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L’affaire Capa. Processo a un’icona di Vincent Lavoie

Simbolo della guerra civile spagnola e di un conflitto tanto radicalizzato sul piano ideologico da rendere impraticabile la neutralità dei corrispondenti di guerra, il Miliziano colpito a morte di Robert Capa diventa il pretesto per un’indagine sulla verità in fotografia. Dagli anni settanta il celebre scatto, che mostra un soldato repubblicano raggiunto in pieno volto da un proiettile, ha generato un acceso dibattito fra detrattori e difensori del fotografo in merito ai luoghi della tragedia, all’identità del miliziano ucciso, alla traiettoria dei colpi e alla sequenza delle immagini realizzate quel 5 settembre del 1936.
Nel volume L’affaire Capa. Processo a un’icona Vincent Lavoie ripercorre le tappe di questo processo al fotogiornalismo a partire dall’accusa di Phillip Knightley contenuta nel libro The First Casualty. From the Crimea to Vietnam: The War Correspondent as Hero, Propagandist, and Myth Maker e pone al centro della questione i fondamenti morali della professione: l’autenticità dell’immagine, l’integrità del fotografo e la verità della scena. Ben lungi dal voler aggiungere nuovi elementi a un dossier già voluminoso, l’autore analizza piuttosto i regimi di verità – espressione che mutua da Michel Foucault – messi in campo di volta in volta dai protagonisti dell’affaire Capa: la parola dei testimoni, la replica documentaria fatta di materiali scritti e visivi riesumati dagli archivi, le perizie medico-legali sull’immagine trattata alla stregua di una scena del crimine. Ne emerge una figura di Capa lontana dalla storiografia ufficiale: il Capa di Lavoie è un colosso dai piedi d’argilla, un giovane reporter ungherese appassionato, avido di fama e di successo, che ha dedicato la vita alla costruzione del proprio mito con un nome preso in prestito. Se la scoperta della cosiddetta “Valigia messicana” contenente 4.500 negativi di Capa, Gerda Taro e David Seymour sembrava avvalorare l’autenticità dell’immagine, fornendo un insieme di fotografie scattate nella periferia geografica e temporale dell’icona contestata, il recente studio della ricercatrice José Maria Susperregui ha in realtà stabilito che il luogo dello scatto non era, come si è sempre sostenuto, il fronte di Cerro Muriano, bensì un’area denominata Espejo, in quei giorni estranea al teatro di guerra. Gli esperti sono tutt’oggi divisi e nessuno degli argomenti proposti è in grado di mettere la parola “fine” a questa controversia come a quella riguardante le Magnifiche undici, le fotografie del D-Day che la rivista Life ha indicato come le sole sopravvissute di una più lunga serie realizzata da Capa quel 6 giugno decisivo e a cui Lavoie dedica l’ultima parte del volume.
In tempi di fake news e manipolazioni digitali, la complessa vicenda dell’affaire Capa va ben oltre il singolo caso e assume una portata ideologica universale, che fa appello al valore probatorio delle immagini e apre a una riflessione critica sul fotogiornalismo, sul suo potere mediatico e sulla sua collocazione nella storia culturale. Lavoie firma un saggio breve e intenso che si legge come un romanzo poliziesco e traccia un ritratto di Capa genuino e articolato, restituendone la fragilità di uomo malgrado la consacrazione come più grande fotografo di guerra al mondo.

