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Sprea Fotografia è partner di Domiad Photo Network

Sprea Fotografia e tutte le sue riviste (Il Fotografo, Digital Camera, Photo Professional, NPhotography e Professional Photoshop) inaugura proprio in occasione dell’Appia Day, una entusiasmante partnership con Domiad Photo Network e con i suoi gruppi fotografici che annoverano fra i principali Canon Club Italia, Nikon Club Italia e Monocromaticamente.it.

L’Appia Day l’evento che è ormai diventato un appuntamento atteso e  sempre più apprezzato nel calendario delle manifestazioni Romane. Domenica 14 Maggio sarà un giorno di apertura straordinaria (solo a piedi e in bici) del più suggestivo museo a cielo aperto del mondo. Una festa popolare promossa da decine di associazioni nazionali e locali per riappropriarsi della storia e dei monumenti della Regina Viarum. In pratica, un unico straordinario parco archeologico da Piazza Venezia ai Castelli Romani. Dall’alba al tramonto archeotrekking e ciclotour, visite guidate, street food, musica, attività per bambini.

Domiad Photo Network in occasione della manifestazione capitolina, promuove un Contest Fotografico con il tema “La Via Appia Antica, storia, cultura, paesaggio”. Dal 1 marzo 2017 al 30 aprile 2017 potete caricare sul portale www.canonclubitalia.com/appiaday/ le vostre foto che scatterete sul tema “La Via Appia Antica, storia, cultura, paesaggio”. Per caricare le foto bisogna loggarsi, basta anche farlo con il proprio account social Facebook o Google con un solo click. Tutte le foto, rispondenti agli unici requisiti di attinenza al tema, risoluzione minima (1600px sul lato lungo), taglio orizzontale, saranno riunite in uno slideshow. Ogni autore dovrà inviare per ogni foto la relativa liberatoria firmata utile al solo utilizzo della foto per la proiezione che avverra’ il 13 maggio 2017 presso la Sala Grande della Cartiera Latina.presenza delle più Alte Cariche Istituzionali e Locali, come Ministro dei Beni Culturali, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, rappresentati degli stessi Ministeri, Sindaco di Roma, Rappresentati del Comune di Roma e delle più importanti Istituzioni ed Enti.

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MiniPortfolio: Federica Aleo con “Ego evanescente”

© Federica Aleo

di Michela Frontino


La modernità ci offre la possibilità di affermare la nostra identità. La modernità al contempo riesce ad anteporre rigide restrizioni al nostro labile io […]. Come in una camera oscura la luce di queste foto viene lentamente svelata, adagio viene svelata anche la parte più intima della psiche umana.



Sin dall’introduzione al suo lavoro, Federica Aleo porta l’attenzione al tema dell’identità che spesso si perde nel fermento della vita di ogni giorno. Simbolo di tale dispersione è la donna che non si riconosce nell’immagine che la società contemporanea le conferisce e che sceglie di ritrarsi in un modo inedito e personale. Ecco allora il senso di una riflessione che prende corpo in una serie fotografica in cui la donna rivela, solo in parte, il proprio essere e la propria figura lasciando liberare, nel gioco del momento, il lato più sincero di se stessa. il soggetto ritratto nasconde il proprio volto, si copre gli occhi e le labbra, come se volesse mostrare a tratti la propria identità.

La messa in scena della sincerità e della libertà espressiva dell’essere umano avviene nell’uso di un bianco e nero secco e tagliente. Di sicuro interesse, oltre al gesto comunicativo che accompagna ogni immagine, risulta lo stile fotografico e la scelta espressiva. L’uso del bianco e nero si rivela appropriato quando l’intenzione è di uscire dalla contingenza, di esaltare la riflessione, l’investigazione del sé, il dialogo con il lettore e i diversi aspetti che compongono la persona, non ultimo la dimensione pubblica e privata. L’autrice ha scelto di affrontare la ricerca usando dei toni accentati per quanto riguarda la soluzione estetico-espressiva.
Mi chiedo se la scelta di una luce meno intensa avrebbe reso più intima l’intera serie. L’idea progettuale così ben espressa dall’autrice, tende a perdersi nei bianchi abbaglianti che non mostrano l’imperfezione, occultandola in un’immagine di una bellezza quasi idealizzata.

La Fotografia al Centro: ti aspettiamo in Piazza Duomo!

Ancora posti disponibili per le letture portfolio insieme alla redazione de IL FOTOGRAFO!

Sabato 17 dicembre, dalle 15 alle 19, vi aspettiamo al Mondadori Megastore di Piazza del Duomo – Milano, per la festa della fotografia!

In collaborazione con MICROSOFT, un pomeriggio interamente dedicato alla passione per la fotografia.

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Quattro esperti redattori de Il Fotografo saranno a vostra disposizione per leggere il vostro portfolio e darvi consigli e suggerimenti per lavorare al vostro progetto fotografico.

  • Denis Curti
  • Silvia Taietti
  • Federica Berzioli
  • Giada Storelli

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Carica le tue foto su una chiavetta, verranno visualizzate dai nostri professionisti sul nuovo Microsoft Surface Pro4, il tablet che sostituisce il portatile. Ecco un’anticipazione delle caratteristiche tecniche che lo contraddistinguono in questo video.

https://www.youtube.com/watch?v=nSDmCPH3OWc

Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950

di Alessandro Curti


Se scatti fotografie, non parlare, non scrivere, non analizzare te stesso e non rispondere a nessuna domanda.

Le baiser de l'hôtel de ville, Paris 1950
Le baiser de l’hôtel de ville, Paris 1950

Osservatore curioso, narratore fantastico, Doisneau ha raccontato il mondo che lo circondava con una naturale dolcezza rimasta, ancora oggi, ineguagliata.
Ha immortalato la vita quotidiana che scorreva leggera su una Parigi elegante e ordinaria, raccontando i gesti semplici e spontanei delle persone, con le loro anime generose e gli sguardi sfuggenti.
Con le sue immagini, ci accompagna all’interno di un mondo ideale, popolato da uomini e donne incontrati per strada, senza forzature e senza comunque rinunciare mai a riflessioni autentiche e profonde sull’umanità.
Uomo dallo spirito indipendente, nella sua carriera ha prodotto un numero incredibile di opere fotografiche che rivelano non solo i suoi retroscena professionali, ma parlano anche del Doisneau uomo, lasciando emergere i tratti più intimi della sua personalità libera e un po’ selvatica.
Nei suoi ritratti di negozi e botteghe, bambini che giocano, vie del centro, i luoghi d’amore feste e quotidianità emozionale, si riconosce la volontà di sviluppare dei “reportages sull’umanità”, per restituire vitalità a un mondo flagellato dal ricordo cupo della Seconda Guerra Mondiale.


Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che
questo mondo può esistere.

