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La fotografia ai tempi del Coronavirus

Al Santuario della Madonna dei Cappuccini di Casalpusterlengo le funzioni religiose sono sospese. Da “Epicentro” di D. Torbidi, P. Camia, P. Sarina e M. Uggeri

“Un giornalista, e lo stesso vale per un fotografo, ha il dovere di vivere in mezzo alle formiche, di vedere il mondo dal loro punto di vista”, ha scritto Mario Calabresi nel suo volume dedicato all’ottava arte, A occhi aperti. Solo così la fotografia diventa strumento per documentare la realtà , per fermare ciò che accade intorno a noi, spesso a una velocità tale da impedirci di fermarci e riflettere. Davide Torbidi, Paolo Camia, Paolo Sarina e Maria Uggeri – autori di Ludesan Life, rivista online nata dall’idea del Gruppo Fotografico Progetto Immagine di dar vita a un magazine di storie del Lodigiano – hanno voluto assumere proprio questo punto di vista per raccontare quanto stava accadendo nel loro territorio a poche ore dall’annuncio del primo contagio da Coronavirus in quella che sarebbe diventata la “Zona Rossa”.

Il Civico Ospedale di Codogno dove si è presentato il paziente 1: da qui è partita l’emergenza. Da “Epicentro” di D. Torbidi, P. Camia, P. Sarina e M. Uggeri
Casalpusterlengo – Un giornalista spagnolo davanti a uno dei posti di blocco che delimitano gli accessi alla “Zona Rossa”. Da “Epicentro” di D. Torbidi, P. Camia, P. Sarina e M. Uggeri

È nato così il reportage Epicentro – Vita ai tempi del Coronavirus, che racconta attraverso una serie di istantanee ciò che gli abitanti del Lodigiano hanno vissuto in quei giorni: il venir meno, all’improvviso, della “normalità” del quotidiano, la chiusura di negozi e bar, le lunghe code al supermercato, il ritrovarsi al centro di un’attenzione mediatica fuori misura. Scrivono gli autori: “Alle 02:22 del 21 febbraio l’Ansa batteva la notizia ‘Coronavirus, un contagiato in Lombardia’. Gli abitanti del Basso Lodigiano si sarebbero svegliati poche ore più tardi, presi dalla preoccupazione per se stessi e per i propri cari, e con gli occhi del mondo puntati addosso; ovunque i mass media riescano ad arrivare risuona il nome di ‘Codogno’, perché i contagiati in Italia diventano presto decine, fino a farne il primo paese in Europa per numero di casi accertati”. Arrivano, quindi, le prime ordinanze, i divieti, l’istituzione della “Zona Rossa”.

Casalpusterlengo – L’espressione rassegnata del proprietario di un locale, chiuso dal decreto ministeriale. Da “Epicentro” di D. Torbidi, P. Camia, P. Sarina e M. Uggeri

“Questa storia è paradigmatica del fatto che il mondo, oggi, sia diventato una comunità totalmente interconnessa in una rete che non è solo virtuale; Google Maps, alla richiesta della distanza tra Codogno e Wuhan, la città in Cina da dove tutto ciò si è originato, dice: ‘Impossibile trovare un percorso’. Il Covid 19 questo percorso invece lo ha saputo trovare”.

Alle comunità del territorio colpite così duramente dal virus è dedicato questo reportage e a loro va la vicinanza di Ludesan Life e de Il Fotografo.it

Per approfondire: Ludesan Life

A scuola di reportage #2. Nulla accade per caso

L’Antelope Canyon in Colorado © Michele Dalla Palma

Eccoci al secondo appuntamento della rubrica dedicata alla fotografia di reportage. Introducendo i Dieci Comandamenti della fotografia, Michele Dalla Palma ci spiega qual è il primo e più importante: conoscere!

La fortuna non esiste

Lo scatto è l’atto finale di un percorso di conoscenza di ciò che si vuole raccontare con un’immagine. Pertanto, congelare quell’attimo di realtà in una fotografia dovrebbe presupporre la conoscenza, il più precisa possibile, della “preda” che vorremmo “catturare”. Ricordate l’uomo che salta la pozzanghera immortalato da Henri Cartier-Bresson? Pensate che il Maestro abbia avuto un colpo di fortuna? In fotografia la fortuna non esiste! Esiste, invece, la conoscenza di ciò che potrebbe accadere. Il Maestro, come ogni fotografo, ha visto una scenografia intrigante, ha immaginato che dentro quel “palcoscenico” avrebbe potuto accadere qualcosa e ha aspettato di catturare l’attimo fuggente che lui aveva previsto con ampio anticipo.

Previsualizzare la realtà

Fotografare la realtà significa narrare, attraverso un’immagine, qualcosa che abbiamo conosciuto, qualunque sia il soggetto della nostra “caccia”, perché, esattamente come il cacciatore, per poterla catturare dobbiamo prima conoscere la nostra “preda”. Dobbiamo imparare come, quando, dove e perché si muove. Dobbiamo capire come usare la luce e l’ombra. Se andiamo a fotografare a mezzogiorno un paesaggio senza ombre, quasi sempre otterremo un’immagine inutile, priva di prospettiva e profondità. Dobbiamo, prima di immaginare quello scatto, studiare i percorsi della luce su quella scena. È la conoscenza di tutte le componenti di quella situazione che ci consentirà di realizzare lo scatto che abbiamo immaginato. Per gli uomini (e anche per gli animali) vale la stessa regola: dobbiamo prima capire le modalità dell’azione, per poterla catturare nel momento della sua massima espressione.

 

Un lupo nei boschi della Lozere, in Francia © Michele Dalla Palma

Per fare una fotografia come questa ci vuole grande conoscenza di quello che si vuole ottenere. Ho studiato per giorni come si muove il branco di lupi che vive tra i boschi della Lozere. Ho localizzato un “sentiero” dove passano spesso e analizzato tempi e modi degli spostamenti. Ho piazzato il capanno in una posizione favorevole, ho regolato inquadratura e parametri della fotocamera – sul cavalletto – facendo il fuoco su un punto preciso. Non potevo sapere come, quando e se un lupo sarebbe passato sul sentiero. Poi l’ho visto, da lontano. Osservando la scena a occhio libero, con il telecomando in mano, ho scattato quando il mio occhio mi ha detto che quello era “il momento”. Se avessi guardato la scena attraverso il mirino della fotocamera probabilmente, per una questione di tempi di reazione, avrei scattato con una frazione di secondo di ritardo e il lupo avrebbe superato la zona della messa a fuoco.

