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Intimate strangers. La personale di Susan Meiselas a Palermo

Shortie on the Bally. Barton, Vermont, USA,1974 @Susan Meiselas _Magnum Photos HR
Shortie on the Bally. Barton, Vermont, USA,1974 © Susan Meiselas Magnum Photos

E’ una delle pioniere del fotogiornalismo moderno, che con le sue tecniche e serie fotografiche ha rivoluzionato il reportage. Susan Meiselas, (Baltimora, 1948), tra le prime donne ammesse alla celebre agenzia Magnum Photos, arriva a Palermo sabato 14 dicembre per inaugurare la sua mostra al Centro Internazionale di fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia.

Intimate Strangers, il lavoro di Susan Meiselas a Palermo

Intimate strangers, questo il titolo dell’esposizione, presenta Carnival Stripes e Pandora’s Box, due dei lavori più potenti della pluripremiata autrice, nota per aver fatto della fotografia un importante mezzo di denuncia sociale per combattere ogni tipo di violenza, da quella domestica – che racconta in vari progetti come Archives of Abuse (1992) e Room of their Own (2017)- a quella delle guerre (celebre il suo reportage sulla guerra civile in Nicaragua) oltre che strumento di impegno civile per la difesa dei fondamentali diritti umani, e in particolare delle donne, per cui quest’anno ha vinto il premio Women In Motion.

Carnival Strippers, la svolta nella storia del fotogiornalismo

In Carnival Strippers, confluisce un lavoro lungo tre estati consecutive, dal 1972 al 1975, in cui la Meiselas segue le spogliarelliste delle fiere di paese in New England, Vermont e South Carolina. Una documentazione attenta e scrupolosa fatta delle istantanee in bianco e nero non soltanto delle esibizioni sul palcoscenico ma anche dei loro momenti più intimi, alla quali la fotografa affianca le registrazioni audio delle voci delle protagoniste da lei stessa intervistate. Il risultato è un racconto multimediale che per la sua originalità e profondità segna un punto di svolta nella storia del fotogiornalismo, aprendo alla Meiselas le porte della Magnum, la più ambita e celebre agenzia di fotogiornalismo del mondo di cui entra a far parte nel 1967. Da quel momento il coinvolgimento dei soggetti fotografati attraverso la testimonianza diretta diventa una caratteristica del lavoro di Susan Meiselas, una metodologia d’indagine che costituisce per l’artista non solo una pratica analitica ma anche una forma di impegno civile.

Pandora’s Box, la “Disneyland” del sadomaso

Risale a vent’anni più tardi, Pandora’s Box (1995) -seconda parte del percorso espositivo- reportage che può considerarsi l’ideale prolungamento di Carnival Strippers . La serie realizzata in un club sadomaso di New York, svela l’esistenza di un altro rapporto con la violenza e il dolore, che qui è cercato e auto-inflitto per scelta. Pandora’s Box ci trasporta in un luogo esclusivo di 4000 metri quadrati all’interno di un loft di Manhattan, definito la ‘Disneyland della Dominazione’. Oscuramente teatrali e allo stesso tempo non studiate, queste fotografie esplorano una rete di stanze opulente e di set di uno storico “dungeon” newyorkese, dove la protagonista Mistress Raven insieme al suo staff di 14 giovani donne, si esibisce in riti di dolore e piacere fortemente formalizzati.

Info sulla mostra
Dal 15 dicembre al 16 Febbraio 2020
Centro Internazionale di Fotografia
Cantieri Culturali alla Zisa
Via Paolo Gili, 4
Ingresso gratuito
Orari Apertura Mostra:
Mar-Dom dalle ore 9.30 alle ore 18.30
Chiusura: Lunedì.

Mountains by Magnum Photographers: la montagna fotografata dai fotografi Magnum

Zermatt, Switzerland, 1950 Robert Capa © International center Of Photography / Magnum Photos

Mountains by Magnum Photographers: la montagna vista, vissuta e fotografata dai fotografi dell’Agenzia Magnum Photos, l’agenzia di fotogiornalismo fondata nel 1947 da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger, che riunisce oggi i migliori fotografi del mondo. La mostra Mountains by Magnum Photographers, frutto di una co-produzione tra Forte di Bard e Magnum Photos Paris, presenta al Forte di Bard, dal 17 luglio 2019 al 6 gennaio 2020, un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso cronologico che raccoglie oltre 130 immagini esposte in una prospettiva di sviluppo storico della rappresentazione dell’ambiente montano, declinata in base ai diversi temi affrontati da ciascun autore. Dai pionieri della fotografia di montagna, come Werner Bischof – alpinista lui stesso – a Robert Capa, George Rodger, passando per Inge Morath, Herbert List per arrivare ai nostri giorni con Ferdinando Scianna, Martin Parr, Steve McCurry.