Robert Doisneau


L'information scolaire, Paris 1956
L’information scolaire, Paris 1956

Doisneau è stato capace di raccontare storie in luoghi dove apparentemente non c’era nulla da vedere, con un mix tra esperienza istantanea e spontanea ed esperienza vissuta, costruita ad hoc con modelli e attori; è un “falso testimone” della realtà per la sua abilità nel fotografare il mondo come voleva che fosse: una realtà ideale intima che non esiste nel reale.
Istintivo, poco razionale, si affidava al caso e amava l’improvvisazione lavorando con un canovaccio, senza mai affidarsi a un copione definito.
Il suo rifiuto per l’esotismo e per il reportage impegnato lo rese un fotografo spontaneo, anche quando costruiva una realtà artificiale; nonostante questa avversità per la cateogrizzazione, era un uomo dalla personalità elastica e benevola, gentile e indipendente.
Il suo unico nemico era l’autorità: Doisneau era un fautore convinto della libertà creativa e individuale, amante di una finzione sempre e direttamente improntata alla realtà.

La sua visione del mondo era priva di schemi preordinati, si presentava solo con una
forte e spontanea volontà di sviluppare una ricerca profonda dell’uomo e
dell’umanità, vagando “a casaccio” per Parigi e scattando là dove trovasse un qualcosa da raccontare.


La diagonale des marches, Paris 1953
La diagonale des marches, Paris 1953

Inizia a fotografare fin da giovane e acquista una Rolleiflex 6×6 che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1931 diventa assistente del fotografo André Vigneau che lo introduce all’ambiente fotografico del tempo e qualche anno più tardi diventa fotografo per le officine Renault: per lui questo è l’inizio ufficiale della sua carriera.
Durante gli anni tragici della guerra documenta gli anni bui e tristi per tutto il Paese, collaborando con la resistenza; è lui a fotografare il corteo di liberazione con a capo De Gaulle e dopo il conflitto lavora per varie riviste pubblicando numerosi reportages.
Proprio in questi anni di rinascita sviluppa il suo reportage umanistico, in cui l’uomo è sempre
protagonista dell’immagine.
Nel 1946 crea il gruppo dei XV insieme a grandi fotografi del tempo come Jean Michaud, Marcel Bovis, Henri Lacheroy e Willy Ronis: un gruppo eterogeneo ma ricco di molti stili differenti, con l’obiettivo di dare dignità alla fotografia e creare una poetica tutta parigina.


Mi piacciono le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. E’ una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.

Robert Doisneau


Negli anni che seguono il lavoro diminuisce, e Doisneau riesce a dedicare più tempo alle sue ricerche; dai lavori grafici ai fotomontaggi, da esperimenti come quello della Tour Eiffel deformata, fino alla grande documentazione sulla trasformazione del quartiere Les Halles.
L’ ultimo importante incarico che lo vede protagonista è dato dalla partecipazione al progetto della DATAR (Delegazione interministeriale alla gestione del territorio e all’attrattiva regionale) un progetto creativo che lo vede impegnato insieme ad altri 14 grandi fotografi europei, tra i quali Gabriele Basilico e Raymond Depardon, per la documentazione di paesaggi, luoghi di vita e lavoro della Francia del 1980. Una vera e propria consacrazione per Doiseanu che in questo caso si affida all’immagine a colori per descrivere il cambiamento triste e degradante delle periferie negli anni.


Autoportrait au Rolleiflex, 1947
Autoportrait au Rolleiflex, 1947

Robert Doisneau nasce a Gentilly, nei pressi di Parigi, nel 1912. Dopo aver lavorato per alcuni anni come fotografo industriale per le officine Renault, viene travolto dalla furia della guerra: si impegna nella Resistenza utilizzando le sue abilità di fotografo per produrre documenti falsi e fotografa i giorni della liberazione. Terminato il conflitto, nel 1946 diventa fotografo indipendente per l’agenzia Rapho, con cui sviluppa una collaborazione lunga quasi cinquant’anni.
Negli anni ’50 diviene membro del Group XV, associazione di fotografi per la ricerca tecnica e artistica.
Trascorre la sua vita nella periferia parigina di Montrouge, dove sviluppa buona parte del suo lavoro.
Muore nel 1994.


Scopri la mostra all’Arengario di Monza, realizzata da Fratelli Alinari, cliccando qui.

Fabrizio Bellomo: l’immagine, una lente sulla complessità della società contemporanea

Es geht einfach um Nummern, installation view, galleria Metronom, 2015

di Giovanni Pelloso


Artista, ricercatore. Il suo impegno è rivolto all’investigazione del rapporto uomo-natura-cultura, all’analisi dell’immaginario della società nell’era digitale, tra limiti, eccessi e virtù. Eclettico esecutore, mescola sapientemente l’elemento audio-visivo a un’opera performativa e di scrittura – è da poco uscito il libro L’isola che non c’è. Bari, quartiere San Cataldo (Linaria, Roma 2015). Esplorare la contemporaneità è ciò che interessa il suo essere artista e il suo agire espressivo. Un impegno che prevede l’engagement con l’interlocutore (attraverso l’opera). L’ultima mostra, conclusasi lo scorso gennaio alla galleria Rossana Ciocca di Milano, apriva uno squarcio sui mondi digitali rispetto al tema dell’informazione e dell’omologazione. Screenshots, questo il titolo della serie iniziata nel 2012, ha posto in luce ciò che è offerto, come patrimonio di conoscenza, digitando nel motore di ricerca Google-images alcune parole che nel vocabolario italiano riportano alla nazionalità e, dunque, all’identità. I termini scelti erano, tra gli alti, “tunisino”, “marocchino”, “rumeno”. Il risultato, raccolto in una serie di tavole, appartiene a un immaginario frutto di stereotipi e di pregiudizi. Il risultato della ricerca ha evidenziato un insieme costituito da foto segnaletiche e di cronaca giudiziaria. Nel guardare a questi prelievi si può misurare tutta la distorsione del mezzo, la distanza tra immaginario e realtà, il condizionamento dell’opinione pubblica, la banalizzazione del reale, l’ambiguità della comunicazione visiva. La stessa discordanza la si può rilevare investigando la parola “nigeriane” – qui tutto riporta al mondo della prostituzione e dello sfruttamento –.



Come artista, quali sono i luoghi della contemporaneità che più ti interessano investigare e ti coinvolgono?

«Sicuramente il Sud, le periferie industriali e le strade hanno per anni attirato le mie attenzioni. Contemporaneamente anche il mondo del web, dell’immagine digitale-numerica e dei pixel sono parte di quella contemporaneità vicina alla mia ricerca. Mi interessa analizzare il rapporto uomo-macchina, quindi i luoghi diventano abbastanza relativi. Che la relazione si sviluppi tra degli operai albanesi e il proprio strumento di lavoro (Vegla Ben Ustain, 2015) o tra le pagine di Google-images (Screenshots, 2015) è indifferente rispetto agli obiettivi».

