Tag archive

robert frank

The Americans di Robert Frank

Les Americains. Photographies de Robert Frank. Paris. Robert Delpire Ed.1958. Textes réunis et présentés par Alain Bosquet. Cartonnage avec un dessin de Saul Steinberg, 190x215mm. 174 pp. 83 photographies n/b reproduites en héliogravure. Gli Americani. Fotografie di Robert Frank. Milano. Il Saggiatore. 1959. Testi raccolti e presentati da Alain Bosquet e Raffaele Crovi. Edizione italiana identica alla francese. The Americans. Photographs Robert Frank. Introduction by Jack Kerouac. New York. Grove Press Inc. 1959. 190x215 mm. 180pp. 83 fotografie b/n. Cartonato con sovraccoperta. Numerose edizioni successive. Edizione del cinquantenario, copia dell’edizione Grove Press. 1959. Per l’Italia. Gli Americani. Contrasto. Roma. 2008.

Robert Frank raggiunge poco più che ventenne la città di New York. Nella Grande Mela, Alexey Brodovitch, l’allora art director di Harper’s Bazaar, lo ha assunto come fotografo di moda. Pochi anni dopo, era il 1955, e stanco di quel lavoro, considerato poco gratificante, concorre su invito di Walker Evans a una borsa Guggenheim per la fotografia motivando così la richiesta: «Quando un osservatore americano viaggia all’estero, i suoi occhi vedono in modo nuovo e fresco e può essere vero l’inverso, quando un occhio europeo vede gli Stati Uniti… Voglio realizzare fotografie che possano fare a meno di parole e rendere inutile ogni spiegazione».
La Guggenheim Fellowship gli permette, tra il 1955 e il 1956, di attraversare quarantotto Stati, insieme alla moglie e ai due figli su una vecchia Ford. Utilizza 687 rulli di pellicola 24×36 mm, ottenendo più di ventimila negativi – alla fine selezionerà ottantatré fotografie –. Nessun editore americano dimostra grande interesse per il lavoro e così decide di pubblicare Les Americains in Francia con Robert Delpire. L’interesse suscitato dalle edizioni europee, porterà infine alla pubblicazione oltreoceano. Cancellati i testi critici, fa scrivere l’introduzione, un vero e proprio poema beat, all’amico Jack Kerouac con cui aveva viaggiato on the road in Florida nel 1958.

The Americans: segna il punto di non ritorno di una nuova concezione di fotolibro

L’impatto del libro sul mondo fotografico è enorme, pari solo a quello di New York di William Klein. The Americans e New York, segnano il punto di non ritorno di una nuova concezione di fotolibro, considerato come lo strumento più adeguato per esprimere le potenzialità espressive ed estetiche della fotografia. Sono due visioni sulla modernità offerte da due autori di origine ebraica: Klein, figlio di poveri immigrati ungheresi, Frank, proveniente da una famiglia tedesca emigrata a Zurigo che, sfuggita alla Shoah, ottiene la cittadinanza svizzera solo nel 1945. Due sguardi di outsider, sradicati e divisi tra l’Europa e gli Stati Uniti, si incrociano, infrangendo stereotipi e luoghi comuni dell’immaginario di una società del benessere – quella che esibisce la ricchezza e modelli culturali apparentemente irresistibili –. Il nuovo mondo, uscito dal conflitto con grandi speranze, è piombato rapidamente nella guerra fredda, tra maccartismo, razzismo e caccia alle streghe. La critica alla società dei consumi e al conformismo dell’American way of life, aggressiva ed esibita da Klein, appariva invece più sottile, meditata e sofferta in Frank e per questa ragione incideva ancora più profondamente nel cuore degli americani. Entrambi cambiarono la concezione della fotografia, stravolgendone, dal punto di vista formale, la visione accademica e incrinando, politicamente, l’ottimismo pacificato e consolatorio, messo in scena da The Family of Man di Edward Steichen. The Americans fu dapprima criticato per presunte deficienze e sciatterie tecniche: sottoesposizioni, inquadrature sbilenche, sfuocature, tono basso, cupo e confuso, ma tutto ciò non poteva che essere consapevole per Frank, che alla fine del suo apprendistato era il responsabile tecnico del più importante laboratorio fotografico svizzero. Frank non era interessato alla bella immagine, risolta tecnicamente ed esteticamente compiuta nel momento decisivo bressoniano; non gli interessava la singola immagine esemplare, ma voleva creare, attraverso la sequenza di fotografie, il tono e l’emozione di un unicum narrativo, dentro il quale evocare sia la propria inquietudine esistenziale e visiva che le contraddizioni della società americana. L’importanza della sequenza è evidente nei menabò dei fotolibri, sia come ricerca personale che professionale. Anche qui risulta determinante il montaggio e l’impaginazione, che legano le fotografie: un filo rosso fatto di ritmi, allusioni, ripetizioni, sguardi, segni, concitazioni e rallentamenti, colloca The Americans tra i fotolibri classici che ci insegnano a guardare. Per Jean Claude Lemagny il tempo della fotografia non è più scandito da momenti decisivi, ma «da momenti in between, dove i significati li mettiamo noi… e Frank rappresenta questa fotografia inquieta, insicura di sé, aperta a ogni significato»