Mountains by Magnum Photographers

Prima dell’avvento della fotografia le montagne erano già un motivo iconografico in pittura, dove erano rappresentate da rocce o massi fino al Rinascimento, quando divennero uno sfondo maestoso che contribuì all’idea prevalente della natura. Le montagne erano state tradizionalmente viste come le sedi di potere mistico e sovrumano, qualcosa di pericoloso e inaccessibile agli umani da poter essere osservato solo da lontano.Durante il XIX secolo, con lo sviluppo dell’alpinismo, i fotografi hanno iniziato a fornire emozioni vertiginose grazie ai primi documenti sulla conquista delle vette fino ad allora inesplorate. Le fotografie non erano solo semplici prove del successo di un’ascensione – erano anche un modo per viaggiare attraverso le immagini. Le prime spedizioni fotografiche sulle Alpi iniziarono negli anni Cinquanta del XIX secolo e furono vere prodezze di sforzo fisico: i fotografi alpinisti erano aiutati da portatori che trasportavano la loro attrezzatura ingombrante e delicata. Le loro immagini stupirono il pubblico che non aveva mai visto le cime delle montagne da così vicino e con così tanti dettagli. Le foto mostravano un mondo nuovo, inesplorato e ancora intatto, promettendo viaggi in territori vergini che evocavano le origini del mondo. Fin dalla nascita della fotografia, quindi, il paesaggio di montagna è stato un soggetto che ha affascinato i fotografi.
Queste immagini non sono solo una testimonianza dell’ammirazione che l’uomo ha per le alte vette, ma mettono in risalto anche la venerazione e il timore che l’uomo, da secoli, ha per le montagne. Da 180 anni, i fotografi che hanno eletto le montagne a soggetto privilegiato del loro lavoro ne esplorano le forme e le trame da ogni angolazione. Artisti passati e presenti hanno reso omaggio alla loro immensità, variando i punti di vista e cercando talvolta di amplificarne la natura spettacolare.

Mountains by Magnum Photographers: i fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana

I fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana. Nelle loro fotografie le montagne sono osservate, sfruttate e attraversate. Vediamo persone che trascorrono tutta la loro vita ad alta quota, ma anche persone di passaggio che cercano una guida spirituale, il piacere, un rifugio dalla guerra o semplice sopravvivenza. L’esposizione al Forte di Bard è un viaggio attraverso gli archivi Magnum, un’esplorazione fotografica di come gli uomini hanno fatto proprie le montagne, che in questi scatti hanno poco in comune con quelle che vediamo nelle cartoline. Il tema della montagna, inoltre, permette di avere un’idea dei viaggi dei fotografi Magnum attraverso tutti i continenti e fa comprendere meglio che cosa di volta in volta cattura la loro attenzione.
La mostra comprende inoltre una sezione dedicata a un importante progetto su commissione dedicato al territorio della Valle d’Aosta, firmato da Paolo Pellegrin, fotografo di fama internazionale e, tra altri prestigiosissimi riconoscimenti, vincitore di dieci World Press Photo Award, frutto di uno shooting realizzato nella primavera 2019.
Per realizzare le immagini presenti in mostra Pellegrin ha dovuto recarsi più e più volte, alla ricerca di quelle luci che lui, amante del bianco e nero, predilige. Sono le luci filtrate dalle nubi sfilacciate dal vento, i violenti controluce sulla superficie della neve, le buie increspature dei crepacci, le scure torri delle creste rocciose, gli arabeschi disegnati sulla superficie dei laghi ghiacciati.

La mostra è accompagnata da un volume edito da Prestel Publishing/Random House, New York.

Mountains by Magnum Photographers
Forte di Bard.
Fino al 6 gennaio 2020
A cura di 
Andrea Holzherr, Annalisa Cittera
Partner 
Regione autonoma Valle d’Aosta, Compagnia San Paolo, Fondazione Crt
Media Partner, 
RMC Radio Monte Carlo

Associazione Forte di Bard
T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | www.fortedibard.it

 