Fotografia e video sono i tuoi linguaggi espressivi privilegiati. Quanto si integrano e quanto si distinguono nel tuo lavoro?
«Per rispondere a questa domanda devo partire da un assunto: la fotografia è stata un’invenzione e il cinema l’applicazione di quest’invenzione. Io sono arrivato al cinema seguendo questa logica, questa linearità d’evoluzione tecnologica. Arrivo al video dalla fotografia. I miei primi video erano delle fotografie in movimento in cui chiedevo ai venditori ambulanti che ritraevo, se potevano mettersi in posa per fare loro una foto, ma ingannandoli premevo il tasto “rec” e registravo dei video in cui emergono tutti i comportamenti relativi alla posa e al divenire immagine di queste persone. Uno di questi video si chiama 32 dicembre (2011) ed è sui venditori ambulanti di fuochi d’artificio che ogni fine anno si possono incontrare agli angoli delle strade della mia città natale, Bari. Da questo muovere la fotografia, renderla movimento, ma ancora in qualche modo statica, è stato poi naturale provarsi a sperimentare con il cinema vero e proprio. Essere così anacronista, ripercorrere il cammino che ha portato dall’immagine statica all’immagine in movimento e farlo nell’oggi, in chiave contemporanea, mi ha aiutato a comprendere alcuni meccanismi dei due mezzi. In molti miei lavori i due linguaggi si rincorrono e si sovrappongo a vicenda».


23 dicembre, still video, Bari, 2011
23 dicembre, still video, Bari, 2011

«Ho iniziato a collezionare delle prove colore, raccogliendole in modo seriale. In questo modo ho costruito un archivio di fogli colorati, che comprende oggi diverse centinaia di color test raccolti fra diverse città europee. Da subito ho percepito delle similitudini fra questi test e le opere del Bauhaus e dell’Astrattismo geometrico» Fabrizio Bellomo


Es geht einfach um Nummern, installation view, galleria Metronom, 2015
Es geht einfach um Nummern, installation view, galleria Metronom, 2015

L’anno scorso hai prodotto un progetto dedicato al mondo operaio. Eri a Tirana, in Albania. Cosa ti ha spinto sino a lì?
«Mi interessava approfondire l’identità dei lavoratori giornalieri che si mettono in vendita nei pressi di una grande rotonda alla periferia della capitale. La particolarità è che ogni lavoratore possiede accanto a sé il proprio strumento di lavoro. Sedute per strada, queste maestranze si propongono come se fossero delle prostitute; lo strumento consente a chi transita in auto di comprendere immediatamente l’offerta e di fermarsi per contrattare la prestazione. L’identità lavorativa di queste persone si capisce immediatamente, gettando una semplice occhiata. Per l’occasione ho realizzato un lavoro interdisciplinare (performance, installazione pubblica, video e fotografia). Ho assoldato uno dei lavoratori per realizzare/scrivere su un muro adiacente la rotonda la frase Vegla bën ustain. La scritta ricorda un detto popolare albanese che significa «Lo strumento fa il maestro». Il lavoratore che ho coinvolto ha realizzato la scritta attraverso l’ausilio del proprio mezzo, un martello pneumatico».


Vegla bën ustain, Tirana 2015
Vegla bën ustain, Tirana 2015

Oggi, dove tutto è immediato e dove non abbiamo più la capacità di stupirci, l’arte serve a qualcosa? Cosa può l’artista?
«Forse nell’oggi l’arte serve più a rallentare e a fermare che ad andare avanti. A guardare il passato per capire qualcosa in più dell’oggi. Un principio, diciamo, opposto a quello del Futurismo. Forse oggi l’arte serve a prendere dei lunghi momenti di pausa, a riflettere su cose che ci sono passate davanti troppo velocemente e subito sostituite da altre cose: scoperte, innovazioni, emozioni. Forse l’arte serve a questo. A guardare parti del nostro passato e ad analizzare in quale modo queste siano presenti nella nostra contemporaneità. A capire chi siamo attraverso l’analisi di un passato storico o personale che ci sfugge in questa quotidianità dove il tempo è subito sostituito da nuovo tempo da consumare».

Quali artisti italiani che hanno utilizzato la fotografia dagli anni Settanta a oggi hanno influenzato la tua crescita? E perché?
«C’è un libro di Italo Zannier, che ho sempre trovato molto interessante, dal titolo Sperimentalismi fotografici in Italia. 1970-2000. È una sorta di carrellata fra una serie di sperimentazioni visive di artisti-fotografi italiani. In molti dei lavori presenti si denota uno sforzo di analizzare e di mettere in discussione il linguaggio fotografico. Questo approccio all’immagine fotografica e ai meccanismi della rappresentazione mi interessata molto.
Tra le opere presenti nel libro, ricordo i Ritratti reali (1972) di Mario Cresci, Paesaggio interrotto (1976) e Vera Fotografia (1977) di Mimmo Jodice, le Polifanie (1983) di Nino Migliori e le Esposizioni in Tempo Reale di Franco Vaccari.


foto-bio-fabrizio-bellomoFabrizio Bellomo è nato a Bari nel 1982. Artista, curatore e regista, le sue opere audiovisive, fotografiche e installative sono state esposte in Italia e all’estero attraverso mostre, progetti pubblici e festival cinematografici. È stato invitato a plat(t)form 2015 Fotomuseum Winterthur (Zurigo), Double Feature Tirana Art Lab (Tirana), ArtAround MuFoCo Cinisello Balsamo (Milano), 2004-2014 10 anni del museo di fotografia contemporanea Triennale di Milano, Milano un minuto prima Fondazione Forma Milano, Objet Perdù e Giovane Fotografia di Ricerca in Puglia Fondazione Museo Pino Pascali – Polignano a Mare (Bari), Progetto Memoria Apulia Film Commission (Bari-Tirana), Video.it Fondazione Merz (Torino). Il suo lavoro è inserito in saggi critici, dizionari di cinema e fa parte di collezioni pubbliche e private. Nel 2012 vince a Roma il Premio Celeste con il video 32 dicembre. Il suo primo film è L’Albero di Trasmissione, co-prodotto dall’associazione culturale Amarelarte, Fujifilm Italia e Apulia Film Commission. Ha partecipato nel 2015, fra gli altri, al Festival dei Popoli di Firenze e alla trentaquattresima edizione di CINEMED, il Festival International du Cinéma Méditerranéen de Montpellier.

Carlotta Cardana: storie di “sub-culture” e comunità. Il ritratto come scambio e crescita personale

Adriana e Tómas, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana

di Alice Caracciolo


Nata a Verbania nel 1981, Carlotta Cardana è laureata in Teatro e Arti della Scena presso l’Università di Torino e diplomata presso l’Istituto Italiano di Fotografia a Milano. Lavora come freelance per note testate giornalistiche a Buenos Aires, Città del Messico e Londra, dove tuttora divide il suo tempo tra commissioni e progetti personali. La sua ricerca indaga i temi della costruzione dell’identità, il senso di appartenenza a “sub-culture” e l’idea di comunità.