 

A cura di Vittorio Scanferla

Lutto nel mondo della fotografia: è morto il grande fotografo Robert Frank

Lutto nel mondo della fotografia. Si è spento Robert Frank, uno dei più importanti fotografi del ventesimo secolo.
Il fotografo aveva 94 anni ed è morto a Inverness in Nova Scotia. Robert Frank è celebre per il libro “The Americans“, capolavoro in bianco e nero di ritratti.

Immagine via www.bbc.com

Ralph Gibson il “dio delle piccole cose”

Durante una conversazione, ti butta lì frasi come “Henri mi disse che” o “Dorothea voleva che”. E sta parlando di Henri Cartier-Bresson e Dorothea Lange, che conosceva molto bene. E non è che lasci cadere i nomi per vantarsi di amicizie famose, è semplicemente un veterano che riflette sulle lezioni che ha appreso e sui geni che ha incontrato nel corso di una straordinaria carriera che non mostra segni di cedimento.
Ralph Gibson è uno dei più celebrati fotografi americani. Anche se è spesso classificato come “fotografo artistico” nelle sue squisite opere non c’è nulla di oscuro o elitario. Ralph si concentra su frammenti e dettagli e questo processo ruota più sulla percezione che sulla narrazione di una grande storia, una personalità o un evento. Potremmo considerarlo un “dio delle piccole cose”, ma uno che approccia queste piccole cose con estrema serietà, alimentata dalla passione di una vita per la filosofia, la storia dell’arte e la critica artistica. Solo di recente convertito alle versioni digitali delle sue amate fotocamere Leica, Ralph ripercorre per noi il suo lungo viaggio creativo parlandoci dallo studio in cui lavora a New York.
“Quando mi arruolai in marina, a diciassette anni, nel 1956, fui sottoposto a una batteria di test, che superai molto bene. Mi inviarono alla scuola di fotografia, ma inizialmente venni respinto. L’ufficiale incaricato accettò di riprendermi, a condizione che pulissi le latrine per sei settimane. Erano le latrine di seicento ragazzi. La scuola era dura, ma era la prima volta che decidevo di fare qualcosa, di essere qualcosa. Mi ricordo che una notte, nel mezzo di un temporale, mi misi a urlare che sarei diventato un fotografo!”

