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il fotografo

EIZO Wildlife Photo Contest

(C) Marco Colombo

La fotografia naturalistica è un genere straordinario che si presta a innumerevoli interpretazioni. Partecipa al contest organizzato in collaborazione con EIZO e condivi il tuo personale punto di vista. Scegli il soggetto che preferisci: gli animali rappresentano quello più popolare, è vero, ma nulla ti impedisce di montare il grandangolo e dedicarti al paesaggio, oppure di concentrarti su fiori e piante immortalandoli a distanza ravvicinatissima con la tua ottica macro. Una regola ferrea: i protagonisti degli scatti devono essere liberi: non rinchiusi in una gabbia o in una vasca.

Sfoga dunque tutta la tua creatività, e fallo con passione, ma senza cercare immagini sensazionalistiche e rispettando la Natura in tutti i suoi aspetti.
Le foto che arriveranno alla redazione entro il 15 settembre 2019 saranno selezionate da una giuria di esperti composta dalla redazione, da Denis Curti (direttore dell’area Fotografica Sprea), dal noto naturalista fotografo Marco Colombo e da Roberta Scalisi, Product & Marketing Manager di EIZO. Le foto più belle, oltre ad essere pubblicate sulle nostre riviste Il Fotografo, N-Photography, Photo Professional e Digital Camera, saranno esposte in una mostra che si terrà il prossimo autunno presso Photo Square, il prestigioso spazio espositivo all’interno dell’aeroporto di Malpensa, Terminal1.

Per iscriverti e caricare le tue foto clicca qui 
Carica le foto JPEG nella risoluzione originaria della tua fotocamera, no RAW. Solo la redazione avrà accesso al file in grande formato (necessario per la stampa su carta), online apparirà automaticamente in formato ridotto

©Marco Colombo
©Marco Colombo
©Marco Colombo

Il Fotografo presenta il workshop di fotografia d’architettura con Marco Introini

La fotografia d’ architettura non verrà affrontata solo dal punto di vista tecnico/strumentale ma soprattutto dal punto di vista del linguaggio e del progetto fotografico che considera tutte le fasi sia operative che concettuali: l’ideazione, la ripresa e lo sviluppo. Attraverso l’analisi della storia della rappresentazione dell’architettura si affronterà la percezione dello spazio come rapporto tra fatto oggettivo, fatto soggettivo e storico; attraverso l’analisi di alcuni progetti fotografici realizzati si indagherà il rapporto tra progetto fotografico e progetto architettonico/disegno del paesaggio, come questione di metodo.

Workshop di fotografia d’architettura con Marco Introini: programma

Sabato
Il Linguaggio fotografico: la storia della rappresentazione dell’architettura dal disegno alla fotografia (comunicazione).
Il progetto fotografico: presentazione di alcuni progetti fotografici sul paesaggio urbano e di architettura

Domenica
La tecnica:introduzione all’utilizzo delle macchine decentratili medio formato attraverso un’uscita fotografica
Lettura portfolio dei partecipanti in sessione seminariale.

 

Sabato 6/04/2019 – Domenica 07/04/2019
GALLERIA STILL Via Balilla, n.36 Milano
10:00 – 19:00
Per maggiori informazioni e iscrizioni sul Workshop fotografia d’architettura con Marco Introini clicca qui 

Il Fotografo si riserva la possibilità di rimandare o annullare il corso nel caso non si raggiungesse il numero minimo di iscritti partecipanti, la nuova data verrà comunicata entro una settimana dalla data prevista del corso. 