World Press Photo 2019 al Forte di Bard

Crying Girl on the Border di John Moore

Il World Press Photo, il più prestigioso premio al mondo di fotogiornalismo torna al Forte di Bard,  dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020.
Giunto alla 62esima edizione il concorso, ideato nel 1955 dalla World Press Photo Foundation, premia ogni anno i migliori scatti che hanno documentato e illustrato gli avvenimenti del nostro tempo sui giornali di tutto il mondo. In esposizione le 140 immagini vincitrici e più rappresentative del 2018, divise in otto diverse categorie: Contemporary issues, Environment, General news, Long Term Projects, Spot news, Nature, Portraits, Sport e Spot news. Le fotografie sono state scelte da una giuria composta da 17 professionisti e presieduta da Whitney C. Johnson, vice-presidente della sezione che si occupa di contenuti visivi ed immersivi del National Geographic. Tre fotografi italiani finalisti per il World Press Photo 2019, sono Marco Gualazzini, Lorenzo Tugnoli e Daniele Volpe. Marco Gualazzini ha ricevuto il primo premio nella categoria Ambiente – Storie; Lorenzo Tugnoli, primo classificato, grazie alla sua serie Yemen Crisis, nella categoria General News – Stories; Daniele Volpe con lo scatto sul soggiorno di una casa abbandonata a San Miguel Los Lotes, in Guatemala, secondo classificato nella categoria General news, foto single. Vincitrice di questa edizione è Crying Girl on the Border di John Moore. Lo scatto mostra la piccola Yanela Sánchez, originaria dell’Honduras, che si dispera mentre la madre viene perquisita da agenti della polizia di frontiera statunitense a McAllen, in Texas.

 

 

World Press Photo 2019
Forte di Bard. Valle d’Aosta
6 dicembre 2019 – 6 gennaio 2020

A Padova un festival dedicato al mondo del fotogiornalismo

IMP Festival Padova – INTERNATIONAL MONTH OF PHOTOJOURNALISM, alla sua prima edizione, è il primo Festival in Italia interamente dedicato al mondo del Fotogiornalismo. Una preziosa occasione per la città di Padova per indagare le storie, i metodi e gli approcci della miglior fotografia internazionale; un’esperienza di “immersione totale” nel mondo dell’attualità e del fotogiornalismo; un ponte tra il grande pubblico, i professionisti dell’editoria e della stampa, e i maestri della fotografia da tuto il mondo.

Il Festival si svolgerà dal 10 al 26 maggio 2019 e si articolerà in 20 esposizioni principali allestite nelle più prestigiose sedi museali ed espositive della città, alle quali si aggiungeranno altri eventi espositivi a corollario; proporrà inoltre tre workshop con alcuni dei più affermati autori sulla scena internazionale, le rassegna cinematografica dedicata ai protagonisti del fotogiornalismo oltre a aperitivi, proiezioni e concerti serali.
Tra le esposizioni principali il Festival ospiterà la mostra monografica dell’acclamato fotografo americano Alex Webb,  l’esibizione del presidente di Magnum Photos Thomas Dworzak, ma anche le mostre di Patrick Brown in collaborazione con FotoEvidence New York e World Press Photo, Mads Nissen, Peter Bauza, Mario Dondero, Giles Duley, Francesco Cito, Pietro Masturzo, Giulia Nausicaa Bianchi, Francesco Gius-, Massimo Sciacca, André Liohn, Scott Typaldos, Erik Messori, Alessandro Vincenzi, Claudia Gori e Ciro Bahloro.
Durante il periodo del Festival, la città di Padova avrà l’onore di ospitare i più grandi fotogiornalisti del mondo, acclamati reporter che, attraverso il mezzo fotografico, hanno testimoniato guerre, denunciato violazioni di diritti umani, influenzato l’opinione pubblica contribuendo a mutare il corso della storia. Dall’Iraq all’Afghanistan, dai Balcani alla Guerra del Golfo, fino alle storie più attuali e controverse della storia recente, la città di Padova sarà al centro del dibattito internazionale sui temi e le storie del miglior reportage internazionale.

Dal 10 al 26 maggio 2019

World Press Photo of the Year: la foto vincitrice

© John Moore, Getty Images Crying Girl on the Border World Press Photo

John Moore con lo scatto della bambina honduregna che piange mentre sua madre viene perquisita a McAllen, Texas, vicino al confine con il Messico, si aggiudica il World Press Photo of The Year, il più importante premio di fotogiornalismo al mondo.
John Moore lavora per l’agenzia Getty Images, per cui ha scattato la foto in questione e l’immagine in questione è salita agli onori della cronaca subito dopo essere stata scattata, nel giugno del 2018, quando i giornali di tutto il mondo la utilizzarono come strumento di protesta alla politica di tolleranza zero nei confronti degli immigrati irregolari, adottata dal Presidente Trump.
L’immagine fu utilizzata dal Time, il quale fece una copertina nella quale, la bambina, anziché guardare disperata la madre è posta di fronte al presidente americano Donald Trump, accusato, in quel momento di essere il responsabile del pianto. Il 20 giugno Trump firmò un ordine esecutivo per dire stop alla divisione delle famiglie di immigrati irregolari.