Ralph Gibson: con Dorothea Lange e Robert Frank

Dopo il congedo dalla marina, Ralph tornò nella natia Los Angeles, per poi trasferirsi di nuovo
per studiare al San Francisco Art Institute. “Un amico mi aveva invitato a un ballo in maschera lì al college. Dopo la festa decisi di iscrivermi”, riassume. “Ora, tenete presente che era il 1960, era l’epoca d’oro della fotografia documentaristica: la rivista LIFE, The Americans di Robert Frank e così via.
Tolti Ansel Adams ed Edward Weston, la fotografia sociale era considerata la forma più elevata dell’arte.
Io ero abbastanza sicuro dal punto di vista tecnico, così quando Dorothea Lange contattò il mio tutor chiedendo un assistente di talento, le fui raccomandato io.
La Farm Security Administration, per cui Dorothea aveva lavorato negli anni della Depressione, aveva trattato piuttosto male i suoi negativi, così ebbi l’opportunità di lavorare sulle sue famosissime immagini. Un giorno chiesi a Dorothea qualche notizia su una particolare immagine di una donna con profonde occhiaie nere, in piedi contro un muro. Mi raccontò che si trattava di una ragazza con un ritardo mentale, presa in giro e abusata, e mentre me ne parlava i suoi occhi si riempirono di lacrime. Compresi in quel momento come la fotografia avesse ancora un notevole impatto emotivo su di lei, anche dopo così tanti anni”. Nel 1967 Ralph conobbe il secondo grande fotografo di cui sarebbe stato assistente, Robert Frank. “Incontrai Frank all’apice della carriera e mi invitò ad aiutarlo con i suoi negativi. Frank e Dorothea Lange mi insegnarono una lezione importantissima: fare qualunque sforzo per essere unico e non copiare.
Certo, ho le mie influenze, come tutti i fotografi, ma non le si vede nei miei lavori. In realtà, ho molte,
molte influenze – pittura, architettura, teoria della critica, filosofia, Schoenberg e la lista potrebbe continuare.
Ma la mia posizione è valida solo nei termini del mio impegno personale, del mio studio costante, della mia ‘formation perpetuelle’ come direbbero i francesi. Sto ancora soprattutto imparando”.
“La domanda più importante per me è: posso continuare a crescere? È facile finire incasellati e sono ben conscio della ‘maledizione delle prime opere’. Non sei niente senza tutto il corpo di lavori che ti hanno portato all’attenzione. Le persone assoceranno sempre Robert Frank a The Americans, o Dorothea Lange ai suoi scatti della Depressione”.

Ralph Gibson: trovare il proprio percorso

Sarebbe comprensibile se l’influenza di Lange e Frank avessero spinto Ralph a diventare a sua volta un fotografo documentario, ma lui ha scelto una strada diversa. “Dorothea usava lo strumento della fotografia per mostrare la vita dei lavoratori migranti. Aveva un messaggio molto chiaro. Anche Frank sapeva molto bene cosa voleva dire degli Stati Uniti ai tempi di The Americans. Io decisi che volevo usare la fotografia per ‘monumentalizzare’ le forme e i frammenti meno significativi.
Ero più interessato al modo in cui la mia percezione diventava soggetto delle mie fotografie. Di conseguenza i soggetti non sono mai stati un problema per me, trovo ispirazione ovunque.
Non ho mai dovuto attendere un grande evento prima di scattare una fotografia”. Ralph è imperturbabile anche nei confronti della risposta critica ricevuta dai suoi molti libri e mostre. “Ho pubblicato una quarantina di libri e, per quanto sia molto grato per la risposta delle persone, io scatto queste foto per me”.

Prendere Confidenza con il digitale
L’esplorazione di come percepisce il soggetto e del modo in cui gli osservatori potranno mettere a confronto la loro percezione con la sua, è il tema costante della carriera di Ralph. È riluttante a parlare di immagini preferite: “Sono più interessato a come un’immagine possa annunciare e avviare un successivo progetto e, comunque, la fotografia preferita è sempre la prossima”, ma ammette un certo affetto per il suo ritratto di un prete. A prima vista sembra un semplice ritratto tagliato, ma un esame più attento rivela la struttura rigida e geometrica, fondata sulle diagonali, tipica delle immagini di Ralph.
“Sono molto legato anche a un’immagine molto più recente di una bicicletta accanto alla botola
di un tombino. Mi ricordo che l’ho scattata dopo aver ricevuto la digitale Leica M Monochrom.
Avevo giusto appena parlato con il mio analista e avevo detto che proprio non riuscivo a lavorare con le fotocamere digitali, ma questa immagine mi ha riempito di orgoglio, entusiasmo e speranza. È forte quanto qualsiasi altra abbia mai realizzato”.
Ralph è tuttora affascinato dalla fotografia in bianco e nero e dal modo in cui crea quella che lui definisce ‘un’astrazione della realtà’: “In bianco e nero interagisci in realtà con tre elementi: il bianco, il nero e l’assenza del colore”. Nel 2007, Ralph ha dichiarato che doveva ancora vedere un capolavoro prodotto da una fotocamera digitale.
Cosa pensa della tecnologia oggi? “Le fotocamere digitali di oggi sono molto diverse da quelle del 2007”, osserva. “Oggi la fotografia è ovunque. Negli anni ‘20, László Moholy-Nagy scrisse che l’illetterato del futuro sarebbe stata la persona ignorante nell’uso della fotocamera oltre che della penna.
Nel terzo Millennio non c’è nessuno che non sappia come scattare una foto! Ottengo ottimi risultati con Leica o Canon. A pellicola o in digitale, io sono sempre in cerca della verità fotografica e dei modi in cui l’atto percettivo in sé diventa soggetto stesso della fotografia”.

