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Un altro Robert Capa: Il ritrattista

Robert Capa

Pensiamo a Robert Capa come a un reporter di guerra che scattò fotografie in più di venti paesi di quattro continenti. Qualcuno che, pur conoscendo la paura, partecipò coraggiosamente a tutte le guerre importanti della metà del 1900. Qualcuno su cui gravò l’eterno tormento dei fotoreporter: essere sul posto per far notare al mondo la sofferenza, senza però poter aiutare direttamente i sofferenti stessi. Seguì con la massima intensità la sua vocazione, che gli imponeva continue sfide morali. Fotografò come prima nessun altro, perché nessuno osò andare così vicino al soggetto sul campo di battagia. “Se le tue fotografie non sono abbastanza buone, non eri abbastanza vicino”, soleva dire. Capa era vicino alla morte del miliziano, era nel mezzo del primo sanguinoso sbarco in Normandia, ed era naturalmente partecipe della guerra d’Indocina, quando calpestò la fatale mina. In realtà, con queste immagini diventate ormai icone, conosciamo solo una parte, seppur molto importante, della sua opera. Capa visse una vita intensa, appassionata e pronta a  provare tutto, da vero giocatore (d’azzardo).

Robert Capa: mostrava ciò che lo circondava solo vivendone l’esperienza e puntando sulle persone

Poteva mostrare ciò che lo circondava solo vivendone l’esperienza e puntando sulle persone. L’emigrato ungherese cosmopolita, che parlava male diverse lingue, volle avvicinarsi alla gente non solo in tempo di guerra, ma anche nei momenti di pace. Avvicinarsi mentalmente o fisicamente, combattendo, giocando, ridendo, piangendo o lavorando con loro. Ora, celebrando il centesimo compleanno del fotografo e avendo visto le ricerche e le mostre degli ultimi anni, è particolarmente evidente che la sua eredità di più di 70 mila negativi è una gigantesca miniera d’oro. Dobbiamo ancora scoprire il ritrattista, che fotografò i suoi amici John Steinbeck e Pablo Picasso, il suo amore Ingrid Bergman, che fece conoscere al cinema neorealista italiano, oltre a celebrità come Alfred Hitchcock, Gary Cooper, la regina d’Olanda Guglielmina e Benedetto Croce. Fotografò anche eroi di tutti i giorni, amici comuni o persone sofferenti, immortalandoli tutti in magnifici ritratti. Queste opere presentano un altro lato del variegato talento di Capa. Il talento che aveva tutti gli attributi importanti per il suo lavoro: la tenacia, l’indispensabile aggressività per arrivare nei luoghi degli avvenimenti, l’inventiva e la capacità relazionale, assieme alle doti di un grande artista: un’alta sensibilità, l’abilità nel riconoscere e scegliere un tema, la bravura di composizione. La delicatezza, l’umanità e la sensibilità delle sue fotografie di guerra riappare nei suoi ritratti, mostrandoci com’è possibile immortalare in modo indimenticabile persone famose e non, assieme ai momenti commoventi, terribili o felici della loro vita. Questo Capa deve ancora essere conosciuto meglio, proprio come Capa, il grandioso cultore della fotografia colorata.

 

Per scoprire la storia di Robert Capa clicca qui 

James Nachtwey: l’erede di Robert Capa

Un uomo porta in braccio il figlio mentre tenta di attraversare il confine con la Macedonia. Macedonia, 2016 © James Nachtwey/Contrasto

James Nachtwey è considerato l’erede di Robert Capa.
James Nachtwey
ha voluto dedicare la propria vita al racconto della condizione umana nei suoi momenti più estremi. A lui riconosciamo il coraggio di una scelta, quella di essere a contatto con le sofferenze del mondo dando testimonianza diretta della vita e delle sue crudeltà, non ultime la guerra, il terrorismo e la violenza. Ha voluto utilizzare, in fotografia, la via della bellezza e della compiutezza formale come strumento di lotta, come gesto di compassione di fronte a scene dense di emozione. Tra i suoi reportage più significativi El Salvador, Gaza, Indonesia e Giappone, Romania, Somalia,  Sudan, Rwanda, l’Iraq, Afghanistan, Nepal e molti altri Paesi. Ad affiorare, immagine dopo immagine, è l’umanità ferita dalla violenza, devastata dalla malattia, dalla fame, dalla natura che insorge contro la pretesa di controllo dell’uomo.

