del tema nelle coloratissime opere di Bill Armstrong e Janet Sternburg, la mostra propone inoltre alcuni scatti di Sebastião Salgado e Marco Gualazzini, oltre a Martin Schoeller, quest’ultimo noto per i suoi a volte impietosi “close up”. Il titolo della mostra è preso a prestito da un interessante saggio sull’argomento dello scrittore Paolo Donini, che si sofferma sull’etimologia della parola volto: “Viso deriva da visum, participio passato del verbo videre, e sta per cosa vista, immagine, visione apparizione. L’etimo è illuminante: visum è nella sua radice ciò che è visto; l’immagine. Il pittore nel dipingere il viso, dipinge il visum. Egli dichiara in arte ciò che è visto e l’immagine-volto diviene la sua dichiarazione di poetica. (…). Volto deriva dal latino voltum, con una corrispondenza che alcuni studiosi allegano al gotico *uel che è vedere. (…) il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva. Un’ultima ricognizione lessicale rimanda poi a volto come participio passato del verbo volgere. Volto sta per rivolto, girato. In questa accezione, la pittura del volto è l’arte di ciò che è rivolto, girato, voltato. Legando infine le accezioni delle parole viso e volto nel loro disvelamento etimologico complessivo, ecco che la pittura di viso e di volto diverrà la pittura di ciò che è in vista e, ad un tempo, girato: la pittura del mistero di portare alla vista ciò che è voltato.(…) Ancora il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva”.

Sguardi (Dinamiche del volto)
Fotografie di
Richard Avedon, Bill Armstrong, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Elliott Erwitt, Federico Garolla, Marco Gualazzini, Sebastião Salgado, Martin Schoeller, Janet Sternburg
In mostra dal 19 settembre al 23 dicembre 2019
Via Meravigli, 5
20123 Milano
ingresso gratuito

 

 

Gianni Berengo Gardin. Una mostra per rivelare il fascino di Roma dal secondo dopoguerra a oggi

Roma, 1973 © Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia Milano

La prima grande mostra di Gianni Berengo Gardin dedicata unicamente alla Capitale sarà ospitata al Casale di Santa Maria Nova, tra i prestigiosi siti dell’area archeologica dell’Appia Antica. Una selezione di settantacinque scatti, tra cui molti inediti, rivelano al pubblico il fascino di Roma dal secondo dopoguerra a oggi.
Roma è il titolo della rassegna a cura di Giuliano Sergio promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma, diretta ad interim da Daniela Porro, con l’organizzazione di Electa e in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia.  Ligure di nascita e veneziano d’origine, Gianni Berengo Gardin conosce Roma sin dall’infanzia, negli anni dell’occupazione tedesca e della liberazione, quando viveva al rione Celio. È alla fine degli anni Cinquanta che Berengo Gardin torna nella Capitale da professionista, al servizio del celebre settimanale Il Mondo. Le sue immagini sono documentazione del clima di un’epoca, colgono gesti e atmosfere della città e della gente che la popola. Sono queste le caratteristiche del grande fotografo, capace di andare oltre la cronaca. Nei decenni successivi le committenze di reportage sociale, di paesaggio urbano e di architettura offrono nuove opportunità per raccontare Roma. In mostra non mancano immagini scattate lungo l’Appia Antica.

Gianni Berengo Gardin in mostra a Roma

L’esposizione è un sorprendente affresco dell’evoluzione e delle contraddizioni della città. Un ritratto complessivo capace di cogliere nei dettagli, nei gesti e negli sguardi dei romani quella franchezza aperta e sfacciata che li contraddistingue. Poesia e bellezza, forza e violenza, architettura storica e trasformazione delle periferie tessono un racconto denso di emozione. Il paesaggio umano e il racconto sulle persone di Berengo Gardin, che non dimentica mai i luoghi, ben si iscrive nel sito prescelto per questo omaggio a Roma: la tenuta di Santa Maria Nova. Questo spazio rappresenta una vivida testimonianza dell’evoluzione del paesaggio sull’Appia e di una frequentazione che, dalle più precoci fasi romane fino ai nostri giorni, non si è mai interrotta. Questo monumento, con gli scavi delle terme circostanti, i recinti medievali (claustra), le imponenti cisterne, rappresenta anche il punto migliore per iniziare il percorso alla scoperta di Villa dei Quintili, insieme all’area archeologica e monumentale della Via Appia Antica: al sito di Capo di Bove, al complesso del Mausoleo di Cecilia Metella e Castrum Caetani che, insieme, costituiscono il patrimonio dello Stato destinato al pubblico godimento, in un ambito territoriale per lo più di proprietà privata.

