In marcia con i guerriglieri mujaheddin a sud di Sà Idan durante la ritirata dell’esercito sovietico dopo nove anni di occupazione, Afghanistan, 1989

Francesco Cito: viaggio al centro dell’uomo

Francesco Cito

«Cosa vuoi fare da grande?» gli chiese un avventore del locale in cui lavorava di sera come cameriere, a Londra. «Il fotografo», gli rispose. E quello «Sai scattare? Fammi vedere le tue foto». Quel personaggio curioso si rivelò essere Clive Graham Ranger, direttore della rivista di musica «Radio Guide mag» che, dopo aver visto i suoi scatti, gli propose di lavorare per lui. Era la prima opportunità che riceveva in quel campo. Nella capitale britannica era arrivato nel 1972 per studiare fotografia, ma la scuola che aveva scelto era troppo costosa. Così fa pratica da autodidatta scattando in giro per la città. Con questo ingaggio, però, le cose prendono un’altra piega. Mentre affina la tecnica riprendendo i concerti, impara a conoscere il sistema dell’editoria britannica. In testa ha ancora le fotografie di viaggio di Walter Bonatti che aveva visto da bambino su «Epoca» e che tanto lo avevano affascinato. Così lascia la musica per avventurarsi nel reportage, la sua vera vocazione. Comincia alcune collaborazioni come freelance. Per il «Sunday Times» realizza un coraggioso reportage sui contrabbandieri di sigarette nei porti di Napoli. Lo stesso giornale pubblica un suo servizio sulla mattanza dei tonni in Sicilia, dedicandogli la copertina, e il reportage sull’invasione sovietica in Afghanistan, dov’era entrato clandestinamente insieme ai guerriglieri afghani. Le foto dei contrabbandieri gli aprono molte porte; un reportage sulla camorra del 1982 sbarca negli Stati Uniti e per «Epoca» segue la guerra civile libanese. Due anni dopo va per la prima volta in Palestina, un territorio che non ha mai smesso di seguire. «Volevo capire le radici profonde del terrorismo palestinese e vedere con i miei occhi la situazione nei territori occupati», spiega.

Francesco Cito e il progetto su Terry Schiavo

Le immagini di quella terra, come pure quelle del Libano, della Bosnia e dell’Afghanistan, appaiono per molti anni sui principali periodici italiani e stranieri. Eppure i riconoscimenti più prestigiosi arrivano per progetti meno impegnati, come quello sul Palio di Siena, iniziato nel 1980, premiato al World Press Photo nel 1996, e il reportage sui matrimoni napoletani, vincitore nell’edizione 1995 dello stesso concorso. Intanto torna in Italia, a Milano, e lavora a lungo sulla mafia e sulla camorra. All’inizio degli anni Novanta inizia un progetto sul coma. Per un periodo lo sospende. Poi, con il caso di Terry Schiavo, lo riprende. Com’era accaduto per il lavoro sulla mafia, il tema del coma non trova spazio sulla stampa. Nonostante l’editoria gli chieda di affrontare anche altri argomenti, lui non tradisce il fine che lo ha spinto verso la fotografia: indagare nell’animo umano. Un bisogno personale, prima ancora che professionale, che lo spinge a entrare nel vivo dei fatti e a raccontarli con un linguaggio diretto e asciutto, scevro da ogni forma di compiacimento.

Immagine in evidenza

In marcia con i guerriglieri mujaheddin a sud di Sà Idan durante la ritirata dell’esercito sovietico dopo nove anni di occupazione, Afghanistan, 1989


Latest from News

0 0,00
Go to Top