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JOBS, la Quarta rivoluzione industriale: concorso fotografico riservato a fotografi Under 35

Stephen Shore, Luzzara, 1993. © Stephen Shore. Dalla collezione Linea di Confine

JOBS Forme e spazi del lavoro nel tempo della Quarta rivoluzione industriale è il concorso fotografico organizzato dall’associazione Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea che si propone di selezionare ed esporre le ricerche autonomamente svolte da autori under 35 in Italia ed in Europa, con la finalità di dare visibilità alla sensibilità e all’interesse che le giovani generazioni mostrano ai temi della trasformazione del lavoro e degli spazi della produzione. Con l’economia circolare e la Quarta rivoluzione industriale, caratterizzata da un forte impulso all’automazione, il lavoro ha assunto nuove forme in rapporto alla tecnologia e al territorio, diventato una vera e propria “fabbrica a cielo aperto”. La fotografia contemporanea si è preoccupata, in questi decenni, di sottolineare la scomparsa del lavoro e la dimensione astratta dei processi produttivi, tuttavia, da più parti, si avverte la necessità di una visione più approfondita sui cambiamenti che interessano il lavoro e gli spazi della produzione.

JOBS Forme e spazi del lavoro nel tempo della Quarta rivoluzione industriale: modalità di partecipazione

Entro il 12 ottobre, i giovani autori potranno presentare le proprie ricerche che saranno selezionate da una commissione composta da Antonello Frongia (storico della fotografia, Università Roma 3), William Guerrieri (fotografo, curatore Linea di Confine), Guido Guidi(fotografo), Stefano Munarin (urbanista, IUAV) e da Andrea Pertoldeo (fotografo e coordinatore Master fotografia IUAV).
Le ricerche selezionate saranno esposte all’Ospitale di Rubiera (RE), nel contesto di una giornata di studio e di una mostra di fotografie di autori di rilevanza internazionale a cura di Linea di Confine, che inaugurerà in data 16 novembre 2019. Per partecipare al concorso i canditati dovranno inviare via email, entro e non oltre il 12 ottobre 2019, all’indirizzo dell’associazione (L’Ospitale, Via Fontana 2 42048 Rubiera, RE info@lineadiconfine.org) un portfolio di un minimo 13 e un massimo di 30 fotografie, in formato digitale, oppure in formato cartaceo, inerente le tematiche del concorso, oltre ai dati anagrafici e fiscali, il curriculum e i propri recapiti postali ed email e una breve presentazione del progetto.
I partecipanti dovranno versare una quota di iscrizione di 20,00 Euro a Linea di Confine, tramite bonifico bancario (IBAN: IT07C0538766470000001031239). Tutti i partecipanti riceveranno una email di conferma del materiale ricevuto. Tutti i progetti pervenuti in regola con le norme concorsuali saranno sottoposti al giudizio della Commissione. La Commissione selezionerà un minimo di 10 progetti che saranno esposti, con modalità definite da Linea di Confine nelle sale espositive dell’Ospitale di Rubiera, in concomitanza con la giornata di studio e la mostra collaterale di fotografie e documenti che inaugurerà il 16 Novembre 2019. I materiale fotografici, o video o altro, pertinenti ai progetti selezionati saranno prodotti ed inviati a cura dei partecipanti nelle quantità e nelle dimensioni richieste dalla commissione esaminatrice. I materiali inviati dai partecipanti ed esposti nella mostra, rimarranno di proprietà degli autori e saranno rispediti a cura di Linea di Confine ai partecipanti che ne faranno richiesta esplicita, al termine della mostra.

Il bando e maggiori informazioni e materiali di approfondimento sono disponibili sul sito:
www.lineadiconfine.org 

L’illusione che tutto sia facile: Quale futuro per i giovani talenti?

La fotografia contemporanea è un immenso orfanotrofio. Scusatemi se parto così negativa, ma se mi guardo intorno vedo molti giovani fotografi abbandonati a se stessi, come se fossero rimasti solo loro in un Paese sopravvissuto a una guerra. Stanno lì, smarriti, tra le macerie di un mondo che non esiste più, guardandosi l’un l’altro senza sapere come proseguire il cammino. Alcuni improvvisano, altri emigrano dove i conflitti agiscono più lievi, altri si lasciano deperire. Chi mi conosce lo sa: il pallino di dare una spinta a questi ragazzi ce l’ho da tempo e ho compreso fin troppo bene le ragioni di questa desolazione. L’editoria mondiale è in difficoltà e in Italia è una strage. Le testate che un tempo consentivano a un autore di realizzare la sua storia per immagini, oggi non hanno soldi per assegnare servizi o pagare quelli inediti già prodotti. È l’economia intera, capillarmente e in qualunque settore, a soffrire. Le aziende hanno sospeso la pubblicità cartacea, ed è stato il web, con la sua fruibilità gratuita, a cambiare radicalmente le regole del mercato. Andava previsto e affrontato, se ne parla da più di un decennio. Oggi le scuse sono finite. Dobbiamo capire come andare oltre, individuando nuovi modi di operare.