Holocaust Wound, da The Red Road Project © Carlotta Cardana
Holocaust Wound, da The Red Road Project © Carlotta Cardana

Leggo dalla tua biografia che ti sei avvicinata alla fotografia durante un’esperienza lavorativa come producer in una circus academy. Mi incuriosisce sapere come quell’impiego abbia determinato la tua scelta di diventare una fotografa.
«La fotografia è sempre stata una mia passione, ma non avevo mai pensato che potesse diventare la mia professione fino a quando, durante gli anni dell’università a Torino, iniziai a lavorare in un’accademia di circo contemporaneo. La cosa che più mi piaceva di quel lavoro era la possibilità di documentare gli spettacoli e ritrarre gli artisti dietro le quinte. Così, una volta finiti gli studi universitari, decisi di lasciare il circo e di studiare fotografia per imparare le basi del mestiere».


Olly e Jade, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana
Olly e Jade, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana

La tua recente ricerca esplora le tematiche relative ai fenomeni di appartenenza a “subculture” e comunità; perché hai scelto di esprimerti maggiormente attraverso l’uso del ritratto?

«La fotografia di ritratto permette di creare un legame personale con un altro individuo più di ogni altro genere fotografico. Attraverso il ritratto instauro un dialogo con i miei soggetti, posso conoscerne il vissuto e creare uno scambio: questo mi arricchisce personalmente e mi aiuta a crescere come essere umano».


Danielle Finn, da The Red Road Project © Carlotta Cardana
Danielle Finn, da The Red Road Project © Carlotta Cardana

«Vivo la fotografia come strumento di apprendimento, come lasciapassare verso situazioni altrimenti di difficile accesso» Carlotta Cardana


Mark e Paula, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana
Mark e Paula, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana

The Red Road Project indaga l’essere un nativo americano nella società contemporanea, subcultura sopravvissuta a uno degli eventi più tragici della storia americana. L’intenzione del progetto è di evidenziare gli aspetti positivi di tale cultura che troppo poco spesso hanno avuto opportunità di emergere. Da cosa ha tratto ispirazione la tua ricerca? Cosa hai trovato e provato in quei luoghi?

«Il progetto nasce da un rapporto di amicizia ventennale con Danielle SeeWalker, originaria del South Dakota. Danielle mi ha sempre raccontato storie e tradizioni della sua famiglia e della cultura Lakota, alla quale appartiene; i suoi racconti si discostavano molto dall’immaginario comune della cultura indigena degli Stati Uniti, che spesso ricade nell’idea del “buon selvaggio” o nel romanticismo. Questa discrepanza è ciò che ci ha motivate a iniziare il lavoro. In quei luoghi ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno molto da insegnare su concetti come l’umiltà, la resilienza, l’integrità, l’armonia, la forza».


Adriana e Tómas, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana
Adriana e Tómas, dalla serie Modern Couples © Carlotta Cardana

The Fourth Freedom, un lavoro estremamente attuale, ritrae la drammatica situazione che i giovani italiani vivono nei confronti del mondo del lavoro, tutti quei giovani che poi decidono di espatriare per cercare fortuna. Una situazione che ti appartiene, perché anche tu lavori stabilmente a Londra. Rispetto alle esperienze maturate sino a ora, ritieni che tale scelta sia senza ritorno o vedi una possibilità futura di poter lavorare bene nella tua terra d’origine?
«Quando ho lasciato l’Italia non cercavo fortuna, ma volevo confrontarmi con realtà diverse, provare nuove esperienze e avere altri stimoli. La situazione sociale/economica/politica italiana non ha influenzato la mia scelta. Molti giovani lasciano l’Italia, ma tanti altri tornano con un bagaglio di esperienze e competenze da investire nella creazione di nuove realtà nella loro terra d’origine. Pensare che andarsene sia una scelta senza ritorno vorrebbe dire non avere fiducia né speranza nel futuro. Io, fortunatamente, abbondo di entrambe».


United Tribes Pow Wow, da The Red Road Project © Carlotta Cardana
United Tribes Pow Wow, da The Red Road Project © Carlotta Cardana

Modern Couples è un lavoro sulla comunità Mod londinese, sottocultura nata in Gran Bretagna negli anni Sessanta e che ancora oggi ha proseliti anche se su scala più piccola. Guardando i tuoi scatti sembra di essere proiettati in un’atmosfera fuori dal tempo. Mi chiedevo quanto queste coppie realmente si sentano parte della cultura che alimentano o se sia solo una volontà di evadere dalla quotidianità del nostro tempo.
«Le coppie che ho ritratto si sentono parte della cultura contemporanea e la loro passione per un’epoca passata non ha niente a che vedere con il voler evadere dalla quotidianità del nostro tempo, che vivono pienamente. Comprare abiti da sarti o in negozi di seconda mano è una scelta di vita, volta a rivalutare l’artigianato, stimolare l’economia locale ed evitare di alimentare un sistema economico basato sul consumo eccessivo. L’appartenere alla comunità Mod è un modo per esprimere la propria diversità dalla cultura e dalla mentalità predominante».


Biografia
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Carlotta Cardana (Verbania, 1981) è una fotografa freelance residente a Londra. Dopo aver ottenuto la laurea in Teatro e Arti della Scena presso l’Università degli Studi di Torino frequenta l’Istituto Italiano di Fotografia a Milano. Nel 2007 si trasferisce a Buenos Aires, dove rimane vari mesi per documentare leconseguenze della crisi del 2001. Nel 2008 si sposta a Città del Messico, dove comincia a lavorare come freelance in ambito editoriale.
Nel 2011 si trasferisce a Londra, dove ora divide il suo tempo tra lavoro commissionato per clienti quali The New York Times T Magazine, Marie Claire, GQ, L’OBS, The Times…e progetti
personali.
Dopo essere tornata a vivere in Europa, sviluppa The Fourth Freedom, un progetto sui giovani Italiani che hanno lasciato l’Italia per un altro paese della Comunità Europea, esaminando la loro reazione alla crisi economica degli ultimi anni e il loro senso di appartenenza nazionale. Tra il 2012 e il 2014 realizza Modern Couples, una serie di ritratti a coppie che appartengono alla scena Mod britannica, una subcultura che apparse verso la fine degli anni ’50 ed esplose negli anni ‘60. Più che allo stile delle coppie, la fotografa è interessata alla costruzione dell’identità collettiva come subcultura e dell’identità personale all’interno
di una vita di coppia. Con questo progetto Carlotta Cardana è stata nominata “Discovery of the Year” ai Lucie Awards del 2013 e la serie è stata premiata, esposta e pubblicata a livello
internazionale. Il suo lavoro più recente, The Red Road, esplora come la popolazione indigena degli Stati Uniti viva in un sottile equilibrio tra tradizione e modernità.


Sito
www.carlottacardana.com

IL FOTOGRAFO 286: a breve in edicola

Martedì 20 settembre sarà in edicola il numero di ottobre de IL FOTOGRAFO!


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Ecco alcune anticipazioni in anteprima.

Copertina firmata da Peter Lindbergh e all’interno della rivista largo spazio al suo profilo d’autore, insieme a Larry Fink e Per-Anders Pettersson con il suo lavoro “African Catwalk”.

Nella sezione Who’s who troviamo approfondimenti su Emanuele Satolli, Luigi Erba e Roberto Berné.