GIANNI BERENGO GARDIN ROMA
Casale di Santa Maria Nova Via Appia Antica, 251 Roma
promossa da Soprintendenza Speciale di Roma Archeologia, Belle Arti, Paesaggio – Parco Archeologico dell’Appia Antica
a cura di Giuliano Sergio
settembre 2019 – 12 gennaio 2020

www.parcoarcheologicoappiaantica.it

Gianni Berengo Gardin si racconta in un’intervista

Gran Bretagna, 1977 - Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Già agli inizi della sua carriera lo chiamavano “il Cartier-Bresson italiano”, oggi è uno dei fotografi più affermati della fotografia italiana e internazionale. L’artista non si limita a catturare l’attimo ma a raccontare vere e proprie storie, immortalandole sulla sua amata pellicola.

Gli scatti di Gardin sono il racconto di un “viaggio in bianco e nero” che svela con poesia una realtà in continua evoluzione.

Gianni Berengo Gardin. Venise des saisons: il fotolibro più intenso sulla città di Venezia

Il fotolibro «più intenso sulla città di Venezia», secondo Italo Zannier, nacque dopo che il menabò, realizzato dal grafico Massimo Vignelli, con le fotografie riprese da Berengo Gardin tra il 1956 e il 1960, era stato proposto inutilmente a otto editori italiani. Una mostra con queste immagini è stata poi esposta, a cura di Bruno Zevi, nella sede dell’Istituto di Architettura di Londra e ammirata da Albert Mermoud, illuminato editore di La Guilde du Livre, che finalmente propose all’autore la realizzazione di un libro, concedendogli carta bianca. In venticinque giorni nacque Venise des saisons , stampato in raffinata héliogravure con una tiratura impensabile per l’Italia. Gianni Berengo Gardin aveva affinato la propria tecnica fotografica nel circolo della Gondola, ma aveva sviluppato la propria conoscenza culturale e la sua fame di bibliofilo con l’aiuto dello zio Fritz Redl, ebreo, esule in America, amico di Cornell Capa (fratello di Robert), che gli inviava Infinity , la rivista dei professionisti americani, Popular Photography Life e fotolibri come  The Family of Man, insieme ai preziosi rulli delle prime pellicole Ansco da 400 Asa, che gli permisero di riprendere al meglio le atmosfere di una Venezia soprattutto invernale, brumosa, notturna e malinconica. Di una Venezia che, per Giorgio Bassani «vive e palpita: come tutto ciò che appartiene alla storia dolorosa e gioiosa degli uomini». In questo fotolibro troviamo le influenze del miglior fotoamatorismo italiano e della fotografia umanista francese, soprattutto di Willy Ronis di cui Berengo Gardin era divenuto amico durante il suo soggiorno parigino e l’impatto dello sguardo rivoluzionario e spregiudicato di William Klein nell’approccio al soggetto e nell’uso del grandangolo, anche se non ne accettava l’aggressività intrusiva e gli eccessi linguistici di contrasto e sgranatura.