Quale futuro per i giovani talenti? La crisi dell’editoria mondiale

Si chiama resilienza, è l’adattamento al cambiamento e vale per tutti. Per noi direttori di giornali, per gli imbianchini, le rock band, i tapparellisti, le tintorie e per i fotografi. Occorre puntare sulla qualità di quello che si produce e sulle strategie per promuoverlo. In cosa sbagliano molti giovani? Nell’illusione della conoscenza. Pensano di nascere già “imparati”, di comprarsi una reflex ed essere dei professionisti, di fermarsi al corso intermedio più economico possibile e poter fare un matrimonio, di usare i social invece di un marketing manager, di autoprodursi un libro senza rivolgersi a un curatore e a un editore che non faccia solo il tipografo. La passione e il talento oggi non bastano più. Bisogna studiare tanto e imparare tanto e investire tanto, altrimenti non si lavora. Vale per tutti i generi fotografici: il fotogiornalismo, le cerimonie, la moda, l’arte… Se molti di questi orfani, non tutti è chiaro, avessero iniziato negli anni Cinquanta del Novecento, oggi forse sarebbero considerati tra i grandi fotografi italiani. Nomi come Ferdinando Scianna, Giovanni Gastel, Gian Paolo Barbieri, Franco Fontana, Mario De Biasi, così come i maestri americani dell’agenzia Magnum, sono emersi e saliti nell’olimpo anche grazie alle riviste che li ospitavano, pagandoli e valorizzandoli. Fateci caso, hanno tutti superato la boa dei sessant’anni. Agli emergenti bisogna dare sostegno guidando le loro strategie, trovando loro nuovi genitori e nuovi asili. Possiamo farlo noi, che stiamo da questa parte della barricata, ma devono pensarci loro stessi essendo resilienti. Occorre attuare la reazione opposta a quella in atto: le piccole comunità, i singoli individui, nel corso della “perturbazione” si sono chiusi a riccio. Ognuno per sé e tutti contro tutti. Questo modo di resistere controvento porta a spezzarsi. Per adattarsi al nuovo bisogna invece provare a rigenerarsi e a collaborare. Qui non funziona? Bene, cerchiamo altrove altri modi, alzando (tutti) l’asticella della qualità. È la sola via.

Barbara Silbe

Questo e molto altro sul nuovo numero de Il Fotografo, disponibile anche online all’indirizzo https://sprea.it/abbonamenti/24

La Lolita di Wegman: un capolavoro della fotografia contemporanea

© Lolita, 1990, Color Polaroid. Courtesy William Wegman

La Lolita di Wegman

La Lolita di Wegman è considerato uno dei capolavori della fotografia contemporanea.
Un’immagine divertente e sorprendente, capace di portare un sorriso sulle labbra degli spettatori. Il suo fascino è universale.
Wegman fotografa cani dal 1970, da quando ha avuto Man Ray, il suo primo Weimaraner.
Ciò che colpisce della fotografia è l’eleganza dell’animale, fermo, immobile, abituato a una vita sotto i riflettori, come certe modelle. I cani di Wegman sono abituati, sin da cuccioli, a stare fermi davanti a una fotocamera e nel secondo di un clic il risultato è strabiliante.  Wegman dice: “I miei cani sono in ottima forma. Sono eleganti, naturali”. 

Andrea Rovatti: la ricerca metafotografica in bilico tra figurazione e astrazione

Urban_Texture, Bicocca, Milano © Andrea Rovatti

Andrea Rovatti: la ricerca metafotografica

di Francesca Marani
Andrea Rovatti è un autore eclettico, capace di muoversi con disinvoltura tra grafica e fotografia, senza il freno delle sovrastrutture di pensiero che rifuggono contaminazioni e ibridazioni tra differenti forme artistiche. L’autore agisce con estrema fluidità, mosso dalla fascinazione della sperimentazione e dalle infinite possibilità visive offerte dalla moltiplicazione delle immagini. In questa intervista si racconta a partire dalle primissime esperienze di gioventù.
«Mi ha sempre attratto la rappresentazione che coniuga realtà e immaginario e, ben presto, ho iniziato a lavorare con immagini sequenziali, ripetitive, capaci di creare modalità nuove di percezione visiva» Andrea Rovatti
La passione per la fotografia si è sviluppata con l’inizio dell’attività lavorativa. A sedici anni, quando ancora andavo a scuola, nel pomeriggio lavoravo in uno studio di fotografia di moda poi, una volta finite le superiori, ho avuto l’occasione di fare da assistente a Enzo Mari, designer di fama internazionale, e lì mi sono innamorato anche del graphic design, iniziando un percorso che non ho più abbandonato, dove grafica e fotografia convivono e interagiscono. In particolare, durante la progettazione delle copertine per Boringhieri, basate sulla scomposizione di una stessa fotografia in quadranti, sono rimasto affascinato dal fatto che la fotografia originaria, attraverso lo scostamento dell’inquadratura, si ricomponesse in una nuova immagine. Da allora, la ricerca sequenziale, ripetitiva e a scacchiera delle immagini fotografiche è stata, spesso, il leitmotiv della mia attività professionale, come mostrano le ricerche fotografiche Multivisione, Strisce, Lastra smaltatrice o i progetti grafici per i cataloghi Marca Corona, TDA, il calendario Natuzzi, CartaSi. Ciò che mi attrae è la possibilità di soffermarmi sui dettagli, addentrarmi nelle cose per poi avventurarmi nelle procedure di creazione delle immagini stesse, catturate attraverso l’occhio del fotografo e la sensibilità del grafico. Le mie opere partono sempre da un close up, da un dettaglio che reitero, dando vita ad un’astrazione che immediatamente si allontana dallo scatto iniziale, capace di attuare uno scollamento con la realtà. I nove rettangoli consentono di ottenere un’immagine che colloquia con se stessa in ogni direzione e che ripetendosi crea delle giunzioni, delle variabili formali che prima non esistevano, trasformandosi nell’immagine di un’immagine.


