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Foto storica: Idrogramma, Nino Migliori

Migliori è sempre stato attirato dall’emancipazione della forma e da una progettualità stringente perché permette all’artista di lasciare una traccia della propria immaginazione, e non più solo della realtà. Un’idea, questa, che lui coltiva per decenni anche nella ricerca sui muri, perché «(…) l’uomo davanti ai muri si disinibisce. Sia che adoperi una chiave per graffiare o (…) una bomboletta spray, libera il suo inconscio, la sua gestualità ed è se stesso», afferma. Altrettanto fa lui in camera oscura, quando non sviluppa immagini riprese dal vero ma ne crea di proprie, rendendo visibili le sue idee e i suoi fantasmi, grazie alla creatività e all’artigianalità. In questo suo fare introduce il gesto, un elemento più vicino alla pittura che alla fotografia. Lavora off camera, ossia senza l’apparecchio fotografico, manipolando materiali e strumenti propri della fotografia. Realizza così idrogrammi, ossidazioni, pirogrammi, stenopeogrammi, lucigrammi, cellogrammi e cancellazioni, sfruttando la reazione chimica dei liquidi di sviluppo e fissaggio o di altre sostanze con i sali d’argento della carta fotografica. Inoltre brucia, graffia e incide la gelatina ancora umida delle pellicole oppure utilizza materiali trasparenti come il cellophane e, più tardi, il plexiglas direttamente sulla carta o nell’ingranditore, al posto dei negativi.

Gli scatti più celebri di Nino Migliori raccolti in un video

Andiamo a scoprire insieme le fotografie più famose di un Grande Maestro nostrano, Nino Migliori.

In questo video, accompagnati dall’onirica colonna sonora di Yann Tiersen, ripercorriamo una parte della carriera del fotografo bolognese, ancora oggi impegnato al massimo in nuovi progetti ed esplorazioni.

I libri da avere: “8 Fotografi italiani d’oggi”

La vigilia di Natale del 1942 fu pubblicato 8 fotografi italiani d’oggi a cura di Mario Finazzi, redattore editoriale dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, che scrisse l’introduzione e le presentazioni degli autori in accordo con Giuseppe Cavalli. L’istituto aveva commissionato questo fotolibro come strenna a Finazzi, che ne seguì la preparazione, ne curò la grafica, controllando la qualità della stampa «in rotocalco» e sperimentando diversi tipi di carta.
Stampato in mille copie, ai fotografi ne furono riservate ben tre e cinque a Finazzi, per l’impegno profuso. Tra il 1946 e il 1947 furono poi pubblicate tre splendide cartelle fotografiche di 20 tavole sciolte, per la collana Immagini, sempre a cura di Finazzi, dedicate a Cavalli, Vender e Fotografie di montagna; una interessante proposta editoriale che purtroppo non ebbe seguito. Nell’introduzione, gli otto fotografi si dicevano: «accomunati per la loro tendenza a sciogliersi da ogni vieto tradizionalismo, pur senza accostarsi a forme di sterile accademia»; un impegno, anche morale, che rifiutava la retorica fotografica del periodo fascista, per proporre una nuova identità fotografica nazionale e un confronto con esperienze fotoamatoriali internazionali, come il Groupe des XV francese. «L’idea di dar vita a un gruppo d’avanguardia, e di lanciare un Manifesto venne assunta, nel novembre 1942, dal sottoscritto, da Cavalli e da Vender, con l’intesa – peraltro – di darle vita al termine del conflitto che all’epoca precludeva ogni attività di quel genere» (lettera di Finazzi a Italo Zannier 1997).