 

 

Un uomo porta in braccio il figlio mentre tenta di attraversare il confine con la Macedonia. Macedonia, 2016
© James Nachtwey/Contrasto

Marilyn Stafford: dall’incontro con Einstein all’amicizia con Cartier-Bresson

Boulogne-Billancourt, Parigi 1950.

La vita e la carriera di Marilyn Stafford sono state influenzate dagli incontri fortuiti che ha avuto nella Parigi del dopoguerra con alcune delle persone più famose del Ventesimo secolo e con alcuni leggendari fotografi Magnum.

L’intervista a Marilyn Stafford

Quando hai conosciuto Einstein, era la prima volta che fotografavi e usavi una fotocamera mai provata prima. Deve aver intuito che eri nervosa, vero?
Be’, non sono sicura che mi abbia prestato molta attenzione. Per come mi ricordo, siamo arrivati a casa sua, ci ha aperto la porta, era vestito in modo informale, come si vede nell’immagine. Eravamo solo il regista, il produttore e io. Era la prima volta che usavo una reflex 35 mm (avevo sempre usato una Rollei) ed ero concentrata principalmente sul portare a casa gli scatti. Ricordo che Einstein ci ha accolti in un grande soggiorno, che hanno allestito la zona dove l’avrebbero filmato. E poi ricordo il regista che parlava con lui mentre montava le luci. Io ero come estraniata da tutto, e mettevo a fuoco. Giravano su pellicola 16 mm e a un certo punto Einstein ha chiesto al regista qualcosa di molto specifico sulla velocità della pellicola al secondo. Il regista gli ha risposto, lui ha annuito e dopo una breve riflessione ha detto “Grazie, adesso capisco” – e mi ha stesa. L’intervista registrata è stata molto tranquilla, ma Einstein è stato estremamente deciso nel chiarire che non credeva nell’uso di armi atomiche, proprio come speravano i miei amici. Erano passati pochi anni da Hiroshima e Nagasaki; era il 1948 e lui era, credo, ancora devastato.

Albert Einstein 1948. Foto realizzata durante la prima sessione di Marilyn che, superato il nervosismo, si è concentrata sul “portare a casa gli scatti” ed è stata premiata da questo risultato caldo e personale.

Forse anche disilluso?
Oh, ne sono sicura, anche se non posso certo parlare per lui, ma credo che nel filmato lo abbia anche dichiarato. In pubblico ha poi sempre avuto posizioni molto forti contro la guerra atomica. Non ho pensato a una carriera in fotografia fino a molti anni dopo, quando ho fatto visita a un amico a Parigi e ho deciso di fermarmi. Per caso, ho conosciuto Henri Cartier-Bresson. Quello è stato il mio vero punto di svolta: è diventato il mio mentore e scattavamo spesso insieme per le strade di Parigi.

Non ci sono molti fotografi che possano dire di aver avuto Henri Cartier-Bresson come loro mentore…
Assolutamente, sono stata molto fortunata. E ho conosciuto anche Bob Capa.

Erano personaggi molto diversi. Come hai incontrato Capa?
Devo fare un passo indietro… Ero andata a New York per lavorare in teatro, ma poi sono partita per Parigi. Mentre ero lì, sono andata a una festa di compleanno; eravamo tutti presi a cantare “Happy birthday” quando un agente mi ha avvicinata e mi ha chiesto se volessi fare un provino per cantare con un complesso in un club chiamato Chez Carrère. Ho accettato e poi ho avuto il lavoro. Il club era davvero chic, è stato l’unico in cui l’allora principessa Elisabetta ha avuto il permesso di andare nel suo primo viaggio in Francia, per dire il livello! Chez Carrère aveva anche un delizioso piccolo bar e tavoli per chi non voleva cenare, ma solo bere qualcosa, e lì ho incontrato Robert Capa. Veniva praticamente tutte le sere con uno o due amici e ci siamo conosciuti così, abbiamo cominciato a parlare e abbiamo fatto amicizia.