Tra gli emergenti, Valentina Tamborra con “Doppia luce”.

Un numero davvero ricco, da non perdere!

 

Andrea Kunkl: Crepe. Un viaggio ai confini dell’uomo

© Andrea Kunkl

di Giovanni Pelloso


Non è un corrispondente e nemmeno un fotografo di reportage, almeno nel significato più classico del termine. È, a ben vedere, uno storyteller, un ricercatore sociale e un fotografo consapevole del proprio impegno civile. «Lavoro sulla cronaca – racconta –, però, senza alimentarla. Sto sempre sul filo della cronaca, facendola invecchiare, in un certo senso. È un po’ come il vino; quando invecchia, quantomeno, diventa più interessante. Così le mie storie, viste senza l’affanno dell’attualità, del fatto quotidiano, consentono un diverso approccio e un percorso di approfondimento che non vive sull’istante». Dalla Turchia al Maghreb, Andrea Kunkl ha attraversato i territori alla ricerca di quei confini che separano il Nord dal Sud, l’occidente votato al progresso e alla globalizzazione dal resto del mondo, il benessere dalla povertà e dalla tragedia. Ha vissuto nella giungla di Calais per oltre un mese convinto che non ci sia altro modo di entrare nelle storie se non partecipando alla vita del luogo e condividendo la quotidianità con i protagonisti dei propri racconti. «Con il passare dei giorni si creano dei rapporti di conoscenza e di amicizia. Solo allora – come dice lui – la fotografia diventa naturale. Rimane, comunque, un’aggressione. È difficile entrare nelle vite degli altri. Almeno per chi ha un minimo di sensibilità. Non è doloroso solo se sei un robot. E ce ne sono. Cerco sempre, nel mio lavoro, di non tradire la fiducia di nessuno».


«I siriani arrivano dalla Turchia via mare. Ad Atene ricevono un visto per un mese. Da lì devono andare, se hanno soldi, con un bus a Idomeni, altrimenti a piedi. Sono quattrocento chilometri. A Idomeni ci sono dei soldati macedoni che vedono i documenti e decidono, in pochi secondi, se passi o non passi».


Quando è iniziato il tuo progetto?
«L’ottobre scorso. Andai a Lampedusa per curare la sezione fotografica di un festival del cinema. Realizzai l’installazione Conscius a walk in Lampedusa. Quello fu, senza averne piena coscienza, il primo passo. Mi interessava capire, dalle persone che attraversano il confine, qual era la loro percezione e cosa produceva in loro. E come il confine serve, grazie ai media, ad accendere le luci dell’immaginario, a istituire una sorta di ribalta teatrale. Utilizzavo per la prima volta la tecnica del flusso di coscienza, registrando di spalle il mio interlocutore mentre cammina e racconta il suo vissuto. Capii la forza di quel format soprattutto nell’ottica di una più ampia ricerca, in quanto risultava riproducibile e comparabile».

Dinko Valed è un wrestler e sfasciacarozze bulgaro, nonché eroe nazionale. Ogni weekend con il suo quad perlustra il confine turco-bulgaro alla ricerca di migranti. Quando li trova, li picchia e, poi, li consegna alla polizia. È la sua caccia privata e per questo gli sono riconosciuti 25 euro a persona. Gli antieroi sono tra i prodotti del confine, individui sempre alla ricerca di vantaggi materiali e morali. © Andrea Kunkl
Dinko Valed è un wrestler e sfasciacarozze bulgaro, nonché eroe nazionale. Ogni weekend con il suo quad perlustra il confine turco-bulgaro alla ricerca di migranti. Quando li trova, li picchia e, poi, li consegna alla polizia. È la sua caccia privata e per questo gli sono riconosciuti 25 euro a persona. Gli antieroi sono tra i prodotti del confine, individui sempre alla ricerca di vantaggi materiali e morali. © Andrea Kunkl

«Amo realizzare lavori di lungo periodo, di uno o due anni, perché mi permettono di avere un campo visivo più ricco e allargato. Più preciso» Andrea Kunkl


Perché il confine è al centro della tua indagine?
«Mi interesso dei confini sin dal tempo dell’università. C’è di tutto. È un luogo di contenimento, di identificazione, di detenzione, di passaggio. Ritengo che il confine sia, tra le altre cose, anche un luogo della spettacolarizzazione. Un teatro dove si accendono e si spengono le luci dell’immaginario. Una forma di prodotto mediatico funzionale a chi persegue degli obiettivi, grazie a una rappresentazione capace di colpire lo stomaco di chi guarda la televisione e legge i giornali. Ciò incide sulle decisioni politiche – per esempio, di controllo dei flussi migratori – e sull’opinione pubblica. I confini si aprono e si chiudono. Significa che quando se ne chiude uno, la gente si sposta alla ricerca di altri punti per poter attraversare e proseguire nel cammino della speranza. Interessano i movimenti di massa. Ci sono ampi margini di guadagno per chi agisce sulle persone bloccate ai confini. Ho visto storie veramente dolorose. C’è la questione dei documenti. Ci sono i trafficanti, gli scontri, i respingimenti, le violenze. Qualche mese fa ero a Idomeni, al confine tra la Grecia e la Macedonia. Ho visto famiglie divise, uomini e donne stremati. Gente bloccata, impossibilitata a proseguire. Non avevano nulla, nemmeno un riparo per la notte. Ho visto dei morti. Gente che, respinta, si è suicidata, impiccandosi a un palo della luce. Non le ho fotografate perché ritengo che non sia rispettoso per la persona e perché queste immagini non fanno che alimentare un immaginario mediatico che, alla fine, fa il gioco di chi, da questa condizione, vuole trarne beneficio. Il dolore è business. Molti guadagnano sulle disgrazie altrui».

I bambini sono l’elemento chiave dell’immaginario del confine, servono a toccare la “pancia della gente”. Sono dolci, ingenui, genuini. La rappresentazione dei bambini è funzionale a strategie geopolitiche ben precise. In questa immagine, due fotografi scaricano raffiche di foto su questi bimbi, fino a farli piangere. Momento perfetto per la costruzione e la riproduzione dell’immaginario. © Andrea Kunkl
I bambini sono l’elemento chiave dell’immaginario del confine, servono a toccare la “pancia della gente”. Sono dolci, ingenui, genuini. La rappresentazione dei bambini è funzionale a strategie geopolitiche ben precise. In questa immagine, due fotografi scaricano raffiche di foto su questi bimbi, fino a farli piangere. Momento perfetto per la costruzione e la riproduzione dell’immaginario. © Andrea Kunkl

«Il dolore è parte della realtà e l’unico modo per affrontarlo credo sia la bellezza» Andrea Kunkl


Come è composto il tuo lavoro?
«Il lavoro è diviso in tre livelli. I primi protagonisti sono quelli che partecipano ai soliloqui. Appartengono al cuore della ricerca. Percorrendo degli ambienti, raccontano in stream of consciusness, in flusso di coscienza, la loro esperienza. Il loro è un pensiero espresso ad alta voce. Non mostrando il volto, non sono identificabili e questo serve per due ragioni. Da un lato, offre l’anonimato e quindi una maggiore libertà di raccontare il loro trascorso – ricordo che temono sempre possibili ritorsioni nei Paesi di origine verso i membri della famiglia rimasti a casa –, dall’altro, non stimola nessuno a indossare la maschera della falsa personalità, premiando la sincerità, senza temere il giudizio altrui. Il lavoro comprende anche altri protagonisti, ovvero, gli antieroi; sono persone che hanno tratto e traggono dei benefici personali attraverso il confine. Attraverso la strumentalizzazione del confine. Terzo e ultimo protagonista è il paesaggio, il luogo del succedersi degli eventi».