Ritmi, allegorie e situazioni ambigue sono quindi alla base dei miei lavori proprio perché il significante si distacca dal significato, consentendo di operare su due livelli distinti di percezione. Nel 1985, epoca in cui insegnavo nel laboratorio di fotografia all’ITSOS Albe Steiner di Milano, ho cominciato una ricerca personale sulla fotografia di dettagli della natura. Osservando le forme e le strutture naturali, così perfette e ieratiche, ci si rende conto dell’esistenza di trame ricorrenti, una complessità che però, paradossalmente, ci riconduce all’essenza delle cose stesse e di conseguenza forse anche di noi stessi. Le texture che ci circondano sono infinite e alcune cambiano a seconda dell’attimo in cui sono catturate: è per questo motivo che la mia ricerca in tal senso non è conclusa, anzi è in continua trasformazione. Negli anni Novanta realizzo la serie Sequenze, attraverso l’accostamento di un modulo di sei figure a tema, che poi diventeranno nove immagini reiterate a partire dal 2005 e prenderanno il nome di Texture Nel 2010 la mia ricerca sulle texture subisce un nuovo cambiamento quando l’attenzione si rivolge alle architetture urbane: nasce, così, Urban Texture. L’architettura è senza dubbio uno dei soggetti che prediligo perché si presta a una riflessione sullo scorrere del tempo che mi interessa molto. Io guardo all’architettura come sedimentazione del tempo che passa; leggere l’architettura di una città significa osservarne la stratificazione storica e culturale. Ho iniziato con Milano, riscoprendone la bellezza, e proseguito con Venezia, una vera e propria sfida, per approdare infine a New York e Los Angeles. Ora l’indagine sul tempo si è evoluta anche al di là della ricerca sul soggetto: se prima riproducevo nove volte la stessa identica fotografia, adesso utilizzo nove scatti diversi, intervallati da frazioni di secondo. Mi piace pensare che nella riproposizione della stessa apparente fissità sia presente, invisibile, lo scorrere del tempo. Se nelle texture naturali ho voluto meditare sulla potenza della natura e sulla sua capacità di riproporre sempre l’equilibrio in un contesto dove l’uomo non compare, con le Urban Texture mi sono concentrato sul cambiamento del paesaggio naturale dovuto alla presenza dell’uomo e alla sua realtà urbana. Le mie immagini sono spesso labirintiche, respingenti e familiari al tempo stesso, capaci di disorientare l’occhio dello spettatore, ma anche di incuriosirlo e di invitarlo a guardare con più attenzione”.

Satoshi Fujiwara alla Fondazione Prada con EU

EU © Satoshi Fujiwara
Fondazione Prada presenta “EU”, una mostra antologica del fotografo giapponese Satoshi Fujiwara all’Osservatorio in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano dal 7 giugno al 15 ottobre 2017.
Il progetto include alcuni dei lavori più significativi dell’artista e “5K Confinement”, una commissione realizzata per “Belligerent Eyes”, il progetto di ricerca sulla produzione contemporanea di immagini proposto dalla Fondazione nell’estate 2016 a Venezia.


EU © Satoshi Fujiwara

 

Curata da Luigi Alberto Cippini in un allestimento di Armature globale, la mostra propone un’alternativa ai regimi rappresentativi che stabilizzano l’attuale “identità fotografica europea”. Come osserva Cippini, “la produzione fotografica contemporanea sembra essere determinata da rigidi standard di risoluzione, impatto e distribuzione. Un numero crescente di reporter freelance documentano quotidianamente avvenimenti sociali e politici all’interno e ai margini dell’Unione Europea, producendo immagini che sebbene libere da forme rigide di classificazione, rimangono sottostanti a determinati regimi estetici, di accessibilità, spaziali e di contenuto. Queste costrizioni permettono e sostengono il lavoro delle nuove generazioni di fotografi, aumentando la possibilità di pubblicazione dei loro scatti e contribuendo alla formazione di un gusto medio e neutrale”.
 
Satoshi Fujiwara (Kobe, Giappone, 1984), attraverso una peculiare scelta delle inquadrature, della distanza focale dai soggetti ritratti e della definizione eterogenea delle fotografie crea un’azione pressante e critica sull’osservatore, deviando dai canoni standard del foto-giornalismo e da una dimensione esclusivamente documentaristica, producendo in questo modo un nuovo lessico emergente. 
 