Venise des saisons: segna il passaggio di Berengo Gardin dal fotoamatorismo al professionismo

Venise des saisons  segnò il passaggio di Berengo Gardin dal fotoamatorismo al professionismo, confortato nella scelta da Paolo Monti e dal guru della fotografia Romeo Martinez. Il suo passo lungo fotografico e lo sguardo poetico e narrativo stavano stretti nell’accademia dei pur prestigiosi circoli e concorsi fotografici dell’epoca ed era più sensibile al Fotoracconto proposto nella rivista Il Politecnico di Elio Vittorini e ai Fotodocumentari  di Cinema Nuovo, film su carta teorizzati da Luigi Crocenzi come racconti per immagini e di cui André Malraux ne sottolineava la complessità nell’introduzione a Israel di Izis Bidermanas per La Guilde du Livre. Il fotolibro è lo strumento ideale per raccontare storie e mettere sulle pagine l’espressione della sensibilità umana e civile dell’artigiano fotografo, appassionato del proprio mestiere, come si definisce Berengo Gardin. Per Silvana Turzio, «il suo lavoro è pensato, progettato e realizzato per il libro. È nel succedersi dei libri che si dipana il suo progetto di enciclopedia visiva che lo rende testimone del suo tempo e rimanda non tanto a Walker Evans e August Sander quanto al letterario affresco sociale della Comédie humaine  di Honoré de Balzac»

Gianni Berengo Gardin incontra Corto Maltese

Un connubio fortunato tra fotografiafumetto e racconto ha dato vita a un libro unico nel suo genere.

«Il poeta Rolfe, vestito come una specie di monaco medievale, si aggirava per Venezia come un’anima in pena, camminando o remando fra i canali e nelle albe tremule della laguna. Lo chiamavano Baron Corvo perché era avvolto in un grande saio nero. È lui a innescare in Corto Maltese la curiosità, la ricerca del favoloso smeraldo, che in realtà è un simbolo esoterico, un misterioso testo, un talismano magico. È lui che fa partire la storia che Hugo Pratt dedica alla sua città». Così si apre il volume Il Gioco delle Perle di Venezia, luogo d’incontro, tra fantasia e realtà, di due grandi personalità della cultura italiana, Gianni Berengo Gardin e Corto Maltese, nato dalla matita di Ugo Pratt. Sulla cornice di una delle più suggestive città italiane, le vite di Corto Maltese e di Berengo Gardin s’intersecano attraverso le avventure del racconto di Marco Steiner, prendendo forma uno dalla mente e dalla mano di Pratt e l’altro dagli scatti di Marco D’Anna. Parte così una caccia al tesoro che oggi, a quarant’anni di distanza dalla pubblicazione di Favola di Venezia, Gianni Berengo Gardin ha deciso di ripercorrere, facendosi guidare da due cultori delle storie del marinaio più famoso d’Italia.

Gianni Berengo Gardin a Riaperture con il progetto Venezia e le Grandi Navi

Venezia, aprile 2013 - Le grandi navi da crociera invadono la città - La MSC Divina passa davanti al centro storico Venezia, aprile 2013 - Le grandi navi da crociera invadono la cittˆ - La MSC Divina passa davanti al centro storico

Riaprire con la forza delle immagini gli spazi chiusi di una città: Ferrara ospita la terza edizione di ‘Riaperture’, il festival di fotografia in programma, per il secondo weekend, dal 5 al 7 aprile 2019. Autori da tutto il mondo, incontri e presentazioni, proiezioni e workshop, per una formula confermata dopo il successo nel 2018 con 3200 presenze, e che presenta diverse novità, tra i luoghi riaperti e gli autori in mostra a Ferrara.Il tema della terza edizione è il ‘Futuro’, che sarà sviscerato in molteplici direzioni grazie alle storie di autori nazionali e internazionali. Saranno presenti in mostra al festival: Gianni Berengo Gardin, Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher e Giovanni Cocco. Annichilito da prospettive curve su sé stesse, riposto in un asintoto irraggiungibile, ignorato da una realtà concentrata solo su ciò che è, atrofizzato da una narrazione contemporanea dove “il peggio” deve ancora venire, Riaperture ha scelto di (ri)portare al centro della scena il tempo che deve ancora arrivare, per raccontare scenari in arrivo o già presenti nella nostra società. 