A Idomeni incontro questa persona che arriva a piedi dalla Siria. Nella sua vita precedente, poco prima di fuggire, giocava a calcio nella nazionale siriana. Era amato e riconosciuto come Balotelli. Ora scappa dalla guerra civile che distrugge da cinque anni il suo Paese. Tutto è stato travolto e catapultato dentro un baratro di morte e di violenza. Noi europei dovremmo riflettere su quanto sta accadendo. © Andrea Kunkl
A Idomeni incontro questa persona che arriva a piedi dalla Siria. Nella sua vita precedente, poco prima di fuggire, giocava a calcio nella nazionale siriana. Era amato e riconosciuto come Balotelli. Ora scappa dalla guerra civile che distrugge da cinque anni il suo Paese. Tutto è stato travolto e catapultato dentro un baratro di morte e di violenza. Noi europei dovremmo riflettere su quanto sta accadendo. © Andrea Kunkl

«I miei lavori sono transmediali; utilizzo e intreccio differenti media. Sommo principalmente fotografia e video. La destinazione prima del materiale raccolto è un sito web dedicato». Andrea Kunkl


Hai vissuto un mese e poco più nella giungla di Calais. Raccontami di questa esperienza.
«Calais è un paese nel Nord della Francia che si affaccia sulla Manica. In questo momento ci sono più di diecimila migranti che stanno cercando di andare in Inghilterra. Sono persone che giungono dall’Iran, dalla Siria, dal Pakistan e da altre nazioni. A piedi o con mezzi di fortuna hanno attraversato vari confini per giungere fin lì, in attesa di varcare quel lembo di mare. Sono persone mosse dalla speranza, quella di vivere come noi. Ne avrebbero il diritto. La giungla è un villaggio particolarmente duro, fuori dal controllo dello stato francese, dove i bianchi non contano nulla. Questo vale anche per gli appartenenti alle organizzazioni non governative, per i fotografi, per i giornalisti. È molto pericoloso e, allo stesso tempo, molto interessante. È un luogo impossibile da sgomberare perché contiene diecimila migranti, di cui molti hanno esperienza di guerra e quindi a ogni tentativo di sgombero c’è una reazione organizzata. Ho avuto la possibilità di seguirli e di filmarli in varie occasioni. Lì, nella disperazione e nella fame, funzionava molto spesso il baratto e c’era qualcuno che aveva aperto anche un ristorantino».

Le persone al confine sono respinte per infiniti motivi. Se bloccati, devono ricominciare da capo. Pagare i coyote, se hanno soldi, e recarsi ad Atene per rifare i documenti, per poi riprovare a passare verso la Macedonia mentre le maglie si restringono. Nel momento dello scatto, solo iracheni, afghani e siriani potevano transitare. Ora solo iracheni e siriani perché la guerra in Afghanistan pare che sia finita. © Andrea Kunkl
Le persone al confine sono respinte per infiniti motivi. Se bloccati, devono ricominciare da capo. Pagare i coyote, se hanno soldi, e recarsi ad Atene per rifare i documenti, per poi riprovare a passare verso la Macedonia mentre le maglie si restringono. Nel momento dello scatto, solo iracheni, afghani e siriani potevano transitare. Ora solo iracheni e siriani perché la guerra in Afghanistan pare che sia finita. © Andrea Kunkl

Andrea Kunkl

andrea_foto_BIONato a Milano nel 1980, è laureato in Sociologia con una tesi sull’urbicidio asimmetrico in Palestina. Collabora con il laboratorio di Sociologia visuale di Milano Bicocca. Crede nella collaborazione tra individui, fondando insieme ad altri amici Habitat ed Exposed, due progetti partecipati, inclusivi, corali e di lungo periodo. Oltre a Crepe, insieme a Giuseppe Fanizza e a Giorgia Serughetti ha prodotto Mare Nostrum. Sta documentando il ritorno dell’eroina nelle strade di Milano e il nuovo nomadismo metropolitano. Dal 2012 al 2014, a causa di una malattia autoimmune, si ritira in una capanna nella giungla indiana, tra cobra, pavoni e spiriti della foresta. Nell’ultimo anno ha partecipato a Cortona On The Move e alla mostra Exposed Project negli spazi di Forma Meravigli.


Per i lettori de Il Fotografo, Andrea Kunkl ha prodotto un cortometraggio del progetto visibile alla pagina http://borderblob.com

Stefano Cerio. La fotografia dell’assenza

Aquapiper Guidonia, © Stefano Cerio

di Giovanni Pelloso


A essere indagata è l’altra metà della luna. Quella celata agli occhi dei più. E forse la più vera, perché non consumata dalla febbre vorticosa del divertimento e dalla calca di una moltitudine vociante. A incuriosire Stefano Cerio sono quei luoghi che, per alcuni momenti, rimangono sospesi, immobili, in attesa. A interessare la sua ricerca è l’inattività, l’assenza della figura umana, quel vuoto nel pieno di un mondo occidentale globalizzato e opulento e di un Paese, come la Cina, di un miliardo e trecentomila abitanti. A catturare la sua curiosità è, in una parola, l’off. Quando le luci si spengono e la macchina scenica, fino a prima in azione, si ferma. Spenta, inattiva, nella quiete del momento, essa si lascia avvicinare da un interlocutore che richiede tempo, non accontentandosi di attimi rubati e di incontri fugaci. Con metodo, Stefano Cerio registra le condizioni di vita di una stazione sciistica durante la notte, di una nave da crociera in attesa del nuovo carico, di parchi acquatici e di divertimento chiusi al pubblico. Il suo sguardo punta al particolare, al segno rivelatore, alla sineddoche – una parte per il tutto – che definisce e descrive un’invisibile realtà, tanto vicina quanto lontana.


«Una singola fotografia non colpisce mai la mia attenzione. Non esiste una bella immagine. Esiste solo un percorso coerente»


«Io non mi occupo di luoghi abbandonati. Se il posto è abbandonato non è assolutamente di mio interesse». Inizia con queste parole l’incontro con l’autore. E aggiunge: «È il rapporto tra vuoto e pieno che cerco. Quest’alternanza è fondamentale per la mia ricerca. In Cina, per esempio, questo rapporto è devastante. Quello che m’incuriosisce è, in una parola, l’assenza. Amo dire che gli scatti che realizzo rappresentano dei ritratti di persone che non sono lì».