Guardiamo da vicino una delle più famose e controverse foto di Robert Capa: Il miliziano colpito a morte

In questo video di All About Street Photography viene spiegato il significato della più famosa ma al tempo stessa controversa fotografia di Robert Capa:  Il miliziano colpito a morte

 

 

 

James Nachtwey: l’erede di Robert Capa

Un uomo porta in braccio il figlio mentre tenta di attraversare il confine con la Macedonia. Macedonia, 2016 © James Nachtwey/Contrasto

James Nachtwey è considerato l’erede di Robert Capa.
James Nachtwey
ha voluto dedicare la propria vita al racconto della condizione umana nei suoi momenti più estremi. A lui riconosciamo il coraggio di una scelta, quella di essere a contatto con le sofferenze del mondo dando testimonianza diretta della vita e delle sue crudeltà, non ultime la guerra, il terrorismo e la violenza. Ha voluto utilizzare, in fotografia, la via della bellezza e della compiutezza formale come strumento di lotta, come gesto di compassione di fronte a scene dense di emozione. Tra i suoi reportage più significativi El Salvador, Gaza, Indonesia e Giappone, Romania, Somalia,  Sudan, Rwanda, l’Iraq, Afghanistan, Nepal e molti altri Paesi. Ad affiorare, immagine dopo immagine, è l’umanità ferita dalla violenza, devastata dalla malattia, dalla fame, dalla natura che insorge contro la pretesa di controllo dell’uomo.

 

 

Un uomo porta in braccio il figlio mentre tenta di attraversare il confine con la Macedonia. Macedonia, 2016
© James Nachtwey/Contrasto

Fotografi di guerra: scattare per testimoniare

Quando un film racconta una guerra moderna non può esimersi dal narrare anche il personaggio del fotografo. Un fotoreporter di guerra è qualcosa di simile al soldato di ventura, un odierno mercenario che rischia la vita per guadagnarsi da vivere, ma anche moderno Don Chisciotte che con il suo lavoro vorrebbe far indignare e muovere a pietà l’opinione pubblica. Quasi sempre a disagio e fuori luogo se lontano dalle zone dove si combatte, molti di loro sono assuefatti al pericolo e scappano dalla pace in cerca dell’adrenalina. Alcuni fotografi di guerra hanno scritto le loro memorie da cui, qualche volta, sono stati tratti dei film.

Fotografi di guerra: Richard Boyle in “Salvador”

Uno di loro è stato sicuramente Richard Boyle, immortalato nel film Salvador (1986) di Oliver Stone. È il 1980 e il fotoreporter californiano, interpretato da James Wood, è allo sbando: senza denaro e in fuga da una donna italiana e da un figlio piccolo, per risollevare la carriera si reca in Salvador dove sta infuriando la guerra civile e la popolazione inerme si trova schiacciata tra gli squadroni della morte e la guerriglia marxista. Boyle, che è stato sui fronti di tutte le guerre e le rivolte recenti, dato per morto in Guatemala, arriva in Salvador non per denunciare la violenza e l’ingiustizia, ma cinicamente per tornare in patria con degli scatti unici da vendere alle riviste e tornare così in auge. Nel corso del film incontra un altro mitico fotoreporter americano, John Cassidy, interpretato da John Savage, anche lui in Salvador, ma con l’intento di realizzare dei reportage in grado di scuotere l’opinione pubblica. In una scena del film, Cassidy, che cerca di sensibilizzare Boyle, gli dice: “Sai perché erano grandi i fotografi come Robert Capa? Perché non lavoravano per i soldi. Loro fissavano la nobiltà delle sofferenze umane”. E, poco alla volta, anche Boyle sceglierà di schierarsi in difesa della popolazione civile e rischiare la vita per documentare le nefandezze dei militari e mettere al sicuro nei tacchi delle scarpe i rullini con la sua testimonianza fotografica. Salvador , che è un atto di accusa nei confronti della politica estera americana, di cui Oliver Stone aveva diretta esperienza, essendo partito volontario a 18 anni per il Vietnam, fu boicottato in patria perché molto lontano dagli intenti celebrativi verso l’eroismo americano. Richard Boyle per questo film fu candidato all’Oscar, con Oliver Stone, per la miglior sceneggiatura originale.