Gli otto fotografi si raccoglievano attorno alla figura carismatica dell’avvocato pugliese Giuseppe Cavalli, colto intellettuale, che aveva frequentato con il gemello Emanuele, anch’egli raffinato fotografo, il movimento pittorico del Realismo Magico di Casorati, Cagli e Donghi. Le fotografie sono in Tono Alto/High Key, frutto di laboriose alchimie in camera oscura, preziosi virtuosismi tecnici degli appassionati fotoamatori. Nitide ed eleganti immagini, attentamente costruite e composte in una narrativa intimista e minimale, immerse nella luminosità di una fotografia che verrà definita Mediterranea e accostata ad atmosfere metafisiche, alla pittura di Morandi e alla poesia di Montale. 8 fotografi italiani d’oggi era comunque una coraggiosa proposta per esprimere, tipograficamente, la meditata ricerca estetica di una nuova via teorica e artistica che Cavalli codificherà nel Manifesto della Bussola pubblicato su Ferrania del maggio 1947 e firmato da Veronesi, Leiss, Vender e Finazzi. Una ricerca di stile che voleva apparire originale e innovativa; unaFotografia d’Arte programmaticamente indifferente a ogni riferimento di realtà documentaria e di impegno sociale. La forma che prevale sul contenuto, assioma dell’Estetica Idealistica Crociana, pervadeva la cultura italiana del periodo, condizionando anche la fotografia nella sua presunta minorità e perciò alla ricerca di una legittimazione di artisticità, perché: «il fatto estetico è forma e solo forma. L’elemento naturale e irriducibile della fotografia non la rende del tutto arte». Questa forzatura ideologica provocherà un asprodibattito nel mondo fotografico, radicalizzato tra Formalisti e Realisti e diviso sulle riviste e nei circoli fotoamatoriali. Cavalli tentò di sfuggire all’etichetta di elitarismo e di accademismo, cooptando nella Bussola autori non riducibili a questo formalismo tecnico-ideologico. Il suo merito fu quindi quello di individuare, stimolare e promuovere i talenti che segneranno la modernità della fotografia italiana: Piergiorgio Branzi, Alfredo Camisa, Fosco Maraini, Nino Migliori, Luigi Veronesi e soprattutto Mario Giacomelli

Di Vittorio Scanferla

Nino Migliori: tra incanto e illusione

Artista audace e poliedrico, Nino Migliori ha seguito, da protagonista, l’evoluzione linguistica della fotografia all’interno del contesto culturale italiano. Il suo esordio è negli anni del dopoguerra, quando la presenza ingombrante dell’industria cinematografica lo porta a confrontarsi con quel sentimento inedito di libertà ed entusiasmo che guidava la ricostruzione del Paese: è la scuola del Neorealismo. All’interno di questo movimento si distingue con una produzione capace di costruire un ponte espressivo tra le avanguardie europee. Certo, da fotografo neorealista, fa uso del bianco e nero e ritrae il mondo che lo circonda, ma già lavora per brevi sequenze, spostando la sua attenzione verso l’universo concettuale, che da tempo aveva superato l’idea del fotografico come specchio della realtà. Una consapevolezza, riguardo alla sua poetica, che matura negli anni Cinquanta grazie anche ai sussulti intellettuali generati dalla straordinaria stagione dell’Informale, soprattutto con Pulga e Bendini, artisti capaci di intuire le qualità del giovane Migliori e di coinvolgerlo in un dibattito attivo nella Bologna dell’epoca. Affascinato dall’esperienza dei fondatori dell’agenzia Magnum, introduce nel linguaggio fotografico il valore dell’etica e della soggettività. Sono gli anni dedicati all’indagine senza tregua sul rapporto tra la fotografia e la realtà. La sua è un’esplorazione delle idee legate alla percezione e alla rappresentazione, a partire dall’assunto che la fotografia raramente può essere oggettiva. A interessarlo è anche il rapporto tra le immagini con la storia per giungere a un chiarimento della funzione di testimonianza e della formazione della memoria collettiva.

Nino Migliori e la scuola del Neorealismo

Dalle sequenze in scala di grigio all’esaltazione del particolare sulla pellicola a colori, il passo è breve e, proprio in questo passaggio, Nino Migliori inaugura il suo personalissimo percorso conoscitivo, fondato sulla sperimentazione che lo accompagna per tutta la sua carriera. Come una successione di livelli esplorativi, le prime opere lasciano il passo alla riflessione sulla spontaneità del segno, colto sulle ruvide superfici urbane: è il momento di Manifesti strappati  e Muri , realizzati a partire dagli anni Cinquanta. A seguire, con la serie Il tempo rallentato  approda all’esaltazione simbolica della natura e dei suoi frutti. Instancabile sperimentatore, egli rimane un convinto sostenitore dell’ineluttabilità del cambiamento fotografico dovuto al suo essere tecnologia.