Robert Capa in mostra ad Ancona

Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos
Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

Ad Ancona la mostra Retrospective di Robert Capa

Alla Mole Vanvitelliana di Ancona, in mostra oltre 100 immagini in bianco e nero di Robert Capa.
La mostra con più di cento immagini in bianco e nero documenta i maggiori conflitti del Novecento,dal 1936 al 1954, di cui Capa è stato testimone oculare; nelle immagini del fotografo, alcune delle quali diventate delle vere icone, viene rappresentata la sofferenza, il caos, la miseria e la crudeltà della guerra.
La rassegna è articolata in tredici sezioni e si conclude con la sezione “Gerda Taro e Robert Capa” : un ritratto di Robert, un ritratto di Gerda scattato da Robert e un loro doppio ritratto. Gerda Taro è “La ragazza con la Leica” protagonista del romanzo di Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega.
Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per Robert Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale” Il curatore Denis Curti.

Mole Vanvitelliana, Sala Vanvitelli
Banchina Giovanni da Chio 28, Ancona
Fino al 2 giugno 2019
Da martedì a domenica 10.00 – 19.00
mostrarobertcapa.it

 

Monreale, Sicily, July 1943 © Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

Ivo Saglietti: testimoniare la storia e il destino dell’uomo

©Ivo Saglietti

Ivo Saglietti. Testimoniare la storia e il destino dell’uomo. Con questo scopo è entrato nelle pieghe dei fatti più drammatici restituendoli con una visione asciutta ma pienamente coinvolta, degna di una grande voce del fotogiornalismo. Prima di incontrare la fotografia si è nutrito di una passione affine: quella per il cinema. A metà degli anni Settanta quella passione diventa un lavoro quando è assunto in una casa di produzione di Torino. Dopo qualche tempo, però, si rende conto che la complessa e affollata macchina del cinema è troppo distante dal suo modo di guardare la realtà. Mentre fa queste riflessioni un giorno vede su una bancarella il libro di Eugene Smith Minamata. Quelle immagini lo illuminano sulla sua vera vocazione: raccontare le vicende dell’uomo, la sua storia. Si procura una piccola fotocamera, qualche rullo di pellicola, un paio di scarpe comode e parte. Non si ferma alla cronaca ma documenta l’evolversi dei fatti nel tempo e la risposta dell’uomo ai cambiamenti. Per questo vuole osservare la realtà da vicino, creando relazioni e facendosi accettare senza imporre la sua presenza, con pazienza, tenacia e discrezione. Anche la scelta del bianco e nero in pellicola rientra in questo suo approccio rispettoso ma diretto, che non lascia spazio all’enfasi estetica e alla retorica sul dolore dell’altro.

Ivo Saglietti al Talent Garden Sarzana

Il grande fotografo sarà presente al Talent Garden Sarzana, come ospite della rassegna Contrasti di Spazi Fotografici mercoledì 27 marzo, con una incontro pubblico dal titolo “La grande fotografia di reportage”.

Phil Stern: l’eroe fotografo

Lo sbarco degli alleati in Sicilia, 1943

Phil Stern, figura eclettica del primo fotogiornalismo, è stato un reporter di guerra e un celebre ritrattista delle star di Hollywood.
Gli anni Trenta del XX secolo hanno assistito alla nascita del fotogiornalismo che dall’Europa più avanguardista si diffondeva ai grandi centri dell’America liberale. Era l’epoca favolosa dell’informazione, quando centinaia di fotografi animavano gli esordi delle più importanti testate giornalistiche e, tra loro, il giovane e promettente Phil Stern sognava di divenire un grande fotoreporter. Allora, nel pullulare di riviste illustrate dalle vendite straordinarie, numerosissime erano le redazioni che mettevano in campo la nuova forma di comunicazione fatta di immagini e parole, tutte alla continua ricerca di una fotografia fresca, sfrontata e libera. Phil Stern conosceva bene quella fotografia e la sosteneva con uno sguardo così intenso e spregiudicato, da portarlo, nel 1939, a lasciare Philadelphia per Los Angeles, dove intraprese una sorprendente carriera fotografica. A vent’anni, così come per tutti quelli a venire, l’ispirazione non gli mancava. Sognava l’avventura, i viaggi e l’emozione più pura. E proprio in questo entusiasmante contesto arrivò l’occasione che gli avrebbe cambiato la vita: un annuncio pubblicato sulla rivista dell’esercito Stars and Stripes : «Ti piace l’avventura? I viaggi, le emozioni? Cerchiamo volontari per la formazione di un nuovo gruppo militare». In poche settimane, il gioco era fatto e Stern si arruolò nel battaglione dei Rangers che sbarcò in Nord Africa durante la Seconda guerra mondiale. Una grande passione. Una ferita lo riportò in patria, ma non appena fu in grado di tornare al fronte, partì nuovamente per seguire le truppe americane in Sicilia. Le sue fotografie di guerra rimbalzarono sulle pagine dei più noti giornali d’America, non appena ne riconobbero la grande umanità e la sincera vena narrativa. Ancora oggi, quel documento espressivo è capace, dopo decenni dall’accaduto, di rievocare il momento apocalittico che precedette lo sbarco in Italia con un’emozione quasi palpabile. L’atmosfera silenziosa e rarefatta della grana ai sali d’argento accentua l’aspettativa degli eventi e spalanca le porte a una delle più sorprendenti visioni del secolo: Phil Stern in Sicilia si unì alla gente, ne comprese la bellezza e i costumi e ne interpretò i sentimenti. Numerose sono le immagini in cui lui stesso compare con la popolazione locale, in sella a un asino, in compagnia dello stampatore di Licata. La sua presenza era sempre lì, fuori o dentro la scena, ad animare gli eventi con l’entusiasmo della scoperta e la sfrenata curiosità della gioventù. Ma dopo la prima immagine dello sbarco, così ampia e ariosa, il suo sguardo cambiò registro espressivo. D’un tratto si fece intimo e ravvicinato, annunciando al mondo intero quello che ben presto sarebbe divenuto il punto di vista di un grande ritrattista.