 

 

Grandi Maestri: Robert Frank e The Americans

Robert Frank (Zurigo, 1924) raggiunge poco più che ventenne la città di New York. Nella Grande Mela, Alexey Brodovitch, l’allora art director di Harper’s Bazaar, lo ha assunto come fotografo di moda. Pochi anni dopo, era il 1955, e stanco di quel lavoro, considerato poco gratificante, concorre su invito di Walker Evans a una borsa Guggenheim per la fotografia motivando così la richiesta: «Quando un osservatore americano viaggia all’estero, i suoi occhi vedono in modo nuovo e fresco e può essere vero l’inverso, quando un occhio europeo vede gli Stati Uniti… Voglio realizzare fotografie che possano fare a meno di parole e rendere inutile ogni spiegazione».

3_frank_theamericans

 

 

 

 

 

 

 

 

La Guggenheim Fellowship gli permette, tra il 1955 e il 1956, di attraversare quarantotto Stati, insieme alla moglie e ai due figli su una vecchia Ford. Utilizza 687 rulli di pellicola 24×36 mm, ottenendo più di ventimila negativi – alla fine selezionerà ottantatré fotografie –. Nessun editore americano dimostra grande interesse per il lavoro e così decide di pubblicare Les Americains in Francia con Robert Delpire. L’interesse suscitato dalle edizioni europee, porterà infine alla pubblicazione oltreoceano. Cancellati i testi critici, fa scrivere l’introduzione, un vero e proprio poema beat, all’amico Jack Kerouac con cui aveva viaggiato on the road in Florida nel 1958.

Robert Frank, svizzero, discreto, carino… con quella sua piccola macchina… ha estratto una poesia triste dal cuore dell’America e l’ha fissata sulla pellicola entrando a far parte della compagnia dei poeti tragici del mondo

1_frank2-007

 

 

 

 

 

 

 

«Robert Frank, svizzero, discreto, carino… con quella sua piccola macchina… ha estratto una poesia triste dal cuore dell’America e l’ha fissata sulla pellicola entrando a far parte della compagnia dei poeti tragici del mondo… Robert tu sai vedere». Dall’introduzione di Jack Kerouac.
L’impatto del libro sul mondo fotografico è enorme, pari solo a quello di New York di William Klein. The Americans e New York, segnano il punto di non ritorno di una nuova concezione di fotolibro, considerato come lo strumento più adeguato per esprimere le potenzialità espressive ed estetiche della fotografia. Sono due visioni sulla modernità offerte da due autori di origine ebraica: Klein, figlio di poveri immigrati ungheresi, Frank, proveniente da una famiglia tedesca emigrata a Zurigo che, sfuggita alla Shoah, ottiene la cittadinanza svizzera solo nel 1945. Due sguardi di outsider, sradicati e divisi tra l’Europa e gli Stati Uniti, si incrociano, infrangendo stereotipi e luoghi comuni dell’immaginario di una società del benessere – quella che esibisce la ricchezza e modelli culturali apparentemente irresistibili –. Il nuovo mondo, uscito dal conflitto con grandi speranze, è piombato rapidamente nella guerra fredda, tra maccartismo, razzismo e caccia alle streghe. La critica alla società dei consumi e al conformismo dell’American way of life, aggressiva ed esibita da Klein, appariva invece più sottile, meditata e sofferta in Frank e per questa ragione incideva ancora più profondamente nel cuore degli americani. Entrambi cambiarono la concezione della fotografia, stravolgendone, dal punto di vista formale, la visione accademica e incrinando, politicamente, l’ottimismo pacificato e consolatorio, messo in scena da The Family of Man di Edward Steichen.