Nino Migliori e l’Italia del Neorealismo

Grande innovatore e sperimentatore, pur se profondamente legato alle tecniche dei pionieri della fotografia, tra il 1953 e il 1957 Nino Migliori ha restituito attraverso immagini di forte impatto il volto dell’Italia che usciva dalla Seconda guerra mondiale. Alinari gli rende omaggio con un volume che ne testimonia la passione e il contributo dato alla storia della fotografia, grazie alle ricerche sulle possibilità di espressione del mezzo fotografico e alla capacità di essere un punto di incontro fra passato e presente. Allo stesso tempo, il volume è un omaggio all’Emilia e al Sud, all’Italia del secondo dopoguerra, quella del Neorealismo, degli anni difficili ma avvincenti della rinascita economica e culturale

Acquistare il libro Nino Migliori. Un fotografo d’avanguardia nell’Italia del neorealismo 

Nino Migliori: La forma dei sogni

Da Muri, anni ‘50
Da Muri, anni ‘50

Nino Migliori

Mentre  con sguardo realista racconta l’Italia del Dopoguerra, Nino Migliori è già proiettato nel mondo della sperimentazione, dove le idee e i sogni prendono forma e diventano una traccia da consegnare al futuro.

Alla fine della guerra Nino può finalmente alzare lo sguardo e ricominciare a osservare il mondo. Gira per Bologna, la sua città, senza il timore di dover scappare al suono di una sirena d’allarme. Incontra gente, altri giovani come lui ai quali quegli anni bui avevano negato la libertà e i desideri. Con la macchina fotografica ferma le loro espressioni, i convivi davanti ai bar o sotto la luce fioca di un lampione. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta riprende la vita per strada, nelle campagne dell’Emilia e di altre realtà italiane con leggerezza e, talvolta, ironia, senza dimenticare l’urgenza dei bisogni e la complessità del momento storico. Le sue fotografie sono vicine alla visione neorealista e mostrano un Paese operoso e antico, che lenisce le ferite di guerra ancora fresche, mentre sogna la modernità. Nino è giovane e curioso, ama leggere, ascoltare musica, sperimentare, assaporare la vita in tutte le sue forme. Un giorno nella sua piccola camera oscura scopre su un foglio di carta fotografica di scarto un’ossidazione dovuta al gocciolamento di chimici di sviluppo e fissaggio. «Quell’immagine venuta fuori dal nulla, inesistente nella realtà e mai cercata, ha aperto un mondo di riflessioni su quello che poteva essere la fotografia», ricorda. La scoperta coincide con il suo interesse per l’arte informale, grazie anche all’amicizia con alcuni pittori vicini a questa corrente tra cui Emilio Vedova, Tancredi Parmeggiani e Vasco Bendini. Sono gli anni in cui al di là dell’oceano Ornette Coleman suona il free jazz e Jackson Pollock getta colate di vernice su grandi tele distese a terra. Migliori è attirato da questa emancipazione della forma e da una progettualità stringente perché permette all’artista di lasciare una traccia della propria immaginazione, e non più solo della realtà. Un’idea, questa, che lui coltiva per decenni anche nella ricerca sui muri, perché «(…) l’uomo davanti ai muri si disinibisce. Sia che adoperi una chiave per graffiare o (…) una bomboletta spray, libera il suo inconscio, la sua gestualità ed è se stesso», afferma.