Cos’hai imparato da Capa?
Be’, con lui non discutevo di fotografia, eravamo solo amici. Era un uomo molto carismatico e io ero colpita dal lavoro che aveva fatto. È stato solo quando ho avuto problemi alle corde vocali e ho dovuto smettere di cantare che gli ho parlato di fotografia e gli ho detto che pensavo di ritrarre bambini. Potevo forse guadagnarmi da vivere così, anche perché l’avevo già fatto a New York. Mi ha detto: “Assolutamente no. I francesi non amano essere fotografati, preferiscono la pittura, almeno per quanto riguarda i ritratti”. A quell’epoca avevano appena fondato la Magnum e il suo socio David Seymour, un altro dei fondatori, stava cercando un assistente, così mi ha proposto di provarci. Ho rifiutato perché non me la sentivo di affrontare le zone di guerra. Pochi anni dopo sono stati uccisi entrambi…

Henri Cartier-Bresson, Parigi 1950. Il maestro al lavoro al Grand Palais durante una mostra di elettrodomestici. «È stato il mio mentore e mi invitava spesso ad accompagnarlo quando usciva per fotografare», ricorda Marilyn.

E Cartier-Bresson?
Cartier era molto diverso. Non aveva lo stesso tipo di carisma di Capa. Era un uomo molto calmo e tranquillo. L’ho conosciuto tramite amici che frequentavano la sua famiglia. All’epoca era sposato con una ballerina indonesiana, Ratna Mohini, ed ero spesso invitata a cena da loro, era un’amicizia di famiglia. Era un uomo molto gentile, davvero. Mi permetteva di accompagnarlo quando fotografava, così ho potuto vedere come lavorava. Io ero molto bassa e lui molto alto e quando uscivamo insieme attiravo molta attenzione… Lui indossava un impermeabile, un cappello gli copriva la faccia, teneva la fotocamera davanti al viso. Io ero piccola, donna e con un’enorme Rolleiflex per le strade di Parigi, dove dopo la guerra la gente faticava a trovare il cibo, figuriamoci le fotocamere. In un certo buffo modo, gli servivo per distogliere l’attenzione da lui, ma ho potuto vederlo all’opera e in alcuni casi è stato incredibile.

Hai incontrato molti personaggi famosi del Ventesimo secolo, ma c’è qualcuno che avresti davvero voluto fotografare? 
Rovescio la domanda, nel senso che penso che se sei un fotografo devi pensare come un fotografo, cioè fare foto. Nei miei primi tempi a Parigi non pensavo ancora come una fotografa. Quando ancora cantavo, ho visto passare molte persone importanti dal club. Forse perché sono americana, venivo spesso invitata ai loro tavoli, volevano sapere cosa ci facesse questa giovane donna in Francia. Una sera, è venuta Eleanor Roosevelt con uno dei figli e un’attrice americana chiamata Marsha Hunt con il marito. Hanno cenato e mi hanno invitata al loro tavolo. Abbiamo passato un po’ di tempo chiacchierando e sul momento non ho pensato nemmeno una volta “Scatta una fotografia di Eleanor Roosevelt!”, sono stata così stupida! È il mio unico vero grande rimpianto, perché di tante donne che rispetto e ammiro… lei era una filantropa, una giornalista, una grande sostenitrice dei diritti umani, civili, delle donne, degli afroamericani e delle minoranze. È stata presidentessa della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha contribuito a scrivere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. È una donna che dovrebbe essere più conosciuta e onorata e rimpiango davvero molto di non avere un suo ritratto.

Montmartre, Parigi 1950. La modella indossa uno dei primi abiti prêt-à-porter. In quegli anni, Marylin ha reinventato la fotografia di moda.
Trovi l’intervista completa a Marilyn Stafford nel numero 94 di NPhotography (qui in versione digitale).

 

Mountains by Magnum Photographers: la montagna fotografata dai fotografi Magnum

Zermatt, Switzerland, 1950 Robert Capa © International center Of Photography / Magnum Photos

Mountains by Magnum Photographers: la montagna vista, vissuta e fotografata dai fotografi dell’Agenzia Magnum Photos, l’agenzia di fotogiornalismo fondata nel 1947 da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger, che riunisce oggi i migliori fotografi del mondo. La mostra Mountains by Magnum Photographers, frutto di una co-produzione tra Forte di Bard e Magnum Photos Paris, presenta al Forte di Bard, dal 17 luglio 2019 al 6 gennaio 2020, un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso cronologico che raccoglie oltre 130 immagini esposte in una prospettiva di sviluppo storico della rappresentazione dell’ambiente montano, declinata in base ai diversi temi affrontati da ciascun autore. Dai pionieri della fotografia di montagna, come Werner Bischof – alpinista lui stesso – a Robert Capa, George Rodger, passando per Inge Morath, Herbert List per arrivare ai nostri giorni con Ferdinando Scianna, Martin Parr, Steve McCurry.