Michele Dalla Palma

Michele Dalla Palma

Giornalista e fotografo, ha realizzato centinaia di reportage. È  Direttore della rivista TREKKING&Outdoor. Docente Master alla Nikon School Travel, organizza corsi di fotoreportage in Italia e all’estero. È coordinatore delle Photography Expeditions del National Geographic e accompagna come Tour Leader alcune Photography Experience nei luoghi più affascinanti del pianeta.
http://www.micheledallapalma.it

Davide Pianezze: fotografare per tornare bambini

Il tramonto sul Chobe National Park, Botswana © Davide Pianezze

Fotoreporter e guida naturalistica, da oltre dieci anni Davide Pianezze organizza viaggi fotografici in giro per il mondo, andando alla ricerca di luoghi “incontaminati” che possano regalare a lui e alle persone che accompagna emozioni non scontate. Perché, come ci racconta, l’aspetto che gli dà maggiore soddisfazione è poter far tornare un po’ bambini i fotografi che lo seguono, «vedere quell’espressione di stupore che spesso si perde da grandi. La magia si ripete ogni volta che incontriamo situazioni straordinarie, uniche, ed è in quei momenti che anch’io non posso fare a meno di impugnare la macchina fotografica, scattare e tornare un po’ bambino».

Davide, cosa significa per te fotografare? Nel momento in cui prendo in mano la macchina fotografica cambia il mio approccio con ciò che mi circonda. Il rapporto con ogni soggetto diventa più intenso, intimo. Inoltre, per me fotografare ha spesso rappresentato un mezzo (a volte un pretesto) per approfondire argomenti che difficilmente avrei avuto modo di conoscere se non come spettatore. Per esempio, grazie alla fotografia ho avuto l’opportunità di lavorare al fianco di un geologo sulle Ande argentine per studiare gli effetti delle azioni vulcaniche, ho imparato le complesse manovre necessarie per sostituire i radiocollari ai leoni in Botswana e mi sono trovato a scavare tra le falesie mongole, in compagnia dei paleontologi, per dissotterrare ossa pietrificate di dinosauri.

Come e quando hai iniziato a organizzare viaggi fotografici? Il primo risale al 2007 in Mongolia. Un tour operator italiano interessato al progetto editoriale al quale stavo lavorando (che si è poi concretizzato con la pubblicazione del libro fotografico Mongolia) mi ha proposto di collaborare all’organizzazione di un viaggio fotografico nel Paese centrasiatico. Per indole tendo ad accettare ogni proposta che rappresenti una novità, così mi sono ritrovato a girovagare per le steppe al fianco di un gruppo di entusiasti viaggiatori fotografi. Rientrato in Italia, ho iniziato a pensare alla possibilità di ripetere l’esperienza in quei Paesi che avevo già esplorato in passato come fotoreporter.

Il maestoso felino protegge il suo pasto, Botswana © Davide Pianezze

Come affronti l’argomento “fotografare in viaggio” con le persone che accompagni? Il primo giorno di viaggio presento una panoramica su ciò che incontreremo, fornisco informazioni generiche su attrezzatura e modalità d’impiego. Successivamente si passa alla pratica, quindi l’argomento viene affrontato in base alla tipologia del viaggio. Per esempio, nel caso della visita a un mercato tradizionale o a un villaggio, do innanzitutto indicazioni e consigli specifici in relazione al luogo e alla situazione, per poi muovermi anch’io tra la gente con la mia macchina fotografica come per realizzare un normale reportage. Ogni partecipante è libero di seguirmi per vedere come opero, ascoltare i miei suggerimenti e farmi domande, oppure può isolarsi e mettere in pratica i consigli forniti in precedenza. Successivamente ci si incontra per discutere i risultati ottenuti.

Laguna Grey – Parque Nacional Torres del Paine, Patagonia cilena © Davide Pianezze

Qual è stata l’esperienza di viaggio più impegnativa? Nel 2016 mi recai in Papua Indonesia per documentare la vita dei Korowai, popolazione indigena conosciuta per le capanne costruite a decine di metri sugli alberi e per le tradizioni legate al cannibalismo. Per raggiungere la regione mi imbarcai su un piccolo aereo dei missionari che operano in Papua, poi viaggiai altre otto ore appeso al cassone del camion di un cantiere impiegato a tracciare una strada. Successivamente impiegai sette giorni per attraversare l’intera regione, fatta di paludi abitate dalle sanguisughe e non casualmente battezzata dai missionari “l’inferno del sud”. I portatori che si erano offerti di aiutarmi il primo giorno furono pagati la sera stessa, ma la mattina successiva non si presentarono, forse già soddisfatti del compenso ricevuto. La situazione si ripeté nei giorni successivi. Prima di partire avevo preso la decisione di non portare cibo e acqua, pensando che trattandosi di una regione abitata da esseri umani, mi sarei potuto adeguare alle loro risorse alimentari. Purtroppo per diversi giorni non trovai alcun tipo di cibo. Dopo sette giorni di cammino raggiunsi un villaggio non lontano da una pista d’atterraggio tracciata in mezzo alla foresta. Qui i miei portatori di turno mi fecero capire che prima o poi sarebbe arrivato un aeroplano. Nel momento in cui il pilota mi fece pesare per poter salire a bordo realizzai che in soli sette giorni avevo perso nove chili di peso. Nonostante le difficoltà incontrate, quel viaggio rimane una delle esperienze più straordinarie della mia vita.