Gianni Berengo Gardin a Riaperture con il progetto Venezia e le Grandi Navi

‘Venezia e le Grandi Navi’ è il progetto di Gianni Berengo Gardin e propone fotografie realizzate tra 2013 e 2014. Ritraggono il quotidiano passaggio delle Grandi Navi da crociera nella laguna di Venezia, città a cui il Maestro è legato da una lunga e affettuosa frequentazione, che risale all’infanzia e che ha ispirato alcuni suoi importanti lavori. Le Grandi Navi sono la manifestazione più evidente, ma non unica, di un problema ben più ampio che interessa la città, soggetta da anni ad un flusso turistico crescente, insostenibile e ingovernato, che se da un lato costituisce una risorsa economica irrinunciabile per Venezia, dall’altro ne sta evidentemente compromettendo l’integrità e l’identità. La mostra a Riaperture Photofestival Ferrara rappresenta l’occasione di accendere un dibattito sul tema dell’eccesso di turismo, che potenzialmente interessa altre città d’arte italiane come Firenze o Roma o monumenti come il Colosseo o Pompei, e di suscitare contributi autorevoli, italiani e stranieri, che possano mettere in campo idee e modelli di gestione e sviluppo sostenibili, alternativi e virtuosi, per il bene di Venezia. Le Grandi Navi non sono il problema di Venezia, ma sono senza dubbio un problema – per la loro smisurata dimensione il più vistoso – che non può essere ridotto alla contrapposizione semplicistica tra un SI o un NO al loro passaggio, ma che richiede approfondimenti e dati, idee nuove e condivise e la contestualizzazione nel più ampio tema del turismo sostenibile, su cui Venezia, volente o nolente, può candidarsi a divenire un caso d’analisi e sperimentazione.
L’esposizione delle fotografie, anche nelle intenzioni dell’autore, intende documentare il passaggio delle Grandi Navi, senza suggerire alternative ad esso. L’implacabile bianco e nero delle fotografie di Gianni Berengo Gardin ha, come sempre nei suoi lavori, lo scopo di portare alla luce con occhio sensibile e critico i contrasti della realtà, della società, del paesaggio, rappresentati senza filtri o attenuazioni, nella loro cruda essenza.
Gianni Berengo Gardin non ha mai voluto essere definito un artista, la sua missione è sempre stata quella di documentare, di essere un testimone del proprio tempo e anche davanti a queste presenze anomale, abnormi ed estranee al panorama veneziano – le Grandi Navi -, il fotografo ha fatto quello che meglio sa fare: comunicare attraverso le sue fotografie. “Ero turbato soprattutto dall’inquinamento visivo. Vedere la mia Venezia distrutta nelle proporzioni e trasformata in un giocattolo, uno di quei suoi cloni in cartapesta come a Las Vegas mi turbava profondamente”.

Factory Grisù
via Poledrelli 21, Ferrara,
venerdì 5, sabato 6, domenica 7 aprile 2019
dalle ore 10.00 alle ore 19.00

Gianni Berengo Gardin al Mast: presentazione del volume “La più gioconda veduta del Mondo. Venezia da una finestra”

© Gianni Berengo Gardin Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Gianni Berengo Gardin presenta al Mast il volume “La più gioconda veduta del Mondo. Venezia da una finestra”in dialogo con Alessandra Mauro, direttore editoriale di Contrasto. Lettura di Michele Dell’Utri.
“L’idea di questo progetto è nata quando il mio amico Renato Padoan […] mi raccontò che nella sua casa, all’ultimo piano di Palazzo Erizzo Bollani sul Canal Grande a Venezia, fra il rio di San Grisostomo e il rio dei Santi Apostoli, aveva abitato nella prima metà del Cinquecento Pietro Aretino”, racconta Gianni Berengo Gardin, tra i fotografi più importanti della scena italiana e internazionale. L’autore presenta alla Fondazione MAST un progetto inedito, che ritrae Venezia da un punto di vista particolare: la stessa finestra a cui, cinquecento anni fa, si affacciava Pietro Aretino per contemplare “la più gioconda veduta del mondo”.