Phil Stern: il fotografo eroe

Di fatto, il rientro in patria valse a Phil Stern non solo la Purple Heart, la medaglia degli eroi, ma anche, e soprattutto, il riconoscimento di un’identità artistica che lo portò di lì a poco a frequentare i più celebri divi di Hollywood, del mondo del jazz e della politica. La collaborazione con Orson Welles sul set di Citizen Kane  fu fatale, perché accese su Stern i riflettori dell’ormai prestigiosissimo mondo delle riviste. Se le celebrità offrivano se stessi alla costruzione del mito americano, i fotografi dovevano modellarne un’immagine mediatica forte, audace, disinibita e irraggiungibile. E chi più di un eroe americano poteva trasformare delle persone in vere e proprie icone contemporanee? Marylin Monroe, James Dean, Frank Sinatra, il presidente John Fitzgerald Kennedy e tanti altri non furono più gli stessi dopo i ritratti di Phil Stern. Plasmato sui volti e sulle pose della tragedia umana, il suo sguardo era il più profondo e incontentabile. È probabile che fosse alla ricerca di quell’intenso vigore che aveva conosciuto nel Vecchio Continente, alle radici dei sentimenti di amore, fratellanza e condivisione che lo accompagnarono durante la sua eroica carriera.

Immagine in evidenza Lo sbarco degli alleati in Sicilia, 1943

Baldelli, Grassani, Monteleone: il futuro del fotogiornalismo

Republic of Chechnya, Russia, 03/2013. Rada, 14 years old is trying a wedding dress designed by her sister, inside a bus during the rehearsal for the shooting of a movie on Chechen deportation. Child brides were very common in the Chechen tradition as in many other Muslim countries. Despite President Kadyrov is strongly promoting a revival of Chechen tradition and Islamic law, he was recently forced by central authority of the Russian Federation to publicly condemn the practice of child marriage, illegal in the entire Russian Federation. Shatoy.

Baldelli, Grassani, Monteleone

In occasione dell’undicesima edizione dei Sony World Photography Awards, Sony ha proposto tre serate di approfondimento aperte al pubblico (presso gli spazi di Open a Milano) dal titolo “Fotografare il domani. Progettualità, etica e bellezza” che hanno visto protagonisti i Sony Digital Imaging Ambassador, gli attuali dieci fotografi professionisti selezionati per l’Italia nell’ambito del programma Sony Global Imaging Ambassadors. Con loro, Denis Curti, curatore dell’edizione italiana della mostra, ha affrontato diversi temi legati alla fotografia, indagandone gli aspetti fondamentali. Il talk conclusivo ha visto la partecipazione di Luigi Baldelli, Alessandro Grassani e Davide Monteleone con i quali Denis Curti ha dialogato intorno al tema del fotogiornalismo, professione, o forse “vocazione”, che oggi propone ai fotografi nuove sfide, ma anche inedite opportunità.