La mostra si divide in due sezioni: la prima parte, ospitata al piano inferiore dell’Osservatorio, ricostruisce la commissione “5K Confinement”, mentre il secondo piano ospita una retrospettiva che espande e riunisce opere dalle serie “#R”(2015-in corso), “THE FRIDAY: A report on a report” (2015), “Police Brutality” (2015), “Venus”(2016-in corso), “Continent” (2017-in corso), “Animal Material” (2016-in corso), “Mayday” (2015), “Scanning”(2016) e “Green Helmet (2016).

PHIFEST – Contemporary Photography Festival al BASE Milano


BASE ospita Phifest, il festival milanese di fotografia che coinvolge talentuosi artisti da tutto il mondo. Quest’anno, per l’edizione 2017, il tema proposto è quello delviaggio. Un contenitore di esperienze che si personificano in volti, terre selvagge, ricordi, in città e ambienti desolati; una ricerca artistica interiore trasmessa attraverso le fotografie esposte. Phifest è arte finalizzata ad una riflessione politica e sociale, dedicata a tutti gli appassionati di fotografia contemporanea.

L’essenza dell’evento artistico si rispecchia così in BASE: un ambiente multiculturale, di interscambio, condivisione e incontro, oltre che dinamicità, innovazione e multidisciplinarietà.

Dal 2 al 4 Giugno 2017 in BASE, Via Bergognone 34, Milano.
Ingresso gratuito.

Per ulteriori informazioni visita il sito di PHIFEST.


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Ha aperto a Milano Fondazione Prada Osservatorio, il nuovo spazio dedicato alla fotografia

Fondazione Prada apre Osservatorio, un nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia e ai linguaggi visivi, in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano.


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Osservatorio sarà un luogo di esplorazione e indagine delle tendenze e delle espressioni della fotografia contemporanea, della costante evoluzione del medium e delle sue connessioni con altre discipline e realtà creative. In un momento storico in cui la fotografia è parte integrante del globale flusso di comunicazione digitale, Fondazione Prada, attraverso le attività di Osservatorio, si interroga su quali siano le implicazioni culturali e sociali della produzione fotografica attuale e della sua ricezione. Si estende così il repertorio di modalità e strumenti con i quali la Fondazione interpreta e si relaziona con il presente.
 
Ospitato al quinto e sesto piano di uno degli edifici centrali, Osservatorio si trova al di sopra dell’ottagono, al livello della cupola in vetro e ferro che copre la Galleria realizzata da Giuseppe Mengoni tra il 1865 e il 1867. Gli ambienti, ricostruiti nel secondo dopoguerra a seguito dei bombardamenti che hanno colpito il centro di Milano nel 1943, sono stati sottoposti a un restauro che ha reso disponibile una superficie espositiva di 800 m2 sviluppata su due livelli. 
 
La programmazione di Osservatorio si apre con la mostra “Give Me Yesterday”, a cura di Francesco Zanot, che si svolgerà fino al 12 marzo 2017. In un percorso che comprende più di 50 lavori di 14 autori italiani e internazionali (Melanie Bonajo, Kenta Cobayashi, Tomé Duarte, Irene Fenara, Lebohang Kganye, Vendula Knopová, Leigh Ledare, Wen Ling, Ryan McGinley, Izumi Miyazaki, Joanna Piotrowska, Greg Reynolds, Antonio Rovaldi, Maurice van Es), il progetto esplora l’uso della fotografia come diario personale in un arco di tempo che va dall’inizio degli anni Duemila a oggi.


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In un contesto caratterizzato dalla presenza pervasiva di dispositivi fotografici e da una circolazione ininterrotta di immagini prodotte e condivise grazie alle piattaforme digitali, una generazione di giovani artisti ha trasformato il diario fotografico in uno strumento di messa in scena della propria quotidianità e dei rituali della vita intima e personale. Consapevoli delle ricerche di autori come Nan Goldin e Larry Clark negli Stati Uniti o Richard Billingham e Wolfgang Tillmans in Europa, i fotografi presentati in “Give Me Yesterday” sostituiscono l’immediatezza e la spontaneità dello stile documentario con un controllo estremo dello sguardo di chi osserva ed è osservato. Creano così un nuovo diario nel quale si confonde la fotografia istantanea con quella allestita, si imita la catalogazione ripetitiva del web e si usa la componente performativa delle immagini per affermare un’identità individuale o collettiva.


Fondazione Prada
T +39 02 56 66 26 34

Andrea Rovatti: la ricerca metafotografica in bilico tra figurazione e astrazione

Urban_Texture, Bicocca, Milano © Andrea Rovatti

di Francesca Marani


Andrea Rovatti è un autore eclettico, capace di muoversi con disinvoltura tra grafica e fotografia, senza il freno delle sovrastrutture di pensiero che rifuggono contaminazioni e ibridazioni tra differenti forme artistiche. L’autore agisce con estrema fluidità, mosso dalla fascinazione della sperimentazione e dalle infinite possibilità visive offerte dalla moltiplicazione delle immagini. In questa intervista si racconta a partire dalle primissime esperienze di gioventù.


