Chiesa di Sant’Egidio Abate, Cavezzo (Modena), 2012

Giovanni Chiaramonte brilla nel firmamento della fotografia italiana

Fotografo, ideatore e direttore di collane di libri, insegnante, ma prima di tutto intellettuale. Giovanni Chiaramonte brilla nel firmamento della fotografia italiana e come un corpo celeste, errante e solitario, prosegue ancora oggi il suo percorso nello spazio dell’arte, senza satelliti o stelle attorno alle quali orbitare. La sua storia di fotografo è difficilmente classificabile perché fortemente intrecciata alla sua vicenda esistenziale, agli incontri e alle amicizie strette lungo il cammino. Parlare di fotografia con Giovanni Chiaramonte significa parlare dell’origine dell’uomo, del suo destino e della sua possibilità di redenzione. L’atto di fotografare come ricerca di senso. E proprio “l’origine perduta” è il soggetto delle sue prime fotografie in bianco e nero. Siamo nel 1970, è estate, e Giovanni Chiaramonte si trova in Sicilia, luogo di provenienza dei suoi genitori, con due Leica al seguito. Le primissime immagini che realizza sono dunque un ritratto di quella terra che gli è particolarmente cara e a cui sente di appartenere anche culturalmente, grazie all’affinità con autori come Quasimodo e Vittorini, «la grande avventura della letteratura italiana della generazione precedente alla mia», prendendo in prestito le sue parole.

Giovanni Chiaramonte e la fotografia

Così racconta: «Pensavo che la via della fotografia in Italia fosse quella segnata dalla genealogia dei reporter come Gianni Berengo Gardin. Seguendo questa logica, scattavo con una macchina di piccolo formato e guardavo a essa come a uno strumento di conoscenza del mondo. Già dopo quel primo lavoro, tuttavia, fu l’esperienza della vita a condurmi verso una nuova direzione perché comprendevo di non poter più esprimermi con quella lingua. Il reportage non rispondeva ai miei bisogni, avevo necessità di capire come e perché.
Una prima via la trovai nella cinematografia di Andrej Tarkovskij, che mi colpì profondamente. Quell’immagine davvero mi riguardava, pescava in un orizzonte del mondo e del cuore che era quello che sentivo essere oltre la disperazione e la rivoluzione, le due possibilità offerte dal mio tempo (siamo nel 1968, ndr)». A influenzare l’autore non sono solo le opere del grande regista e sceneggiatore russo, ma anche la fotografia di Paul Strand, il confronto con l’arte contemporanea e la frequentazione di spazi come la Galleria San Fedele, a Milano, all’interno della quale incrocia figure come il famoso collezionista d’arte Giuseppe Panza di Biumo, che un giorno, vedendolo con una macchina fotografica in mano, ironicamente gli dice: «Non è più tempo di immagine figurativa, se proprio devi usare la fotografia togli l’obiettivo!». Altri incontri cruciali sono quelli del 1973 con Carlo Arturo Quintavalle, Paolo Monti e Luigi Ghirri. «Un giorno scopro un cofanetto di fotografie di Luigi, Colazione sull’erba  – rivela Chiaramonte –. Mi faccio dare subito il suo numero di telefono e lo chiamo, inaugurando una stagione di amicizia e di condivisione totale… Fratelli. Questo vuol dire che io, pur stando a Milano, e conoscendo tutti in città, non mi ritrovavo nella dimensione milanese del reportage o della fotografia professionale del mondo del design. Io mi sentivo decisamente altro e con Ghirri inizio un cammino». Tantissime, le esperienze affrontate insieme; la più nota, sicuramente, è quella che prende le mosse nel 1978 quando i due fotografi fondano la casa editrice Punto e Virgola, dando vita a una indagine sul paesaggio italiano che segnerà una svolta importante nella ricerca della nuova fotografia italiana e che, a sua volta, troverà espressione nel 1984 con la celebre mostra Viaggio in Italia . Tornando all’inizio degli anni Settanta, dopo aver realizzato la prima personale presso la galleria Il Diaframma di Milano, nel 1974, Chiaramonte, messo in crisi dalle Verifiche di Ugo Mulas e dalla fine della rappresentazione figurativa nell’arte, sostenuta dai critici del tempo, smette di fotografare per un lungo periodo di meditazione e silenzio, dal quale riemergerà alla fine del 1978, arricchito dallo studio e dall’approfondimento di autori come Paul Strand, Robert Frank e Minor White. Dopo questa interruzione, riprende la propria attività artistica con vigore, facendo «dell’intreccio tra forma dei luoghi, destino degli uomini e viaggio come via di conoscenza e salvezza» il fulcro della propria opera.  Instancabile, organizza mostre in Italia e all’estero rassegne come Luogo e identità nella fotografia europea contemporanea (1982) e si dedica alla scrittura realizzando una Storia della fotografia che sarà pubblicata in Italia, negli Stati Uniti e perfino in Giappone. Gli anni Ottanta sono segnati dall’impegno come fotografo di architettura e paesaggio. Chiaramonte collabora con riviste come Lotus , realizza progetti fotografici per istituzioni come la Triennale di Milano e viaggia tra Berlino, Roma, Atene, Istanbul, Gerusalemme e poi in Messico e negli Stati Uniti per un progetto di ampio respiro sul destino dell’Occidente.  «La parola paese ha la stessa radice indoeuropea di paesaggio e indica prima l’atto del seppellire e poi quello di piantare un albero – spiega l’autore –. È dalla veduta urbana che si declina il paesaggio. Ed è a partire da questa consapevolezza che si forma la mia visione fotografica. Con grande sorpresa ricevo commissioni da riviste come Lotus  proprio perché la mia fotografia è misura armonica, capace di mettere in scena il terribile ordine caotico della periferia. Mi chiamarono per interpretare con il mio linguaggio l’architettura e questo era un risultato straordinario per me che odiavo la decontestualizzazione tipica della fotografia professionale di questo genere».