Intervista a Baldelli, Grassani, Monteleone

La discussione prende il via dal titolo dell’incontro, “Fotografare il domani”, quasi un ossimoro, come sottolinea il moderatore, perché la fotografia ha una costante aderenza alla realtà, anche se spesso ai fotografi viene chiesto di raccontare il futuro. Come si conciliano presente e futuro, attualità e domani, nel lavoro di un fotogiornalista? «Raccontare il futuro è praticamente impossibile – esordisce Luigi Baldelli. Quando ti viene chiesto di raccontare una storia, è importante cercare di raccontarla nel miglior modo possibile nel presente. Questo è ciò che va fatto, secondo me, nel nostro mestiere. Ma bisogna sempre avere un occhio rivolto al domani, capire come questa storia sarà utilizzata o manipolata». Sul rapporto tra fotografia e futuro interviene anche Alessandro Grassani: «Quando ho iniziato a studiare fotografia, sono rimasto colpito dallo slogan con cui Henry Luce lanciò la rivista LIFE nel 1936: “Vedere la vita, vedere il mondo, essere testimoni dei grandi eventi”. Per me la fotografia aveva una forte attinenza al presente, voleva dire raccontare quello che succedeva. Con il passare del tempo, con questa globalizzazione dell’immagine che fa sì che tutti possano vedere tutto, fotografare tutto, condividere immediatamente in Rete ciò che hanno visto, ho capito che essere fotografi significa interpretare il presente per raccontare alcuni aspetti del futuro. Questa è la mia idea di fotografia oggi: provare il più possibile a interpretare il presente, perché partiamo da ciò che è reale, da quello che succede oggi, cercando di darne un senso. Per essere testimoni del nostro mondo dobbiamo avere la capacità di aprire una finestra sul futuro». «Immagino la fotografia come una concatenazione di eventi che si manifestano in tempi diversi – è il pensiero di Davide Monteleone. Il primo evento è quello del fotografo che va da qualche parte, che incontra qualcuno, qualcosa. Poi c’è il secondo momento, quello in cui il fotografo ha una relazione diretta con l’opera che ha prodotto, con la fotografia che ha immaginato. Questo diventa anche il momento in cui l’autore sceglie cosa divulgare e cosa tralasciare di quanto ha prodotto. Il terzo evento è la relazione che il pubblico ha con la fotografia e che riconduce all’evento iniziale. La fotografia rappresenta, di fatto, nello stesso momento tre tempi diversi. Il passato, cioè il momento in cui è stata scattata, il presente, il momento in cui è vista e scelta, e il futuro, nel senso che la fotografia diventa in qualche modo memoria del passato e simbologia per il futuro».

© Alessandro Grassani

Baldelli, Grassani, Monteleone: Oggi, i fotografi sono chiamati a schierarsi, a prendere posizione, a dire come la pensano… È davvero così?