Fotografi di guerra: We were soldiers

Anche il film We were soldiers , (2002) di Randall Wallace, è tratto da un libro di memorie. Pubblicato nel 1992 e scritto a quattro mani dal tenente colonnello Harold Moore e dal fotoreporter americano Joseph Galloway, il libro testimonia la battaglia di la Drang del 1965, la prima che i soldati dell’esercito americano, comandati da Moore, combatterono in Vietnam. In quell’occasione fu sperimentato il nuovo sistema offensivo americano basato sull’impiego di un gran numero di elicotteri che permettevano di trasferire le truppe in modo rapido. Dopo tre giorni di combattimento, la vittoria fu rivendicata sia dall’esercito statunitense che da quello popolare vietnamita, ma la verità fu che entrambe le parti subirono gravi perdite. Joseph Galloway, fotoreporter tra i pochi che poterono seguire quella battaglia apparteneva a una dinastia di militari che avevano partecipato a tutte le guerre che l’America aveva combattuto. Quando scoppiò la guerra in Vietnam, Galloway però non scelse di arruolarsi, ma di andare al fronte con la sua macchina fotografica per capire cos’era una guerra e soprattutto per farla capire a quelli che stavano a casa. Il fotoreporter ricevette una Bronze Star Medal per aver prestato soccorso ai soldati feriti durante la battaglia di la Drang, a rischio della vita. Nessun biopic, purtroppo, è stato ancora tratto dall’autobiografia di Robert Capa, l’icona dei fotografi di guerra. Capa, che comincia la sua presenza al fronte durante la Guerra di Spagna e la termina su una mina nel 1954, durante la Prima guerra di Indocina, ebbe però modo di frequentare il mondo del cinema. Tutto ebbe inizio nel giugno del 1945 quando Robert Capa si innamorò di Ingrid Bergman e per seguirla a Hollywood lavorò come fotografo di scena per Notorius (1946) di Alfred Hitchcock. In seguito fu sul set di altri film tra cui Moulin Rouge  (1952) e Il tesoro dell’Africa  (1953) di John Houston, di cui diventò grande amico. Capa scattò foto anche su alcuni set di film girati in Italia come Riso amaro  (1949) di Giuseppe De Santis, La carrozza d’oro  (1952) di Jean Renoir e La contessa scalza (1954) di Joseph L. Mankiewicz. Oltre alla Magnum, Robert Capa, durante la seconda metà degli anni Quaranta, creò anche una piccola casa di produzione cinematografica con cui produrrà e girerà 29 episodi dedicati ai grandi sarti parigini, brevi filmati purtroppo andati perduti.

 

Robert Capa. Colore: uno guardo insolito sul lavoro dei fotoreporter più importanti del XX secolo

Uno guardo insolito dedicato al lavoro a colori di uno dei fotoreporter più importanti del XX secolo. Il volume, diviso in tredici sezioni corrispondenti ai maggiori incarichi assegnati a Capa (reportage della seconda guerra mondiale, il Nordafrica, il viaggio in Urss, le foto del jet set etc.) presenta le immagini accompagnandole con testi scritti dallo stesso autore pubblicati su quotidiani e mensili americani, oggi tradotti in italiano, e scatti inediti realizzati sui campi di battaglia dell’Indocina.

Robert Capa Colore
Di Cynthia Young
Editore Electa

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Lo sbarco in Normandia: è il 6 giugno del 1944

Alla richiesta di Stalin di aprire un nuovo fronte di guerra, oltre quello orientale, gli alleati risposero con il D-Day. Lo sbarco in Normandia, nel nord della Francia, è considerato una delle più grandi invasioni anfibie della storia. Furono impegnati 150 mila soldati su quasi 7 mila navi e 11 mila aerei. All’alba del 6 giugno, precedute da un imponente bombardamento aeronavale, le fanterie sbarcarono su cinque spiagge. In una giornata di durissimi combattimenti si  contarono circa dodicimila tra morti e feriti. A toccare terra con la seconda ondata a fianco dei soldati c’era anche Robert Capa; il mitico fotoreporter riuscirà a dar conto di quei drammatici momenti con uno dei più intensi reportage di guerra di tutti i tempi. Armato di due Contax II, documentò l’assalto a Omaha Beach. Per un errore del tecnico in camera oscura nel laboratorio di Life a Londra, delle fotografie scattate quel giorno, solo undici furono salvate

