Palermo - Signore legge il giornale
© Francesco Faraci

Palermo ai tempi del Coronavirus. Viaggio al centro della pandemia

L’evento più inaspettato fra gli inaspettati. Quello che sposta gli equilibri e che manda in frantumi ogni certezza. Una guerra contro un nemico silenzioso. Le strade sono vuote, così le piazze, i viali alberati. Soli i treni, gli autobus, chiuse le stazioni. Sole persino le ombre che nessuno più calpesta. La paura. Ecco che le più nascoste fragilità del nostro essere umani vengono a galla. I demoni danzano. I pochi passanti per strada strisciano rasentando i muri, i volti chiusi nelle mascherine, gli sguardi bassi. Eppure la vita, quella non smette di battere. In un silenzio che non è quello quieto del sonno, in un vuoto che è pieno di tensione e di angoscia, la luce non muore e con lei la bellezza. Tocca cercare i sogni al di là delle nostre finestre, da qualche parte. È Palermo, la mia città, ai tempi del Coronavirus. Francesco Faraci

«Riempire il vuoto, questa è stata la molla che mi ha spinto a uscire e a fotografare». Inizia con queste parole la conversazione con Francesco Faraci, autore reduce da due lavori imponenti come il Jova Beach Party – ne abbiamo parlato qui – e Atlante Umano Siciliano, le sue ultime pubblicazioni. Abituato a immortalare le persone, siano esse nella fervente isola o sulle spiagge affollate, ha vissuto con spaesamento la situazione di lockdown. «Per me è stato un vero e proprio shock – racconta – e ho cercato di reagire a questa sensazione nell’unico modo che conoscevo, uscendo e andando a fotografare. In quel momento non ho pensato a documentare, ma ad affrontare la paura e il silenzio assordante che mi circondava. Mai vista Palermo così. Per la prima volta ho sentito rumori che la memoria non ricordava: l’acqua che scorre dalle fontane, le sirene delle navi che giungono in porto. La curiosità ha preso il posto dell’angoscia e ho avuto l’impressione di vedere la città nella sua essenza».

«Lo scenario era straniante, inedito, ma sentivo un’energia sotterranea straordinaria. Alzando gli occhi e osservando ciò che avevo di fronte, ho iniziato a vedere una realtà opposta. Le poche persone incontrate avevano lo sguardo basso, ma la voglia di fermarsi. Noi siamo gente per cui il contatto fisico, la stretta di mano, una pacca sulla spalla, sono gesti consueti. Eppure, ci si teneva alla giusta distanza, con sacrificio e innaturalezza. Una domenica, mentre fotografavo, mi sono accorto di essere vicino alla casa dei miei genitori. Non li vedevo da settimane. Li ho chiamati per chiedere loro di affacciarsi al balcone e, quando li ho fotografati, mi sono commosso. In quel saluto, in quella mano di mia madre, c’era tutto l’amore del mondo. Per la prima volta ho riconosciuto in loro due esseri umani con tutte le loro fragilità ed emozioni».

«Da alcuni mesi è iniziata una nuova fase ed è ancora presto per capire la portata di questo momento. Non so dire come andrà a finire. Io continuo a uscire. Cammino e mentre fotografo mi accorgo che l’acqua delle fontane non si sente quasi più. È già un ricordo».

Francesco Faraci

Palermo, 1983. dopo gli studi in Sociologia e Antropologia, scopre la fotografia come principale mezzo di espressione e inizia a girare l’isola, la Sicilia, alla ricerca di storie da raccontare. I suoi lavori sono stati pubblicati su prestigiose riviste nazionali e internazionali. Nel 2016 pubblica il suo primo libro Malacarne. Kids come first (Crowdbooks Edizioni), un viaggio di tre anni tra i bambini delle estreme periferie di Palermo. Ha scritto due romanzi e ha lavorato al progetto editoriale Jova Beach Party. Cronache da una nuova era, per cui ha realizzato fotografie accompagnate dai suoi testi (Rizzoli, 2019). Atlante Umano Siciliano è la sua ultima pubblicazione (emuse, 2020).

di Benedetta Donato


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