Davide Sorrenti: La Leica, lo skate, le strade di New York

White Shirt, © Davide Sorrenti

Davide Sorrenti

«Il mondo in cui viviamo oggi è figlio della cultura anni ’90». Ad affermarlo è Mario Sorrenti intervistato nel documentario dedicato al fratello Davide, morto giovanissimo nel 1997 e vissuto in quella New York che ha stravolto il modo di fare, di vedere e di fotografare la moda. See Know Evil , il film-documentario diretto da Charles Curran, uscito negli Stati Uniti lo scorso novembre e presentato in Italia al Torino Film Festival, è una raccolta di testimonianze di chi ha conosciuto da vicino Davide Sorrenti: gli amici della crew SKE, l’attrice Milla Jovovich, la fidanzata Jaime King, i redattori di Interview Magazine , gli stylist, gli amici con cui firmava con elaboratissimi tag i muri di Manhattan.

See Know Evil , il film-documentario diretto da Charles Curran per entrare nella vita di Davide Sorrenti

Un documentario che fa entrare lo spettatore non solo nella vita di Davide e della sua famiglia, ma soprattutto negli anni Novanta, nella cultura della strada – la nascita del grunge, le copertine di riviste come I-D , Interview , The Face  –. Così centinaia di istantanee scattate alle amiche modelle diventano editoriali per i magazine indipendenti, questi sono gli anni Novanta di Davide Sorrenti. Tra le persone che più hanno voluto questo documentario c’è Francesca Sorrenti,  madre di Davide, che nel 1982 è salita su un aereo da Napoli per portare la famiglia a New York. «Non avevamo quasi nulla, un piccolo appartamento, otto valige, tremila dollari». Da qui, Francesca Sorrenti, che in Italia lavorava per Fiorucci, ha visto crescere la sua attività di stilista, di fotografa e di pubblicitaria. A New York era possibile, anche se incredibilmente duro, visto che «chi sa fare molte cose, non è sempre ben visto negli Stati Uniti». La famiglia Sorrenti ha molto carisma, sa emergere. I tre figli seguono la madre ovunque, frequentano i party, sono presenze assidue dell’ambiente culturale newyorkese. «A New York c’era cultura ovunque» ricorda Mario Sorrenti. «Tutto ci ispirava, la strada, i campi da basket, lo skate, i graffiti». In quel periodo, Mario Sorrenti conoscerà Kate Moss, insieme firmeranno le campagne per Calvin Klein, e la sua carriera decollerà. Oggi è il fotografo di moda più pagato al mondo. «Mario ha avuto una grande influenza su Davide», racconta Francesca Sorrenti. «Davide era molto giovane, non aveva nemmeno vent’anni, ma aveva capito l’idea di stile; per lui la strada, la fotografia, erano la stessa cosa, prendeva tutto molto sul serio e in maniera incredibilmente prolifica». E poi portava sempre con sé la Leica. Ha saputo tirar fuori immagini nel buio dei night, in casa, sui set, sullo skate lanciato in velocità lungo le strade di Manhattan, Downtown, Uptown, East, West, ovunque. Era il suo approccio alla vita, un modo di vivere qui e ora. Anche perché Davide Sorrenti, un futuro, sapeva che probabilmente non lo avrebbe avuto. Da bambino gli era stata diagnosticata la talassemia, in Italia gli erano stati dati pochi anni di vita, a New York doveva sottoporsi a una trasfusione ogni settimana. «Questo significava avere dolori continui», ricorda la madre «ed è così che, probabilmente, ha iniziato a prendere la droga. Ma Davide non è morto per overdose, questo lo ha detto chiaramente l’autopsia». Al di là delle cause della morte, è in quel momento che inizia a circolare l’etichetta heroin-chic . «Quello che vedevo ogni giorno sui set in cui lavoravo non aveva a che fare con la moda», spiega Francesca, che per anni è stata impegnata in numerose battaglie e interventi pubblici su questo tema. «Tutto aveva a che fare con la droga, non era moda, non era chic, l’eroina non è chic». La morte di Davide Sorrenti ha fatto emergere un fenomeno che tendeva a restare un tabù da gestire in silenzio.