Buona notte Mr. Capa ” Vita, Morte e Amori di R. Capa” raccontati da Denis Curti

Importanti appuntamenti alla terza edizione di AnconaFotoFestival quella che si terrà, ancora una volta, nella Polveriera “Castelfidardo“ nel parco cittadino del Cardeto di Ancona fino al 16 giugno. L’Associazione fotografica IL MASCHERONE l’ha ideata e la organizza. Il Comune di Ancona, attraverso l’assessorato alla Cultura, contribuisce economicamente alla sua realizzazione.

AnconaFotoFestival: appuntamenti 

Tra i molti appuntamento di AnconaFotoFestival segnaliamo “BUONA NOTTE Mr. CAPA “VITA, MORTE E AMORI DI R. CAPA” raccontati da DENIS CURTI, curatore della mostra “Retrospective” dedicata a Robert Capa allestita nelle sale della Mole Vanvitelliana.
L’incontro “Buonanotte Mr. Capa. Vita, morte e amori di Robert Capa” raccontati da Denis Curti  si svolgerà sabato 1 giugno alle ore 21,00 presso la Sala Boxe alla Mole Vanvitelliana (NON alla Polveriera del Cardeto sede del festival, come indicato alle 20.30).  Per l’occasione la mostra “Robert Capa. Retrospective”, in corso presso la sala Vanvitelli della Mole Vanvitelliana, sarà eccezionalmente visitabile dalle ore 20 alle ore 21 per tutti i partecipanti all’incontro.” 

Si spegne Robert Capa: è il 25 maggio 1954

Sicilia, 1943 © Robert Capa / International Center of Photography /Magnum Photos

Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione, Robert Capa (Budapest, 1913 – Thái Binh, Vietnam, 1954) pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita sui campi di battaglia, vicino alla scena, spesso al dolore, a documentare i fatti: “se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino”, ha confessato più volte.
In oltre vent’anni di attività ha seguito i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra araboisraeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina.

Esiliato dall’Ungheria nel 1931, Robert Capa inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola tra il 1936 il 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico, con scatti che vanno dal luglio 1943 al febbraio 1944 per rivelare, con un’umanità priva di retorica, le tante facce della guerra spingendosi fin dentro il cuore del conflitto.
Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Lo spiega perfettamente lo scrittore John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune fotografie di Robert Capa: “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.
Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la posta centrale di Napoli distrutta da una bomba ad orologeria o il funerale delle giovanissime vittime delle famose Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove impazzano i combattimenti e i soldati alleati accolti a Monreale dalla gente o in perlustrazione in campi opachi di fumo, fermo immagine di una guerra dove cercano – nelle brevi pause – anche il recupero di brandelli di umanità.

MAGNUM’S FIRST: la prima mostra di Magnum

Erich Lessing, Belvedere Gardens, Vienna, Austria, 1954; © Erich Lessing/Magnum Photos