4_frank_con-testo

 

 

 

 

 

 

 

The Americans fu dapprima criticato per presunte deficienze e sciatterie tecniche: sottoesposizioni, inquadrature sbilenche, sfuocature, tono basso, cupo e confuso, ma tutto ciò non poteva che essere  consapevole per Frank, che alla fine del suo apprendistato era il responsabile tecnico del più importante laboratorio fotografico svizzero. Frank non era interessato alla bella immagine, risolta tecnicamente ed esteticamente compiuta nel momento decisivo bressoniano; non gli interessava la singola immagine esemplare, ma voleva creare, attraverso la sequenza di fotografie, il tono e l’emozione di un unicum narrativo, dentro il quale evocare sia la propria inquietudine esistenziale e visiva che le contraddizioni della società americana. L’importanza della sequenza è evidente nei menabò dei fotolibri, sia come ricerca personale che professionale. Anche qui risulta determinante il montaggio e l’impaginazione, che legano le fotografie: un filo rosso fatto di ritmi, allusioni, ripetizioni, sguardi, segni, concitazioni e rallentamenti, colloca The Americans tra i fotolibri classici che ci insegnano a guardare. Per Jean Claude Lemagny il tempo della fotografia non è più scandito da momenti decisivi, ma «da momenti in between, dove i significati li mettiamo noi… e Frank rappresenta questa fotografia inquieta, insicura di sé, aperta a ogni significato».

La Fotografia della settimana: Robert Frank, Elevator Girl

Elevator Girl © Robert Frank

Il 9 novembre del 1924 nasce Robert Frank.
Le domande di Jack Kerouac su una delle sue icone, la
ragazza dell’ascensore fotografata a Miami durante il lavoro The Americans.Quale è il suo nome? Quale è il suo indirizzo? È Jack Kerouac a porsi queste domande mentre scrive la prefazione di The Americans e si trova di fronte al volto della quindicenne Sharon – The Elevator Girl – fotografata nel 1955 in un ascensore di Miami da Robert Frank. Come dire che c’è una Storia della Fotografia, ed una storia della fotografia, e che le nostre domande devono essere rivolte ad entrambe.

In fotografia c’è un prima e un dopo Robert Frank. Lo spiega molto bene Philip Gefter, giornalista del NY Times, nel libro “Photography After Frank”: The Americans ha dato inizio alle nuove sfide della fotografia contemporanea: la tecnica, la luce, le regole narrative, il viaggio e il suo movente,la fotografia documentaria. Per fare qualche nome: Stephen Shore, Ryan McGinley, Annie Leibovitz, Philip-Lorca diCorcia, tutti si sono confrontati con il viaggio di Robert Frank attraverso l’America, e probabilmente con le domande di Jack Kerouac e di tutti noi.
La storia è piuttosto nota. Nel 1955 Robert Frank attraversa gli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio della Fondazione Guggenheim, realizza un lungo lavoro pubblicato per la prima volta nel 1958 dall’editore francese Delpire con il titolo Les Américains (e questa è l’edizione per collezionisti). Poi, tutto è entrato nella Storia della Fotografia, il lavoro è stato ripubblicato nell’edizione americana con la prefazione di Jack Kerouac ed oggi è best seller dei tedeschi di Steidl.Ma torniamo alla ragazza dell’ascensore. Sharon Goldstein aveva 15 anni quando è stata fotografata. Si è rivista in quella fotografia solo una quindicina di anni fa, durante una mostra a San Francisco.“Mi sono fermata di fronte a questa foto per almeno cinque minuti, senza capire il motivo per cui mi fossi bloccata lì” racconta Sharon “Solo dopo, ho capito che la ragazza nella foto ero io. In quell’ascensore, Robert Frank mi ha scattato circa quattro foto, senza flash. E poi, quando l’ascensore si è svuotato dei suoi ‘demoni”, mi ha chiesto di girarmi e di fargli sorriso.  Lui stesso ha fatto a me un sorriso. Ha visto qualcosa in me che la maggior parte delle persone non ha mai visto. Ho il sospetto che Robert Frank e Jack Kerouac abbiano visto in me qualcosa di più profondo, che solo le persone molto vicine a me possono vedere. In questa foto non c’è necessariamente la solitudine, è piuttosto… sognante”.
di Enrico Ratto