Questo e molto altro sul nuovo numero de Il Fotografo, in edicola e online 

La lettura delle immagini: incontri ravvicinati surreali fra fotografi e teorici delle immagini

La lettura delle immagini: editoriale di Denis Curti

Qualche numero fa ho raccontato dei tic dei fotografi a proposito delle modalità di presentazione dei portfolio. Mi hanno scritto in molti. Alcuni si sono riconosciuti, altri mi hanno invitato (e sfidato) a riflettere sulle pratiche di lettura critica da parte di esperti (critici, galleristi, photo editor, curatori), suggerendo, e neppure tanto tra le righe, che anche dall’altra parte della scrivania si ripetono cliché e frasi fatte. Mi sono quindi accostato a qualche collega e, naturalmente, mi sono messo in gioco ripensando a quanto sia complesso “criticare” o semplicemente offrire suggerimenti a chi decide di mettere le proprie immagini sul tavolo in cerca di un confronto, di un parere e, perché no, di un giudizio. Dunque, sarà capitato anche a voi… come recita il vecchio ritornello di Zum Zum Zum cantata dalla mitica Sylvie Vartan, di sentirvi dire: «Questa immagine l’avrei tagliata così… Avrei preferito delle stampe, la visione su monitor è troppo fredda… Questa sequenza è troppo lunga… Questa stampa l’avrei fatta più piccola, questa più grande… Questo progetto lo avrei stampato su carta opaca, il lucido lo mortifica…

Editoriale di Denis Curti

Questa sequenza io la ricostruirei a partire da qui… Questo lavoro non ti rappresenta, conosco troppo bene la tua storia precedente… La dimensione teorica del tuo lavoro è nettamente inferiore a quella estetica che hai prodotto… Cosa vuoi farne di questo lavoro? Pensi a un libro o a una mostra? Il tuo lavoro sarebbe meglio apprezzato nel mondo dell’arte contemporanea… Chi è il committente? Questo tema è già stato trattato innumerevoli volte… Quali sono i tuoi riferimenti culturali e visivi? È troppo evidente la citazione… Fai un uso eccessivo delle figure retoriche e i rimandi a quel maestro sono troppo scontati… ». Insomma, potrei andare avanti ancora molto, ma mi fermo qui e invito i miei amici lettori a inviarmi il resoconto delle loro esperienze con i critici, perché credo valga la pena approfondire le dinamiche di questa relazione. Ho letto con interesse il blog di Michele Smargiassi quando ha posto la questione dei testi critici al fianco delle immagini. La sua raccolta di pareri conteneva tutto e il contrario di tutto, ma un dato certo era comune: le parole, spesso, non riescono a raccontare le fotografie. E per me, per noi autori delle teorie critiche de Il Fotografo, questo resta un fatto cruciale costruire un equilibro armonico tra testo e immagine. Da una parte c’è la necessità di “spiegare” la complessità di un progetto, dall’altra l’obbligo di raccontare, di storicizzare e di contestualizzare. Ma questa è cosa diversa dalla lettura critica delle fotografie. Ho già denunciato a gran voce l’attività di critici non sempre competenti e poco rispettosi dell’intimità altrui. Sì, perché io credo che mostrare le proprie fotografie sia rivelare una parte intima di se stessi. E a questo gesto va portato enorme rispetto. Forse le fotografie potrebbero anche non essere interessanti, ma le storie accanto alle immagini raramente non lo sono.

Questo e molto altro sul nuovo numero de IL FOTOGRAFO, in edicola dal 20 Febbraio e disponibile online cliccando qui 

Alghero Street Photography Awards: al via il contest internazionale di fotografia

ASPA – Alghero Street Photography Awards

ASPA – Alghero Street Photography Awards, festival internazionale dedicato alla fotografia d’autore, ritorna con un secondo appuntamento che consolida la sua formula ma propone alcune innovazioni. Come nella prima edizione, il festival ASPA è preceduto da un concorso internazionale, opportunità di riflessione, osservazione di una realtà che muta velocemente, contatto con un mondo eterogeneo.