Urban_Texture, Notturno, NY © Andrea Rovatti
Urban_Texture, Notturno, NY © Andrea Rovatti

«Mi ha sempre attratto la rappresentazione che coniuga realtà e immaginario e, ben presto, ho iniziato a lavorare con immagini sequenziali, ripetitive, capaci di creare modalità nuove di percezione visiva» Andrea Rovatti


La passione per la fotografia si è sviluppata con l’inizio dell’attività lavorativa. A sedici anni, quando ancora andavo a scuola, nel pomeriggio lavoravo in uno studio di fotografia di moda poi, una volta finite le superiori, ho avuto l’occasione di fare da assistente a Enzo Mari, designer di fama internazionale, e lì mi sono innamorato anche del graphic design, iniziando un percorso che non ho più abbandonato, dove grafica e fotografia convivono e interagiscono. In particolare, durante la progettazione delle copertine per Boringhieri, basate sulla scomposizione di una stessa fotografia in quadranti, sono rimasto affascinato dal fatto che la fotografia originaria, attraverso lo scostamento dell’inquadratura, si ricomponesse in una nuova immagine.


Da allora, la ricerca sequenziale, ripetitiva e a scacchiera delle immagini fotografiche è stata, spesso, il leitmotiv della mia attività professionale, come mostrano le ricerche fotografiche Multivisione, Strisce, Lastra smaltatrice o i progetti grafici per i cataloghi Marca Corona, TDA, il calendario Natuzzi, CartaSi. Ciò che mi attrae è la possibilità di soffermarmi sui dettagli, addentrarmi nelle cose per poi avventurarmi nelle procedure di creazione delle immagini stesse, catturate attraverso l’occhio del fotografo e la sensibilità del grafico. Le mie opere partono sempre da un close up, da un dettaglio che reitero, dando vita ad un’astrazione che immediatamente si allontana dallo scatto iniziale, capace di attuare uno scollamento con la realtà. I nove rettangoli consentono di ottenere un’immagine che colloquia con se stessa in ogni direzione e che ripetendosi crea delle giunzioni, delle variabili formali che prima non esistevano, trasformandosi nell’immagine di un’immagine.



«Curiosamente simili a opere di optical art, vicine alle immagini create dal caleidoscopio, le composizioni fotografiche di Andrea Rovatti sono contemporaneamente rigorose registrazioni meccaniche e trasfigurazioni immaginarie di dettagli urbani. Fortemente grafiche, sono al tempo stesso profondamente fotografiche» Roberta Valtorta, Museo di Fotografia Contemporanea Milano


Ritmi, allegorie e situazioni ambigue sono quindi alla base dei miei lavori proprio perché il significante si distacca dal significato, consentendo di operare su due livelli distinti di percezione. Nel 1985, epoca in cui insegnavo nel laboratorio di fotografia all’ITSOS Albe Steiner di Milano, ho cominciato una ricerca personale sulla fotografia di dettagli della natura. Osservando le forme e le strutture naturali, così perfette e ieratiche, ci si rende conto dell’esistenza di trame ricorrenti, una complessità che però, paradossalmente, ci riconduce all’essenza delle cose stesse e di conseguenza forse anche di noi stessi. Le texture che ci circondano sono infinite e alcune cambiano a seconda dell’attimo in cui sono catturate: è per questo motivo che la mia ricerca in tal senso non è conclusa, anzi è in continua trasformazione. Negli anni Novanta realizzo la serie Sequenze, attraverso l’accostamento di un modulo di sei figure a tema, che poi diventeranno nove immagini reiterate a partire dal 2005 e prenderanno il nome di Texture.


Nel 2010 la mia ricerca sulle texture subisce un nuovo cambiamento quando l’attenzione si rivolge alle architetture urbane: nasce, così, Urban Texture. L’architettura è senza dubbio uno dei soggetti che prediligo perché si presta a una riflessione sullo scorrere del tempo che mi interessa molto. Io guardo all’architettura come sedimentazione del tempo che passa; leggere l’architettura di una città significa osservarne la stratificazione storica e culturale. Ho iniziato con Milano, riscoprendone la bellezza, e proseguito con Venezia, una vera e propria sfida, per approdare infine a New York e Los Angeles. Ora l’indagine sul tempo si è evoluta anche al di là della ricerca sul soggetto: se prima riproducevo nove volte la stessa identica fotografia, adesso utilizzo nove scatti diversi, intervallati da frazioni di secondo. Mi piace pensare che nella riproposizione della stessa apparente fissità sia presente, invisibile, lo scorrere del tempo. Se nelle texture naturali ho voluto meditare sulla potenza della natura e sulla sua capacità di riproporre sempre l’equilibrio in un contesto dove l’uomo non compare, con le Urban Texture mi sono concentrato sul cambiamento del paesaggio naturale dovuto alla presenza dell’uomo e alla sua realtà urbana. Le mie immagini sono spesso labirintiche, respingenti e familiari al tempo stesso, capaci di disorientare l’occhio dello spettatore, ma anche di incuriosirlo e di invitarlo a guardare con più attenzione.



ritratto-rovattiAndrea Rovatti vive e lavora a Milano dove si occupa di fotografia, design della comunicazione ed installazioni artistiche. La sua ricerca artistica, che coniuga fotografia e grafica, indaga l’ambiguità della percezione alternando figurazione e astrazione. Numerose sono le fiere e le manifestazioni di fotografia a cui ha preso parte, le mostre collettive e personali che ha realizzato nel corso degli anni. In particolare, ha esposto alla galleria della Fondazione FORMA, al MIA Milan Image Art Fair e, recentemente, nel 2015, ha realizzato con SEA e il Comune di Milano la personale Portraits of Milan, recomposing the imaginary, all’Aeroporto Milano Malpensa e in versione ridotta a EXPO nel Padiglione Casa Corriere.