Mountains by Magnum Photographers

Prima dell’avvento della fotografia le montagne erano già un motivo iconografico in pittura, dove erano rappresentate da rocce o massi fino al Rinascimento, quando divennero uno sfondo maestoso che contribuì all’idea prevalente della natura. Le montagne erano state tradizionalmente viste come le sedi di potere mistico e sovrumano, qualcosa di pericoloso e inaccessibile agli umani da poter essere osservato solo da lontano.Durante il XIX secolo, con lo sviluppo dell’alpinismo, i fotografi hanno iniziato a fornire emozioni vertiginose grazie ai primi documenti sulla conquista delle vette fino ad allora inesplorate. Le fotografie non erano solo semplici prove del successo di un’ascensione – erano anche un modo per viaggiare attraverso le immagini. Le prime spedizioni fotografiche sulle Alpi iniziarono negli anni Cinquanta del XIX secolo e furono vere prodezze di sforzo fisico: i fotografi alpinisti erano aiutati da portatori che trasportavano la loro attrezzatura ingombrante e delicata. Le loro immagini stupirono il pubblico che non aveva mai visto le cime delle montagne da così vicino e con così tanti dettagli. Le foto mostravano un mondo nuovo, inesplorato e ancora intatto, promettendo viaggi in territori vergini che evocavano le origini del mondo. Fin dalla nascita della fotografia, quindi, il paesaggio di montagna è stato un soggetto che ha affascinato i fotografi.
Queste immagini non sono solo una testimonianza dell’ammirazione che l’uomo ha per le alte vette, ma mettono in risalto anche la venerazione e il timore che l’uomo, da secoli, ha per le montagne. Da 180 anni, i fotografi che hanno eletto le montagne a soggetto privilegiato del loro lavoro ne esplorano le forme e le trame da ogni angolazione. Artisti passati e presenti hanno reso omaggio alla loro immensità, variando i punti di vista e cercando talvolta di amplificarne la natura spettacolare.

Mountains by Magnum Photographers: i fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana

I fotografi Magnum hanno costruito e reinventato l’iconografia montana. Nelle loro fotografie le montagne sono osservate, sfruttate e attraversate. Vediamo persone che trascorrono tutta la loro vita ad alta quota, ma anche persone di passaggio che cercano una guida spirituale, il piacere, un rifugio dalla guerra o semplice sopravvivenza. L’esposizione al Forte di Bard è un viaggio attraverso gli archivi Magnum, un’esplorazione fotografica di come gli uomini hanno fatto proprie le montagne, che in questi scatti hanno poco in comune con quelle che vediamo nelle cartoline. Il tema della montagna, inoltre, permette di avere un’idea dei viaggi dei fotografi Magnum attraverso tutti i continenti e fa comprendere meglio che cosa di volta in volta cattura la loro attenzione.
La mostra comprende inoltre una sezione dedicata a un importante progetto su commissione dedicato al territorio della Valle d’Aosta, firmato da Paolo Pellegrin, fotografo di fama internazionale e, tra altri prestigiosissimi riconoscimenti, vincitore di dieci World Press Photo Award, frutto di uno shooting realizzato nella primavera 2019.
Per realizzare le immagini presenti in mostra Pellegrin ha dovuto recarsi più e più volte, alla ricerca di quelle luci che lui, amante del bianco e nero, predilige. Sono le luci filtrate dalle nubi sfilacciate dal vento, i violenti controluce sulla superficie della neve, le buie increspature dei crepacci, le scure torri delle creste rocciose, gli arabeschi disegnati sulla superficie dei laghi ghiacciati.

La mostra è accompagnata da un volume edito da Prestel Publishing/Random House, New York.