Il vuoto diviene allora l’unica condizione possibile per scoprire ciò che con il pieno non può essere visto.
«È proprio così. Questi luoghi divengono irreali, o meglio, surreali, nel momento che sono vuoti. Nella normale fruizione, essi risultano colmi di gente, di vita, di attività. Pieni di divertimento. Di quella sovrabbondanza che non ti permette altro che una lettura evidente. Nell’assenza, ho avuto modo, invece, di investigare in altro modo la macchina scenica e la sua funzione di costruttore d’intrattenimento».

Quali parole affioravano alla vista di questi paesaggi?
«Assurdità. Amo molto, come artista, l’incongruenza. Questa è, per me, una condizione entusiasmante. Il mio è un lavoro che analizza l’incongruente».

Ed è una ricerca che proseguirà?
«Da molti anni sono concentrato su quest’unica tematica, anche se formalmente è abbastanza diverso. Non ho avuto fino a ora la sensazione di un suo termine. È un lavoro che necessita di tempo proprio per mantenere sempre chiaro quel confine che distingue e separa l’incongruenza dall’esotismo, per esempio. O dal kitsch. L’incongruenza si rivela con l’approfondimento, in un tempo lento. Solo allora riesci a coglierla con chiarezza. In Cina era la prima volta che scattavo fuori dall’Italia. Dopo tanti lavori, da Aquapark a Night Ski, questo è il primo luogo del divertimento di massa al di fuori dei nostri confini. Che sia la Cina, rimane secondario. Quello che mi interessava era l’atmosfera, quella luce particolare. Amo molto quell’uniformità di luce che crea un forte contrasto con le attrazioni e mostra il tutto senza ombre. È questo bagliore che caratterizza questo progetto cinese e che lo differenzia da altre foto scattate, per esempio in Italia, dove le atmosfere e i contrasti, anche in giorni di pioggia, sono comunque più decisi».
 
La prossima meta del tuo progetto? Dove vorresti andare?
«Mi piacerebbe andare in Corea del Nord. Penso che possa riservare delle grandi sorprese».


«La fotografia è un’arte visiva. È un medium come un altro e non può essere considerato diverso dalla pittura»

StefanoRitratto


Stefano Cerio vive e lavora tra Roma e Parigi. Inizia la carriera di fotografo a diciotto anni collaborando con L’Espresso. Espone al Diaframma di Milano, alla galleria Recalcati di Torino e nel 2004 propone il progetto Machine Man al Lattuada Studio (Milano). La Città della Scienza di Napoli gli dedica nel 2005 la personale Codice Multiplo. Realizza nel 2008 per la Regione Piemonte un’installazione in occasione della mostra Le Porte del Mediterraneo a Rivoli. Espone nel 2010 alla Galerie Italienne di Parigi e al museo Madre di Napoli.
Alla Fondazione Forma di Milano è nel 2011 con Winter Aquapark. Nello stesso anno proietta il video Summer Aquapark al museo Maxxi (Roma). Lo Studio Trisorio di Napoli ospita nel 2012 Night Ski. Chinese Fun è presentata l’anno successivo da Noire Contemporary Art a Torino. Nel 2014 espone Cruise Ship al Mois de la Photo di Parigi. Chinese Fun diviene nel 2015 un libro per Hatje Cantz e una nuova mostra alla Fondazione Volume di Roma.

Margaret Courtney-Clarke: On Borrowed Time, il tempo in prestito

© Margaret Courtney Clarke

di Francesca Marani


«Sentiamoci il prima possibile perché poi andrò nel deserto per qualche giorno e allora non so quando potremo parlare di nuovo». Questo è quello che può succedere quando si ha l’opportunità di intervistare Margaret Courtney-Clarke, fotogiornalista conosciuta in tutto il mondo per le celebri pubblicazioni sull’arte africana femminile e, soprattutto, donna di tempra eccezionale, capace di fronteggiare il deserto da sola e senza paura, proprio come le insegnarono i genitori fin da bambina, quando viveva in una grande tenuta ai confini del deserto namibiano.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

«Mio padre e mia madre sono di origine anglo-irlandese, mio nonno era governatore dell’Africa del Sud-Ovest, inviato qui dalla Società delle Nazioni, in seguito alla stipulazione del Trattato di Varsavia. Ho trascorso un’infanzia molto bella in Namibia, a stretto contatto con la natura e gli animali. Il deserto fa parte del mio animo, ci sono cresciuta dentro». Per questo non bisogna stupirsi se Margaret sa cacciare, costruire frecce, scavare tra le rocce per cercare l’acqua, sopravvivere al buio profondo di una notte senza luci artificiali. «Sembra qualcosa di straordinario per chi non cresce in questo ambiente – rassicura –, ma qui è abbastanza normale, fa parte della natura, fa parte della vita. E io non vedo l’ora di uscire fuori nel deserto, dove non c’è la corrente, dove mi posso staccare dalla televisione, dal telefono, dalle notizie». Sarà anche normale, ma questo è l’unico aggettivo che non viene in mente quando ci si confronta con Margaret Courtney-Clarke, per la forza del suo spirito che trapela da ogni racconto e per l’eccezionalità della vita vissuta, o meglio delle tante vite che ha sperimentato, viaggiando imperterrita tra l’Africa, l’Europa e l’America. Riassumerle qui sarebbe un’impresa tanto ardua quanto inutile: Margaret ha visto troppo, vissuto troppo per riuscire a ridurre, sintetizzare e condensare il tutto in poche pagine.


«On Borrowed Time è un viaggio che è solo cominciato. Sento l’esigenza di ritornare al deserto, agli spazi e luoghi non visitati nei precedenti viaggi (…). Ho la passione di fotografare ciò che sembra che nessuno guardi, di catturare immagini che portano lo spettatore verso posti familiari, mettendo in discussione la loro percezione di questi luoghi. Di andare dove la luce mi porta, dove il silenzio mi risana, e dove posso sperimentare la libertà del mio spirito»
Margaret Courtney-Clarke, Swakopmund, Namibia, marzo 2015


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Meglio soffermarci sul presente, sul tempo che l’autrice ha deciso di dedicare a se stessa, giunta a questo punto del proprio percorso. Il tempo in prestito, On Borrowed Time, non a caso, è il titolo della ricerca fotografica portata avanti negli ultimi anni. Si tratta del primo progetto personale dell’autrice che, a differenza del passato, ha deciso di fotografare senza commissione, mossa solamente da un’urgenza privata. Quando nel 2008 torna al paese d’origine e di formazione, «alla ricerca di tranquillità, spazi aperti e aria pulita», si stabilisce a Swakopmund, una città costiera che si estende tra l’Oceano Atlantico meridionale e il deserto. Qui però non conosce la pace sperata perché si ritrova a dover affrontare una difficile malattia e, parallelamente, le contraddizioni di un Paese corrotto e segnato da profonde ineguaglianze.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Sarà la fotografia, che l’ha accompagnata per tutta la vita, a venirle ancora una volta in soccorso, aiutandola ad affrontare il cancro come una sorta di cura alternativa. «Riprendere la macchina fotografica in mano è stata una sfida enorme e anche una guarigione – rivela l’autrice –. La differenza tra quello che facevo e quello che faccio adesso, a distanza di oltre dieci anni, è che ora parlo di me, vorrei esprimere e ritrovare la mia identità, la mia personalità, ricercarla nel paesaggio della Namibia, dove sono custodite le mie memorie, la mia infanzia». Nasce così un progetto che è frutto di un cambiamento, una ricerca fotografica inedita per la sua stessa creatrice, uno sguardo acuto sulla Namibia contemporanea. «Il tempo della Namibia – coincide con il mio tempo, perché ogni giorno mi sveglio e non so cosa potrà accadermi. Voglio raccontare quello che sta succedendo in questo Paese in nome dello sviluppo, affinché il mondo veda e reagisca, perché qualcuno si vergogni».