Confini 14: le tappe della rassegna di fotografia contemporanea

Da 14 anni Confini seleziona ogni anno progetti di fotografia contemporanea e li propone in tutta Italia. Un network nazionale di associazioni e curatori, che non ha precedenti nel panorama italiano, ha permesso di formare una giuria qualificata e di utilizzare spazi espositivi riconosciuti per l’impegno che dedicano costantemente alla fotografia.


confini14 logo


Le scelte dei curatori si sono indirizzate in questi anni verso autori che – pur sfruttando tali contaminazioni – provengono da una formazione fotografica, ne privilegiano il linguaggio e riflettono sul mezzo. Una fotografia che non documenta e spesso non rappresenta il reale, ma riflette una dimensione personale e intima attraverso progetti composti da un numero consistente di immagini fisse bidimensionali.

Confini è la prova che la fotografia italiana è in continua evoluzione e che il suo livello ormai ha raggiunto standard internazionali.


Autori Confini14

Carmen Decembrino “il velo di Maya”

Me Nè “Luoghi mentali”

Franco Monari “E poi verrà la nebbia”

Studio Pace10 “Album – ricordi in conserva”

Silvia Zanasi  “Ombre e menzogne”


Prime tappe:

MILANO – Polifemo, via Procaccini 4

1-22 dicembre 2016


ROMA – Visiva, Via Fanfulla da lodi 1/C

20/1 – 2/2 2017


GENOVA – VisioQuest, Piazza Invrea 4r

23/2 – 25/3, 2017


TRIESTE – Galleria Fenice, 2

19/4 – 19/5 2017


Informazioni sulla rassegna e sulle prossime tappe sul sito ufficiale www.confini.eu

Alessandro Lorenzelli: S21. Viaggio nella Cambogia di Pol Pot

© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

Alessandro Lorenzelli, fotografo professionista del collettivo Divergence, ci racconta del suo viaggio in Cambogia e della toccante visita nelle carceri del regime dittatoriale di Pol Pot e dei Khmer Rossi. Una storia fatta di tragici ricordi ancora vivi e limpidi nella mente del popolo cambogiano.


Sembra tutto così normale. Dall’esterno e da leggermente lontano. Un ingresso tra il bianco e l’azzurro, l’edificio rovinato dal tempo e dal sole come una gran parte della Phnom Penh che lo circonda. Alberi che sbucano dai muri di confine, fiori. Poi, un po’ più vicino, il filo spinato. Quello più nuovo, con le lame piccole al posto delle punte di ferro ritorte.


© Alessandro Lorenzelli
© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

Un tempo era una scuola superiore, la Tuol Svay Prey High School, il regime dei Khmer Rossi l’aveva requisita, trasformata e chiamata Ufficio di Sicurezza 21, S21, la Sala della Santebal, la polizia segreta del regime. Oggi ospita il Tuol Slang Genocide Museum. Tuoi Slang, “la collina degli alberi velenosi”.

Si arriva ad un ingresso ben organizzato, tornelli e biglietteria, volantini informativi in più lingue, personale cordiale, sorridente. Se guardi bene, però, stranamente rispetto al resto dei sorrisi cambogiani, questi si spengono quando raggiungono gli occhi. Ho letto molto prima di arrivare qui, volevo vedere, volevo provare a capire perché, ovunque nel mondo, alcuni uomini si accaniscono con violenza e crudeltà contro altri uomini. Volevo provare ad intuire. Lo stomaco inizia a stringersi, l’istinto inizia a lavorare e percepire. E non vedi più le foglie verdi, non senti più il canto degli uccelli, onnipresenti, non odori più i profumi. Tutto il tuo essere entra in modalità sopravvivenza, solo la base, solo primario. Tranne un groppo in gola.


© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016
© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

S21 inizia la sua storia nel 1975, si chiude nel 1979. Inizia con essere il campo di fucilazione dei nemici del popolo, i borghesi, i collaborazionisti, finisce per diventare uno dei centri principali per l’epurazione dei “deviazionisti”, tutti quelli fuori dai confini dell’ortodossia di Pol Pot. Chiunque. Dipende. Ci dicono che ci sono passati in 17.000 – si presume, ma forse sono di più – ne escono vivi in 7. Uno sta seduto sotto un albero del cortile, se vuoi puoi parlarci, sentire dalla sua voce. Magari alla fine del giro.


© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016
© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

Il giardino ancora ricorda la tranquillità di una scuola, da lontano sembra che ci sia pure un’altalena. Più vicine invece, vicino all’ingresso, le tombe delle ultime vittime trovate nella S21, dopo la fuga dei Khmer nel 1979. L’hanno scoperta per il fetore.

