Marina Chapman Columbia, Feral Children 2015
Marina Chapman Columbia, Feral Children 2015

Scenari e retroscena. I tableaux vivants di Julia Fullerton-Batten

Julia Fullerton-Batten lavora da vent’anni con la fotografia richiamandosi all’arte pittorica rinascimentale, al teatro e al cinema. Il suo approccio si avvicina a quello dei grandi set pubblicitari e delle produzioni cinematografiche. Con i suoi tableaux vivants incuriosisce lo spettatore, conducendolo in una dimensione tra il reale e il surreale dove i colori vivi, le atmosfere rarefatte, i paesaggi fiabeschi e lo studio dei dettagli comunicano una storia nata dalla realtà o da una semplice visione.

Qual è stato il tuo primo progetto? Teenage stories. Ho cercato di ricreare i ricordi della mia infanzia e adolescenza in immagini, ovvero tutto ciò che riguardava la mia storia passata. Il divorzio dei miei genitori, il trasferimento in Inghilterra dalla Germania e la perdita, in un certo senso, di mia madre che si trasferì in Austria. Il concetto di divorzio era alquanto inconcepibile a quell’epoca e così fece seguito il crollo di ogni certezza fondata sull’idea di un ambiente familiare perfetto. Se vogliamo fare un passo ulteriore a ritroso, direi che ho iniziato viaggiando, ma pianificavo singoli scatti, non delle serie di immagini. Fotografavo gente comune. Già all’epoca dirigevo le pose e la scena. Successivamente ho iniziato a compiere ricerche più accurate sulle location e a portare con me modelle, inizialmente non professioniste, e un piccolo team con lo stretto indispensabile. Ciò che tuttavia è comune sin dall’inizio è il mio approccio da campagna pubblicitaria, anche agli inizi si trattava già di una piccola produzione, compreso l’allestimento di un set.

La produzione delle tue fotografie richiama l’idea allestitiva di un set cinematografico. Solitamente parte tutto da una visione nella mia mente. L’ispirazione può nascere anche da una storia letta o da un incontro con persone straordinarie oppure dopo aver visto una scena o un luogo particolarmente interessante. Prima di cominciare con la realizzazione passa molto tempo. Eseguo prima delle ricerche e inizio con il casting. Mi reco più volte sul posto o mando qualcuno a effettuare i sopralluoghi. Per esempio, la foresta dove ho scattato alcune immagini per Feral Children si trova in Inghilterra e me l’ha suggerita un amico. Assolutamente incredibile! Sembrava di essere in una vera foresta pluviale. Per quanto riguarda il team, ho delle persone fidate che lavorano con me. Solitamente facciamo dei briefing in modo da portare il necessario: abiti, trucco, scenografie, attrezzatura per le riprese. Mi piace essere coinvolta in tutti gli aspetti e ho un rapporto particolare con il mio staff.

 Ophelia after Millais Old Father Thames, 2018
Ophelia after Millais Old Father Thames, 2018

Qual è il progetto al quale sei più affezionata? Sono particolarmente legata a Feral Children e Old Father Thames. Feral Children perché l’argomento mi ha preso direttamente il cuore. Si tratta di casi realmente esistiti di bambini abbandonati e maltrattati, alcuni dai loro stessi familiari, e sopravvissuti da soli per strada o nella natura crescendo e imparando dal comportamento degli animali. Ho iniziato il progetto dopo aver letto il libro autobiografico di Marina Chapman, The girl with no name, e l’ho trovato assolutamente incredibile, tanto quanto ho considerato assurdo che nessuno avesse creduto alla sua storia per anni. Da qui ho iniziato un lungo lavoro di ricerca per trovare altre incredibili storie di “bambini selvaggi”. Old Father Thames, invece, è il mio ultimo e più complesso progetto. Mi ci sono voluti tre anni. Ho dovuto chiedere molti permessi alle autorità portuali di Londra per gli shooting, inoltre le maree, caratteristiche del Tamigi, ne hanno complicato la realizzazione. Ho ricreato alcune scenografie in studio combinate poi con scenari reali. Old Father Thames non è ancora stato esibito interamente in Inghilterra e ho passato gli scorsi mesi a lavorare sul film girato durante questo progetto. Il cortometraggio sarà proiettato al Film Festival di Los Angeles il prossimo anno.

di Silvia Carapellese

Julia Fullerton-Batten

Julia Fullerton-Batten - ritratto

Nata a Brema nel 1970, ha la doppia nazionalità britannica e tedesca. Ha studiato fotografia al Berkshire College of Art & Design. Nel 2005 realizza il suo primo progetto fine art Teenage Stories. In seguito ha lavorato su tematiche sociali, tra cui la cecità, i bambini selvaggi e l’industria del sesso. L’ultimo progetto è costituito da una serie di immagini che celebrano le glorie del fiume Tamigi su uno sfondo di eventi storici, aneddoti e leggende. È ambasciatrice Hasselblad e ha vinto numerosi concorsi internazionali. La National Portrait Gallery di Londra le ha commissionato una serie di ritratti a personaggi di spicco del servizio sanitario britannico – ora parte di una collezione permanente –. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste fotografiche di tutto il mondo.

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