Ivo Saglietti: istanti di umanità

Ivo Saglietti

Testimoniare la storia e il destino dell’uomo. Con questo scopo è entrato nelle pieghe dei fatti più drammatici restituendoli con una visione asciutta ma pienamente coinvolta, degna di una grande voce del fotogiornalismo. Prima di incontrare la fotografia si è nutrito di una passione affine: quella per il cinema. A metà degli anni Settanta quella passione diventa un lavoro quando è assunto in una casa di produzione di Torino. Dopo qualche tempo, però, si rende conto che la complessa e affollata macchina del cinema è troppo distante dal suo modo di guardare la realtà. Mentre fa queste riflessioni un giorno vede su una bancarella il libro di Eugene Smith Minamata. Quelle immagini lo illuminano sulla sua vera vocazione: raccontare le vicende dell’uomo, la sua storia. Si procura una piccola fotocamera, qualche rullo di pellicola, un paio di scarpe comode e parte.

Ivo Saglietti: documenta l’evolversi dei fatti nel tempo e la risposta dell’uomo ai cambiamenti

Il banco di prova è un reportage sulla lavorazione dei gamberi che realizza all’inizio degli anni Ottanta a Mazara del Vallo, in Sicilia. «Nel laboratorio c’erano molti immigrati tunisini che non volevano farsi riprendere perché in gran parte clandestini. Neanche gli italiani parlavano molto. Feci poche foto, ma mi resi conto di quanto fosse diversa la realtà vista dall’interno», racconta. Nel frattempo si era trasferito a Parigi dove era entrato nell’agenzia Compagnie des Reporters che aveva rilevato l’archivio della Viva, fondata tra gli altri da Guy Le Querrec e Martine Franck.
«In Italia solo i giornali di sinistra pubblicavano reportage impegnati ma avevano pochi soldi per pagarli, mentre le grandi agenzie come Grazia Neri puntavano sugli autori stranieri, benché più pretenziosi dei connazionali». In Francia, invece, si aprono nuove porte. Nei primi anni Ottanta, durante la guerra civile nel Centroamerica, il settimanale «Newsweek» lo invia nel Salvador mentre di lì a poco il «New York Times» lo manda per un mese in Nicaragua. La vera svolta arriva con un lungo reportage che realizza in Cile durante i tumulti dell’ultimo periodo della dittatura di Pinochet. In seguito si sposta in altri stati del Centro e Sud America e poi in Medio Oriente e in Africa. Segue il conflitto in Kosovo e, per molto tempo, la ricostruzione. Alla fine degli anni Novanta rientra definitivamente in Italia e inizia un progetto sulle aree di frontiera nel Mediterraneo e sui flussi migratori. Saglietti non è un reporter dal clic facile. Non si ferma alla cronaca ma documenta l’evolversi dei fatti nel tempo e la risposta dell’uomo ai cambiamenti. Per questo vuole osservare la realtà da vicino, creando relazioni e facendosi accettare senza imporre la sua presenza, con pazienza, tenacia e discrezione. Anche la scelta del bianco e nero in pellicola rientra in questo suo approccio rispettoso ma diretto, che non lascia spazio all’enfasi estetica e alla retorica sul dolore dell’altro.


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