«Le fotografie di On Borrowed Time parlano dell’esistenza. Esse sono il frutto di una consapevolezza (da parte dell’autrice) sulla fragilità della propria esistenza e di una stretta simbiosi con gli antichi ritmi del deserto e della costa, i modi di vivere dei suoi abitanti, le tracce del loro passaggio e l’avanzata apparentemente inesorabile dello sviluppo corporate e minerario. […] Esse sono eloquenti circa un’esistenza dura e di deboli barlumi di speranza, in una vita graffiata da un terreno spaventosamente inospitale, a fronte di una travolgente transizione sociale. Allo stesso tempo, queste fotografie raggiungono una grazia conturbante che non è un senso falsato della realtà, ma, al contrario, una rara sintesi di cosa ci sia nella realtà stessa assieme a una onestà di visione profondamente accresciuta e priva di compromessi» David Goldblatt, Johannesburg, 2015


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Fotografia come strumento per illuminare la verità e catalizzare l’attenzione verso i problemi sottaciuti di un territorio vastissimo e sottopopolato, «dove la siccità e la ridistribuzione delle terre minacciano mezzi di sussistenza e stabilità socio-economica e dove culture e identità contrastano con il neocolonialismo». La Namibia è una terra ricca di minerali preziosi, risorse naturali che nel corso del tempo hanno attirato gli investimenti dei giganti globali, accorsi a spartirsi le concessioni minerarie. Questo fenomeno ha provocato, a sua volta, uno sviluppo senza precedenti, forti ondate migratorie e un divario sempre più netto tra ricchi, minoranza bianca e poveri.


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Dune di sabbia, letti di fiume prosciugati, campi, allevamenti e riserve ambientali. Margaret Courtney-Clarke ha percorso centinaia di chilometri con infaticabile energia, attraversando terre remote, scavalcando barriere, evitando checkpoint e intrufolandosi nelle zone minerarie dall’accesso vietato, pur di raccontare senza riserve le condizioni di vita in cui versano la maggior parte dei namibiani e, in special modo, coloro che vivono all’interno di un campo abusivo, conosciuto come DRC (Democratic Resettlement Community, precedentemente Displaced Refugee Camp). Situato a dieci chilometri nell’interno, accanto alla discarica urbana, è una vera e propria baraccopoli profondamente intrisa di reminiscenze di apartheid. Un luogo dove «la speranza supera di gran lunga la fornitura di beni di prima necessità – racconta la Clarke –. Pochi lampioni, minimi prepaid water point, nessuna rete fognaria, nessun cassonetto per la spazzatura e un’occasionale raccolta di rifiuti. In questo ambiente mi sono sentita sfidata dalle immagini preconcette di povertà e bassifondi, madri e bambini (colti) nelle aspre lotte della vita – immagini che ho scelto di non scattare durante i miei primi viaggi attraverso l’Africa».


© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

E le fotografie di On Borrowed Time non smentiscono la scelta, discostandosi fortemente da stereotipi e luoghi comuni: sono immagini che invitano al discernimento critico, sono il frutto di uno sguardo empatico, della fiducia che l’autrice riesce a guadagnare. Come sottolinea il fotografo David Goldblatt: «La relazione di Margaret con le persone che ha fotografato in questo lavoro è concreta e intima, quasi quella di un familiare piuttosto che quella di un osservatore compassionevole. È un frammento catturato con la pienezza del suo abbraccio. Utilizzando la sabbia del deserto ha costruito con loro una dimora di sacchi di sabbia. É un’amica fidata delle donne e dei bambini che puliscono la discarica dei rifiuti. Affronta funzionari municipali per il trattamento che riservano alle persone senza terra. Ha celebrato il suo compleanno con una famiglia di contadini che ha ucciso una capra in suo onore. Quando ha saputo di due bambini che sono morti per un morso di serpente, ha raccolto soldi per le loro bare e ha viaggiato per duecentotrenta chilometri su un’accidentata strada sterrata attraverso il deserto per essere presente al loro funerale». Sono tante le persone che aspettano, aiutano e proteggono Margaret Courtney-Clarke, sorella, amica, mamma, nonna di una grande famiglia allargata. La fotografia assume, allora, un ruolo marginale in questa relazione, dove la cosa più importante è l’incontro autentico con l’altro.

© Margaret Courtney Clarke
© Margaret Courtney Clarke

Biografiaritratto
Margaret Courtney-Clarke nasce in Namibia nel 1949. Si forma tra la Namibia e il Sudafrica, per poi approfondire lo studio dell’arte e della fotografia in Italia e negli Stati Uniti. Lavora come fotogiornalista per numerose testate internazionali. Tra il 1978 e il 1979 compie alcuni viaggi in Namibia ed è segnalata come persona non gradita in riferimento alle sue opinioni rispetto alle leggi sull’apartheid; lo stesso anno decide di rinunciare alla cittadinanza. Nel 1980 inizia a collaborare con il fotografo David Goldblatt. Tra il 1979 e il 1996 porta avanti alcuni progetti fotografici in Africa, documentando i diversi tipi di rifugi e indagando l’arte delle donne africane, a cui dedica una trilogia di grande successo (Ndebele: Arte di una Tribù Africana, Affreschi Africani, Popolo Libero). Tra il 1994 e il 1999 collabora con Maya Angelou, celebre poetessa americana e grande amica. Tra il 1999 e il 2010 crea la Ndebele Foundation, un’organizzazione culturale non-profit per le donne Ndebele e la gioventù di Mabokho, Mpumalanga. Nel 2008 torna a vivere in Namibia. Nel 2015 è nominata per l’Henri Cartier-Bresson Award con il progetto On Borrowed Time.

Fotografia a cena: Giovanni Gastel e Denis Curti alla Villa Reale di Monza | 22/6 ore 20.00

In occasione della mostra “Le 100 facce della musica italiana” di Giovanni Gastel, è stata organizzata una cena fotografica presso la Villa Reale di Monza, il 22 giugno dalle ore 20.00.

Un’occasione imperdibile per passare una serata con il maestro Gastel, Denis Curti e tanti autori della fotografia italiana.

Info e prenotazioni al numero 3385082044 e all’indirizzo mail commerciale@villarealedimonza.it

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