L’intervista completa sul nuovo numero di NPhotography, in edicola e disponibile online cliccando qui

Edoardo Agresti: la fotografia come racconto

Due bambini di un piccolo villaggio in Malawi, vicino a Lilongwe, la capitale © Edoardo Agresti

Che si tratti di “fermare” il giorno più importante nella vita di una coppia o di immortalare una festività dall’altra parte del globo, per Edoardo Agresti una fotografia è innanzitutto un reportage, un racconto non solo della realtà che il fotografo si trova a inquadrare attraverso l’obiettivo della propria fotocamera ma anche di sé, del proprio modo di vedere e vivere il mondo.

Che cosa rappresenta per te la fotografia? E che cos’è una buona fotografia? Prendo in prestito le parole di Henri Cartier-Bresson: “Fotografare vuol dire mettere sulla stessa linea di mira, la mente, gli occhi e il cuore. Fotografare è un modo di vivere”. Ecco, la fotografia per me è un modo di vivere, è il linguaggio che uso per superare la mia timidezza e relazionarmi con gli altri. È il mezzo che mi permette di esternare le mie emozioni. La fotografia è ciò che, meglio di altro, parla di me. Una buona fotografia deve far pensare (mente), deve essere bella esteticamente (occhio) e deve emozionare (cuore). Quando questi tre elementi sono in sintonia tra loro, allora molto probabilmente sto guardando una buona fotografia.

In che senso, per te, la fotografia di matrimonio è reportage? “Reportage” è una parola francese che significa “riportare”, nel senso di raccontare. Quando scatto fotografie a un matrimonio cerco di raccontare la storia di quella giornata così speciale. Nel matrimonio ti confronti con tante situazioni diverse e non solo lo sposo e la sposa. Ci sono i genitori, gli amici, i parenti, tutte le persone che hanno contribuito a rendere unico quel giorno, il fiorista, i camerieri, il catering, i musicisti. Anche la location ha la sua importanza e quindi è bello fotografare sia l’insieme sia i dettagli che caratterizzano l’ambiente. Insomma, è un reportage sotto tutti gli aspetti.

La sposa un attimo prima di arrivare in chiesa © Edoardo Agresti

È facile immaginare che un viaggio richieda una grande pianificazione: è lo stesso per un matrimonio? Il matrimonio è un evento unico e la fotografia di tale evento non ammette sbagli, deve essere “buona la prima”. Quindi è importante – se possibile – conoscere a fondo la coppia, capire quali sono le loro esigenze e cosa cercano dalle fotografie. Io cerco di parlare o incontrare diverse volte i futuri sposi – magari con gli stranieri faccio delle video chiamate – proprio per entrare il più possibile in empatia con loro. In fin dei conti affidano al tuo occhio e alla tua sensibilità i loro ricordi futuri relativamente a quel giorno. Se non conosco la location o il luogo dove si sposano faccio un sopralluogo e, in genere, mi muovo qualche settimana prima dell’evento in modo da rendermi conto di quella che sarà la luce che troverò quel giorno.

Hai mai ricevuto qualche richiesta particolare? Un giorno, mi contattarono per un matrimonio in Nigeria con oltre 2.500 invitati. Inizialmente pensai a uno scherzo poi però quando mi arrivò l’acconto e il contratto firmato iniziai a credere che fosse vero. Quando ebbi i biglietti aerei in mano ne ebbi la certezza. Avevo parlato con la sposa in videoconferenza, immaginavo che fossero persone importanti ma non sapevo fino a che punto. Partii con il mio team e, una volta arrivati a Benin City nel sud del Paese, realizzai che mi trovavo a scattare a un matrimonio reale: il futuro marito della sposa era un principe. Un’avventura incredibile che potete vedere nel mio blog.

Il Festival di Holi in India © Edoardo Agresti

Parlando di reportage di viaggio, quali sono i tuoi principali interessi? Cerco di raccontare storie in cui i protagonisti siano le persone. Mi piace entrare in contatto con la cultura, le tradizioni e le usanze di chi sto fotografando. Il paesaggio mi affascina meno anche se diventa importante nel momento in cui devi contestualizzare ciò che stai raccontando.

La fotografia deve lasciar intravedere la persona che l’ha scattata, le sue emozioni, o il fotografo documentarista deve mantenere un certo distacco, si deve limitare a registrare la realtà così com’è? La fotografia per sua natura non riporta la realtà così com’è; quando fotografi decidi cosa mettere dentro e cosa lasciare fuori dal fotogramma. È solo uno strappo della realtà e, tra l’altro, riporti qualcosa che non è più perché ormai quel momento è passato. Naturalmente se fotografi un monumento quello è, può cambiare la luce ma il soggetto è sempre lo stesso. Per le persone la cosa cambia radicalmente. Fermi attimi e frazioni di secondo che non saranno più. Io credo che la fotografia non sia una cosa asettica dove chi scatta rimane assente, anzi. Credo sia impossibile, nel momento in cui la fotografia è un modo di vedere e vivere il mondo, realizzare delle immagini dove non si percepisca la “presenza” del fotografo. Questo non è affatto facile perché si fotografa ciò che si ha davanti e non, come nella pittura, qualcosa che hai nella testa. Tra l’altro io credo che trovare il proprio stile voglia dire mettere se stessi negli scatti. Spesso quando guardo le foto di colleghi che conosco personalmente e che hanno autorialità nel loro lavoro, rivedo il loro carattere, le loro paure, le loro gioie e debolezze.

L’intervista completa è su NPhotography n. 95, acquistabile online cliccando qui

A scuola di reportage con Michele Dalla Palma

Rocce dolomitiche d'Ampezzo
Rocce dolomitiche d'Ampezzo ©Michele Dalla Palma

Inauguriamo oggi una nuova rubrica dedicata alla fotografia di reportage! Settimana dopo settimana, il giornalista e fotografo Michele Dalla Palma ci indicherà quali sono le esperienze che costituiscono il bagaglio irrinunciabile di ogni fotografo, svelandoci trucchi e segreti per costruire un racconto fotografico di successo.