Nino Migliori e la fotografia

Altrettanto fa lui in camera oscura, quando non sviluppa immagini riprese dal vero ma ne crea di proprie, rendendo visibili le sue idee e i suoi fantasmi, grazie alla creatività e all’artigianalità. In questo suo fare introduce il gesto, un elemento più vicino alla pittura che alla fotografia. Lavora off camera, ossia senza l’apparecchio fotografico, manipolando materiali e strumenti propri della fotografia. Realizza così idrogrammi, ossidazioni, pirogrammi, stenopeogrammi, lucigrammi, cellogrammi e cancellazioni, sfruttando la reazione chimica dei liquidi di sviluppo e fissaggio o di altre sostanze con i sali d’argento della carta fotografica. Inoltre brucia, graffia e incide la gelatina ancora umida delle pellicole oppure utilizza materiali trasparenti come il cellophane e, più tardi, il plexiglas direttamente sulla carta o nell’ingranditore, al posto dei negativi. Negli anni Ottanta realizza i fotobiografemi, collocando per una notte alcune carte fotografiche sul pavimento di una cantina “abitata” da parecchi scarafaggi. Su ogni insetto aveva fatto in modo che fosse attaccato un sottile filo di acciaio armonico con led di colori diversi. Al mattino ha sviluppato i fogli rivelando i percorsi degli scarafaggi. La ricerca di Migliori segue l’evoluzione dei linguaggi e delle tecnologie. Negli anni Settanta e Ottanta lavora sulle sequenze e sui fotogrammi ripresi “al televisore”. Inoltre indaga sulla cultura contemporanea e sul consumismo, a testimoniare la sua capacità da gioioso outsider di rinnovarsi continuamente. Per il puro piacere della scoperta e della libera espressione.

 

Nino Migliori e l’Italia del Neorealismo

Nino Migliori_Portatore di pane_1956_© Fondazione Nino Migliori.
Nino Migliori_Portatore di pane_1956_© Fondazione Nino Migliori.

L’Italia del Neorealismo

Grande innovatore e sperimentatore, pur se profondamente legato alle tecniche dei pionieri della fotografia, tra il 1953 e il 1957 Nino Migliori ha restituito attraverso immagini di forte impatto il volto dell’Italia che usciva dalla Seconda guerra mondiale. Alinari gli rende omaggio con un volume che ne testimonia la passione e il contributo dato alla storia della fotografia, grazie alle ricerche sulle possibilità di espressione del mezzo fotografico e alla capacità di essere un punto di incontro fra passato e presente. Allo stesso tempo, il volume è un omaggio all’Emilia e al Sud, all’Italia del secondo dopoguerra, quella del Neorealismo, degli anni difficili ma avvincenti della rinascita economica e culturale.

Nino Migliori. Un fotografo d’avanguardia nell’Italia del neorealismo
Curatore: E. Sesti
Editore: Alinari IDEA
Anno: 2018 
Pagine: 62
Prezzo: 18 €

Immagine in evidenza Nino Migliori_Portatore di pane 1956 © Fondazione Nino Migliori.

Sabato 16 dicembre inaugura Lumen: omaggio di Nino Migliori al capolavoro rinascimentale de Il Compianto di Niccolò dell’Arca.

NINO MIGLIORI
LUMEN
La Cappella dei Pianeti e dello Zodiaco nel Tempio Malatestiano
a cura di Roberto Maggiori

Nino Migliori fotografa dal 2006 sculture e bassorilievi del Medioevo e del Rinascimento, testimonianze di storie lontane, eppure fruite quotidianamente nelle numerose città che ospitano i tanti capolavori presenti nel Bel Paese. Opere dal linguaggio sempre più sfuggente ai nostri giorni, pervasi da una connettività caleidoscopica e chiassosa, dalla produzione, così come dal consumo, immediati. I lavori su cui posa lo sguardo Migliori esprimono significati apparentemente lontani e spesso indigesti alla “cultura” fast, si tratta infatti di opere senza cromie, dalla lenta e meditata realizzazione (e fruizione), immobili, che appaiono spesso agli occhi delle giovani generazioni noiosamente austere, nonostante la complessità e l’anticonformismo che ogni capolavoro naturalmente incarna. L’esperienza possibile oggi di fronte a questi monumenti è inoltre radicalmente diversa da quella esperita originariamente dopo il crepuscolo, date le pervasive condizioni di illuminazione con cui sono offerte al pubblico queste sculture.