Ci sono numeri da seguire, un percorso come tu fossi un prigioniero. C’è l’audioguida, non credo serva. Puoi leggere di S21 ovunque. Qui devi ascoltare altro. Devi ascoltare loro, se riesci a sentirli. Si salgono le scale.

Ancora si vede luce, si vede il sole, a sinistra del lungo corridoio le porte, il ballatoio a destra si affaccia sul giardino, si vedono gli altri edifici, cinque in tutto. Non si ha immediatamente voglia di guardare a sinistra. Ma ti volti.


© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016
© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

C’è una stanza vuota, i muri scortecciati, rigati, macchiati, qualche scritta in cambogiano fa da cornice bassa alle pareti. Macchie sul pavimento. Nel mezzo dei letti, meglio delle reti in ferro approssimative, un pagliericcio distrutto si spera dal tempo. Sbarre alle finestre, travi e tavole bloccano la vista sull’esterno, una serie di fori in alto fa un minimo di luce. Ci saranno quaranta gradi, per quanto si suda. Non hai più uno stomaco, ma una pallina stretta. Il cervello inizia ad andare in risonanza.

Una dietro l’altra, almeno una decina di stanze, identiche, stessa condizione, ti conducono scortandoti alla fine del ballatoio. Ci sono scale da scendere, il buio è sovrano e lascia appena intravedere qualche colore, un po’ di blu e verde. Ma non ci fai caso.


© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016
© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

Alla fine delle scale esci di nuovo in cortile. L’altalena non è un’altalena, ma una struttura, una forca con delle giare in terracotta. Ci attaccavano i prigionieri per i piedi, la testa dentro la giara piena d’acqua, immagino, no, lo leggo, piena d’acqua. In S21 non c’erano esecuzioni sommarie, se uccidevi così un prigioniero rischiavi di finire tra i prigionieri. Ma si moriva di soprusi. Si cercano confessioni, si impongono le regole della prigione:
1. Devi rispondere attenendoti alla mia domanda. Non tergiversare.
2. Non cercare di occultare i fatti adducendo pretesti vari, ti è severamente vietato contestarmi.
3. Non fare il finto tonto, perché sei un controrivoluzionario.
4. Devi rispondere immediatamente alle mie domande senza sprecare tempo a riflettere.
5. Non parlarmi delle tue piccole azioni immorali o dell’essenza della rivoluzione.
6. Non devi assolutamente piangere mentre ricevi l’elettroshock o le frustate.
7. Non fare nulla, siediti e attendi i miei ordini. Se non ci sono ordini, rimani in silenzio. Quando ti chiedo di fare qualcosa, devi eseguire immediatamente senza protestare.
8. Non inventare scuse sulla Kampuchea Krom (N.d.A. la nazione khmer) per nascondere i tuoi segreti da traditore.
9. Se non segui tutte le regole succitate, riceverai moltissime frustate con il cavo elettrico.
10. Se disubbidirai ad una sola delle mie regole riceverai dieci frustate o cinque scosse elettriche.


© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016
© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

Si entra in un altro edificio. Le celle non sono più come quelle del piano di sopra, qui c’erano aule più grandi. Sono state divise sommariamente, da muri di mattoni e sbarre di ferro, in celle minuscole. Qui si stava incatenati ai muri. In quelle grandi i prigionieri erano legati tra loro con una sbarra di ferro.

Ci sono tante foto. Ci sono tanti volti che ti guardano. Alcuni sono consapevoli che dove un tempo si creava il futuro dei giovani, adesso si cancellava il futuro di chiunque. Qualcuno ancora riesce a sorridere, la macchina fotografica è più forte della paura e dell’aguzzino là dietro, d’istinto gli occhi s’illuminano e parte il sorriso. Direi l’ultimo. Ci sono donne, bambini, vecchi che si sono arresi, giovani che ancora hanno fierezza negli occhi neri. Ci sono soldati, ci sono occidentali, un paio di australiani, qualche francese, un americano morto tra gli ultimi. Se ne vedono di volti. Qui le differenze non ci sono. La livella.


© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016
© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

Ci sono ancora macchie di sangue sul pavimento. Una lavagna verde crepata registrava i nomi di quelli nelle celle. Il sole passa tra le celle e le sbarre. Acceca. Attraversa un buco fatto nel muro per permettere ai “responsabili” della prigione di passare velocemente da stanza a stanza, senza perdere tempo a fare il giro. Tutto ottimizzato. Tutto disegnato per la distruzione sistematica dell’essere umano, no, anzi, del nemico del popolo. Gli esseri umani non erano presi in considerazione.


© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016
© Alessandro Lorenzelli, Phnom Penh, 2016

Immagini sevizie e torture, i dettagli che vedi raccontano di una maniacale perfezione, una registrazione di tutto, l’attenzione al piccolissimo, il fatto che eri proprio tu, tutto quello che tu rappresentavi, al centro di quest’attenzione folle. Tu, proprio tu. Uno per uno, uno per diciassettemila. Solo qua dentro.

Uscivi dalle stanze di S21 solo per vedere il sole rigato di filo spinato, quello con le lame, il retro di un camion. Choeung Ek, i killing fields. Tutto finito.