Vedere non è guardare

Vedere è un’azione automatica e meccanica che, attraverso l’occhio, ci consente di percepire luci e ombre, colori e sfumature. Vedere è un atto per molti aspetti involontario che riprogrammiamo in continuazione e che ci serve per aver sempre la percezione precisa del nostro essere nello spazio. Infine, vedere è un senso che serve istante per istante, e di cui ricordiamo solo quei pochi messaggi fondamentali che ci sono utili per ripercorrere quell’azione, quel percorso o poche altre informazioni.

Guardare ha nel vedere soltanto l’azione iniziale. Guardare significa mettere in funzione un insieme di percezioni, che dall’immagine complessiva separano dettagli e particolari, li analizzano, li ricompongono e poi li immagazzinano in una memoria permanente con l’obbiettivo di ricostruire quella visione anche quando è svanita. Guardare è un’azione volontaria che ha come finalità il tentare di impossessarsi dell’essenza di ciò che si vede, fissandola nel ricordo.

Lo sguardo del fotografo di reportage

Non basta possedere una macchina fotografica per essere un fotografo. Solo dopo infinite foto non scattate, ma immagazzinate nella memoria, si può intuire di avere uno “sguardo fotografico”. Da quel momento in poi, il desiderio di imprigionare in un per sempre, in uno scatto, il tempo, un attimo unico e irripetibile, quell’inquadratura, quella luce, diventerà una malattia da cui è molto difficile guarire. Ma ci accompagnerà, invece, stimolando le nostre sensibilità, le nostre prospettive, le nostre intuizioni, a conoscere un po’ più a fondo noi stessi.

Nella pratica

Castelluccio di Norcia
Castelluccio di Norcia ©Michele Dalla Palma

Per tre giorni all’anno, ai primi di luglio, Castelluccio di Norcia si trasforma in un delirio di colori. Il bracconiere di immagini, allora, deve essere pronto a correre per catturare la preda, altrimenti dovrà aspettare un altro, lungo anno.
La realtà è sempre straordinariamente affascinante, e allora perché manipolarla? L’ideale è sempre coglierla nella sua essenza. Ho sempre cercato di far assomigliare il più possibile i miei scatti a quello che guardavo. Nelle mie immagini non c’è alcuna manipolazione se non, ma solo quando serve, l’ottimizzazione del contrasto e l’eliminazione delle luci spurie dell’istogramma, azioni che si compivano anche in camera oscura con mascherature e uso di carte dure o morbide per definire il contrasto.

Michele Dalla Palma

Michele Dalla Palma

Giornalista e fotografo, ha realizzato centinaia di reportage. È  Direttore della rivista TREKKING&Outdoor, una delle testate più qualificate nell’ambito del turismo responsabile. Docente Master alla Nikon School Travel, organizza corsi di fotoreportage in Italia e all’estero. È coordinatore delle Photography Expeditions del National Geographic e accompagna come Tour Leader alcune Photography Experience nei luoghi più affascinanti del pianeta.
http://www.micheledallapalma.it

Intervista a Iago Corazza, il fotografo che insegna l’arte di vivere nel mondo

Iago-Corazza

Viaggiatore, prima ancora che fotografo e giornalista, Iago Corazza dedica la sua indagine all’uomo ed esplora gli angoli più nascosti del pianeta insieme ai suoi corsisti alla ricerca della bellezza e della ricchezza della diversità.

La nostra intervista esclusiva a Iago Corazza

Iago, che cos’è per te la fotografia? La fotografia per me rappresenta un modo per “fissare” la mia passione vera che è studiare l’uomo, indagare come sarebbe stato Iago Corazza se fosse nato in ognuno dei luoghi che visito. Cerco di prepararmi tantissimo sull’aspetto antropologico, che è quello su cui sono specializzato da tanti anni, e quando sono sul posto uso tanto la macchina fotografica quanto il bloc notes. Torno a casa con una quantità enorme di appunti veri e propri ma l’immagine completa in modo unico l’appunto scritto, culturale. Così metto insieme tante tessere di un mosaico che spero mi aiutino a capire sempre di più sull’uomo. Anche se, più cose capisco, più domande nascono.

Corazza-Donga
Un momento della Donga, la cerimonia rituale dei Suri in Etiopia. © Iago Corazza

Ti ricordi un incontro particolarmente emozionante? Ne abbiamo decine ogni viaggio. L’ultimo è stato in una città sperduta dell’India. Abbiamo incontrato un signore che ci ha proposto dei massaggi, delle cure speciali e ha iniziato a seguirci mentre fotografavamo. A un certo punto, ci ha detto di essere un seguace del conte Cesare Mattei, che nell’Ottocento ha inventato l’elettro-omeopatia. Questo signore, insieme al padre, prosegue le ricerche di Mattei e ha un ambulatorio dove cura gratuitamente malati che arrivano da tutta l’India. Quando gli ho detto che abito a cento metri dal castello del conte Mattei e che sono stato in casa sua a fare le fotografie, si è inginocchiato in terra, ci ha abbracciati e portati a casa sua. Ed è stata un’emozione pura pensare che in un posto sperduto del mondo qualcuno cura gratuitamente i malati grazie alle ricerche di una persona che qui a casa mia tutti conoscono…

Corazza-Baldeo
Baldeo, in India. © Iago Corazza

Però ci sono stati anche momenti di difficoltà… Qualche settimana fa eravamo in Etiopia e siamo finiti in mezzo a uno scontro tra Mursi e Hari. Il governo ha deciso di aprire un convertitore di etanolo, sequestrando le terre ai Mursi. Questi hanno ucciso molti camionisti che stavano portando i materiali per costruire la fabbrica e gli Hari si sono vendicati entrando nei villaggi Mursi, uccidendo donne e bambini. Si è scatenato l’inferno. Noi eravamo lì in mezzo, abbiamo dovuto prendere una scorta. Il problema è che quando scegli degli uomini, altri si arrabbiano perché una fonte di denaro non è arrivata a loro. Questi ci hanno intimato di andare via, noi abbiamo risposto che avevamo già la scorta militare e i permessi ma questi hanno sparato, ci hanno forato le automobili. Alla fine siamo passati ma sono cose che non dovrebbero succedere.