Il libro, edito da Contrasto, riflette il dialogo ideale tra il fotografo, vissuto a Venezia per anni, e lo scrittore rinascimentale: entrambi osservano lo scorrere della vita quotidiana, i traffici commerciali, le arti e i mestieri, la folla di viaggiatori, le regate. Le immagini di Berengo Gardin ci raccontano cosa è cambiato e cosa è rimasto immutato. Occhi diversi e separati da una distanza di secoli sono puntati, incontrandosi in questo volume, sulla stessa bellezza indiscussa: Venezia. Gianni Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930 e inizia a occuparsi di fotografia a partire dal 1954. Dopo un lungo periodo a Venezia, si stabilisce a Milano, dove diventa fotografo. Collabora con numerose riviste tra cui Il Mondo di Mario Pannunzio e le maggiori testate giornalistiche italiane e straniere quali Epoca e Time. In quasi sessant’anni ha pubblicato oltre 250 volumi, dai quali emerge soprattutto l’interesse per l’indagine sociale. Ha tenuto circa duecento mostre personali, sia in Italia che all’estero, tra cui le grandi antologiche di Arles (1987), Milano (1990), Losanna (1991), Parigi (1990) e New York alla Leica Gallery (1999). Nel 1972 la rivista Modern Photography lo ha inserito nella lista dei 32 maggiori fotografi al mondo. Oltre ai numerosi premi vinti, nel 2008, quale riconoscimento alla carriera, gli viene dedicato il prestigioso Lucie Award. È stato uno dei protagonisti di Foto/Industria 2015, la biennale di fotografia dell’industria e del lavoro della Fondazione MAST.

 

MERCOLEDÌ 13 MARZO 2019 ORE 18.30
MAST AUDITORIUM
Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria 

Gianni Berengo Gardin: testimone del tempo

Le vacanze degli italiani: picnic nel parco, Lombardia 1969
Le vacanze degli italiani: picnic nel parco, Lombardia 1969

Gianni Berengo Gardin

«La fotografia mostra ciò che vedi». È il mantra con cui, da oltre sessant’anni, Gianni Berengo Gardin racconta la quotidianità con uno stile coerente e limpido, in cui il rigore formale si fonde con l’impegno civile del suo lavoro.

Gianni Berengo Gardin ha scritto uno dei capitoli più intensi e significativi della storia della fotografia

