Per catturare il sole al tramonto sulla Monument Valley, Michele ha impostato la sua D810 a 1/100 sec, f/22, ISO 1.000

Michele Dalla Palma: l’autore ci spiega come si costruisce un fotoracconto

Prima di guardare nell’obiettivo della macchina fotografica, bisogna guardare con gli occhi. Ne è convinto Michele Dalla Palma, giornalista e fotografo con all’attivo oltre 500 reportage realizzati in ogni angolo del mondo. Per questo, insegna ai suoi studenti che prima di scattare una fotografia – soprattutto oggi che premere il pulsante di scatto è diventato così facile – bisogna pensare, osservare, lasciarsi pervadere dalle emozioni che la realtà ci regala per restituirle in un’immagine autentica. E ogni tanto, aggiunge con un sorriso, bisogna anche essere capaci di non premere quel pulsante…

Michele Dalla Palma ci spiega come si costruisce un fotoracconto

Michele, che cos’è per te la fotografia? La fotografia è il mezzo di comunicazioneuniversale che, insieme alla musica, non abbisogna di alcuna traduzione. Le immagini arrivano immediatamente, senza filtri, a qualunque essere umano indipendentemente dalla lingua, dalla cultura, dalla religione. Da questo punto di vista, quindi, è uno strumento che ha una forza di comunicazione spaventosa. Questo però non significa che tutti, di fronte al medesimo scatto, abbiano gli stessi feedback, perché questi dipendono dal background, dalla cultura, dal modo di vedere le cose.

Nel la prefazione del tuo l ibro, Fotoreportage, scrivi che per osservare le altre realtà bisogna liberarsi delle sovrastrutture, dei preconcetti: questo che cosa significa per un fotografo? Significa riuscire a sganciarsi dalle certezze che ti derivano dalla tua cultura, dalla tua società, dalla tua quotidianità. L’approccio di un fotografo nei confronti di un mondo diverso dovrebbe essere quello rigorosissimo dell’antropologo. E la prima regola dell’antropologia è di non interagire con il mondo che vuoi raccontare. Significa che se tu arrivi in una qualsiasi situazione che non ti appartiene e dove sei considerato un estraneo, un alieno, nel momento in cui interagisci con questa situazione, la trasformi, spesso in modo pesante. Devi avere la pazienza che la curiosità per questa tua incursione si esaurisca. E solo nel momento in cui sei di nuovo diventato invisibile, cioè chi ti sta intorno si è abituato a te, non ti considera più né una novità né una minaccia, e riprende i ritmi della sua quotidianità, solo in quel momento tu puoi catturare delle immagini che non siano condizionate dalla tua presenza.

 

L’intervista completa sul nuovo numero di Nphotography, in edicola e disponibile online cliccando qui 


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