Nino Migliori riscopre allora un linguaggio muto attraverso una modalità operativa minimale: l’essenzialità di un’inquadratura frontale e la semplice luce di un paio di candele, un modo per riproporre le opere così come erano percepite nelle meditabonde ore notturne dagli autori, e dalla cultura coeva che le ha generate, in primis quella Prisca Theologia o Philosophia Perennis a cui Sigismondo Malatesta si era ispirato nel progettare il Tempio.

Ancora una volta torna nel lavoro di Migliori l’attenzione alla memoria storica e all’immaginario collettivo, attraverso un’osservazione tesa a rilevare e risignificare la realtà tramite la gestualità, in questo caso l’orientamento di una candela in piena oscurità. Alla contemplazione dello spettatore si affianca così l’azione dell’artista, capace di amplificare i segni espressivi che evocano il fascino del Misterioso e del Meraviglioso, temi cari alla cultura rinascimentale che ha generato il Tempio Malatestiano. Migliori, “disegnando” con il chiaroscuro suggestioni fantastiche, ci trasporta in una dimensione altra, simile a quella sperimentata dai cittadini riminesi che nel 1400 avvicinavano di notte i bassorilievi di Agostino di Duccio al lume di una torcia. Un viaggio a ritroso nel tempo, quando il buio e il silenzio lasciavano spazio all’interiorità, all’immaginazione, all’incanto di una luce viva capace di isolare e animare nel profondo la materia.


NINO MIGLIORI – LUMEN
Inaugurazione sabato 16 dicembre alle ore 18, alla presenza dell’autore
Santa Maria della Vita, via Clavature 8-10, Bologna
per maggiori informazioni clicca qui 

Nino Migliori tra incanto e illusione

Il Tuffatore – 1951

di Denis Curti


Gestualità, sperimentazione, concettualismo, performance e narrazione sono solo alcune delle definizioni possibili per decifrare la portata progettuale dell’autore bolognese


Il Tuffatore – 1951
Il Tuffatore – 1951

Artista audace e poliedrico, Nino Migliori ha seguito, da protagonista, l’evoluzione linguistica della fotografia all’interno del contesto culturale italiano. Il suo esordio è negli anni del dopoguerra, quando la presenza ingombrante dell’industria cinematografica lo porta a confrontarsi con quel sentimento inedito di libertà ed entusiasmo che guidava la ricostruzione del Paese: è la scuola del Neorealismo. All’interno di questo movimento si distingue con una produzione capace di costruire un ponte espressivo tra le avanguardie europee.


«La fotografia è una bugia. Rappresenta un concetto, un’idea, un’interpretazione di chi usa la macchina fotografica» Nino Migliori


Certo, da fotografo neorealista, fa uso del bianco e nero e ritrae il mondo che lo circonda, ma già lavora per brevi sequenze, spostando la sua attenzione verso l’universo concettuale, che già da tempo aveva superato l’idea del fotografico come specchio della realtà. Una consapevolezza, riguardo alla sua poetica, che matura negli anni Cinquanta grazie anche ai sussulti intellettuali generati dalla straordinaria stagione dell’Informale, soprattutto con Pulga e Bendini, artisti capaci di intuire le qualità del giovane Migliori e di coinvolgerlo in un dibattito attivo nella Bologna dell’epoca. Affascinato dall’esperienza dei fondatori dell’agenzia Magnum, introduce nel linguaggio fotografico il valore dell’etica e della soggettività. Sono gli anni dedicati all’indagine senza tregua sul rapporto tra la fotografia e la realtà.



«Pazienza e amore. Quando fotografavo le persone comuni in giro per l’Italia diventavo loro amico, mangiavo e bevevo con loro. E trascorrevo molto tempo scattando a vuoto» Nino Migliori


La sua è un’esplorazione delle idee legate alla percezione e alla rappresentazione, a partire dall’assunto che la fotografia raramente può essere oggettiva. A interessarlo è anche il rapporto tra le immagini con la storia per giungere a un chiarimento della funzione di testimonianza e della formazione della memoria collettiva.
Dalle sequenze in scala di grigio all’esaltazione del particolare sulla pellicola a colori, il passo è breve e, proprio in questo passaggio, Nino Migliori inaugura il suo personalissimo percorso conoscitivo, fondato sulla sperimentazione che lo accompagna per tutta la sua carriera. Come una successione di livelli esplorativi, le prime opere lasciano il passo alla riflessione sulla spontaneità del segno, colto sulle ruvide superfici urbane: è il momento di Manifesti strappati e Muri, realizzati a partire dagli anni Cinquanta.