Prima di dedicarsi alla fotografia, gli piaceva lavorare il legno e costruire modellini di navi. Poi gli è venuta la passione per gli aerei e ha cominciato a scrivere per riviste di aviazione che gli chiedevano, insieme agli articoli, le immagini dei velivoli e dei raduni. È la fine degli anni Quaranta e, da passione, i mezzi di trasporto diventano per lui sempre più una necessità. Da Roma si trasferisce a Venezia insieme alla famiglia e qui entra nel circolo fotografico “La Gondola” dove incontra Paolo Monti, uno dei fondatori del gruppo nonché carismatico animatore dell’ambiente amatoriale italiano. Nello stesso periodo, uno zio d’America gli spedisce alcuni libri consigliati dall’amico Cornell Capa, fotogiornalista di «Life». In questo modo, vede prima degli altri le immagini dei grandi della fotografia sociale americana – gli autori della FSA e i reporter delle testate più autorevoli – e realizza che esiste un modo diverso di fare fotografia, meno autoreferenziale ed estetizzante di quello praticato nei circoli e più vicino alla documentazione giornalistica, ambito in cui vorrebbe lavorare. Così nel 1953 parte per Parigi. Per due anni respira un clima decisamente più vivace e libertario di quello italiano. Qui la gente può finanche baciarsi per strada senza rischiare una multa per “atti osceni in luogo pubblico”, come invece avviene nel suo Paese, e lui si ritrova a fotografare coppie di innamorati in ogni angolo della città. Frequenta il circolo fotografico “Les 30×40” che ogni mese ospita grandi fotografi come Doisneau, Boubat e Ronis. Proprio a quest’ultimo resterà particolarmente legato anche dopo il suo ritorno a Venezia. Quasi tutti i fotografi d’Oltralpe, all’inizio degli anni Cinquanta, utilizzano già fotocamere di piccolo formato per riprendere la quotidianità e la vita per strada. Le loro istantanee d’impronta umanista sono più popolari, comprensibili e meno impegnate di quelle italiane. Berengo assimila questo linguaggio documentario e al tempo stesso poetico e lo fonde con la lezione del grande reportage sociale americano. Dopo qualche anno dal suo ritorno a Venezia, decide di dedicarsi completamente e professionalmente alla fotografia. Nel 1965 si trasferisce a Milano, una città in pieno fermento culturale ed economico. Qui apre uno studio e lavora su più fronti: matrimoni, editoriali di cucina, fotografie industriali. Per quindici anni collabora con il Touring Club e con l’Istituto Geografico De Agostini, scattando fotografie di paesaggio e architettura perlopiù a colori. Parallelamente si dedica al reportage e alla fotografia sociale che pratica esclusivamente su pellicola in bianco e nero. Nasce alla fine degli anni Sessanta il progetto Morire di classe che realizza insieme a Carla Cerati in alcuni manicomi italiani. Un lavoro di grande dignità, com’è nel suo stile, in cui non indugia sulla malattia, ma documenta le condizioni in cui vivono i pazienti, rinchiusi in veri e propri lager. Con lo stesso lucido rispetto più tardi si avvicina alle comunità di zingari in alcune città italiane. Intanto avanza il digitale, ma Berengo resta profondamente legato alle origini chimiche della fotografia, per lui l’unica garanzia di veridicità dell’immagine. Per questo, già da molti anni sul retro delle sue stampe appone un timbro che recita “Vera Fotografia. Non corretta, modificata o inventata al computer”. Gianni Berengo Gardin ha scritto uno dei capitoli più intensi e significativi della storia della fotografia. E se per lui è stata una scuola di vita e di conoscenza, oltre che l’approdo a una presa di posizione netta in favore della tradizione, le sue immagini sono per la fotografia una scuola di stile e narrazione, attraverso cui ha preso forma un prezioso e raffinato documento della nostra epoca.

Immagine in evidenza Le vacanze degli italiani: picnic nel parco, Lombardia 1969

Gianni Berengo Gardin in mostra a Pistoia

Gubbio, Festa dei Ceri, 1976 © Gianni Berengo Gardin. Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia
“In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana”
Mostra di Gianni Berengo Gardin per Pistoia Dialoghi sull’uomo
26 maggio – 2 luglio 2017
Sale Affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia

Gubbio, Festa dei Ceri, 1976 © Gianni Berengo Gardin. Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Venerdì 26 maggio inaugura la mostra fotografica personale “In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana” di Gianni Berengo Gardin. L’esposizione, curata da Giulia Cogoli, è realizzata per Pistoia – Dialoghi sull’uomo, per continuare il percorso sul tema “La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi” dell’ottava edizione del festival di antropologia del contemporaneo.

L’esposizione, che è visitabile gratuitamente e resterà aperta al pubblico fino al 2 luglio, riunisce per la prima volta 60 fotografie in bianco e nero realizzate tra il 1957 e il 2009, molte delle quali inedite, dedicate alla cultura popolare italiana. Una mostra che diviene il racconto di un’Italia “in festa”, dove ognuno celebra la propria cultura e la propria storia con riti vecchi e nuovi: un affascinante mondo popolato di bambini, di zingari, di anziane o giovani signore vestite per la festa e di danzatori di ogni età.
«Un piccolo e meraviglioso atlante fotografico delle feste popolari in Italia, che racconta di costumi e tradizioni antiche e meticce di tutte le regioni d’Italia, con uno sguardo dal taglio etnografico, ma allo stesso tempo di intenerita curiosità» afferma Giulia Cogoli.