«In una guerra si deve odiare qualcuno oppure amare qualcuno; è necessario avere una posizione oppure non si può capire ciò che succede». Denis Curti prende spunto da questa affermazione di Robert Capa per lanciare una provocazione: oggi, i fotografi sono chiamati a schierarsi, a prendere posizione, a dire come la pensano… È davvero così? E come si fa a schierarsi attraverso un linguaggio ambiguo come quello della fotografia? Secondo Luigi Baldelli, la fotografia è in qualche modo una forma di politica: «Quando si scatta una fotografia, non si assume solo una posizione fisica, controsole o a favore di luce, ma si prende una posizione ben precisa rispetto a quello che si vuole raccontare. Se vai a Kabul quando ci sono i talebani, non puoi stare dalla loro parte. Se vai a fotografarli lo fai solo per denunciare, almeno questa è stata la mia scelta». «Trovo quasi ovvio che la fotografia sia un linguaggio personale, soggettivo – gli fa eco Alessandro Grassani. Quando un fotografo prende in mano la macchina fotografica, comunque vada esprime un punto di vista personale. Il fotografo racconta ciò che vede sulla base delle sue conoscenze, della sua esperienza di vita, interpreta la realtà per restituire un parere personale».Oggi, dunque, i fotografi sono chiamati a interpretare ciò che fotografano, a restituire attraverso l’obiettivo il loro personale punto di vista sulla realtà. Un punto di vista che, sempre più spesso, passa attraverso non un singolo scatto, ma una serie di immagini. A emergere sono le storie, i progetti, che possono tenere impegnati i fotografi anche per mesi o anni. Torna, allora, preponderante il tema della progettualità. A prendere la parola su questo particolare aspetto è Davide Monteleone: «Ho detto qualche tempo fa che si sta profilando una generazione di “fotografi pensanti”. Quando ho cominciato a fare questa professione, mi sono imbattuto in una frase che inizialmente avevo attribuito a Ferdinando Scianna, scoprendo poi che era di Sciascia che a sua volta l’aveva rubata a Čechov, e dice che “i giornalisti vanno da qualche parte e appena ci capiscono qualcosa vanno da un’altra parte”. Mi ha sempre inquietato questa affermazione perché penso che sia un segno di grande superficialità. Però, per tanti anni, per tante generazioni – senza nulla togliere ai grandi maestri che abbiamo citato – il ruolo del fotografo è stato confinato a quello di un operatore che serviva le agende politiche e le necessità di Stati, giornali e, in generale, del potere. Da qualche anno, invece, soprattutto nelle generazioni più giovani, si inizia a comprendere che il fotografo non fa più solo le foto, fa molte altre cose. Tra le prime, pensa. Le immagini non sono semplicemente il risultato di un “clic”, ma appartengono a un processo di pensiero, di valutazione, di schieramento. Il lavoro non è più quello di andare da qualche parte, capirci qualcosa e andare da un’altra parte, bensì quello di studiare, di capire che cosa si vuole fare, come lo si vuole raccontare e a chi ci si vuole rivolgere». Altro tema che affiora nel corso della discussione è legato al modo di porsi dei fotografi verso un mondo dell’editoria che è sempre più in crisi e nel quale le opportunità e gli spazi si restringono. Questo impone ai fotografi di cercare altrove opportunità e ambiti, per esempio nelle mostre e nei festival di fotografia, di diversificare il proprio lavoro per adeguarsi a dinamiche in continua evoluzione. Secondo Alessandro Grassani, ci sono diversi aspetti da tenere in considerazione in questo senso: «Uno riguarda il linguaggio contemporaneo, che sta cambiando da descrittivo a evocativo. Questo, in un momento di crisi dell’editoria, facilita il fotografo documentarista a rivolgersi verso altri ambiti non propriamente editoriali. Sotto il profilo del linguaggio, il lavoro del fotografo oggi si presta maggiormente a dialogare con altri mercati come le mostre e le ONG». Dunque, si interroga Denis Curti, tutto ciò impone ai fotografi di avere una produzione adeguata a questo sdoppiamento, a questa necessità di rivolgersi a mercati diversi? «È una domanda difficile – riprende la parola Alessandro Grassani – perché non so se sceglierei una storia per la sua capacità di dialogare con diversi mercati. Poi immagino che tutti noi facciamo qualche calcolo prima di iniziare un progetto, perché è chiaro che un progetto ha bisogno di finanziamenti. Non si può però prescindere dalla storia che si vuole raccontare, si parte da quello e poi si va avanti, si vede se la storia è destinata a sopravvivere o se bisogna abbandonarla perché non trova spazio». Parole, dunque, punteggiate da una certa amarezza o, forse, dalla disillusione. Ma ciò che non viene meno in questi tre fotografi, e in tanti altri reporter impegnati in questo difficile mestiere, è la passione per le storie, la capacità di trovare in ogni aspetto della realtà qualcosa che valga la pena di essere raccontato. E allora, finché ci sarà questo innamoramento, finché emergerà la bellezza di una storia, di un volto, di un’emozione, allora ci sarà sempre una ragione valida per premere il tasto della macchina fotografica, per intraprendere un nuovo progetto che possa arricchire chi lo fa e chi lo ammira.

Un gruppo di donne in un campo profughi in Somaliland, 2017. © Luigi Baldelli
Dicko Hdiana, allevatore della Costa D’Avorio gravemente ferito durante gli scontri del 2016 tra le comunità di allevatori e agricoltori.
Dicko Hdiana, allevatore della Costa D’Avorio
gravemente ferito durante gli scontri del 2016
tra le comunità di allevatori e agricoltori. © Alessandro Grassani
© Davide Monteleone
Russia, Novocherkask 2007 © Davide Monteleone

Retrospective: Robert Capa, il padre del fotogiornalismo a Monza

Sicilia, 1943 © Robert Capa / International Center of Photography /Magnum Photos
Sicilia, 1943 © Robert Capa / International Center of Photography /Magnum Photosmostra "ROBERT CAPA RETROSPECTIVE Copyright:Didascalia Robert Capa International Center of Photography / Magnum Photo La dimensione delle immagini non deve superare metà pagina. Tali immagini non possono essere usate libere dal copyright per le copertine delle pubblicazioni. Sui siti web le foto possono essere usate in bassa risoluzione e devono essere rimosse dagli stessi alla fine della mostra.

Robert Capa a Monza

Continua fino al 27 gennaio Retrospective: Robert Capa.
Monza ospita una grande retrospettiva dedicata a Robert Capa, uno dei più importanti fotoreporter del Ventesimo secolo, fondatore, con Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandiver, dell’agenzia Magnum Photos. Articolata in tredici sezioni, la mostra raccoglie cento immagini in bianco e nero che documentano i maggiori conflitti del Novecento, di cui Capa è stato testimone e di cui ha fatto emergere la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà . “Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici“, afferma il curatore Denis Curti, che ha ripreso fedelmente l’esposizione originariamente curata da Richard Whelan. Novità della tappa monzese la sezione “Gerda Taro e Robert Capa” che ospita un ritratto di Robert, un ritratto di Gerda scattato da Robert e un loro “doppio ritratto”.