MAGNUM’S FIRST. La mostra presenta 83 stampe vintage in bianco e nero di otto maestri del Novecento: Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Werner Bischof, Inge Morath, Erich Lessing, Marc Riboud, Jean Marquis, Ernst Haas.
Al Museo Diocesano Carlo Maria Martini, fino  al 6 ottobre 2019, è in programma la mostra che celebra Magnum Photos, una delle agenzie fotografiche più importanti del Novecento, attraverso 83 opere vintage in bianco e nero dei suoi maggiori esponenti, da Henri Cartier-Bresson a Marc Riboud, da Inge Morath a Jean Marquis, da Werner Bischof a Ernst Haas, da Robert Capa a Erich Lessing. L’esposizione, curata da Andrea Holzherr, Global Exhibitions Manager di Magnum Photos, in collaborazione con Magnum, col patrocinio del Comune di Milano e il sostegno di Rinascente, dal titolo Magnum’s first. La prima mostra di Magnum riveste un grande significato storico. La rassegna, infatti, ripercorre la prima mostra del gruppo Magnum – intitolata Gesicht der Zeit (Il volto del tempo) – tenuta tra il 1955 e il 1956 in cinque città austriache. Curiosamente, tutto il corpus di immagini venne dimenticato in una cantina di Innsbruck e ritrovato cinquant’anni dopo, nel 2006, ancora chiuso nelle sue casse.
“Ciò che trovammo nelle casse – afferma la curatrice Andrea Holzherr – era, a dir poco, sorprendente: una serie di vecchi pannelli di legno su cui erano montate delle fotografie molto sporche. Perciò, il mio primo contatto con la vecchia mostra somigliava più alla scoperta di una mummia che a quella di un tesoro. I materiali erano in pessime condizioni: le foto erano ricoperte di polvere, sporco e muffa, e avevano perfino un odore di stantio!”. “La mostra – prosegue Andrea Holzherr – è un rompicapo, un mistero, e rimane la prima mostra in assoluto di foto Magnum di cui si abbia notizia! La sua esistenza è la prova che, sin dall’inizio, la Magnum era diversa dalle altre agenzie fotografiche. Dagli esordi, con il programma di mostre ed eventi, la Magnum difendeva sia il valore della foto come documento”.

MAGNUM’S FIRST: la prima mostra di Magnum: percorso espositivo

Il percorso espositivo, che presenta otto servizi fotogiornalistici, corredati da una sezione introduttiva, ruota attorno alle diciotto fotografie in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, sugli ultimi giorni e il funerale del Mahatma Gandhi, che facevano parte del servizio pubblicato dalla rivista Life nel febbraio 1948. Allontanandosi volutamente da quel genere di reportage di guerra che lo aveva reso famoso, ecco tre immagini di Robert Capa, che documentano un gruppo di popolani che danza a una festa basca, a Biarritz, nel sud della Francia nel 1951. Queste fotografie, pubblicate postume, avevano lo scopo di sottolineare il ritorno alla pace in una regione divenuta sinonimo di barbarie, al tempo della Guerra civile spagnola. La mostra prosegue con le foto di scena di Ernst Haas, scattate sul set del kolossal hollywoodiano La regina delle Piramidi del 1955, allestito nelle cave di pietra di Assuan, dove caldo, tempeste di sabbia e il Ramadan fecero dell’impresa una vera e propria tortura per le quattromila comparse, quasi tutte musulmane. A queste, fanno seguito le sette fotografie di Werner Bischof, raccolte durante il suo viaggio intorno al mondo nei primi anni cinquanta. Immagini come il bambino che suona il flauto in Perù, o il prete shintoista nel cortile del tempio in Giappone, sono piene di delicate sfumature, pregevoli sia per la composizione che per le tonalità di bianco e nero. Unica donna del gruppo, Inge Morath propone una serie di dieci fotografie, realizzate a Londra, per un articolo pubblicato sulla rivista Holiday nel 1953, tra cui il ritratto di Lady Nash, il suo scatto più famoso. Altro grande contributo di fotogiornalismo è quello di Jean Marquis, autore poco conosciuto fuori dai confini della Francia, probabilmente membro della Magnum fino al 1957. Le sue fotografie furono scattate durante un viaggio che fece con la moglie in Ungheria, nel maggio 1954, e che furono pubblicate nel novembre dello stesso anno sul New York Times Magazine.
Erich Lessing ha documentato l’occupazione nazista di Vienna, la sua città, da cui trapelano serenità e anche, in certo modo, buonumore, in luoghi simbolo della capitale austriaca come il giardino del Belvedere, il Prater, il Rathauspark. Chiude idealmente l’esposizione, le opere giovanili di Marc Riboud, che risalgono al 1951, prima del suo ingresso nella Magnum, e documentano la vita nei villaggi dalmati, tra Vrlika, Spalato e Dubrovnik. Emblematica la foto finale di questa serie, ovvero un grande ritratto del presidente jugoslavo Tito mentre viene riportata al suo posto alla fine di un congresso.