Mountains by Magnum Photographers
Forte di Bard.
Fino al 6 gennaio 2020
A cura di 
Andrea Holzherr, Annalisa Cittera
Partner 
Regione autonoma Valle d’Aosta, Compagnia San Paolo, Fondazione Crt
Media Partner, 
RMC Radio Monte Carlo

Associazione Forte di Bard
T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | www.fortedibard.it

 

L’affaire Capa. Processo a un’icona di Vincent Lavoie

Simbolo della guerra civile spagnola e di un conflitto tanto radicalizzato sul piano ideologico da rendere impraticabile la neutralità dei corrispondenti di guerra, il Miliziano colpito a morte di Robert Capa diventa il pretesto per un’indagine sulla verità in fotografia. Dagli anni settanta il celebre scatto, che mostra un soldato repubblicano raggiunto in pieno volto da un proiettile, ha generato un acceso dibattito fra detrattori e difensori del fotografo in merito ai luoghi della tragedia, all’identità del miliziano ucciso, alla traiettoria dei colpi e alla sequenza delle immagini realizzate quel 5 settembre del 1936.
Nel volume L’affaire Capa. Processo a un’icona Vincent Lavoie ripercorre le tappe di questo processo al fotogiornalismo a partire dall’accusa di Phillip Knightley contenuta nel libro The First Casualty. From the Crimea to Vietnam: The War Correspondent as Hero, Propagandist, and Myth Maker e pone al centro della questione i fondamenti morali della professione: l’autenticità dell’immagine, l’integrità del fotografo e la verità della scena. Ben lungi dal voler aggiungere nuovi elementi a un dossier già voluminoso, l’autore analizza piuttosto i regimi di verità – espressione che mutua da Michel Foucault – messi in campo di volta in volta dai protagonisti dell’affaire Capa: la parola dei testimoni, la replica documentaria fatta di materiali scritti e visivi riesumati dagli archivi, le perizie medico-legali sull’immagine trattata alla stregua di una scena del crimine. Ne emerge una figura di Capa lontana dalla storiografia ufficiale: il Capa di Lavoie è un colosso dai piedi d’argilla, un giovane reporter ungherese appassionato, avido di fama e di successo, che ha dedicato la vita alla costruzione del proprio mito con un nome preso in prestito. Se la scoperta della cosiddetta “Valigia messicana” contenente 4.500 negativi di Capa, Gerda Taro e David Seymour sembrava avvalorare l’autenticità dell’immagine, fornendo un insieme di fotografie scattate nella periferia geografica e temporale dell’icona contestata, il recente studio della ricercatrice José Maria Susperregui ha in realtà stabilito che il luogo dello scatto non era, come si è sempre sostenuto, il fronte di Cerro Muriano, bensì un’area denominata Espejo, in quei giorni estranea al teatro di guerra. Gli esperti sono tutt’oggi divisi e nessuno degli argomenti proposti è in grado di mettere la parola “fine” a questa controversia come a quella riguardante le Magnifiche undici, le fotografie del D-Day che la rivista Life ha indicato come le sole sopravvissute di una più lunga serie realizzata da Capa quel 6 giugno decisivo e a cui Lavoie dedica l’ultima parte del volume.
In tempi di fake news e manipolazioni digitali, la complessa vicenda dell’affaire Capa va ben oltre il singolo caso e assume una portata ideologica universale, che fa appello al valore probatorio delle immagini e apre a una riflessione critica sul fotogiornalismo, sul suo potere mediatico e sulla sua collocazione nella storia culturale. Lavoie firma un saggio breve e intenso che si legge come un romanzo poliziesco e traccia un ritratto di Capa genuino e articolato, restituendone la fragilità di uomo malgrado la consacrazione come più grande fotografo di guerra al mondo.

Guardiamo da vicino una delle più famose e controverse foto di Robert Capa: Il miliziano colpito a morte

In questo video di All About Street Photography viene spiegato il significato della più famosa ma al tempo stessa controversa fotografia di Robert Capa:  Il miliziano colpito a morte

 

 

 

Fotografi di guerra: scattare per testimoniare

Quando un film racconta una guerra moderna non può esimersi dal narrare anche il personaggio del fotografo. Un fotoreporter di guerra è qualcosa di simile al soldato di ventura, un odierno mercenario che rischia la vita per guadagnarsi da vivere, ma anche moderno Don Chisciotte che con il suo lavoro vorrebbe far indignare e muovere a pietà l’opinione pubblica. Quasi sempre a disagio e fuori luogo se lontano dalle zone dove si combatte, molti di loro sono assuefatti al pericolo e scappano dalla pace in cerca dell’adrenalina. Alcuni fotografi di guerra hanno scritto le loro memorie da cui, qualche volta, sono stati tratti dei film.