Corazza-Kolkata
L’uomo è al centro della ricerca di Iago che qui ha catturato un momento molto emozionante. Lo scatto è stato realizzato a Kolkata (Calcutta), in India. © Iago Corazza

Iago, quali sono i tre insegnamenti più importanti che cerchi di trasmettere ai tuoi studenti durante i viaggi? La prima cosa è che è più importante l’uomo della fotografia: per scattare un’immagine non bisogna diventare invasivi, sgradevoli o maleducati, dimostrare l’ignoranza che ti sei portato da casa. E questa è una cosa che chi viaggia con me deve sempre tenere presente, altrimenti non sarà più un mio compagno di viaggio. In secondo luogo, una brutta fotografia non si scatta. Quando arrivi a capire, prima di scattare, che quella foto non sarà bella e il tuo dito non preme il pulsante di scatto, hai veramente fatto il salto di qualità. Vuol dire che sei così tecnico, così bravo, sei arrivato a un punto di cultura fotografica tale che capisci già che la fotografia non sarà bella, non sarà giusta e quindi hai il coraggio di non farla. Infine, una foto orrenda rimane orrenda. Tu puoi post-produrre quello che vuoi ma la fotografia non sarà mai bella quanto un’immagine che era già buona allo scatto. È inutile perderci del tempo.

Corazza-Pastori Surma
Un momento di un rito di iniziazione tra i pastori Surma, in Etiopia. © Iago Corazza
Trovi l’intervista completa di Elisabetta Agrati nel numero 93 di NPhotography o cliccando qui.

 

Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950

Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.

Osservatore curioso, narratore fantastico, Doisneau ha raccontato il mondo che lo circondava con una naturale dolcezza rimasta, ancora oggi, ineguagliata.
Ha immortalato la vita quotidiana che scorreva leggera su una Parigi elegante e ordinaria, raccontando i gesti semplici e spontanei delle persone, con le loro anime generose e gli sguardi sfuggenti.
Con le sue immagini, ci accompagna all’interno di un mondo ideale, popolato da uomini e donne incontrati per strada, senza forzature e senza comunque rinunciare mai a riflessioni autentiche e profonde sull’umanità.
Uomo dallo spirito indipendente, nella sua carriera ha prodotto un numero incredibile di opere fotografiche che rivelano non solo i suoi retroscena professionali, ma parlano anche del Doisneau uomo, lasciando emergere i tratti più intimi della sua personalità libera e un po’ selvatica.
Nei suoi ritratti di negozi e botteghe, bambini che giocano, vie del centro, i luoghi d’amore feste e quotidianità emozionale, si riconosce la volontà di sviluppare dei “reportages sull’umanità”, per restituire vitalità a un mondo flagellato dal ricordo cupo della Seconda Guerra Mondiale

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che
questo mondo può esistere.

 

L'information scolaire, Paris 1956
L’information scolaire, Paris 1956

Doisneau è stato capace di raccontare storie in luoghi dove apparentemente non c’era nulla da vedere, con un mix tra esperienza istantanea e spontanea ed esperienza vissuta, costruita ad hoc con modelli e attori; è un “falso testimone” della realtà per la sua abilità nel fotografare il mondo come voleva che fosse: una realtà ideale intima che non esiste nel reale.
Istintivo, poco razionale, si affidava al caso e amava l’improvvisazione lavorando con un canovaccio, senza mai affidarsi a un copione definito.
Il suo rifiuto per l’esotismo e per il reportage impegnato lo rese un fotografo spontaneo, anche quando costruiva una realtà artificiale; nonostante questa avversità per la cateogrizzazione, era un uomo dalla personalità elastica e benevola, gentile e indipendente.
Il suo unico nemico era l’autorità: Doisneau era un fautore convinto della libertà creativa e individuale, amante di una finzione sempre e direttamente improntata alla realtà. La sua visione del mondo era priva di schemi preordinati, si presentava solo con una
forte e spontanea volontà di sviluppare una ricerca profonda dell’uomo e
dell’umanità, vagando “a casaccio” per Parigi e scattando là dove trovasse un qualcosa da raccontare.

La diagonale des marches, Paris 1953
La diagonale des marches, Paris 1953

Inizia a fotografare fin da giovane e acquista una Rolleiflex 6×6 che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1931 diventa assistente del fotografo André Vigneau che lo introduce all’ambiente fotografico del tempo e qualche anno più tardi diventa fotografo per le officine Renault: per lui questo è l’inizio ufficiale della sua carriera.
Durante gli anni tragici della guerra documenta gli anni bui e tristi per tutto il Paese, collaborando con la resistenza; è lui a fotografare il corteo di liberazione con a capo De Gaulle e dopo il conflitto lavora per varie riviste pubblicando numerosi reportages.
Proprio in questi anni di rinascita sviluppa il suo reportage umanistico, in cui l’uomo è sempre
protagonista dell’immagine.
Nel 1946 crea il gruppo dei XV insieme a grandi fotografi del tempo come Jean Michaud, Marcel Bovis, Henri Lacheroy e Willy Ronis: un gruppo eterogeneo ma ricco di molti stili differenti, con l’obiettivo di dare dignità alla fotografia e creare una poetica tutta parigina.

Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E’ una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.

Negli anni che seguono il lavoro diminuisce, e Doisneau riesce a dedicare più tempo alle sue ricerche; dai lavori grafici ai fotomontaggi, da esperimenti come quello della Tour Eiffel deformata, fino alla grande documentazione sulla trasformazione del quartiere Les Halles.
L’ ultimo importante incarico che lo vede protagonista è dato dalla partecipazione al progetto della DATAR (Delegazione interministeriale alla gestione del territorio e all’attrattiva regionale) un progetto creativo che lo vede impegnato insieme ad altri 14 grandi fotografi europei, tra i quali Gabriele Basilico e Raymond Depardon, per la documentazione di paesaggi, luoghi di vita e lavoro della Francia del 1980. Una vera e propria consacrazione per Doiseanu che in questo caso si affida all’immagine a colori per descrivere il cambiamento triste e degradante delle periferie negli anni.