Con l’uomo sotto l’albero non ci ho parlato. Non avevo né coraggio né parole.

Per una ricerca sul paesaggio contemporaneo: Il ritratto della quotidianità nelle fotografie di Iacopo Pasqui

di Alice Caracciolo


Iacopo realizza fotografie da quando era ragazzo, ma lo fa professionalmente e a tempo pieno dal 2008. È interessato alla fotografia documentaria, con un’attenzione particolare all’elemento umano e al luogo con cui si relaziona. C’è un forte senso estetico nei suoi scatti, dove si evince subito una cura particolare nella composizione dell’immagine e un uso sapiente del colore e della luce, in linea con le tendenze di una certa fotografia autoriale italiana.


© Iacopo Pasqui
© Iacopo Pasqui

Hai studiato scienze giuridiche e in seguito scienze della comunicazione, ambiti un po’ lontani dal mondo della fotografia e dell’arte. Mi incuriosisce sapere come hai affinato il tuo linguaggio fotografico: quali sono stati i tuoi modelli di riferimento, italiani e stranieri?
L’affinamento è costante e fa parte del viaggio. Se per modelli di riferimento intendi grandi autori e maestri non so fino a che punto possano essere di affinamento per lo sguardo di un autore più giovane. Durante il percorso accademico ho indagato vari ambiti, dal cinema alla letteratura, dal teatro ai periodici. Certamente guardo con entusiasmo alcuni autori nazionali e internazionali, tra cui Wolfgang Tillmans, Walker Evans, Sternfeld, Guido Guidi e Luigi Ghirri. Amo molto Wim Wenders, ma più come regista che come fotografo.
A che punto credi che sia la fotografia autoriale oggi in Italia? Rispetto alle esperienze delle generazioni precedenti, credi sia più facile per un giovane fotografo, oggi, lavorare in questo campo?
Credo che oggi sia molto difficile. Non so se più o meno rispetto a prima. Sicuramente il peso delle generazioni precedenti è ancora troppo forte, ma questo riguarda forse tutta la storia dell’arte italiana. Oggi, c’è davvero tanta gente che prende in mano una macchina fotografica senza sapere bene cosa farne; i social, internet, la fotografia digitale, hanno contribuito alla massificazione fotografica. Il discorso è piuttosto complesso ed è difficilissimo lavorare.


© Iacopo Pasqui
© Iacopo Pasqui

«Fotografo principalmente utilizzando la pellicola perché ritengo che la fotografia, in quanto materia, debba essere registrata e bloccata su un supporto chimico e materiale» Iacopo Pasqui


Hai da poco terminato il lavoro 1999, un’indagine sulla purezza, sull’ingenuità e sul modo di essere ancora un po’ bambini di una minoranza di adolescenti di oggi, lontani da droghe, difficoltà e degrado sociale. Hai già pensato a quale destinazione dare alla tua ricerca?
1999 è forse l’unico lavoro che ho davvero iniziato pensando a una destinazione cartacea.
E’ lungo, complesso, forse enigmatico e la sua sequenza-non sequenza che articola il progetto, credo possa essere contenuta solo in un libro fotografico. Credo sia quella la destinazione ottimale del lavoro. Una mostra di quindici, venti fotografie non racconterebbe molto o comunque non esaurirebbe il discorso sugli adolescenti.


© Iacopo Pasqui
© Iacopo Pasqui

La scorsa estate sei stato selezionato per una residenza d’artista in occasione di Bitume Photofest, festival urbano di fotografia contemporanea in terra salentina. Puoi raccontarmi cosa ti ha dato questa esperienza?
Moltissimo, in termini umani e professionali. Mettere insieme sette fotografi più un coordinatore per lavorare in un tempo così breve non è cosa facile e, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, il nostro team era molto affiatato. Un gruppo in cui ci si stimolava e supportava reciprocamente, senza invidia e con stima, in ascolto, e soprattutto, in condivisione di ogni aspetto della residenza, dalle difficoltà ai piaceri. C’era molta umanità e grande professionalità, oltre alle bellezze paesaggistiche del Salento.


© Iacopo Pasqui
© Iacopo Pasqui

Sei tra i finalisti di quest’anno del premio San Fedele; su cosa si focalizzerà la tua attenzione per la realizzazione del lavoro previsto dal bando di concorso?
Bella domanda, ma non so darti una risposta precisa. Ho alcune idee in mente. Il premio ha come tema i concetti di esodo e di liberazione, argomenti complessi che rischiano una facile banalizzazione. Forse farò un’installazione oppure un progetto che racconti un mio esodo interiore, mentale, intimo. Sono ancora indeciso, attendo il confronto con la mia curatrice di riferimento per il premio. Magari sarà un esodo lunare… chissà.


© Iacopo Pasqui
© Iacopo Pasqui

Iacopo ha iniziato il suo percorso realizzando servizi in giro per il mondo; ha poi avuto un assignment per Leica e l’Agenzia Magnum e per Treccani. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive. Oggi vive e lavora a Pescara come fotografo documentarista e artista visuale.


© Iacopo Pasqui
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Sito
www.iacopopasqui.it

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