© Maurice Weiss
Pranzo in autostrada, Francia, 2018. Dalla serie ZerOneZero © Maurice Weiss

Le storie di Livia Corbò#2. Maurice Weiss si racconta

Livia Corbò, giornalista, lavora in ambito fotografico da più di vent’anni, ha co-fondato l’agenzia Photo Op. In questa rubrica raccoglie le principali lezioni di umanità e lavoro di vari protagonisti del mondo dell’immagine. Critici, curatori, picture editor, fotoreporter, artisti, galleristi e allestitori raccontano in poche parole esperienze, scoperte, piccole e grandi lezioni di vita, passioni e avversioni maturate sul campo.

Chi è Maurice Weiss

Maurice Weiss, 55 anni, padre tedesco e madre francese, fa parte dall’inizio degli anni Novanta dell’agenzia Ostkreuz. Dalla caduta del Muro di Berlino si è dedicato a documentare il Paese. Collaboratore abituale, tra gli altri, di Der Spiegel e Die Zeit, racconta come il lavoro di gruppo lo abbia aiutato a ridefinire sé stesso e il suo sguardo, a capire cosa significa creare storie utili e perché ha ancora senso mostrare pezzi di vita intorno a noi ed essere testimoni del mondo, uno dei doveri chiave della fotografia.

L’infanzia

Vengo da una cittadina della Germania orientale, dove la vita era molto diversa da quella odierna. Le mie origini francesi inizialmente mi crearono molti problemi, ero considerato uno straniero. Verso i 13-14 anni la macchina fotografica mi aiutò a trovare un modo per descrivere e definire la sensazione di essere un outsider. Un giorno trovai The Diary of Berlin di Will McBride e fui così affascinato dalle sue immagini che decisi che era quello che volevo fare. Non avevo idea di cosa fosse. Mio padre era un artista. L’arte era ovunque intorno a me, ma non avevo mai visto nulla come le sue fotografie. Dopo la scuola iniziai a studiare fotografia. Volevo diventare come lui.
Un amico mi consigliò di frequentare le lezioni di Ullrich Macks a Dortmund. È stata una formazione rigorosa: alle 8 in punto del mattino Macks era già in classe e scrutava la porta dell’aula. Chi arrivava alle 8:01 non era ammesso. Era severo, ma aveva ragione, perché le fotografie migliori non hanno senso se arrivano tardi, nessun giornale aspetta l’arrivo delle fotografie, nessun giornale avrebbe aspettato le mie immagini. I giornali sono come gli aerei. Ullrich Macks ci insegnò il giornalismo in modo duro.

Dopo la caduta del Muro

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Il primo capodanno senza Muro, Berlino, 31 dicembre 1989 © Maurice Weiss

Quando Ostkreuz fu fondata nel 1990 non ne facevo ancora parte. Il 9 novembre 1989, quando cadde il Muro di Berlino, ero ancora uno studente di fotografia a Dortmund. Avevo una reflex e decisi di partire immediatamente, era solo a qualche ora di macchina. Il mio primo contatto nella parte Est della città fu una ragazza, una sorta di rockstar della Germania dell’Est. Nel giro di pochi giorni mi introdusse nella sua cerchia di amici e in quel mondo. Abitai con lei a Berlino Est durante quel periodo di intensi cambiamenti ed ebbi la possibilità di assistere e fotografare da vicino questa trasformazione. Non mi sentivo un Wessi o un Ossi, ero solamente un fotografo. Incontrai Arno Fisher, professore di fotografia, che in seguito fu anche mio insegnante e mi presentò René Burri dell’agenzia Magnum. Lavorai come suo assistente per un assegnato su Berlino – la scuola più importante che abbia mai frequentato –. La sua incredibile capacità di entrare in sintonia con le persone in brevissimo tempo è stata una lezione fondamentale nel mio percorso. Osservare il modo in cui René si muoveva, si presentava alla gente, mostrava la sua macchina fotografica alle persone, mi ha insegnato moltissimo.

Il lavoro in Ostkreuz

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Il premio Cerimonia in onore di Helmuth Kohl nella foto con la moglie Mike Richter, Henry Kissinger e Bill Clinton. American Academy, Berlino Wannsee, 16 maggio 2011 © Maurice Weiss

Far parte di un’agenzia come Ostkreuz significa mettere alla prova i propri limiti rispetto a questioni etiche ed economiche. L’esempio della collaborazione con Deutsche Bank è indicativo. L’anno scorso Deutsche Bank ci ha proposto di produrre dei reportage sul mondo economico e di pubblicarli su un sito. Abbiamo avuto totale libertà a livello editoriale e condizioni di lavoro ottimali. Quando il sito è stato pubblicato siamo stati investiti da una forte polemica e considerati dei traditori. Si sono scatenate riflessioni anche all’interno dell’agenzia: dove è il limite nella collaborazione con alcuni clienti? Qual è il confine tra clienti “buoni e cattivi”? La reputazione e la fiducia che le persone hanno nel nostro lavoro, nel nostro approccio, nella modalità con cui raccontiamo il mondo, sta diventando veramente difficile da difendere. È questo il motivo che ha spinto la discussione sulla collaborazione con Deutsche Bank. Negli ultimi anni l’importanza del giornalismo e della fotografia si è ridotta. Donald Trump, Boris Johnson producono e controllano la loro immagine attraverso l’uso dei social media, senza giornalisti che fungano da intermediari tra il mittente (politico) e il destinatario (lettore/cliente). In Francia la maggior parte dei politici di rilievo ha il proprio fotografo personale. Noi fotografi, siamo in una fase di ridefinizione del nostro ruolo. In una certa misura, siamo tutti nella stessa situazione. In più Paesi europei gruppi di giovani giornalisti si riuniscono con l’intento di trovare modalità economiche alternative per rendere nuovamente il giornalismo indipendente e autorevole. L’organizzazione di mostre di progetti e discussioni comuni hanno aiutato Ostkreuz. Lavorando continuativamente con riviste e giornali si corre il rischio di perdere di vista certi obiettivi, ci si adatta al loro stile, alle loro richieste e si perde il controllo sul proprio lavoro.

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