Autoportrait au Rolleiflex, 1947
Autoportrait au Rolleiflex, 1947

 

Ettore Mo: i ricordi di un inviato speciale in compagnia di Luigi Baldelli

Burkina Faso © Luigi Baldelli

Il suo nome appartiene a quella ristretta cerchia di reporter di guerra considerati tra i più prestigiosi e singolari del giornalismo italiano. Colleghi e amici gli riconoscono, oltre all’interminabile desiderio di raccontare le storie degli uomini, due grandi doti: l’ironia e il coraggio. Da vent’anni forma con Luigi Baldelli una coppia indissolubile. Uno, giornalista di penna, l’altro, giornalista con la macchina fotografica. A ben vedere, essi rimangono gli ultimi rappresentanti di una tradizione giornalistica che anteponeva l’efficacia di una valida narrazione testuale e visiva alle logiche del marketing e alle soluzioni in economia.

«Sguattero e cameriere a Parigi e Stoccolma, barista nelle Isole della Manica, bibliotecario ad Amburgo, insegnante di francese (senza titoli, naturalmente) a Madrid, infermiere in un ospedale per incurabili a Londra e infine steward in prima classe su una nave della marina mercantile britannica». Queste le parole di Ettore Mo, storico corrispondente di guerra del Corriere della Sera, nel ricordare gli esordi lavorativi. Nel 1962 è l’inizio della carriera giornalistica. Amante dell’avventura e deciso a raccontare il mondo, intervisterà capi di stato e guerriglieri, i Beatles e gli ultimi della Terra. A Il Fotografo, il decano dei giornalisti italiani rivela il sodalizio professionale con il fotografo Luigi Baldelli.

«Ci incontrammo per caso a Sarajevo nel maggio del 1995. Io ero già un vecchietto di oltre sessant’anni e vantavo un’anzianità aziendale di circa trent’anni al Corriere della Sera, da topolino di redazione a Milano a inviato speciale (ma già coi capelli tutti bianchi) in prima linea sui fronti di guerra. Quella sera, mentre facevo uno spuntino in un bar di periferia della capitale bosniaca dove il giornale mi aveva spedito per seguire la guerra nei Balcani, mi trovai di fronte il giovane fotoreporter Luigi Baldelli (30 anni di meno) che si era già imposto a settimanali e riviste internazionali con servizi dal Medio Oriente, Africa ed ex URSS. Sono bastate poche parole, scaturite con l’aroma di un buon vino locale, per accordarci sui termini di una nuova, intensa collaborazione che dura tutt’ora. Per rispetto dell’età, il ragazzo continua a chiamarmi “zio”, senza però mai arrivare al “nonno” nel timore, forse, di scatenare la mia reazione. Su una cosa però eravamo pienamente d’accordo: per raccontare una vicenda occorreva andare sul posto. I pezzi anonimi costruiti sulle agenzie (anche se documentatissimi) non avrebbero mai potuto offrire la sensazione o la schiettezza della testimonianza diretta. Allo stesso tempo non potrei giurare che siamo riusciti nell’impresa. Però sul posto ci siamo sempre andati, perché per raccontare una storia ci siamo sempre detti che bisogna “usmare”, ossia annusare. E questa voglia di vedere, raccontare, sentire gli odori, ci ha portato dall’Afghanistan al Sud America, dall’Africa all’Asia, dalla Siberia al Messico. Ovunque ci fosse stata una storia da raccontare.

 

Bolivia 1998 © Luigi Baldelli
Bolivia 1998 © Luigi Baldelli

 

Bolivia 1998 © Luigi Baldelli
Bolivia 1998 © Luigi Baldelli

 

Di Giovanni Pelloso e Ettore Mo

Giampiero Corelli: dal particolare all’universale: il reportage e l’indagine sociale

Il vento negli occhi

Ripercorrere la carriera di Giampiero Corelli significa rileggere e scoprire con occhi diversi la storia del nostro presente. Nelle trame di un racconto corale, che si compone di immagini e di voci sussurrate come racconti personali, l’autore rivela quella dialettica tra fotografo e soggetto che gli permette di andare oltre il comune immaginario mediatico e di superare la soglia dell’intimità. Nelle sue indagini sociali, il fotoreporter ravennate sceglie la traccia del femminile per entrare nel cuore degli eventi. Il suo sguardo si avvicina alle donne come guide di una conoscenza sensibile del particolare, con il fine di risalire a quella universale. Per questo, i suoi reportage sono vere e proprie fessure nella superficie del visibile. Segmenti di vita profondi come le relazioni che instaura con i suoi soggetti e, in particolare, con quelle donne che incontra nei luoghi e nei contesti più nascosti, lontane dalla vita mondana o agiata, e sempre più vicine alle realtà marginali e periferiche del mondo.

Dalle immigrate al servizio degli anziani, alle madri, alle donne che vivono nelle carceri o che scelgono le missioni militari, fino ai contesti della tradizione culturale della Romagna come le ballerine di liscio o le protagoniste del panorama musicale underground, Giampiero Corelli racconta esperienze e vite vissute che, insieme, compongono un mosaico complesso della femminilità e del ruolo che le donne scelgono di assumere in quanto individui, al di là delle dinamiche e dei confini sociali. Tuttavia, non solo all’universo femminile il reporter ravennate volge il suo sguardo, ma al senso più ampio delle marginalità. Il suo ultimo lavoro, per esempio, pur sviluppandosi sulla traccia di una storia particolare che si erge a simbolo di una riflessione più vasta, trova il centro del suo interesse nella figura di Dante Alighieri, costretto all’esilio nella città di Ravenna. E proprio qui, in occasione dei 750 anni dalla sua nascita, attraverso lo sguardo di Giampiero Corelli, le turbolente vicende biografiche del Sommo Poeta si fanno metafora di una condizione umana ancora molto diffusa, tra gli esuli di oggi, naufraghi del Mediterraneo senza possibilità di riscatto, migranti in fuga all’ombra dei diritti umani e della solidarietà dell’Occidente.