«La realtà assoluta non esiste; esistono tante realtà quanti sono gli sguardi, e quindi un numero infinito» Nino Migliori


A seguire, con la serie Il tempo rallentato approda all’esaltazione simbolica della natura e dei suoi frutti. Più recente è, invece, la produzione di Cuprum, il lavoro inedito dell’artista bolognese che si lascia stupire dalle tracce umide dei bicchieri di birra sui tavolini di un pub londinese. Il risultato è l’incanto e l’illusione di una favola che assume le variabili fisionomiche e cromatiche della luna. Instancabile sperimentatore, egli rimane un convinto sostenitore dell’ineluttabilità del cambiamento fotografico dovuto al suo essere tecnologia.


Nino Migliori è nato nel 1926 a Bologna – dove vive e lavora –. La sua fotografia, dal 1948, svolge uno dei percorsi più diramati e interessanti della cultura d’immagine europea. Oggi, è considerato un vero architetto della visione. Ogni suo lavoro è frutto di un progetto preciso sul potere della visione, tema, questo, che ha caratterizzato tutta la sua produzione. Le sue opere sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private: Mambo, Bologna; Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino; CSAC, Parma; Museo d’Arte Contemporanea Pecci, Prato; Galleria d’Arte Moderna, Roma; Calcografia Nazionale, Roma; MNAC, Barcellona; Museum of Modern Art, New York; Museum of Fine Arts, Houston; Bibliothèque Nationale, Parigi; Museum of Fine Arts, Boston; Musée Reattu, Arles, SFMOMA, San Francisco.

Speciale IL FOTOGRAFO: i Grandi Maestri del Bianco & Nero

È finalmente uscito lo speciale de IL FOTOGRAFO sui grandi maestri del BIANCO & NERO!
Ansel Adams, Nino Migliori, G. Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Francesco Cito, Gian Paolo Barbieri e molti altri ti aspettano in edicola.

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Nino Migliori – STORIE DI LUCE E OMBRA

© Nino Migliori
Nino Migliori – STORIE DI LUCE E OMBRA
a cura di Roberto Maggiori
FAR – fabbrica arte rimini
dal 23 settembre al 6 novembre
orario: tutti i giorni 10-13 / 16-19

ingresso libero – lunedì chiuso


© Nino Migliori
© Nino Migliori
Questo mese Nino Migliori compie novant’anni anni, per l’occasione il FAR di Rimini gli dedica una personale curata da Roberto Maggiori, vi aspettiamo per festeggiare insieme a Nino, intanto qualche anticipazione sulla mostra:
Nel salone centrale sarà esposta la serie completa deicata allo Zooforo dell’Antelami, fotografato nel 2006 a lume di candela. Trentaquattro fotografie di grande formato prestate per l’occasione dalla Fondazione Magnani Rocca di Reggio Emilia. In una sala attigua sarà poi visibile una selezione delle fotografie in bianco e nero degli anni Cinquanta, le istantanee del cosiddetto periodo Neorealista, tra cui il fcleberrimo “Tuffatore”, acquisito recentemente dai Musei Comunali di Rimini. Al piano superiore, in una bella collettiva curata da Giorgio Conti, sarà inoltre esposto un bel trittico degli anni Ottanta, in cui Migliori sperimenta una tecnica originale e inedita.
Nel bookshop saranno disponibili i diversi fotolibri realizzati da Nino Migliori per l’Editrice Quinlan, una bella occasione per farli autograre dall’autore.
Inaugurazione venerdì 23 settembre dalle ore 18, alla presenza di Nino Migliori e del curatore.

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