Monza, Arengario
Piazza Roma
Fino al 27 Gennaio

Immagine in evidenza

Contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi,
Sicilia, 1943 © Robert Capa International Center of Photography /Magnum Photos

Uliano Lucas: Il reportage che cambia

Miniera di Seraing (Liegi), 1976
Miniera di Seraing (Liegi), 1976

Uliano Lucas

Formatosi giovanissimo nell’ambiente di Brera, nella Milano degli anni Sessanta, ha collaborato con settimanali e quotidiani italiani ed esteri. È autore di numerosi libri tra cui: Guinea Bissau. Una rivoluzione africana (1970), Emigranti in Europa (1977), Nel cuore dell’Africa (1987), Donne di questo mondo (2003), La città all’Ovest (2007), Sessantotto – Un anno di confine (2008), La vita e nient’altro (2013), Il tempo dei lavori (2016). Giornalista, critico e storico della fotografia, ha condotto studi e ricerche sulla storia del fotogiornalismo e sul sistema globale dell’informazione che hanno preso forma in alcuni libri tra i quali L’informazione negata (1981), l’Annale Storia d’Italia – L’immagine fotografica 1945-2000 (2004), Il fotogiornalismo in Italia. Linee di tendenza e percorsi 1945-2005 (2005) e La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia (2015), scritto a quattro mani con Tatiana Agliani.

Il reportage di Uliano Lucas

Alla fine degli anni Cinquanta, il giovane Uliano Lucas è “uno del Giamaica”, il caffè di via Brera frequentato da intellettuali, artisti e scrittori che gravitano nella vicina accademia milanese. «Un posto dove non importava chi eri ma cosa pensavi», ricorda. Qui discorre di libri e di cinema, scopre la fotografia americana e si confronta con fotografi già affermati come Ugo Mulas, Alfa Castaldi e Mario Dondero. Di quest’ultimo in particolare, altra imponente voce del fotogiornalismo italiano, scomparso nel dicembre del 2015, resterà amico per tutta la vita. Li ha accomunati un’insaziabile curiosità, l’amore per la cultura e una fervida passione civile. Ma su tutto li ha uniti un rispetto profondo per la libertà che li ha portati a decidere di non legarsi mai ad alcun giornale. Lucas lavora come freelance con direttori coraggiosi e di ampie vedute e con giornali della borghesia progressista e liberale, tra cui «Il Mondo», «L’Europeo», «Tempo Illustrato» e «L’Espresso», vicini al suo pensiero. Fin dalla prima metà degli anni Sessanta segue le principali questioni che investono il Paese nel pieno del miracolo economico: l’urbanizzazione, l’emigrazione, il lavoro, gli scioperi, i cortei studenteschi, raccontando le vicende dall’interno, dal punto di vista dei protagonisti, grazie al dialogo e al rapporto di fiducia che riesce a stabilire con loro. Si tratta quasi sempre di operai che riprende durante gli scioperi e nelle assemblee sindacali. Entra finanche nelle loro case, li osserva nella quotidianità traendo uno spaccato autentico della società proletaria del tempo e una testimonianza preziosa del nuovo ruolo assunto dalla classe operaia in Italia. «Sono scatti lontani dall’iconografia stalinista», spiega, «ma anche da molta fotografia italiana dell’epoca, spesso compiacente ai poteri forti». Nei primi anni Settanta segue i conflitti di liberazione nelle colonie in Angola, Guinea Bissau e Mozambico. Tornerà con immagini lontane dagli stereotipi della fotografia di guerra e dai cliché sulla povertà e sullo sfruttamento di quei territori. La stessa impronta hanno gli scatti che realizza alcuni anni dopo nella ex-Jugoslavia. Lucas è il primo fotografo italiano a entrare in Albania, dove la dittatura di Enver Hoxha rende assai complicati gli accessi e gli spostamenti nel Paese. Un giornale tedesco acquista alcune delle sue fotografie riprese nelle fabbriche, negli ospedali e nelle università albanesi. In Italia, il settimanale «Epoca» compra le stesse immagini dall’agenzia Grazia Neri e le pubblica attribuendole a un reporter cinese. «I giornali italiani sapevano benissimo che mi trovavo lì, ma hanno fatto prevalere il conformismo e l’autocensura che durante la Guerra Fredda affliggeva l’informazione, soprattutto nel nostro Paese». Anche le fotografie realizzate negli ospedali psichiatrici tra gli anni Settanta e Ottanta sono lucide e prive di retorica. Per questo richiedono uno sforzo interpretativo nuovo, non più riducibile a espliciti e pittoreschi dejà vu. Un tratto, questo, distintivo del linguaggio e dell’approccio all’indagine sociale di uno dei maestri italiani del fotogiornalismo.

Immagine in evidenza Miniera di Seraing (Liegi), 1976

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