Fotografi di guerra: Richard Boyle in “Salvador”

Uno di loro è stato sicuramente Richard Boyle, immortalato nel film Salvador (1986) di Oliver Stone. È il 1980 e il fotoreporter californiano, interpretato da James Wood, è allo sbando: senza denaro e in fuga da una donna italiana e da un figlio piccolo, per risollevare la carriera si reca in Salvador dove sta infuriando la guerra civile e la popolazione inerme si trova schiacciata tra gli squadroni della morte e la guerriglia marxista. Boyle, che è stato sui fronti di tutte le guerre e le rivolte recenti, dato per morto in Guatemala, arriva in Salvador non per denunciare la violenza e l’ingiustizia, ma cinicamente per tornare in patria con degli scatti unici da vendere alle riviste e tornare così in auge. Nel corso del film incontra un altro mitico fotoreporter americano, John Cassidy, interpretato da John Savage, anche lui in Salvador, ma con l’intento di realizzare dei reportage in grado di scuotere l’opinione pubblica. In una scena del film, Cassidy, che cerca di sensibilizzare Boyle, gli dice: “Sai perché erano grandi i fotografi come Robert Capa? Perché non lavoravano per i soldi. Loro fissavano la nobiltà delle sofferenze umane”. E, poco alla volta, anche Boyle sceglierà di schierarsi in difesa della popolazione civile e rischiare la vita per documentare le nefandezze dei militari e mettere al sicuro nei tacchi delle scarpe i rullini con la sua testimonianza fotografica. Salvador , che è un atto di accusa nei confronti della politica estera americana, di cui Oliver Stone aveva diretta esperienza, essendo partito volontario a 18 anni per il Vietnam, fu boicottato in patria perché molto lontano dagli intenti celebrativi verso l’eroismo americano. Richard Boyle per questo film fu candidato all’Oscar, con Oliver Stone, per la miglior sceneggiatura originale.

Fotografi di guerra: We were soldiers

Anche il film We were soldiers , (2002) di Randall Wallace, è tratto da un libro di memorie. Pubblicato nel 1992 e scritto a quattro mani dal tenente colonnello Harold Moore e dal fotoreporter americano Joseph Galloway, il libro testimonia la battaglia di la Drang del 1965, la prima che i soldati dell’esercito americano, comandati da Moore, combatterono in Vietnam. In quell’occasione fu sperimentato il nuovo sistema offensivo americano basato sull’impiego di un gran numero di elicotteri che permettevano di trasferire le truppe in modo rapido. Dopo tre giorni di combattimento, la vittoria fu rivendicata sia dall’esercito statunitense che da quello popolare vietnamita, ma la verità fu che entrambe le parti subirono gravi perdite. Joseph Galloway, fotoreporter tra i pochi che poterono seguire quella battaglia apparteneva a una dinastia di militari che avevano partecipato a tutte le guerre che l’America aveva combattuto. Quando scoppiò la guerra in Vietnam, Galloway però non scelse di arruolarsi, ma di andare al fronte con la sua macchina fotografica per capire cos’era una guerra e soprattutto per farla capire a quelli che stavano a casa. Il fotoreporter ricevette una Bronze Star Medal per aver prestato soccorso ai soldati feriti durante la battaglia di la Drang, a rischio della vita. Nessun biopic, purtroppo, è stato ancora tratto dall’autobiografia di Robert Capa, l’icona dei fotografi di guerra. Capa, che comincia la sua presenza al fronte durante la Guerra di Spagna e la termina su una mina nel 1954, durante la Prima guerra di Indocina, ebbe però modo di frequentare il mondo del cinema. Tutto ebbe inizio nel giugno del 1945 quando Robert Capa si innamorò di Ingrid Bergman e per seguirla a Hollywood lavorò come fotografo di scena per Notorius (1946) di Alfred Hitchcock. In seguito fu sul set di altri film tra cui Moulin Rouge  (1952) e Il tesoro dell’Africa  (1953) di John Houston, di cui diventò grande amico. Capa scattò foto anche su alcuni set di film girati in Italia come Riso amaro  (1949) di Giuseppe De Santis, La carrozza d’oro  (1952) di Jean Renoir e La contessa scalza (1954) di Joseph L. Mankiewicz. Oltre alla Magnum, Robert Capa, durante la seconda metà degli anni Quaranta, creò anche una piccola casa di produzione cinematografica con cui produrrà e girerà 29 episodi dedicati ai grandi sarti parigini, brevi filmati purtroppo andati perduti.