MAGNUM’S FIRST. La prima mostra di Magnum
Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (ingresso da piazza Sant’Eustorgio 3)
Fino al 6 ottobre 2019

 

Un altro Robert Capa: Il ritrattista

Robert Capa

Pensiamo a Capa come a un reporter di guerra che scattò fotografie in più di venti paesi di quattro continenti. Qualcuno che, pur conoscendo la paura, partecipò coraggiosamente a tutte le guerre importanti della metà del 1900. Qualcuno su cui gravò l’eterno tormento dei fotoreporter: essere sul posto per far notare al mondo la sofferenza, senza però poter aiutare direttamente i sofferenti stessi. Seguì con la massima intensità la sua vocazione, che gli imponeva continue sfide morali. Fotografò come prima nessun altro, perché nessuno osò andare così vicino al soggetto sul campo di battagia. “Se le tue fotografie non sono abbastanza buone, non eri abbastanza vicino”, soleva dire. Capa era vicino alla morte del miliziano, era nel mezzo del primo sanguinoso sbarco in Normandia, ed era naturalmente partecipe della guerra d’Indocina, quando calpestò la fatale mina. In realtà, con queste immagini diventate ormai icone, conosciamo solo una parte, seppur molto importante, della sua opera. Capa visse una vita intensa, appassionata e pronta a  provare tutto, da vero giocatore (d’azzardo).

Robert Capa: mostrava ciò che lo circondava solo vivendone l’esperienza e puntando sulle persone

Poteva mostrare ciò che lo circondava solo vivendone l’esperienza e puntando sulle persone. L’emigrato ungherese cosmopolita, che parlava male diverse lingue, volle avvicinarsi alla gente non solo in tempo di guerra, ma anche nei momenti di pace. Avvicinarsi mentalmente o fisicamente, combattendo, giocando, ridendo, piangendo o lavorando con loro. Ora, celebrando il centesimo compleanno del fotografo e avendo visto le ricerche e le mostre degli ultimi anni, è particolarmente evidente che la sua eredità di più di 70 mila negativi è una gigantesca miniera d’oro. Dobbiamo ancora scoprire il ritrattista, che fotografò i suoi amici John Steinbeck e Pablo Picasso, il suo amore Ingrid Bergman, che fece conoscere al cinema neorealista italiano, oltre a celebrità come Alfred Hitchcock, Gary Cooper, la regina d’Olanda Guglielmina e Benedetto Croce. Fotografò anche eroi di tutti i giorni, amici comuni o persone sofferenti, immortalandoli tutti in magnifici ritratti. Queste opere presentano un altro lato del variegato talento di Capa. Il talento che aveva tutti gli attributi importanti per il suo lavoro: la tenacia, l’indispensabile aggressività per arrivare nei luoghi degli avvenimenti, l’inventiva e la capacità relazionale, assieme alle doti di un grande artista: un’alta sensibilità, l’abilità nel riconoscere e scegliere un tema, la bravura di composizione. La delicatezza, l’umanità e la sensibilità delle sue fotografie di guerra riappare nei suoi ritratti, mostrandoci com’è possibile immortalare in modo indimenticabile persone famose e non, assieme ai momenti commoventi, terribili o felici della loro vita. Questo Capa deve ancora essere conosciuto meglio, proprio come Capa, il grandioso cultore della fotografia colorata.

Ecco la storia di Robert Capa, il più grande fotografo di guerra nel mondo

Sicilia, 1943 © Robert Capa / International Center of Photography /Magnum Photos

Ecco un bellissimo video di Martin Kaninsky di YFM Street Photography che descrive la storia di Robert Capa, di colui il quale è stato descritto come “il più grande fotografo di guerra del mondo“.

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