Alghero Street Photography Awards: contest

Il contest si suddivide in tre categorie principali – Fotografia di viaggio, Fotografia Documentaria e Fotografia di strada a cui si aggiungono la categoria Fotografia di ricerca e Insula/Insulae, tema speciale sviluppato interamente in Sardegna. A questi si sommano i premi della categoria Blow-up, riconoscimenti speciali dal taglio maggiormente fotogiornalistico che mirano a dare un particolare approfondimento sulla realtà. Gli autori saranno selezionati da una giuria internazionale composta da professionisti del settore: Siegfried Hansen, Viviana Gravano, Valerio Bispuri, Simone Sbaraglia, Ezio Ferreri, Salvatore Ligios, Ivo Serafino Fenu, Sonia Borsato.

Alghero Street Photography Awards: al vincitore un soggiorno ad Alghero, interamente pagato e la pubblicazione sulla prestigiosa rivista Digital Camera 

La vera novità di questa seconda edizione è la sinergia tra lo sponsor ufficiale.
Fujifilm Italia e il nuovo sponsor Il Fotografo che ha dato vita al Premio sponsor: un soggiorno ad Alghero, interamente pagato, per la realizzazione di un progetto autoriale nella nostra città per raccontarla in modo inedito tra natura e tradizioni, passato e contemporaneo. Il vincitore sarà coadiuvato dall’associazione Officine di idee, ideatrice del festival, che sarà disponibile, sin da prima dell’arrivo ad Alghero, a dare tutto il supporto necessario alla realizzazione del progetto (contatti, informazioni logistiche, curiosità sul luogo).
Al vincitore verrà fornito in prestito un corredo Fujifilm di ultima generazione e il suo progetto verrà successivamente pubblicato sulla prestigiosa rivista Digital Camera con un articolo di 5 pagine a lui dedicate.
Il vincitore verrà selezionato tra tutti i 40 semifinalisti delle categorie in concorso da una giuria composta da un membro di Fujifilm Italia, uno della casa editrice Sprea e da un rappresentante dell’amministrazione comunale di Alghero.

https://www.aspawards.com/

Mimmo Jodice: complice Napoli, un dialogo tra passato e presente

Apollo da Baia, 1997
Apollo da Baia, 1997

Mimmo Jodice

La splendente è il titolo di un libro, pubblicato da Feltrinelli, scritto da Cesare Sinatti, giovane filosofo laureato a Bologna. La splendente è Elena di Troia. Ho acquistato questo bel saggio per il soggetto, naturalmente, ma ciò che mi ha attratto a prima vista è stata la foto di copertina, nella quale ho riconosciuto la mano di Mimmo Jodice – lo considero il maggiore, anzi l’unico fotografo dell’antico –. Jodice osserva e medita. Legge. Il suo messaggio fotografico ha una struttura linguistica che dall’esterno rinvia all’interno, dalla superficie alla profondità, all’infinitamente altro che si può dedurre se, invece di limitarsi a vedere, ci si perde a guardare. Nella sua lectio magistralis del 16 novembre 2006 tenuta presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli, cita una frase di Fernando Pessoa, a lui molto cara al punto di sentirsi rappresentato: «Ma che cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?» Ecco la sua inclinazione naturale: perdersi a guardare, contemplare, immaginare, cercare visioni oltre la realtà. Capace di uno sguardo lento, ha in sé, come egli stesso ammette, il bisogno di fantasticare, qualità che oggi si vanno perdendo sempre di più, nella fretta di afferrare la realtà delle cose per passare oltre e accumulare testimonianze e informazioni. Con Jodice, la fotografia diventa un autentico saggio in cui confluiscono tutte le espressioni dell’arte del passato, un «immenso serbatoio di emozione e riflessione. Non si può non partire dalla storia delle cose create dai grandi maestri che ci hanno preceduto. Bisogna lavorare sulla base di una conoscenza profonda dell’eredità artistica ricevuta».