Intervista a Giampiero Corelli

Come inizia il tuo percorso nel fotogiornalismo? Quali sono le ragioni che ti hanno spinto a intraprendere questo mestiere?
«Il mio rapporto con la fotografia è iniziato prestissimo, a soli 16 anni. Allora mi interessava raccontare il disagio giovanile del mio paese e di noi giovanissimi, con un approccio molto vicino al fotogiornalismo e alla fotografia sociale. Ma l’inizio del mio percorso nel mondo della fotografia è legato, soprattutto, alla figura di mio padre, fotografo di paese, a S. Alberto (RA), impegnato nel documentare tutti gli avvenimenti locali dagli anni ’50 agli anni ‘70. In quel periodo i fotografi erano pochissimi nei piccoli centri, perciò mio padre era un punto di riferimento importante nel circondario; fotografava tutto, dalle cerimonie private alle manifestazioni politiche. Ecco, io sono cresciuto guardando lui quando fotografava e lavorava in camera oscura. Altra ragione preminente che mi ha portato ad avvicinarmi al fotogiornalismo  è stato il sapore di libertà; questo tipo di fotografia mi permette in moltissimi casi di non avere orari, di essere in un certo qual modo in balia degli eventi e di lasciarmi trasportare da ciò che più mi interessa, dall’imprevisto o dalle sfumature inedite delle situazioni. Raccontare con le immagini le storie delle persone o dei luoghi è, a mio avviso, un’esperienza meravigliosa, unica e irripetibile. Tutto questo esprime il mio modo di vivere il fotogiornalismo, nonostante oggi sia sempre più difficile esercitare questo bellissimo mestiere».

La figura della donna è una traccia tematica costante nel tuo lavoro. Qual è stato il primo progetto con cui hai iniziato a conoscere e raccontare l’universo femminile?
«Il mio primo progetto sul tema legato alla donna è stato Tempi diversi , un lavoro che mi ha dato la possibilità di entrare in un convento di suore di clausura per raccontare la storia di chi sceglie di isolarsi dal mondo per dedicarsi totalmente alla preghiera, alla contemplazione e alla spiritualità. Ho subito sentito un forte interesse nei confronti di queste persone e delle loro passioni, a mio avviso, rivoluzionarie. E così, dopo questo primo lavoro, ho iniziato a raccontare le scelte di vita che le donne compiono in vari contesti, come madri, come carcerate o come badanti, tra gli sfollati del terremoto de L’Aquila o nelle missioni militari in Afghanistan. La figura femminile è sempre stata oggetto della mia attenzione, sia quando si ritrova a subire situazioni che quando decide di trasformare la propria vita».

Con La bellezza dentro. Donne e madri nelle carceri italiane hai esplorato condizioni umane e sociali molto delicate. Puoi spiegare come si sviluppa un progetto fotografico così complesso?
«È un progetto che ho iniziato circa dieci anni fa, un lavoro complesso che mi ha portato e ancora mi porta in giro per l’Italia, negli istituti penitenziari femminili– sono quasi una ventina quelli visitati sino a oggi – per osservare dall’interno le condizioni di vita, sociali ed emotive della donna. Qui ho trovato mondi e persone molto diverse tra loro, spesso bisognose di aiuto e di ascolto. Il progetto ha coinvolto non solo donne detenute, ma tutto l’universo femminile che si incontra dentro queste mura, comprese le guardie carcerarie, le assistenti sociali e le volontarie. In questi luoghi chiusi, in dimensioni lontane e stranianti, dove gli sguardi e le espressioni sono tutti amplificati, queste persone mi raccontano le loro vite e io, con la mia fotografia, ne prendo un pezzo, un momento, un respiro, una lacrima o un sorriso. Per realizzare un progetto di questo genere è necessaria una grande determinazione, viste le ingenti difficoltà burocratiche che si incontrano, dalla richiesta dei permessi alle lunghe tempistiche che spesso rallentano o interrompono il lavoro. Tuttora mi reco nei luoghi dove sono già stato o in quelli non ancora visitati con l’interesse ancora vivo di portare a compimento un reportage a tutto tondo sulle condizioni femminili nelle carceri italiane».

In Dante esule crei una connessione tra il padre della lingua italiana e la vita dei migranti. Puoi raccontare cosa significa per te questo progetto nell’ottica dell’attualità?
«A Dante, il padre della lingua italiana, è toccata l’ingrata sorte di essere esule nella sua terra; per questo rappresenta per me il punto di partenza per leggere e comprendere l’Italia di oggi, attraverso le vite e le esperienze degli esuli dei nostri giorni. Così, di anno in anno, ho raccontato gli sbarchi dei profughi, gli emarginati delle periferie delle grandi città, la salvaguardia della natura, la violenza sulle donne, la storia di Riace, il paese simbolo dell’accoglienza».

Quali sono i tuoi interessi più recenti e i tuoi progetti ancora in corso?
«Dante esule  e La bellezza dentro sono i due progetti a lungo termine che mi vedono tuttora impegnato nella ricerca e nell’approfondimento di nuove situazioni e sfaccettature tematiche. Altro progetto al quale mi sono dedicato negli ultimi anni è la trilogia Babbo mio , Mamma mia  e Bimbo mio , un lavoro di ricerca sulla figura genitoriale e sulla sua complessità nell’ambito delle reti sociali e familiari.

Quest’ultimo progetto è stato esposto in una mostra, a cura di Denis Curti, inaugurata il 12 dicembre 2018 negli spazi del Tribunale di Ravenna».

Questo e molto altro sul numero 312 de Il Fotografo 

Werner Bischof: il reportage umano

Fotografi della stampa internazionale mentre riprendono la Guerra Coreana, Corea del Sud, 1952. Magnum Photos.