 

Robert Capa. Colore: uno guardo insolito sul lavoro dei fotoreporter più importanti del XX secolo

Uno guardo insolito dedicato al lavoro a colori di uno dei fotoreporter più importanti del XX secolo. Il volume, diviso in tredici sezioni corrispondenti ai maggiori incarichi assegnati a Capa (reportage della seconda guerra mondiale, il Nordafrica, il viaggio in Urss, le foto del jet set etc.) presenta le immagini accompagnandole con testi scritti dallo stesso autore pubblicati su quotidiani e mensili americani, oggi tradotti in italiano, e scatti inediti realizzati sui campi di battaglia dell’Indocina.

Robert Capa Colore
Di Cynthia Young
Editore Electa

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Lo sbarco in Normandia: è il 6 giugno del 1944

Alla richiesta di Stalin di aprire un nuovo fronte di guerra, oltre quello orientale, gli alleati risposero con il D-Day. Lo sbarco in Normandia, nel nord della Francia, è considerato una delle più grandi invasioni anfibie della storia. Furono impegnati 150 mila soldati su quasi 7 mila navi e 11 mila aerei. All’alba del 6 giugno, precedute da un imponente bombardamento aeronavale, le fanterie sbarcarono su cinque spiagge. In una giornata di durissimi combattimenti si  contarono circa dodicimila tra morti e feriti. A toccare terra con la seconda ondata a fianco dei soldati c’era anche Robert Capa; il mitico fotoreporter riuscirà a dar conto di quei drammatici momenti con uno dei più intensi reportage di guerra di tutti i tempi. Armato di due Contax II, documentò l’assalto a Omaha Beach. Per un errore del tecnico in camera oscura nel laboratorio di Life a Londra, delle fotografie scattate quel giorno, solo undici furono salvate

Buona notte Mr. Capa ” Vita, Morte e Amori di R. Capa” raccontati da Denis Curti

Importanti appuntamenti alla terza edizione di AnconaFotoFestival quella che si terrà, ancora una volta, nella Polveriera “Castelfidardo“ nel parco cittadino del Cardeto di Ancona fino al 16 giugno. L’Associazione fotografica IL MASCHERONE l’ha ideata e la organizza. Il Comune di Ancona, attraverso l’assessorato alla Cultura, contribuisce economicamente alla sua realizzazione.

AnconaFotoFestival: appuntamenti 

Tra i molti appuntamento di AnconaFotoFestival segnaliamo “BUONA NOTTE Mr. CAPA “VITA, MORTE E AMORI DI R. CAPA” raccontati da DENIS CURTI, curatore della mostra “Retrospective” dedicata a Robert Capa allestita nelle sale della Mole Vanvitelliana.
L’incontro “Buonanotte Mr. Capa. Vita, morte e amori di Robert Capa” raccontati da Denis Curti  si svolgerà sabato 1 giugno alle ore 21,00 presso la Sala Boxe alla Mole Vanvitelliana (NON alla Polveriera del Cardeto sede del festival, come indicato alle 20.30).  Per l’occasione la mostra “Robert Capa. Retrospective”, in corso presso la sala Vanvitelli della Mole Vanvitelliana, sarà eccezionalmente visitabile dalle ore 20 alle ore 21 per tutti i partecipanti all’incontro.” 

Si spegne Robert Capa: è il 25 maggio 1954

Sicilia, 1943 © Robert Capa / International Center of Photography /Magnum Photos

Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione, Robert Capa (Budapest, 1913 – Thái Binh, Vietnam, 1954) pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita sui campi di battaglia, vicino alla scena, spesso al dolore, a documentare i fatti: “se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino”, ha confessato più volte.
In oltre vent’anni di attività ha seguito i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra araboisraeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina.

Esiliato dall’Ungheria nel 1931, Robert Capa inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola tra il 1936 il 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico, con scatti che vanno dal luglio 1943 al febbraio 1944 per rivelare, con un’umanità priva di retorica, le tante facce della guerra spingendosi fin dentro il cuore del conflitto.
Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Lo spiega perfettamente lo scrittore John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune fotografie di Robert Capa: “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.
Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la posta centrale di Napoli distrutta da una bomba ad orologeria o il funerale delle giovanissime vittime delle famose Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove impazzano i combattimenti e i soldati alleati accolti a Monreale dalla gente o in perlustrazione in campi opachi di fumo, fermo immagine di una guerra dove cercano – nelle brevi pause – anche il recupero di brandelli di umanità.

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