Mimmo Jodice: la sua tecnica lavorativa rimane ancorata alla camera oscura

Date queste premesse, si comprende come anche la sua tecnica lavorativa rimanga saldamente ancorata alla camera oscura, elemento basilare dell’attività dell’artista. Le possibilità espressive offerte dal lavoro manuale in camera oscura sono, pur nella loro diversità, paragonabili al lavorio del pittore che mescola i colori sulla tavolozza per creare la sfumatura di sua personale invenzione o del letterato che cesella le frasi con l’orecchio sempre teso all’allusione antica e alla lenta ma costante trasformazione del linguaggio. E non è un caso che gli esordi di Jodice siano rivolti alla pittura e che con la pittura e i pittori egli mantenga sempre stretti rapporti. La camera oscura permette di frammentare l’immagine e di ricomporla, adoperando i procedimenti noti con il nome di polarizzazione, solarizzazione, sgranatura, sovrapposizione, sovraimpressione, viraggi, movimento in fase di stampa, collage. Sono appunto tecniche che permettono a Jodice quasi di dipingere mentre stampa il negativo. A ciò si deve aggiungere l’uso della luce, che costituisce forse il più grande contributo di Jodice. Un uso assoluto, potente che si aggiunge alle altre molteplici possibilità del lavoro manuale in camera oscura.

L’articolo completo sul nuovo numero de Il Fotografo in edicola e online cliccando qui 

Immagine in evidenza Apollo da Baia, 1997

Call For You: La Fotografia di Nudo. In arrivo un numero speciale

Call For You: La Fotografia di Nudo

Alla redazione de Il Fotografo è in preparazione La Fotografia di Nudo.  Il primo di una serie di fascicoli di approfondimento stilistico e tecnico sui diversi grandi temi della fotografia.
In questo primo numero scopriremo i segreti della fotografia di nudo nelle sue molte declinazioni: ritratto, erotismo, riprese in studio o open air.
Grandi maestri e nuove proposte offriranno un’ampia panoramica su un genere che è da sempre una prova decisiva per gli artisti dell’obiettivo.
Scatena la tua fantasia e proponici il tuo scatto migliore. Tutte le immagini pervenute dal 1 Agosto al 15 Settembre saranno valutate e selezionate dalla nostra giuria di esperti. Le più interessanti saranno pubblicate accanto a quelle dei maestri della fotografia e commentate dal direttore Denis Curti. Non perderti questa occasione!
Per partecipare invia al massimo 3 fotografie in formato jpg con una breve introduzione, le note tecniche e la tua biografia a specialifotografia@sprea.it oppure www.spreafotografia.it/contest/nudo&glamour
 

Il Fotografo e Domiad Photo Network: nuovo contest di ritratto ambientato

Il Fotografo – Domiad Photo Network: Ritratto Ambientato

La rivista Il Fotografo e Domiad Photo Network nel nuovo Contest di Ritratto Ambientato.

Contest Ritratto Ambientato: gli autori migliori verranno pubblicati sulle riviste Sprea Editori

Per partecipare al concorso, ogni autore dovrà caricare nella sezione Contest del sito www.spreafotografia.it un progetto di ricerca composto da 6 immagini oppure 6 scatti singoli che hanno come tema ritratti di persone “incorniciate” dal loro ambiente. Fotografie studiate per dare importanza al soggetto maschile o femminile, viso, mezzo busto o figura intera, integrandolo in maniera armonica e naturale con la location, paesaggio o interni. Ogni tecnica è concessa: colore o bianco e nero, luce artificiale, ambientale o mista.

I tre migliori autori verranno premiati con la pubblicazione dei loro lavori sulle riviste Sprea Editori. I portfolio saranno accompagnati da un’intervista agli autori.