Oltre che straordinario fotografo, Werner Bischof è stato anche un personaggio di grande spessore umano e culturale, dedito alla sua professione, ma non per questo estraneo alla riflessione critica sulla stessa. Nelle lettere che ci sono rimaste, soprattutto in quelle alla moglie Rosellina Mandel, parlava spesso con tono critico del sistema dell’informazione di cui peraltro lui stesso faceva parte.Uno dei punti cardine che si riscontra nelle sue riflessioni era il rapporto con l’editoria, o meglio con il modello politico-economico-sociale che questa esprimeva. Nel 1952, mentre era in Corea, scriveva infatti: «È difficile scattare fotografie in un campo di prigionia, rimanere umano e poi scoprire che le foto migliori sono state scartate». E ancora nello stesso anno, durante una pausa di lavoro in Indocina, dove stava realizzando un reportage per Paris Match, riprendeva con ancora più forza l’argomento: «Ne ho avuto abbastanza: questa caccia alla storia è diventata difficile da reggere – non fisicamente, ma mentalmente. Ormai il lavoro non mi dà più la gioia della scoperta: qui quello che conta più di qualunque altra cosa è il valore materiale, il fare soldi, fabbricare storie per rendere le cose interessanti. Detesto questo genere di commercio di sensazioni… È stato come prostituirsi, ma ora basta. Dentro di me io sono ancora – e sarò sempre – un artista». Del resto non si trattava certo di una novità nel suo pensiero e nel suo rapportarsi alla professione, dal momento che già qualche anno prima, nel 1947, in una lettera scriveva rivolgendosi al padre: «Tu non capisci una cosa caro papà, cioè che io faccio questi viaggi non per il
desiderio di nuove sensazioni, ma per un cambiamento completo della mia personalità». Una visione della fotografia e della vita, quella di Bischof, probabilmente un po’ romantica, di sicuro quasi sempre ignorata al giorno d’oggi. Ma anche un insegnamento che forse i fotografi contemporanei varrebbe la pena che prendessero in considerazione, e non solo nella professione.

Alla QR Photogallery inaugura la seconda edizione di CLOSER | Dentro il reportage. Fotografie di Sulejman Bijedić, Monica Bonacina, Vincenzo Montefinese, Maurizio Di Pietro, Mattia Barbata

CLOSER | Dentro il reportage

Fotografie di Sulejman Bijedić, Monica Bonacina, Vincenzo Montefinese, Maurizio Di Pietro, Mattia Barbata

02 – 25 febbraio 2018 | ore 9.00 – 19.00



Domani, venerdì 2 febbraio 2018 inaugurerà a Bologna la seconda edizione di Closer | Dentro il Reportage: un evento dedicato alla fotografia ospitato nello spazio espositivo di QR Photogallery. L’iniziativa è promossa dalle associazioni Witness Journal e Associazione TerzoTropico in collaborazione con Arci Bologna. Il programma prevede tre giorni di mostre, incontri, workshop e letture portfolio. L’obiettivo del progetto è quello di creare un appuntamento a cadenza annuale che promuova il talento di nuovi e promettenti autori che producono lavori di fotografia documentaria e di fotogiornalismo.



INCONTRI & INAUGURAZIONI
Giovedì 01 febbraio | ore 18.30
Inaugurazione della mostra Bologna Collettiva
Circolo Arci Caserme Rosse| via di Corticella 147, Bologna

Venerdì 02 febbraio 2018 | ore 18.00
Presentazione Closer e inaugurazione
La mstra prosegue fino al 25 febbraio
QR Photogallery | via Sant’Isaia 90, Bologna

Sabato 03 febbraio 2018 | Ore 18.30-19.30
Incontro con Fausto Podavini
Modera: Alessio Chiodi (Redattore WJ)
QR Photogallery | via Sant’Isaia 90, Bologna

Domenica 04 febbraio 2018 | Ore 19.00
Incontro “Libertà di espressione e diritto all’informazione: un anno di lotte tra Bologna e Amburgo” e inaugurazione mostra “#Liberi tutti”
Interverranno: Cristiano Capuano (fotografo e redattore WJ), attivisti/e di Labas.
Labas | vicolo Bolognetti 2, Bologna



MOSTRE
CLOSER
Una mostra fotografica collettiva dove saranno esposti i lavori dei cinque fotografi selezionati attraverso una open call internazionale. Di seguito i progetti selezionati in mostra:
Sulejman Bijedić – Odavle Samo u harem
Monica Bonacina – Anitya
Vincenzo Montefinese – Stuck in Serbia
Maurizio Di Pietro– Turkanas Resilience
Mattia Barbata The Trap
QR Photogallery | via Sant’Isaia 90, Bologna

#Liberi Tutti
Una foto per la libertà di espressione, una mostra che unisce l’arte, la libertà e l’amicizia. Un’iniziativa nata per solidarizzare con i giovani attivisti reclusi in Germania dopo il G20.
Labas | vicolo Bolognetti 2, Bologna

Bologna Collettiva
Una mostra collettiva sulla città frutto dei Workshop tenuti nel 2016 da Giulio Di Meo
Circolo Arci Caserme Rosse | via di Corticella 147, Bologna



WORKSHOP – QR Photogallery | via Sant’Isaia 90, Bologna
Workshop “Dalla singola foto al Progetto fotografico” con Fausto Podavini
Quando: 3/4 febbraio 2018
Docente: Fausto Podavini
Aula Burzi

Workshop “Fotogiornalismo e nuovi media”
Quando: 3/4 febbraio 2018
Docenti: Federico Bernini Giulio Di Meo Amedeo Francesco Novelli
Aula Ferrari

Workshop “Dentro la redazione WJ”
Quando: 3 febbraio 2018
Docenti: Redazione di Witness Journal

Workshop “Come realizzare un video professionale”
Quando: 4 febbraio 2018
Docenti: Flavio Toffoli, Matilde Castagna

I workshop sono a pagamento. Per informazioni e prenotazioni:formazione@witnessjournal.com


LETTURE PORTFOLIO CON WJ E QR
Domenica 04 febbraio 2018 | 15,00-17,00
QR Photogallery | via Sant’Isaia 90, Bologna


OPENING: venerdì 2 febbraio, ore 18.00
Ingresso libero
QR Photogallery | via Sant’Isaia, 90 | Bologna

per maggiori informazioni clicca qui

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