Robert Frank: osare, dicendo il vero

Robert Frank: il suo nome appare come operatore alla macchina da presa del film Chappaqua del 1966

Apparentemente sciatte, le sue fotografie in quegli anni sfidavano il mondo della fotografia edificante: quello di Life , per capirci. Protestarono in molti: lo accusarono di sguardo cialtrone e di essere un uomo triste che odiava l’America. Si trovarono invece in sintonia gli scrittori e gli artisti della Beat Generation poiché Robert Frank con le sue fotografie rifiutava, come loro, le norme imposte, fotografiche e non, dando voce a un profondo bisogno di cambiamento politico e sociale, lontano dai romanticismi. Il sodalizio di Frank con la scena beat newyorkese partì subito in modo costruttivo: Jack Kerouac scrisse l’introduzione di The Americans perché vi riconobbe lo spirito del tempo; Gregory Corso, Allen Ginsberg e Peter Orlovsky interpretarono se stessi nel suo primo film Pull My Daisy  del 1959, co-diretto con il pittore Alfred Leslie. Jack Kerouac dopo aver visto il film una volta sola, scrisse d’un fiato il testo della voce fuori campo che poi recitò sopra un tappeto di musica jazz. Pull My Daisy , 26 minuti in bianco e nero e basato su un testo teatrale dello stesso Kerouac, è costituito da inquadrature per lo più fisse e molto di quel che vi succede è frutto di improvvisazione. La critica lo avvicina ancora oggi a Shadows  di John Cassavetes, anch’esso girato nel 1959 e vicino al movimento beat. Da questo momento in poi, Robert Frank affianca la sua carriera fotografica, sempre più di successo, a quella cinematografica. Nel 1968 segue Me and My Brother , il cui personaggio principale è Julius, il fratello di Peter Orlovsky, ripreso dopo aver trascorso dodici anni in un ospedale psichiatrico. La macchina da presa di Frank è concentrata su Julius che segue, in stato catatonico,  Allen Ginsberg e Peter Orlovsky impegnati in reading di poesia. Anche qui molti degli avvenimenti sono improvvisati e molte delle battute commoventi – come «Voglio essere amico di me stesso» – sono dello stesso Julius. È del 1969 Energy and How to Get It  che esce solamente nel 1981. In questo documentario di trenta minuti, Frank riprende gli esperimenti di un ammiratore dell’inventore Nikola Tesla e William Burroughs vi appare nella parte dello Zar dell’Energia. Frank di film ne ha realizzati davvero  tanti e spesso sono stati utili per elaborare le esperienze della sua vita: in Conversation in Vermont del 1974 (26 minuti) prende in esame la relazione con i suoi due figli, Life Dance On  (1980) è in memoria della figlia Andrea e in The Present  del 1996 offre una riflessione sulla vita e la morte del figlio Pablo. Il suo film più controverso è però Cocksucker Blues  del 1972 sul tour dei Rolling Stones negli Stati Uniti per il lancio di Exile on Main Street . La band lo chiamò dopo che Frank aveva realizzato le foto per il disco sviluppando  e ingrandendo alcuni fotogrammi tratti da sue riprese in Super8. Dal momento che la macchina da presa segue gli Stones a ruota libera tra party, droghe e groupies, il film, per ordine del tribunale, può essere proiettato, ancora oggi, solo in presenza di Robert Frank. I suoi film sono molto personali e non tengono conto di un pubblico, ma hanno indicato a molti cineasti un esempio di libertà creativa. Per sua stessa ammissione gli è sempre stato difficile seguire una sceneggiatura e durante la realizzazione dei film  ha cercato nuove strade espressive, come ha sempre fatto nella fotografia.

Confrontarsi con il cinema per Robert Frank è stata una necessità, è stato un bisogno di andare oltre il singolo scatto e produrre senso con una successione di immagini, che è poi la funzione del montaggio cinematografico. Tutto questo, a ben guardare, lo si percepisce già da come le fotografie, nelle pagine di The Americans , si susseguivano secondo catene di significato che raccontavano, tutte insieme, la verità di un Paese più triste che eroico

“Gli Americani” di Robert Frank in mostra a Forma Meravigli

Robert Frank - Municipio, Reno Nevada 1956
Martedì 29 novembre ha inaugurato presso le sale di Forma Meravigli la serie “Gli Americani” di Robert Frank.

cover_gli_americani


La mostra, con il patrocinio del Comune di Milano, è realizzata in collaborazione con la MEP, Maison Européenne de la Photographie di Parigi, e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Per la prima volta in mostra a Milano 83 fotografie vintage; la serie completa del progetto fotografico che, a metà degli anni ’50, ha cambiato il modo di pensare al reportage; nelle sale di Forma Meravigli, l’America immortalata on the road dall’obiettivo del più grande fotografo vivente, Robert Frank.