Renato Marcialis: “consiglio di acquistare la rivista Il Fotografo”

Renato Marcialis, maestro indiscusso della food photography

Renato Marcialis, maestro indiscusso della food photography è un altro grande amico e sostenitore de Il Fotografo e di tutte le riviste Sprea Editori. La creatività nella famiglia Marcialis è di casa: il fratello maggiore Riccardo, da oltre 40 anni è uno degli art director italiani più noti e apprezzati, specializzato nella fotografia di gastronomia. Renato è stato premiato a Venezia con i colleghi Oliviero Toscani e Vittorio Storaro.

Renato Marcialis: ” Il Fotografo, la rivista di fotografia, di autori, di fotoamatori e di grandi contenuti. Vi consiglio di acquistarla

Cesare De Michelis: la rivista Il fotografo è indispensabile

Venezia, 09/02/2011. Cesare De Michelis, Marsilio Editori. (c)Andrea Pattaro/Vision

Cesare De Michelis editore e accademico italiano

Cesare De Michelis, editore e accademico italiano, sostiene l’editoria fotografica. Presidente di Marsilio Editori, che ha contribuito a fondare e che guida dal 1969. Grazie al suo impulso, la casa editrice avvia una lunga fase di espansione e apre il catalogo, oltre che all’architettura, urbanistica e sociologia, anche alla saggistica politico-culturale e alla narrativa di giovani autori italiani.

Nel 2016 la casa editrice è stata riacquisita dalla famiglia De Michelis tornando così ad essere totalmente indipendente. In oltre 50 anni, la società ha pubblicato oltre 6.500 titoli, di cui 3.000 ancora in listino, proponendo circa 250 novità l’anno.

Cesare De Michelis: “Il Fotografo è una rivista che per quelli che amano questa forma di comunicazione d’arte è indispensabile”

 

Deborah Larocca: Orti urbani e orti sociali

Deborah Larocca: Orti urbani e orti sociali

«Esistono spazi rurali all’interno di alcune città che offrono attività occupazionali a diverse categorie di individui: pensionati, disoccupati, portatori di handicap e ragazzi in età scolare. In tali contesti, ho sviluppato questo progetto concentrandomi soprattutto sulle storie di persone anziane e di altri soggetti che prendono in affitto orti sociali comunali. La cosa che salta subito all’occhio è che tutte queste persone sono fiere del proprio lavoro. È indubbio il benessere psicofisico di chi si occupa dei terreni pubblici, perché oltre a consentire un passatempo per i pensionati, a offrire un aiuto manuale e psicologico per chi soffre,risultano uno stimolo al disoccupato per sentirsi utile in attività produttive. Gli orti urbani sono favorevoli spazi per socializzare e condividere la dedizione a una terra che attraverso il lavoro produce buoni frutti. La differenza fra orto sociale e orto urbano sta proprio nel concetto di funzione educativa, civica ed etica. Sono entrambi nelle città, dove i cittadini possono coltivare il proprio campo, ma l’orto sociale ha in più la funzione di aggregazione fra le persone, di agevolare un contatto non solo sul lato pratico e lavorativo, ma anche su quello della socializzazione. Perché ogni essere umano ha necessità di sentirsi utile, di collaborare, di esprimersi, soprattutto quando la vita ci porta di fronte a cambiamenti a cui non siamo preparati: la solitudine, l’andare in pensione, la disoccupazione e l’inoperosità»

Il tema che Deborah Larocca sviluppa tocca alcuni aspetti della sensibilità moderna che tenta di riavvicinarsi ai valori e alla bellezza delle cose semplici. In questa prospettiva, gli orti urbani e quelli sociali rappresentano un fenomeno molto diffuso nelle città italiane e testimoniano proprio questo bisogno dei cittadini di recuperare un ormai perduto rapporto con la natura – necessario soprattutto nelle grandi città e aree metropolitane.

L’articolo completo lo potete trovare nel nuovo numero de Il fotografo, disponibile in edicola dal 18 maggio e online

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