«Sono stato attratto dalle diverse manifestazioni della cultura popolare fino dai miei esordi – spiega il fotografo – il mio lavoro mi ha portato a viaggiare per tutta l’Italia e sono venuto così in contatto con il ricchissimo patrimonio di tradizioni, riti e costumi che caratterizza il nostro paese».
«Per me fotografare è stato anche un modo per essere partecipe di questi momenti straordinari, densi di significato – aggiunge Berengo Gardin – Credo che queste fotografie abbiano oggi un valore di testimonianza, documentano mondi in alcuni casi ormai scomparsi, in altri contaminati da altre forme di partecipazione che li hanno mutati per sempre».

In occasione di Pistoia – Dialoghi sull’uomo uscirà, per Contrasto, il volume di fotografie di Gianni Berengo Gardin intitolato In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana.


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Photolux fa tappa ad Ascoli Piceno

Prosegue la collaborazione tra Photolux e la Diocesi di Ascoli Piceno in sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto. Il programma didattico dedicato ai ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori, realizzato in collaborazione con Neapolis.Art e con il sostegno di Canon Italia, si apre con un workshop tenuto da Gianni Berengo Gardin. La programmazione espositiva prosegue con la mostra di Rony Zakaria “Men, Mountains and the Sea”.



Progetto didattico | workshop con Gianni Berengo Gardin
in collaborazione con Neapolis.Art
con il sostegno di Canon Italia

I primi destinatari del progetto formativo sono gli studenti delle scuole secondarie superiori. Gli adolescenti hanno molta confidenza con la fotografia, linguaggio visuale che utilizzano quotidianamente attraverso gli smartphone (la fotografia è la funzione più utilizzata dopo quella degli instant message). La quantità di scatti che producono è enorme, in un approccio quasi bulimico che produce immagini in pose forzate o costruite, talvolta quasi identiche, che spesso non esprimono l’identità di coloro che le scattano e non raccontano nessuna storia. Obiettivo del percorso è far capire ai ragazzi che ogni immagine fotografica trasmette un messaggio e che per comprenderlo è necessario conoscerne il linguaggio specifico, interpretarlo, decodificarlo e farlo proprio. Il percorso introdurrà i ragazzi alla fotografia, al racconto per immagini, offrendo loro la possibilità di esplorare i vari aspetti della comunicazione visiva e di analizzare la realtà che li circonda, così cambiata a seguito dell’evento traumatico del terremoto. Durante gli incontri programmati, fotografi e fotogiornalisti italiani di rilievo guideranno i ragazzi prima nella lettura e nella comprensione di un reportage fotografico e poi nella costruzione e nella realizzazione di una propria storia per immagini. Canon mette a disposizione dei ragazzi le proprie fotocamere, per consentire loro di esplorare il mondo della fotografia nell’era dei social network e riscoprire il valore di ogni scatto.


Il primo workshop, previsto per sabato 29 aprile, vede un docente d’eccezione: Gianni Berengo Gardin. Tra le figure più significative della fotografia italiana, Berengo Gardin cresce e studia a Venezia e inizia a dedicarsi alla fotografia all’inizio degli anni Cinquanta. Il suo lavoro fotografico ha raccontato e continua a raccontare la storia del paesaggio e della società italiani dal dopoguerra ad oggi.


Mostre | Rony Zakaria: Men, Mountains and the Sea  

Battistero di San Giovanni, Ascoli Piceno
opening: sabato 29 aprile, ore 16:00

© Rony Zakaria, from the series Men, Mountains and the Sea

Formata da più di 17.000 isole e situata nella cintura di fuoco del Pacifico, l’Indonesia conta sul suo territorio più di 150 vulcani attivi e più di 80.000 km di costa.
Attraverso una serie di immagini evocative, Zakaria indaga il profondo legame spirituale che lega gli uomini alla natura in Indonesia. Fotografando in un bianco e nero intenso, ci conduce dalle cime di un vulcano in eruzione alle rive del mare imprevedibile e immenso, documentando i rituali sacri e le tradizioni che gli abitanti dell’isola osservano nell’intento di domare la furia degli elementi naturali. Le immagini, di classica e poetica bellezza, dimostrano una grande forza narrativa.

29 aprile – 22 aprile 2017
ingresso gratuito


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