Robert Frank - Comizio politico, Chicago 1956
Robert Frank – Comizio politico, Chicago 1956

“Quella folle sensazione in America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa.
È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano”.
Jack Kerouac


È il 1955 quando il giovane Robert Frank ottiene una borsa di studio dalla Fondazione Guggenheim (Frank è stato il primo fotografo europeo a riceverla) per realizzare un lavoro fotografico che racconti l’America. L’autore percorrerà così tutto il paese, e tra il 1955 e il 1956 toccherà ben 48 stati diversi.
Le strade infinite, i volti delle persone, le piazze delle città, i bar e i negozi, i marciapiedi, i particolari più insignificanti vengono immortalati da Robert Frank che rivoluziona il linguaggio tradizionale del reportage realizzando ritratti sfuocati, mossi, fotografie dai tagli apparentemente casuali ma che in realtà, con cruda consapevolezza, traducono lo spirito dell’America dell’epoca.
Una ballata per immagini dedicata alla strada americana e alla sua nuova e sconsolata epopea; un reportage che, come pochi altri, ha veramente segnato un’epoca diventando per generazioni di fotografi il riferimento principale da cui partire per fotografare, per viaggiare, per conoscere con lo sguardo.


Robert Frank - Funerale, St. Helena South Carolina 1955
Robert Frank – Funerale, St. Helena South Carolina 1955

Il libro, che significativamente venne pubblicato per la prima volta in Francia e non in America, lo consacrerà definitivamente come maestro della storia della fotografia.
E proprio al libro, diventato un vero e proprio culto per generazioni di fotografi, verrà dedicata una sala all’interno del percorso espositivo di Forma Meravigli con la riproduzione dell’impaginato, stralci del testo introduttivo di Jack Kerouac e con alcune tra le edizioni pubblicate a partire dal 1958, compresa la prima edizione italiana del volume, che uscì in Italia con la copertina illustrata dal grande Saul Steinberg.
Negli anni Sessanta Robert Frank ha abbandonato la fotografia per dedicarsi al cinema. Nel 1994 ha donato gran parte del suo materiale artistico alla National Gallery of Art di Washington che ha poi creato la Robert Frank Collection. Personaggio di culto, è considerato tra i più importanti esponenti della storia della fotografia.

Accompagna l’esposizione il libro omonimo pubblicato da Contrasto.

La mostra fa parte del palinsesto delle iniziative di Expo in città.


Robert Frank - Municipio, Reno Nevada 1956
Robert Frank – Municipio, Reno Nevada 1956

Robert Frank nasce a Zurigo nel 1924. Nel 1947 si trasferirsce negli Stati Uniti dove lavora come fotografo di moda per Harper’s Bazaar. Parallelamente, lavora come reporter freelance. Viene a contatto con i principali esponenti della nuova generazione letteraria e artistica americana, soprattutto con gli esponenti della Beat Generation. È il primo fotografo europeo a ricevere la borsa di studio della Fondazione Guggenheim, grazie alla quale potrà realizzare The Americans nel ‘55 e ‘56. Nel 1959 insieme al pittore Alfred Leslie, dirige il suo primo film, “Pull My Daisy” che sarà considerato il padre del New American Cinema. Stringe una salda amicizia con lo scrittore Jack Kerouac, col quale porta a termine varie collaborazioni. Negli anni Sessanta, Frank abbandona la fotografia per dedicarsi completamente alla realizzazione di film. Nel 1994 dona gran parte del suo materiale artistico alla National Gallery of Art di Washington che crea la Robert Frank Collection; è la prima volta che accade per un artista vivente.


Forma Meravigli

Via Meravigli 5

20123 Milano

0258118067

www.formafoto.it

fino al 19 febbraio 2017

0 0,00
Go to Top